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Scarsa lingua di terra che orla il mare

Premetto che l’ambiente non è né di destra né di sinistra e  che vivere in un ambiente geografico sicuro è nell’interesse di tutti gli Italiani. Quello che sta accadendo in Liguria, terra nella quale sono nata, e naturale porta del Nord-Italia e del Nord-Europa, per tutti quelli che vengono a respirare un po’ d’aria di mare nel mentre fanno qualche romantica passeggiata, è semplicemente catastrofico. E non è un’iperbole. Le Cinque Terre, che sono tra le più pittoresche località della Liguria, d’Italia e del mondo, all’improvviso si sono trasformate in un paesaggio spettrale. L’immagine di Monterosso annegata sotto un fiume di fango e di detriti è semplicemente angosciante (video). Lo stesso dicasi per Vernazza dove la Torre Doria emerge da acque marron invece che azzurre e il grazioso porticciolo è diventato simile ad una discarica (qui il video).
Anche Bonassola e Levanto, ridenti località del levante ligure sono ridotte allo stesso cupo scenario, mentre c’è stata una frana nella penisola di Sestri Levante. Il risultato di tutto ciò è una regione-regina in ginocchio e isolata dalle vie di comunicazione autostradali e ferroviarie. Scarseggia tutto, anche i generi di prima necessità e molti degli aiuti devono arrivare via mare.   
Ma torno alle Cinque Terre, famose in tutto il mondo e, mèta irrinunciabile di turisti provenienti dai 4 angoli del pianeta, classificate quale “patrimonio dell’Umanità” dalla solita Unesco, classificazione opinabile, dal momento che la terra dovrebbe essere innanzitutto di chi vi è nato e vi risiede. 
C’è da chiedersi perché queste piccole roccaforti a picco sul mare, che resistettero agli assalti dei saraceni, dei turchi, dei pirati, di tutte le intemperie, dei fortunali e dei venti che le hanno flagellate nel corso dei secoli,  si stanno sgretolando proprio ora. Sembra quasi la triste metafora del nostro bel Paese. Troppa pressione turistica,  troppe infrastrutture attrezzate ad uso esclusivo del turismo creano un impatto ambientale simile a quei campi coltivati esclusivamente a granoturco. Poi si depauperano e diventano sterili. Intere fasce di irti colli abbandonati, laddove un tempo c’erano terrazzamenti finemente coltivati a ulivi e viti recintati da sapienti  muretti a secco, ora franano impietosamente, trascinandosi dietro pezzi di montagne, cascate d’acqua, fango, tronchi e detriti. Siamo dunque al turismo come monocoltura e i risultati sono sotto ai nostri occhi.
E improvvisamente…l’ estate scorsa, (la mia, nella fattispecie) a Monterosso diventa un lontano ricordo di giorni azzurri e sereni  con gli agavi che svettano controluce, un gatto che dorme all’ombra di una grossa anfora di coccio su una terrazza sul mare –  giorni che ora sembrano remoti come un vecchio album di fotografie.
Monterosso, il borgo marinaro, già solatia residenza di Eugenio Montale, piegato, distrutto dalla furia delle acque che sono scrosciate dal monte in pochi attimi insieme alla vicina Vernazza. Ci vogliono intere generazioni per costruire, ma basta un attimo per distruggere tutto. Colgo qui l’occasione per fare un encomio della  dignità burbanzosa del popolo ligure sempre così laconico e taciturno che ora si ritrova ad affrontare la dura realtà della mesta conta dei danni, delle vite spezzate (finora sette, più numerosi dispersi), senza tragedie greche, senza sceneggiate napoletane.  Specie quelli dei paesi dell’entroterra spezzino della Val di Vara come Brugnato, Borghetto Vara, di Sesta Godano,  della Val di Magra, della Lunigiana, gente assai più modesta di quella della fascia costiera; gente  che si è costruita la casa e qualche esercizio commerciale con grande sacrificio, ma che ora, oltre ai morti, ha perso davvero tutto.
Sarà per tutti costoro un triste ponte dei santi e dei morti (non chiamatelo Halloween, per carità di patria!). E ancora voglio ricordare la graziosa Bocca di Magra, che fu la residenza estiva di Elio Vittorini e di Vittorio Sereni,  diventata un cimitero delle barche e delle auto introvabili, mentre l’acqua del Magra sale ai primi piani delle case. La parola d’ordine d’ora in poi sarà dragare  e monitorare i greti dei fiumi, altrimenti creano tappi e alluvioni. Infischiandosene dei verdi talebani che quando vedono qualche vecchio contadino ripulire i greti dai tronchi d’alberi si precipitano a imperdirglielo. Ma cos’hanno costoro al posto del cervello?
Ma soprattutto occorre una diversa direttrice di marcia, se non vogliamo ritrovarci ancora in balia dei cataclismi, peraltro inevitabili.

Poiché quello che non sono riusciti a fare gli agenti atmosferici nel corso  dei secoli, quello che non hanno fatto i predoni del mare, lo ha fatto il mercato, la cementificazione, l’eccesso di impatto turistico, di motorizzazione. Ridare la Liguria ai suoi poeti, ai suoi santi e ai suoi navigatori è solo un impossibile sogno. Ma qualcosa per salvarla dal suo dissesto idrogeologico bisognerà pur fare. 

  
Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi, morsa            
dal sale come anello d’ancoraggio;         
percossa dalla fersa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l’alghe e le procellarie
– ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
l’immagine di te sempre nel cuore…
(Camillo Sbarbaro)

TELEFONO SOLIDALE per alluvionati – Dalle 19, 30 di giovedì 27 ottobre è aperto il  numero solidale 45500 a cui inviare SMS da cellulari TIM, Vodafone, Wind, 3, Postemobile e Tiscali oppure chiamando da rete fissa Telecom Italia, Fastweb e Tiscali e Tele Tu. Il valore della donazione per ciascun messaggio è di 2 euro. Il numero resta attivo fino al 28 novembre. Come ho fatto per l’alluvione a Vicenza dello scorso anno, io ho  aderito.