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Storia della magistratura – e delle connivenze con la sinistra – parte 1

E’ indubbio merito della sinistra italiana aver dedicato sistematica attenzione ai problemi della giustizia, ed in particolare al dibattito all’interno del corpo giudiziario. E, come logico, questa attenzione è stata concentrata sulle componenti della magistratura che si autoqualificano “di sinistra”.
Così nelle dense pagine che nel libro sull’organizzazione della giustizia in Italia, il Prof. Pizzorusso dedica alle “vicende associative dei magistrati”, è efficacemente descritta l’evoluzione avvenuta nell’ambito della sinistra giudiziaria. Dell’esistenza di una rilevante, e maggioritaria, parte della magistratura che ha rifiutato e rifiuta la qualificazione “di sinistra”, si da’ correttamente notizia; ma solo per sottolineare il ruolo egemone esercitato per vari anni nella Associazione Nazionale Magistrati e nel CSM dal gruppo di “Magistratura Indipendente”, in cui si “raccolsero i magistrati che non condividevano le iniziative sviluppate dai loro colleghi per dare attuazione ai contenuti innovatori della Costituzione repubblicana” ed i cui aderenti erano “per lo più caratterizzati dal loro anonimato politico e culturale”; mentre dell’altro raggruppamento “non di sinistra” “Terzo Potere” si sottolinea che si “dedicava prevalentemente alla cura degli interessi economici e pratici della categoria”.
La magistratura “non di sinistra” viene quindi considerata soprattutto come una linea di confine, un contrappeso, un freno al progresso rappresentato dalla sinistra.
Il progresso è un treno la cui locomotiva sono le avanguardie rivoluzionarie, che si trascinano dietro molteplici carrozze su cui viaggiano via via progressisti, riformisti, conservatori illuminati. L’ultimo vagone, carico della zavorra reazionaria, rallenta la corsa del treno; svolgendo un ruolo meramente passivo, che secondo i più merita solo una connotazione negativa; mentre, secondo i progressisti moderati, è in fondo utile perché impedisce troppo rapide fughe in avanti, foriere di deragliamento.
Ma cosa c’è dentro questo vagone di zavorra? quale ruolo svolgono i magistrati che ne fanno parte? a che ideologie si ispirano? ed, in primo luogo, chi sono?
Per rispondere a questa domanda, Romano Ricciotti ha scritto nel 1969 un bel libro di 250 pagine; io oggi dovrei scriverne uno di cinquecento. E sarebbe sicuramente incompleto, oltre che forse poco produttivo ai fini del nostro incontro.
Mi limiterò quindi ad alcuni cenni, di certo segnati – e di ciò mi scuso- dalla mia personale esperienza. Ma spero utili per porre a confronto una realtà presente nella magistratura con una realtà del mondo della politica e della cultura. All’esclusivo scopo di avviare una riflessione franca e pacata.
2. Apoliticità del giudice e dibattito interno della magistratura
Ho finora utilizzato, ed anche nel prosieguo del discorso utilizzerò, l’espressione “non di sinistra”. Debbo però precisare che essa viene respinta da coloro che sotto questa etichetta si vedono classificare.
Perché ci definivamo, e ci definiamo, “apolitici” , contestando il concetto di “giudice politico”, di destra o di sinistra che sia. Quindi ci siamo rivolti a tutti i magistrati, compresi quelli che, negli anni intorno al 1970, votavano per il Partito Comunista, o –più frequentemente- per il Partito Socialista; ed abbiamo proposto un “modello di giudice” asettico rispetto alle ideologie di partito.
La concezione del giudice “politico” fu invece, in Italia, propria della sinistra. E tutti sanno che perno della sinistra giudiziaria è stato il movimento di “Magistratura Democratica”, che -dopo una fase radicaleggiante- divenne negli anni ’60 un’ avanguardia della sperata rivoluzione rossa. E si qualificò come movimento ipergarantista che ci sembrava abbracciasse acriticamente la causa degli ospiti delle patrie galere, visti quale strumento indispensabile della “seconda fase” di ogni rivoluzione, che -come ogni buon reazionario sa- inizia con gli idealisti, prosegue con la canaglia, si conclude con i tiranni. Si scrisse allora sui muri delle città : “dalle Murate all’Ucciardone un solo grido: rivoluzione!”.
Mentre noi ritenevamo con Vittorio Mathieu che il giorno in cui Temi avesse perso la spada, avrebbe perso anche la bilancia.
Il giudice “democratico” era dunque un giudice che piegava il diritto, e (circostanza ancora più grave) talvolta ricostruiva i fatti, secondo le esigenze della “rivoluzione” o quanto meno del “progresso”. Era mite con i ladri, severo con gli “eversori neri”, duro con i padroni, permissivo con i sindacalisti.
Questa concezione strumentale del diritto naufragò contro la realtà delle cose. La rivoluzione -per fortuna- non so fece vedere, i cosacchi dello Zar rosso non abbeverarono i loro cavalli a San Pietro, morirono i sogni… nacquero le Brigate Rosse.
La cultura giuridica di sinistra si rese conto che le teorie sulla giurisprudenza alternativa la conducevano all’isolamento e al fallimento; e rinnovò se stessa ponendo al centro della sua riflessione la “questione della legalità”.
I temi dell’antifascismo militante vennero via via sostituiti con quelli della “cultura della legalità” e perciò dell’ambientalismo, del contenimento dei fenomeni di corruzione, della lotta alla criminalità organizzata, compreso, dopo qualche tentennamento, il terrorismo rosso.
Si trasformarono così le “tesi” portate avanti dalla estrema sinistra politico-giudiziaria che non rinunciò alla concezione secondo cui la giurisprudenza esprime un insieme di valori, ma ammise e fece proprio il principio essenziale sostenuto dai giudici “apolitici”; cioè che i valori debbono essere tratti dal sistema giuridico vigente. Nel complesso M.D. si accostò così a concezioni non ignote al pensiero liberale dei paesi anglosassoni.
Si tratta di un’evoluzione complessa, ricca di contraddizioni, forse non ancora del tutto conclusa. E’ difficile valutare quanto essa sia stata sincera. Probabilmente se invece di crollare il muro di Berlino fosse crollato il Pentagono, anche l’evoluzione di magistratura democratica sarebbe stata diversa.
Comunque gli effetti di simile conversione non furono limitati al mondo giudiziario e forense.
La fama e la cultura di partito della legge, partito dei giudici, sono state – a me sembra- una delle ragioni della sopravvivenza del P.C.I. – P.D.S. come cardine della sinistra italiana.
3. “la palude si tinge di rosso”
Ma con quale ottica, con quali valori i giudici “apolitici” hanno affrontato questi eventi? Quali circostanze ne hanno segnato le esperienze ideali?
Nel 1968 la contestazione scuoteva la società; potere culturale e rivoluzionari di sinistra, concordi, negavano la dignità dei giovani che non fossero schierati a sinistra.
Nelle Università i baroni coccolavano con simpatia i giovani assistenti extra-parlamentari. Nei palazzi di giustizia le Toghe di ermellino esprimevano paterna comprensione verso i pretori d’assalto; o quanto meno verso l’ala più radical-chic del “fronte progressista”. Negli anni in cui Giovanni Colli (secondo Sogno partecipe di trame “golpiste”) fu Procuratore Generale a Torino, i giovani magistrati “tradizionalisti”, che detenevano la maggioranza nella ANM piemontese, si guardarono bene dal prender contatto con lui (che nelle elezioni del CSM aveva appoggiato Beria D’Argentine).
Si ripeteva ancora una volta l’eterno balletto italico: il vecchio Gattopardo si intenerisce alla vista del nipote garibaldino.
Mario Persiani allora giovane esponente di spicco della magistratura controrivoluzionaria scrisse su uno dei nostri fogli un saggio dal titolo : “La palude si tinge di rosso”. Non si poteva sintetizzare meglio lo spirito di quel momento.
La magistratura “non di sinistra” si contrappose a questo “tingersi di rosso” ed enunciò un’ etica basata sulla imparzialità, sul rispetto della legge e sulla ricerca della verità; naturalmente con sfumature e modi di essere diversi a seconda delle sensibilità individuali e delle diverse esperienze.
Era, in una prima fase, inevitabile lo scontro con la magistratura “democratica” che si dichiarava “di parte”, si qualificava una componente della rivoluzione. E scontro vi fu: nelle sezioni della Associazione Nazionale Magistrati, nel Consiglio superiore della Magistratura, e negli uffici.
In tutti i luoghi ove lo scontro veniva deciso con il voto vinsero gli “apolitici”, che conquistarono nel 1972 tutti i seggi nel Consiglio Superiore della Magistratura, ed il controllo della Associazione Nazionale Magistrati.
4. I giorni dello scontro a viso aperto 1964- 1976
Non intendo certo in questa sede riscrivere la storia della Associazione Nazionale Magistrati e delle “correnti” che all’interno di essa si sono formate.
Intendo solo ricordare quel tanto che mi par utile per contrastare la diffusa opinione secondo cui la magistratura tradizionalista e “per bene”, si sarebbe lasciata per pavidità dominare dalla magistratura “rossa”.
Ricordo in particolare che, nel pieno dello “spirito del ‘68”, quando la Cina di Mao sembrava “vicina” (e infatti veniva lodata nel volume Stato e Costituzione in Cina, Mazzotta 1977, da due giudici di MD: Francesco Misiani e Franco Marrone), la “corrente” tradizionalista denominata “Magistratura Indipendente” raggiunse il massimo della sua forza, e soprattutto svolse una vivace ed intensa attività, coronata dal consenso.
La approvazione, sembra distrattamente, da parte di una assemblea di Magistratura Democratica tenuta il 30 novembre 1969 in Bologna di un ordine del giorno in cui si criticavano alcune iniziativa giudiziarie per “reati di opinione”, scatenò un putiferio.
La energica reazione di gran parte dei magistrati indusse l’ala più moderata di MD, guidata da Beria d’Argentine ad uscire dalla corrente fondando il movimento “Impegno Costituzionale” (e la rivista Giustizia e Costituzione).
Impegno costituzionale tentò di mantenere in piedi la coalizione “di governo” con MD e con la corrente di “centro” Terzo Potere, cioè il “cartello” che aveva conquistato nel 1968 il Consiglio Superiore della Magistratura, ed esprimeva la giunta esecutiva della ANM, emarginando la “destra” di Magistratura Indipendente.
Questo tentativo naufragò quando il 24 maggio 1970 i “moderati” di Magistratura Indipendente affluirono, a sorpresa, a Roma con treni e pullman per partecipare ad una assemblea della ANM, cui presentarono una mozione di sfiducia al Comitato Direttivo Centrale con la richiesta di nuove elezioni. In un acceso clima, sorsero contestazioni circa le modalità di voto, e l’assemblea si spaccò in due assemblee (quella di MI con 217 presenze, mentre l’altra contava un 150 presenze) con due diversi presidenti e due diversi esiti.
Il pericolo di una scissione impose alla maggioranza di sinistra di indire nuove elezioni (5-6-7 luglio 1970) in cui MI passò dal 40 al 45% dei suffragi (da 14 a 16 seggi) MD passò da 10 a 5 seggi (dal 27% al 13,5% dei voti), Terzo potere da 12 a 9 seggi (dal 33 al 26%), mentre 6 seggi (15,63%) furono conquistati da Unità associativa (composta da magistrati usciti da MD e da Terzo Potere).
Seguì un tentativo di ricostituzione del “cartello” di centrosinistra, ma infine il 3 ottobre 1970 si formò una giunta a presidenza di Nicola Serra (MI) che escludeva MD.
Questa svolta preparò l’esito delle elezioni del CSM del 1972 in cui Magistratura Indipendente (con l’appoggio di una parte di Terzo Potere) conquistò tutti i 14 seggi disponibili, mediante un voto massiccio e disciplinato.
L’esito di queste votazioni diede forza alla richiesta degli “apolitici”, di adottare anche per il CSM un sistema elettorale proporzionale.
I sistemi proporzionali, con votazioni a scrutinio segreto, agevolarono –anche nella ANM- la massiccia partecipazione dei magistrati; e garantirono, nei limiti che sono propri di ogni meccanismo elettorale, la “rappresentatività” delle cariche associative.
Molto più difficile è, ovviamente, un bilancio di quanto accadde negli uffici: i magistrati “democratici” sbaragliarono abbastanza agevolmente i “capi” anche perché la gran parte degli stessi capi non chiedeva di meglio che dichiararsi battuta declinando ogni responsabilità per quanto andava accadendo.
I “democratici” non riuscirono però ad impadronirsi degli uffici, neanche degli uffici “chiave” (procure della repubblica, sezioni lavoro delle preture) ove pur tendevano a concentrarsi, e dove la loro influenza fu senza dubbio molto rilevante; in quasi tutti questi uffici erano infatti presenti, e spesso prevalevano i magistrati tradizionalisti
5. Le radici ideali nello scontro con le “toghe rosse”
Chi ama ricostruire gli eventi umani secondo precise rappresentazioni geometriche, può individuare molteplici direttrici convergenti attraverso cui le “toghe rosse” miravano a colpire al cuore lo “stato borghese”.
Ne accenno alcune.
Una prima linea era costituita dalla demolizione di tutti quei presidi giuridici che tutelavano i valori dello Stato; rientrano in quest’ottica la disapplicazione delle norme che vietavano (e tuttora vieterebbero) il vilipendio dell’esercito, della polizia, della Religione dello Stato, lo sconvolgimento del comune senso del pudore, la istigazione e la apologia dei delitti, la propaganda dei contraccettivi.
Una seconda comportava la disarticolazione della polizia come forza capace di garantire l’ordine pubblico. Di qui la frequente incriminazione di uomini delle forze dell’ordine, il rifiuto di riconoscere la loro credibilità come testimoni, le assoluzioni, o comunque il mite trattamento dei rei di oltraggio, la “disapplicazione” dei fogli di via obbligatorio…
Una terza trasformava il processo penale in senso “garantista”, negando il valore probatorio delle inchieste di polizia.
Una quarta tendeva a modificare i “rapporti di forza” nei luoghi di lavoro; sia demolendo i poteri direttivi dei datori di lavoro, sia attribuendo il monopolio della rappresentanza dei lavoratori alla “trimurti” sindacale dominata dai comunisti della CGIL. Tale monopolio veniva rafforzato anche negando interventi repressivi nei confronti di atti di “violenza sindacale”: occupazione di fabbriche, picchettaggio, molestie ai lavoratori non sindacalizzati.
Una quinta contestava la applicazione delle sanzioni penali ai più comuni reati di carattere teppistico: scippi, furti, detenzione di arnesi atti allo scasso…
Una sesta puntava su una severa repressione dei reati “neri”, connessi al “pericolo fascista”.
Basta scorrere un repertorio di giurisprudenza per rendersi conto che la maggioranza dei provvedimenti giudiziari non si piegò a queste linee di tendenza. Così per fare un solo ovvio esempio, fu costantemente riconosciuta la rappresentatività del sindacato di destra CISNAL.
Si deve poi sottolineare che in molte di queste “direttrici di marcia” la sinistra giudiziaria si trovò a percorrere vie che coincidevano con spinte presenti in tutto il mondo occidentale. E’, ad esempio, molto difficile sceverare quale parte della giurisprudenza che ha via superato il concetto di “spettacolo osceno” abbia rispecchiato un’adesione alla “rivoluzione sessuale rossa”; e quale invece sia semplicemente frutto della trasformazione edonistica e libertaria della nostra società. Certo i giudici che condannarono per oltraggio al pudore il regista del film “Ultimo tango a Parigi” erano di orientamento tradizionalista; ma non è vero il contrario, cioè che coloro che ritengono leciti i film di Bertolucci o di Pasolini siano tutti sovversivi rossi[30][31]. Oggi nessuno si scandalizzerebbe più leggendo le interviste a spregiudicate studentesse (“se potessi usare i contraccettivi non mi porrei il problema di limiti”) che pubblicate nel 1966 sul giornalino del Liceo “Parini” di Milano scatenarono un terremoto, le cui ripercussioni travolsero il Presidente della Associazione Nazionale Magistrati (reo di aver preso le distanze dal sostituto che istruiva il relativo processo penale).
Per altro verso, poteva – per fortuna- accadere che specie nelle procedure ove era decisivo l’accertamento dei fatti, giudici comunemente indicati come “di sinistra” ricostruissero gli eventi in termini non graditi alla sinistra politica.
Né sta scritto da nessuna parte che chi riconosce i diritti dei lavoratori in fabbrica sia necessariamente un eversore.
Del resto, l’evoluzione degli umani eventi ha portato gran parte della destra italiana ben lontano da quei principi di “law and order” che solitamente piacciono alle destre; quindi credo che molti degli odierni esponenti del “polo” inorridirebbero leggendo le sentenze penali che noi scrivevamo negli anni ’70; mentre si compiacerebbero alla vista dei provvedimenti allora firmati dai “giudici d’assalto”.
6. Gli omicidi Calabresi e Coco, il rapimento di Sossi
I momenti di scontro più aspro fra “apolitici” e “politici di sinistra” coincisero con l’inizio del terrorismo. L’omicidio Calabresi (17 maggio 1972), il rapimento di Mario Sossi (18 aprile 1974), ed il conseguente omicidio (8 giugno 1976) del procuratore generale di Genova Francesco Coco, che si era virilmente opposto allo “scambio” fra Sossi e alcuni brigatisti detenuti, attizzarono il clima di sospetto e di frattura.
A molti di noi, magistrati “non di sinistra”, sembrò che gli attacchi di Magistratura Democratica a Calabresi, Sossi e Coco avessero contribuito a creare -ovviamente contro l’intenzione dei colleghi di MD- un clima politico di tensione in cui era maturata la violenza. Dopo l’omicidio di Francesco Coco, Magistratura Indipendente denunciò “la responsabilità morale di quanti, a qualsiasi livello e, purtroppo, anche all’interno dell’ordine giudiziario, hanno contribuito con faziose e distorte polemiche a fornire una sorta di ‘alibi psicologico’ ai barbari uccisori”. Erano parole dure e probabilmente ingiuste ma rispecchiano i sentimenti di quel momento.
I colleghi di Magistratura Democratica ci apparivano lenti e timidi nel prender atto che le Brigate rosse erano appunto “rosse”; mentre si deve dar atto che furono subito risolutamente contrari alla violenza politica di cui le BR erano l’espressione più grave. La difesa, da parte della sinistra politica e di MD, dell’avv.to Lazagna (medaglia d’argento della guerra di liberazione) incriminato da Giancarlo Caselli come partecipe delle Brigate Rosse non nasceva forse solo dal garantismo delineato da Palombarini (pag.97 del suo volume”Giudici a sinistra”), fu forse anche l’ultimo disperato tentativo di negare il colore rosso delle BR, di sostenere la menzogna secondo cui erano “brigate nere laccate di rosso” ( i giornalisti di regime pagati con il denaro di tutti i contribuenti parlavano allora di “sedicenti brigatisti che si autodefiniscono rossi”).
Poi, come già ho ricordato, la situazione si evolse; colleghi di Magistratura Democratica o comunque “di sinistra” si schierarono in prima fila nella lotta ai terroristi; mentre dietro le stragi affiorò la mano di uomini dello Stato.
Il piombo falciò magistrati di tutte le tendenze; anche solo tentare di classificarli secondo le ideologie politiche o gli schieramenti di corrente mi sembrerebbe irriverente. Furono tutti giudici della Repubblica.
Non solo, nei pool creati per la lotta al terrorismo e alla mafia, ma in tutti gli uffici giudiziari si andò formando un nuovo modo di essere giudice, in cui non aveva importanza, o aveva comunque molto meno importanza, sapere a quale corrente della magistratura aderiva il singolo magistrato.
7. La natura di Magistratura Democratica
Molti anni di più o meno pacifica convivenza ci hanno consentito di meglio intendere la natura di Magistratura Democratica.
Essa è un soggetto in qualche misura anomalo nell’ambito della magistratura, in quanto inquadra la sua azione in una ideologia di carattere politico; quindi essa è contemporaneamente una componente della magistratura ed un componente della politica italiana, ove opera con una precisa collocazione ed una specifica legittimazione. Gli altri gruppi o correnti (ed in particolare Magistratura Indipendente ed Unicost) si propongono invece una azione più limitata, ristretta alla tutela degli interessi della giurisdizione e della giustizia e dunque si qualificano sinteticamente come “apolitici”.
Livio Pepino, presidente di MD, scrive “L’opzione di sinistra di MD, la sua “scelta di campo”, il suo “sentirsi dalla parte dei soggetti sottoproletari, e sentirsi `da questa parte’ come giuristi, con le risorse e gli strumenti propri dei giuristi», la ricerca di collegamenti con il variegato arcipelago della sinistra sono espliciti. Ma considerare questa opzione come collateralismo politico con i partiti della sinistra, e in particolare con il Pci (e i suoi eredi), è frutto di superficialità o di strumentalizzazione politica. Nulla di nuovo né di anomalo sarebbe ravvisabile in posizioni siffatte, data l’esistenza, all’interno della magistratura, di ben altri collateralismi con il potere (talora financo con quello illegale). Ma così non è stato, e non è. La collocazione (dichiarata e trasparente) di Md nella cultura e nell’area progressista, lungi dal produrre fenomeni di subalternità o di fiancheggiamento, è stata stimolo per una più rigorosa autonomia, al punto che la storia del gruppo è stata ed è, nel rapporto con le organizzazioni politiche della sinistra, storia di scontri assai più che di convergenze” (Appunti per una storia di Magistratura Democratica, in Questione Giustizia, 1/2002, 111). Come si vede Pepino contesta (personalmente credo a ragione) che MD sia subalterna o collaterale ad qualsivoglia forza politica di sinistra; ma conferma che la stessa MD è una forza politica di sinistra (autonoma fin che si vuole).
Da questa situazione nasce una certa eterogeneità o disomogeneità fra M.D. e gli altri gruppi di magistrati, eterogeneità che suscita inevitabili forti conflitti quando M.D. esercita la sua “politicità” nei confronti della giurisdizione, o della disciplina dei magistrati. E’ appena il caso di ricordare gli scontri suscitati dalle così dette “interferenze” su comportamenti di colleghi in sede giudiziaria.
La eterogeneità di M.D. non crea, invece, soverchi problemi quando M.D. esercita la sua politicità su problemi non giudiziari; si occupa, ad esempio, come spesso accaduto di relazioni internazionali.
Le prese di posizione sulla guerra del Golfo, hanno certo suscitato fastidio ed irritazione fra i magistrati che gravitano nell’area di M.I. ed Unicost e avrebbero creato qualche difficoltà se all’epoca MD avesse fatto parte della Giunta Esecutiva della A.N.M. Tuttavia l’attacco alla Nazioni Unite ha creato molti meno problemi di quanti ne avrebbe suscitato un eventuale attacco agli orientamenti di una sezione civile del Tribunale di Roma.
8. Bipolarismo e magistratura
Per una curiosa beffa della storia, magistrati “di sinistra” e “apolitici” si sono a lungo contrapposti nei giorni della “repubblica conciliare” Quando gli uomini politici “moderati”, che collaboravano serenamente con il Partito Comunista, guardavano con fastidio e malcelata diffidenza a quei giudici -ai loro occhi- retrogradi ed anacronistici che ancora si attardavano a polemizzare con Magistratura Democratica.
Invece la politica italiana ha iniziato una, sia pur forse precaria, stagione di bipolarismo proprio nel momento in cui nella magistratura sfumavano la rilevanza ed il peso delle distinzioni, del bipolarismo tradizionale.
A guardar bene all’interno della struttura giudiziaria si vede, o per lo meno io credo di vedere, che destra e sinistra hanno perso gran parte del loro significato.
Lottare con maggiore o minore forza contro la criminalità, essere più o meno sensibile ai diritti della difesa, utilizzare la carcerazione preventiva con maggiore o minore asprezza, dare o meno credito ai pentiti, persino essere più o meno favorevole ai lavoratori dipendenti, gradire o meno la pubblicità; sono tutte scelte dei giudici che non dipendono dalle opzioni politiche, ma da considerazioni etiche, sul proprio ruolo e sulla propria dignità professionale. E sovente assistiamo a curiosi fenomeni di “assonanze incrociate”. Per cui, alcune tesi del polo o comunque dell’avvocatura organizzata – che appare al polo assai vicina- sembrano trovare più rispondenza nelle dichiarazioni del segretario nazionale di Magistratura Democratica, che in quelle di certi esponenti di “Magistratura Indipendente”, comunemente indicata come la “destra” della magistratura.
In verità, fra i magistrati “non di sinistra” appaiono largamente (ancorchè certo non unanimemente) diffuse concezioni sgradite a buona parte del mondo politico e culturale “non di sinistra”. Alludo, ad esempio, alle tesi secondo cui il processo, ed in particolare il processo penale, è uno strumento di ricerca della verità e dunque il diritto processuale dovrebbe essere ispirato al principio della salvaguardia delle fonti di prova , anche se l’assunzione non sia avvenuta nel contraddittorio con la difesa (si veda il “manifesto” del marzo 1990 per la riforma del nuovo codice di procedura penale).
Del pari, suscita stupore, specie nel mondo accademico più tradizionalista, il fatto che la gran parte dei magistrati “non di sinistra” sia contraria alla restaurazione di una meritocrazia fondata sulla piramide giudiziaria, secondo cui i migliori, selezionati per gli uffici di vertice (Cassazione, uffici direttivi) sono “superiori” rispetto a coloro che occupano ad esempio uffici di primo grado.
L’avversione alla “separazione delle carriere” fra giudicanti e pubblici ministeri è poi comune al 90% dei magistrati; ed i rari sostenitori di questa riforma sono equamente distribuiti in tutti gli schieramenti.
Ciascuno di questi problemi richiederebbe per sé solo un lungo studio; mi sono perciò limitato a fugaci cenni, indispensabili per la proficua impostazione di questo scritto. Il cui obbiettivo non è certo affrontare analiticamente l’ampia e complessa tematica della giustizia.
9. Ma cosa significa essere moderati?
Ritengo opportuno concludere con qualche riflessione.
La riflessione critica, la elaborazione culturale, sono l’humus che alimenta la libertà. Quindi è di per sé positivo aprire luoghi e spazi di riflessione.
Non vi è accusa per quanto aspra che, se correttamente argomentata, non meriti di essere razionalmente discussa ed affrontata in un’ottica costruttiva; cioè in un’ottica adeguata a questa prestigiosa sede culturale, alla ricerca di spazi di riflessione che si collochino al di sopra delle pur legittime polemiche contingenti.
Ma vi sono ulteriori considerazioni che ritengo doveroso esporre.
Si parla sovente di “moderati”. Cosa significa “moderato”, cosa significa “moderatismo”?
Moderato è un aggettivo, è un attributo dai molti significati, che si colora diversamente a seconda dei termini con cui si collega o a cui si contrappone. Ed in alcune accezioni la parola assume significati che non mi paiono accettabili.
Così ad esempio nel vocabolario “sinistrese” che non mi è proprio, i “moderati” popolano uno dei vagoni (degli ultimi vagoni) in cui si articola quel treno del progresso cui ho testè alluso.
Né apprezzo un moderatismo che sia sinonimo di tiepidezza nelle convinzioni, nelle scelte etiche. Credo che i valori meritino impegno, passione, sacrificio; non si può essere “moderatamente” contrari alle prevaricazioni, agli abusi. O, come Ponzio Pilato, ricercare “moderatamente” la giustizia.
Invece nessuno dubita che sia un pregio la moderatezza nella esposizione delle idee e delle convinzioni, senza ricorrere per affermarle né alla forza né a espressioni verbali cariche di arroganza o violenza. Ma in questo senso anche Fausto Bertinotti è un moderato.
Ritengo però che il termine moderato possa avere un significato più pregnante. Che vi sia una moderazione che non nasce dal relativismo o dall’indifferenza; ma dalla profonda convinzione che la civiltà si sostanzia in un complesso articolato di valori, che possono in taluni momenti apparirci in conflitto fra di loro; dalla consapevolezza che l’appassionata adesione al buono ed al vero nel proprio impegno individuale, deve misurarsi e raccordarsi, nel passaggio dalla dimensione individuale a quella sociale con le imperfezioni proprie della natura umana, e con le esigenze della vita collettiva.
E’ compito alto della politica, intesa non soltanto come attività di partiti, ma come azione sociale di tutti coloro che godono del “jus activae civitatis” collocare l’insieme dei valori positivi in un quadro il più possibile armonico, e raccordato con la realtà umana e con i problemi del nostro tempo.
Cogliere uno solo dei principi etici dell’uomo e costruire intorno ad esso una struttura sociale che calpesti altri principi ed altri valori, è proprio dei totalitarismi.
Sull’esaltazione senza limiti e senza contrappesi del principio di uguaglianza si è costituito il totalitarismo marxista.
Su un piano più concreto ed attuale, è sotto gli occhi di tutti come le polemiche assolutistiche impoveriscano il dibatto sulla giustizia, trasformando la discussione a più voci in uno scontro frontale fra due fazioni; ciascuna delle quali erge a propria bandiera un valore un principio, lo assolutizza, ne fa l’unico bene; ponendo un’alternativa: “o con me o contro di me”. Così sentiamo dire che vi è un “partito dei giudici” , un “partito degli avvocati”, o peggio un “partito di mani pulite” ed un “partito degli indagati”. Assistiamo alla esaltazione di alcuni, quasi che una loro macchia potesse travolgere la giustizia stessa; ovvero alla demonizzazione di altri.
La giustizia è invece, per definizione, luogo di raccordo e di equilibrio di esigenze differenti; e il processo è uno strumento con scopi importantissimi, ma specifici e limitati.
Lo stesso termine di “processo” sottolinea poi la attività di più soggetti che concorrono ad un “procedere” cioè ad un cammino verso la verità (sia pur nella limitata accezione di verità processuale); e che in questo procedere debbono rispettare un complesso insieme di valori e perciò di regole apparentemente formali ma che costituiscono espressione di quei valori.
Per affrontate i problemi della giustizia è necessario, almeno nella mia concezione, valorizzare il dubbio concepito non come il malinconico mare in cui sfociano i tentativi di ricerca della verità ma come lo strumento primo di ricerca per la costruzione del “bene comune”.
Occorre prendere atto che un sistema giudiziario degno di un Paese civile deve perseguire contemporaneamente molti obbiettivi e rispondere a molte esigenze; che il problema della giustizia si ripresenta ad ogni generazione ed in ogni luogo. Alcuni ritengono che esso sia stato risolto in un qualche momento del passato (forse quando la giustizia era amministrata da giudici disciplinati e silenziosi), o che sia oggi risolto in qualche società diversa dalla nostra (forse nella mitica America del processo accusatorio).
Personalmente sono convinto che la giustizia, come la libertà, l’uguaglianza, la democrazia, costituisca uno degli ideali che possono nobilitare la nostra vita. Ma nessuno sarebbe lontano da essa come chi, chiuso nella prospettazione in cui ci collocano le nostre esperienze professionali e di vita, si illudesse di averlo compiutamente raggiunto, conquistato, definitivamente fatto proprio.
Il 1° luglio 1997 si svolse presso la sede della rivista Ideazione un incontro fra uomini politici, uomini di cultura, magistrati (questo scritto ne è la relazione introduttiva con alcune aggiunte ed integrazioni) . Il fatto in sé è banale, anzi banalissimo.
La sinistra organizza quasi ogni giorno un convegno utilizzando simili ingredienti. E da qualche tempo coinvolge magnanimamente anche giudici “non di sinistra”.
Invece Ideazione si colloca nell’area di centro-destra; e al seminario da essa organizzato parteciparono magistrati e politici non appartenenti all’area di sinistra.
Ciò rappresentò (e purtroppo ancora rappresenta) una novità. Specie se si considera che erano presenti giudici come Maddalena, Agnoli, Cornetta (prematuramente da poco scomparso), fortemente rappresentativi dei sentimenti e delle convinzioni della categoria, che si battono contro la “sinistra giudiziaria” dal 1968. Questa circostanza non ha però reso più facile il dialogo.
I giudici che per tanti anni hanno condotto una dura battaglia anti-marxista assistono con profonda amarezza a certe posizioni del polo delle libertà. Avvertono il pericolo che la politica della giustizia del “polo” consegni il governo della magistratura alla sinistra.
Perciò alcuni interventi di magistrati che, come Romano Ricciotti, hanno nei loro processi coraggiosamente cercato ed affermato la verità anche quando questa era sgradita alla sinistra subendo da essa attacchi intimidatori, sono stati particolarmente fermi e puntuali.
Mentre l’altra parte era rappresentata da politici, di Forza Italia e di Alleanza Nazionale, come Anedda, Pera, Maceratini, Lisi, tutt’altro che teneri nei confronti della Associazione Nazionale Magistrati. E quindi non sono mancate le polemiche.
Ma l’obbiettivo degli organizzatori non era certo un frettoloso abbraccio, né predisporre uno dei tanti “pateracchi” che intossicano la vita politica e sociale del nostro Paese.
Era porre un punto di partenza per un discorso franco, leale, come ha sottolineato l’on. Mantovano nella sua introduzione, non inquinato da sotterfugi od obbiettivi a breve termine. E questo risultato è stato raggiunto attraverso cinque ore di dibattito appassionato; in cui uomini di cultura hanno svolto un importante ruolo. Un intervento di Marco Ronco ha -quasi alla conclusione dei lavori- individuato la via da seguire: avviare una discussione che in primo luogo miri a definire i valori su cui intendiamo costruire un itinerario di idee.
Sull’argomento si vedano i due scritti contrapposti di Ricciotti e di Pera pubblicati su Ideazione n. 5/1997.
Forse questo incontro ha in qualche misura preparato il cauto disgelo, manifestatosi di recente nell’incontro fra ANM e Polo del 10 dicembre 1999.
Ancora il 14 novembre 1972 la FLM osava indirizzare a tutti “i giudici di Magistratura Democratica” e di “Impegno Costituzionale” una circolare in cui li si invitava a compilare una scheda per il rilevamento di tutti i processi “sulla repressione antisindacale”; contro tale circolare protestò il segretario piemontese di MD (Violante), ma essa fu difesa dalla rivista culturale di MD (Qualegiustizia). La vicenda è documentata sul n. 11-12/1974 de La Magistratura.
Di: Alessandro Donia