Inizia il rimpatrio di 6.000 tunisini!

Lampedusa – Con una manovra imprevista che ha del clamoroso e che non rispecchia le ultime uscite in pubblico e sulla stampa, il premier Silvio Berlusconi ha dato inizio a quella che è stata denominata “operazione come back“. La San Marco ha attraccato nel porto dell’isola in tarda mattinata sgomberando di fatto gli oltre 800 nuovi clandestini approdati con quattro barconi nella giornata di ieri e che avevano portato a 7.000 il numero degli immigrati arrivati negli ultimi giorni sulle coste lampedusiane.
Ma la notizia che sta prendendo corpo nelle ultime ore è che altre cinque navi tra cui la Excelior starebbero per caricare tra oggi e domani dalla stessa Lampedusa e dagli altri porti dove inizialmente erano destinati un carico complessivo di oltre 5.000 persone lasciandone quindi meno di un migliaio nel centro di accoglienza di Manduria.
Alcuni disordini sorti nelle aree dell’imbarco per mano degli stessi tunisini sono stati sedati da un nutrito numero di forze dell’ordine in tenuta da antisommossa. Non si sa ancora quali siano, a questo punto, le intenzioni del governo riguardo questi ultimi mille tunisini rimasti ma appare certo, dalle parole del premier, quella che sarà invece la destinazione degli altri seimila – «La riunione straordinaria tenuta ieri in sede di governo ha consolidato la nostra decisione di rimpatriare gli africani che sono arrivati a Lampedusa negli ultimi giorni. Una decisione che era già stata pianificata ma che non era stata consegnata ai mezzi di informazione volendo puntare su un effetto “sorpresa” atto a ridurre al minimo ogni possibile tumulto e dissapore da parte degli immigrati». Si apprende che la sinistra è insorta e sta organizzando delle grandi manifestazioni di protesta, rivolgendosi alla stessa unione europea per screditare il governo affinchè si prendano dei seri e pesanti provvedimenti per impedire alle navi di fare rotta su Tunisi con il loro “carico della disperazione”. Interrogato a tale proposito il premier avrebbe negato ogni possibile opposizione e ripensamento – «sono consapevole di quanto la sinistra stia tentando di fare e di come l’unione europea si solleverà contro il mio governo» – prosegue il premier – «tuttavia non è ammissibile che una tale migrazione di massa arrivi a minare le basi di sicurezza, economia e sociali della nostra Italia. Le mie dichiarazioni del 30 marzo in sede di Lampedusa erano palesemente a favore si del popolo dell’isola, ma anche della penisola italiana intera che deve assolutamente e immediatamente essere salvata dalla piaga di questa migrazione biblica» – ha aggiunto il premier. Alla domanda sulla presumibile reazione della Tunisia riguardo i rimpatri forzati, Silvio Berlusconi conclude – «non vi è stata alcuna collaborazione da parte del governo di Tunisi su quelli che ricordo essere solo dei clandestini. Questa decisione peserà perciò più sul loro capo che sul nostro».
Si prevede quindi che in serata inizino i primi sbarchi e rimpatri a Tunisi.

[fonte: il nuovo patriota]

AMICI PATRIOTI,
CHIARAMENTE QUANTO AVETE LETTO
NON E’ NOTIZIA TRAPELATA DAI QUOTIDIANI
MA COSTRUITA AD ARTE DA IL NUOVO PATRIOTA
PER FAR SORRIDERE E SPERARE
IN QUESTO PRIMO DI APRILE
CON UN PESCE CHE OGNI ITALIANO
SI AUGURA POSSA CORRISPONDERE AL VERO.
LA CRONACA DICE INVECE
CHE
IL PREMIER SEGUITA
A FARE
GLI INTERESSI DI QUESTE MASSE DI CLANDESTINI
SENZA ARTE NE’ PARTE.

PER AMMASSARLI NELLE NOSTRE BELLE

CITTA’ ITALIANE E CONTRASTANDO
CON QUANTO GLI ELETTORI
DESIDERAVANO
IN SEDE DI VOTO
E IN SEGUITO ALLE MENZOGNE
PROMESSE DA PDL E LEGA.

IERI, OGGI E DOMANI
UNA SOLA FEDE
UNA SOLA PAROLA:

RESPINGIMENTI!!!


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+nuovopatriota+

Colpiti anche dalla Francia!

Ventimiglia – Da febbraio Parigi deporta oltre cento irregolari al giorno in Italia. La cittadina ligure, al confine con la Francia, è vicina al collasso. Magrebini senza documenti caricati su treni diretti nel nostro Paese o portati alla frontiera.
«Loro fanno le guerre per il petrolio e noi dobbiamo pagare le conseguenze – spiega un edicolante vicino alla stazione, mentre osserva il via vai di nordafricani -. Ormai sono giorni e giorni che viviamo assediati da migliaia di magrebini che vivono per terra in attesa di chissà che cosa». Ventimiglia, terra di frontiera fra i due Paesi, è il perfetto fermo immagine di questa surreale situazione.
Basta passeggiare per le vie del centro di Ventimiglia, a meno di dieci chilometri dal confine con la Francia, per capire i riflessi che sta provocando la situazione del nord Africa. La cittadina è ormai da circa un mese assediata da immigrati diretti nel nord Europa, ma riportati in Italia dalle autorità francesi.
È capitato che alcuni extracomunitari siano stati condotti entro i nostri confini solo perché trovati con uno scontrino fiscale italiano in tasca. A Ventimiglia la situazione più difficile si sta vivendo alla stazione, divenuta ormai un dormitorio, con condizioni igieniche al limite.
Gli immigrati fermati in Francia vengano «informalmente» fatti salire su treni diretti in Italia o addirittura portati fisicamente e lasciati a pochi metri dal confine. Persone che vengono identificate e poi espulse, ma che in realtà, vista la saturazione dei vari centri d’accoglienza italiani, divengono potenziale manovalanza a basso costo per la criminalità.

[fonte: un quotidiano dalla rete]

ECCO LA SITUAZIONE CHE MOLTI ITALIANI
NON CONOSCONO NEPPURE:
GLI INVASORI INDESIDERATI SBARCATI
A LAMPEDUSA PROMETTONO DI
VOLER LASCIARE L’ITALIA CON
DESTINAZIONE FRANCIA.
QUESTA E’ LA RISPOSTA FRANCESE!
NON ILLUDIAMOCI, IL PROBLEMA
NON SARA’ RISOLTO FACILMENTE.
GLI INVASORI, CHE AL MOMENTO
DELLO SBARCO COSTANO 180 EURO
AL GIORNO E A TESTA (DA MOLTIPLICARE
PER I PRIMI 18.000 GIA’ SBARCATI NEL 2011),
SONO DESTINATI A RESTARE
UN DRAMMA ESCLUSIVAMENTE NOSTRO.
NON ESISTONO ALTERNATIVE SE
NON I LORO RIMPATRI TOTALI
E IMMEDIATI.
LA QUESTIONE RAZZISMO NON ESISTE:
SIAMO DI FRONTE A UNA VERA
E NECESSARIA SOPRAVVIVENZA
DEL POPOLO ITALIANO AUTOCTONO.
PER I PROSSIMI BARCONI IN ARRIVO
UNA SOLA PAROLA, UNA FEDE:
RESPINGIMENTI!!!


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+nuovopatriota+

Le antimemorie di Mario Soldati

Incontrare Mario Soldati per Tellaro di Lerici non era difficile. Il piccolo borgo marinaro di poche anime, considerato tra i più suggestivi della Riviera ligure, è stato davvero animato e impreziosito dalla sua simpatica presenza. E ora che Soldati non c’è più (non vedrà il “nuovo mondo” del 2000 per sua fortuna, poiché morì nel 1999), manca davvero qualcosa d’ importante. Egli stesso non disdegnava interminabili partite a carte coi pescatori del luogo, allietate da una buona bottiglia di vino. A quel tempo la sottoscritta faceva collaborazioni saltuarie per un periodico femminile del Canton Ticino, sicché non ebbi difficoltà ad incontrarlo, pensando alla fatidica intervista. Ma la verità è che Soldati, che aveva allora ottantotto anni, mantenne fino all’ultimo il cipiglio burbanzoso, ma bonario del regista e l’intervista se la fece praticamente da sé, decidendone i modi e i tempi. Avevo diligentemente predisposto una scaletta, ma ben presto mi resi conto che avrei dovuto sottopormi alla non facile impresa di seguirlo nelle sue scarmigliate memorie. Anzi, “antimemorie” . In Via D.H. Lawrence, poeta e scrittore inglese da lui amato, nascosta tra il verde.argenteo degli ulivi, quello più scuro dei lecci, dei pitospori e dei pini marittimi, era situata la sua bella dimora, una grande villa con una tenuta molto estesa che degrada verso la scogliera perennemente aggredita dai flutti marini.

– Luce! – intimò imperiosamente entrando in una delle ampie stanze che componevano il suo appartamento-studio situato al piano superiore della grande magione. Mi indicò la lampada del suo ampio scrittoio in legno chiaro col bastone, perché l’accendessi. E a proposito di ciò mi indicò pure gli scalini “assassini” d’ardesia che collegano una delle due stanze comunicanti tra di loro , i quali furono la causa di una brutta caduta con frattura al perone. Ragion per cui, dovette aiutarsi col bastone.
Gli cadde l’occhio sulla copertuna bianca orlata di rosso di
America primo amore” nei tascabili Mondadori che tenevo sotto braccio, compiaciuto del fatto che avessi letto uno dei suoi libri più felici, mi chiese in che libreria l’avessi comprato. Gli dissi che l’avevo letto di getto e gli chiesi perché non avesse mai pensato di farci un film: sarebbe stata una sceneggiatura perfetta.
– Fallo tu!- mi disse con aria divertita.

Gli chiesi perché mai dopo il 1958 avesse abbandonato definitivamente il cinema (memorabile la sua collaborazione con King Vidor per “Guerra e pace” da Tolstoj).
 – Perché per fare un bel film occorrono troppe cose. Per fare un buon libro, invece, bastano carta e penna.  Eppoi perchè il cinema mi piace ma non quanto la letteratura.

Mi sottopongo al gioco caleidoscopico e arbitrario delle libere associazioni, delle digressioni, degli incisi, a lui così confacenti.

Soldati insieme a Zavattini, suo grande amico con cui girò molti documentari per la Rai (ricordo Viaggio nella valle del Po alla ricerca di cibi genuini), appartiene a quella generazione di scrittori del Novecento che mantiene vivo un senso del magico dell’esistenza ove la letteratura è il demiurgo capace di produrre miracoli anche nella quotidianità. Mi indicò le fotografie appese alle pareti, alcune delle quali ritraggono la prima moglie, “la sposa americana” Marion Rickelmann; in altre, invece la seconda moglie Giuliana (Iucci) Kellermann. Raccontò che poté risposarsi con Iucci solo dopo la morte di Marion, la quale era fervente cattolica e non volle mai saperne di divorziare.
 
– Rickelmann e Richelmy! – sottolinea divertito la somiglianza fonetica tra il cognome della “sposa americana” e quello del suo migliore amico, il poeta piemontese Tino Richelmy. Gli faccio notare che anche Kellermann è assonante con Rickelmann, due cognomi tedeschi.
– Uhm… mein Gott! – sospirò con la sua voce arrochita dal sigaro, come volesse ripensare a tutte le strane coincidenze e corrispondenze della sua vita.
Entrambe le donne avevano in comune una bellezza delicata e immateriale, vagamente sofisticata e poco attinente alle aspettative maschili dell’epoca. Giuliana detta Iucci, pareva uscita dalle commedie di Lubitsch, gli faccio osservare.
– Lubitsch? Come fai a sapere di Lubitsch tu? (sottinteso: che appartieni a una generazione tanto lontana dalla mia).
– Ma anche grazie a lei che nei suoi articoli di cinema ha parlato per primo del Lubitsch touch.

Sorrise compiaciuto lasciando  trapelare in questo suo immutato stupore per le cose, qualcosa di segretamente naif. Si dice che la scrittura sia il doppio dell’artista, ma poche persone rassomigliano a quanto scrivono come Mario Soldati, sicché la sorpresa di conoscerlo è piuttosto quella di riconoscerlo.

  • Tra i ricordi di un vecchio scrittore regista
Da una stanza all’altra, da uno scaffale all’altro, si aveva la sensazione di attraversare il tempo da fermi. L’occhio mi cade sui volumi di Sainte-Beuve, scrittore di culto di Soldati. Poi Diderot, Voltaire, Balzac, Hugo, Flaubert. Alla letteratura francese, egli deve molto di quel suo stile così limpido e cristallino. Tra i suoi prediletti in lingua inglese, spiccano i romanzi Henry James, di  Conrad, i racconti di Stevenson tanto confacenti al suo spirito avventuroso.
Si passò in rassegna ricordi, testimonianze, lettere di vecchi amici (molti dei quali scomparsi in età prematura): quelle di Truffaut pubblicate nel volume “Autoritratto”, i viaggi, i soggiorni negli States, le sue “lezioni americane” alla Columbia University; i suoi film, tra i quali il poco conosciuto “La mano dello straniero” da un soggetto di Graham Greene con Trevor Howard e Alida Valli dall’algida bellezza, un film che inspiegabilmente non ottenne successo; poi “Le miserie di Monsù Travet” da Bersezio, con Carlo Campanini nel ruolo dell’umile impiegato “mezze maniche” dalla tragica nobiltà gogoliana.
– Il nome di Soldati resta indissolubilmente legato a quello di Fogazzaro – gli dissi. Lei ha trasferito sullo schermo anche Malombra con Isa Miranda e Piccolo mondo antico con Alida Valli, attrice scoperta e lanciata proprio da lei, e anche il Daniele Cortis.
– Sì, Fogazzaro piaceva molto a mia madre, molto religiosa, e Fogazzaro, con quella sua religiosità un po’ morbosa, le era congeniale. Per farle un dispetto io invece lo ignoravo finché venne il giorno che mi commissionarono il film tratto da Piccolo mondo antico. Così fui costretto a leggerlo in una notte.
Da ultimo mi mostrò una testimonianza scritta da Moravia apparsa nella rivista “La fiera letteraria” nella quale racconta di conoscere Mario Soldati da più tempo di qualunque altro amico-collega e di averne sempre apprezzato la schietta vitalità e il coraggio. Da bambini si recavano in villeggiatura a Viareggio con le loro famiglie ed erano vicini di ombrellone. “Questo bambino”, scrive Moravia “mi era additato come modello: egli aveva salvato un altro bambino che stava affogando nelle acque del Po, a Torino”. Cercavo di immaginare i due ragazzini, intenti a giocare nell’arenile della Versilia: l’uno schivo e riservato quanto l’altro era invece scapestrato ed esuberante.
  • Sul finir della visita
Prima che quella visita dell’ormai lontano 6 luglio 1993, volgesse al termine mi regalò due volumi rilegati in rosso e borchiati delle sue opere pubblicate per Rizzoli con la prefazione di Cesare Garboli, da lui autografatemi che custodisco ancora gelosamente. Brontolò un poco dolendosi che Mondadori non gli avesse ancora dedicato il fatidico cofanetto, mentre fu proprio in quell’anno che Adelphi ripubblicò “Salmace“, il suo racconto giovanile. Dalla terrazza si scorgeva un mare increspato, dai colori metallici a causa di una calda giornata di scirocco. In lontananza tra la foschia, le sagome delle tre isole Palmaria, Tino e Tinetto. Benché piemontese di tempra terragna, Mario Soldati, da perfetto cittadino del mondo qual era, scelse di vivere (e di morire) al mare, in quella ch’egli stesso definì la Regione Regina“. Il mare, spazio infinito ideale per sentirsi ad un tempo fuori dal mondo e per l’intero cosmo.
Hesperia

Destino Italia?


CITTA’ ITALIANA PRIMA
[una cittadina italiana tranquilla fino a poche settimane fà]


CITTA’ ITALIANA DOPO
[una cittadina italiana tra qualche settimana]


LA PROPOSTA DI FRATTINI
PER OFFRIRE CIRCA 1.700/2.500 EURO
A OGNI IMMIGRATO SBARCATO
A LAMPEDUSA PER RITORNARE
NELLA SUA AFRICA DI ORIGINE
HA DELL’INCREDIBILE E
DEL BLASFEMO.
OGGI IL SUD ITALIANO SI TROVA
CON IL 40% DELLE PRENOTAZIONI
ESTIVE IN MENO.
QUESTO COMPORTERA’ UN DANNO
ECONOMICO ENORME PER IL PAESE.
SENZA CONTARE CHE LA SITUAZIONE
FUTURA NELLE CITTA’ DI TUTTA
ITALIA RISCHIA DI DIVENTARE
COME QUELLA VISTA
NELLE FOTO QUI SOPRA.
CHI CREDETE CHE PAGHERA’
LE RISORSE UTILIZZATE
PER RIFOCILLARE GLI INVASORI
INDESIDERATI DA TUTTI GLI ITALIANI?
OGGI, COME IERI,
UNA SOLA PAROLA:
RESPINGIMENTI!!!

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Roma sotterranea

Casa dei Grifi
Roma è unica al mondo. Abitata da oltre 2800 anni, capitale di un Impero che per secoli regnò sul mondo, possiede templi, monumenti, fori, palazzi e terme, la cui imponenza aveva come fine quello di dimostrare a chiunque la visitasse la ricchezza e la potenza di chi la governava. Ma oltre all’Urbus di superficie, esiste anche una Roma parallela, un patrimonio spesso sconosciuto. E’ la Roma Sotterranea: quello che probabilmente è il più grande museo archeologico al mondo e che dispone di centinaia di affascinanti siti, accessibili attraverso apposite  visite guidate.



Basilica San Clemente – Mitreo

L’Associazione omonima(www.romasotterranea.it), con la collaborazione della Soprintendenza Speciale ai Beni Archeologici di Roma, la Sovraintendenza ai Beni Culturali del Comune di Roma e la Sovrintendenza Archeologica del Lazio, fornisce un selezionato programma di visite guidate a luoghi sotterranei di interesse archeologico più o meno conosciuti. Fra questi il Mitreo di S. Prisca sull’Aventino, il sotterraneo di San Paolo alla Regola, la Villa dei Quintili ma anche la Basilica di San Clemente, le case romane al Celio, le catacombe di San Sebastiano, i colombari di Vigna Codini, la Domus ai Baullari e molto altro ancora. Per partecipare alle visite è obbligatoria la prenotazione on-line, previa iscrizione al sito dell’Associazione.





LIBIA: UNA SOLA CERTEZZA E TANTE INCOGNITE.

E’ partita. L’operazione militare “Odissea all’alba”, autorizzata dalla risoluzione Onu n. 1973 e tesa ad impedire, con tutti i mezzi necessari tranne l’occupazione militare, una prevedibile carneficina di ribelli e semplici cittadini da parte delle forze rimaste leali al leader libico Gheddafi – riavutesi dai pochi giorni di sbandamento iniziale e tornate ad essere quelle inevitabilmente destinate a prevalere salvo il caso, appunto, di decisi interventi dall’esterno – oltre che a stabilire la famosa “no-fly zone” nei cieli interessati, è scattata da una settimana e ad essa partecipa attivamente anche l’Italia. La missione è stata quasi fanaticamente propugnata da Francia e Regno Unito, appoggiata dalla Lega Araba, accettata un po’ “obtorto collo” da Italia e Stati Uniti, e decisamente non ben vista da Germania, Russia ed altri.

Prima di esprimere considerazioni su quanto sta avvenendo attualmente, sarà utile un breve riepilogo dei fatti che hanno portato alla presente situazione, e mai trattati in precedenza su questo blog.

Diciamo intanto che la comunità internazionale, nei confronti del regime libico di Gheddafi, in un primo momento, dopo gli exploits iniziali della rivolta scoppiata soprattutto in Cirenaica, con la liberazione pressochè totale di quella regione dalle forze governative, aveva già venduto, come suol dirsi, la pelle dell’orso prima di averlo ucciso.

Da qualche tempo si stava infatti allora assistendo ad analoghe sollevazioni, in Tunisia ed Egitto, che già avevano portato, senza eccessivi spargimenti di sangue, all’uscita di scena dei rispettivi leaders Ben Alì e Mubarak e all’inizio di transizioni più o meno ordinate, per lo più gestite dalle influenti classi militari locali e, si spera, orientate verso futuri assetti più democratici di quelli precedenti, data anche la rassicurante mancanza di un evidente matrice estremista islamica nei movimenti propugnatori del cambiamento in quei paesi. Analogamente e a maggior ragione, quindi, di fronte all’iniziale successo di insorti libici capaci di conquistare l’intera Cirenaica ed altre zone, di far passare dalla propria parte truppe ex governative, comandanti militari, ministri del regime, ambasciatori all’estero, di costituire un nuovo quasi-stato nelle terre liberate, con la sua capitale Bengasi, il suo “governo” (il Consiglio Nazionale di Transizione) ed il suo esercito raccogliticcio, ma discretamente armato, straordinariamente motivato, sottoposto ad addestramento e pronto a balzare alla conquista del resto del Paese, il mondo finì per ritenere ormai spacciato, un po’ troppo frettolosamente, come si sarebbe visto in seguito, anche il dittatore di Tripoli Colonnello Gheddafi.

Contro di lui, per l’efferatezza con la quale reprimeva le manifestazioni dei dissidenti, facendo sparare indiscriminatamente su di loro e (pare) bombardandoli persino con l’aviazione, la condanna internazionale fu particolarmente severa, prevedendo il deferimento alla Corte dell’Aja, il congelamento dei beni ed altre sanzioni, sempre dando ormai per scontato l’imminente tramonto del suo più che quarantennale regime.

Ferme restanti la vicinanza e la solidarietà sempre dovute alla causa di chiunque sinceramente lotti e paghi di persona per la vera libertà, è tuttavia d’obbligo qualche considerazione di politica realistica che rende legittimo il non accodarsi del tutto acriticamente all’entusiasmo incondizionato delle solite anime belle nostrane, che già immaginano il rifiorire di tante perfette democrazie in stile anglosassone o svizzero in luogo dei regimi dei vari raìs nordafricani caduti come tessere di un domino: in quella parte del mondo, non dimentichiamolo, si sono dissolti governi indubbiamente dispotici al loro interno, ma sicuramente (per Gheddafi il discorso sarebbe un po’ più complesso) leali verso l’Occidente, garanti di decenni di stabilità e, soprattutto, laici ed in grado di costituire un buon argine contro il pericolo del fondamentalismo islamico ad un passo dalle nostre coste; con la loro caduta non è affatto detto che le cose non possano effettivamente migliorare, ma le incognite sono tante e certo qualche cautela per il futuro di regioni dall’equilibrio tanto delicato non può non pesare sull’appoggio da accordare a chi eventualmente insorga per stravolgerne l’assetto, appoggio che può e deve essere invece pieno e senza riserve nel caso, ad esempio, dei dissidenti iraniani, in lotta appunto contro un regime dei più intransigentemente integralisti, e pericolosi per la pace e gli equilibri mondiali, già al potere, al quale ben difficilmente potrebbe subentrare qualcosa di peggio, in caso di sua caduta.

Per noi italiani in particolare, poi, la situazione nordafricana ha presentato aspetti ancora più critici ed imbarazzanti: siamo il Paese europeo geograficamente più prossimo all’area in questione;già con la caduta del regime tunisino gli sbarchi di disperati sulle nostre coste sono sensibilmente aumentati; proprio con Gheddafi avevamo addirittura stretto un patto di amicizia che funzionava discretamente specie nella parte relativa alla collaborazione per far fronte all’immigrazione clandestina nel nostro Paese, e, in ogni caso, eravamo tra i paesi con maggiori rapporti economico-commerciali con la Tripoli del Colonnello. Come biasimare, quindi, data questa nostra particolare posizione, la prudenza e l’apparente ritardo del presidente Berlusconi nell’unirsi al coro internazionale di condanna senza appello all’indirizzo di Gheddafi, prima che fosse effettivamente chiara la gravità di quanto stava accadendo in Libia?

Quando fu evidente il fatto che Tripoli andava reprimendo con violenza inaudita, persino tramite aviazione, le manifestazioni popolari anti-regime e che, così facendo, si era ormai nuovamente fatta mettere al bando dalla comunità internazionale, mentre una nuova Libia sembrava invece sorgere dalla ribellione, con buone prospettive di riuscire a prevalere sulla vecchia entro breve, nessuno, neppure Roma, potè più negare che il regime di Gheddafi non potesse più essere considerato un interlocutore praticabile e fare mancare la propria condanna ferma ad ogni massacro di civili.

Il dittatore libico, dato ormai quasi per spacciato, è però meno alla frutta di quanto non si creda: ha forze sufficienti per passare al contrattacco e lancia all’indirizzo dei suoi nemici agghiaccianti minacce di compiere autentici macelli che, c’è da giurarci, potendo manterrebbe sicuramente, data la sua fama di uomo tragicamente di parola.

Con la capitale degli insorti, Bengasi, sul punto d essere assaltata dai governativi, e quindi senza realistica speranza di scampare alla terribile vendetta del raìs, a meno di un tempestivo intervento dall’esterno, su sollecitazione soprattutto di Francia, Gran Bretagna e Lega Araba, viene emessa la risoluzione Onu n. 1973 concernente l’intervento militare internazionale per l’istituzione della “no-fly zone” sulla Libia e la protezione delle popolazioni civili dalle rappresaglie del regime.L’Italia, anche per la sua posizione geografica, che comporta l’avere sul proprio suolo le basi più idonee da mettere a disposizione degli Alleati per sferrare gli attacchi aerei, non può tirarsi indietro dal partecipare all’impresa e così inizia la strana “guerra” (le virgolette sono d’obbligo poichè oggi, la guerra, nessuno più la dichiara nè la chiama con il suo nome) che stiamo vivendo in questi giorni.

E’ una situazione con una sola certezza e tante incognite. La prima è che almeno qualcuno, tra gli Alleati, stia operando più per l’abbattimento del regime di Gheddafi che non per proteggere le popolazioni civili e che, probabilmente, non mollerà fino a risultato raggiunto, anche a costo di andare ben oltre quanto contemplato dalla risoluzione Onu autorizzante l’intervento armato; quanto alle seconde, c’è solo l’imbarazzo della scelta di quale nominare per prima: intanto, non sappiamo chi siano davvero gli insorti che stiamo aiutando, quale peso abbiano, nelle loro fila, eventuali elementi integralisti islamici e quale Libia futura si prepari in caso di loro successo finale, con quali conseguenze per i nostri interessi economici, nel campo energetico come della lotta all’immigrazione clandestina; inoltre, per guardare all’immediato, non si è ancora neppure risolto bene il dilemma di chi debba avere il comando della nostra coalizione e, tra i paesi membri, si rilevano divergenze di vedute non indifferenti, con un esagerato protagonismo della Francia, che molti osservatori imputano alla volontà di voler soffiare, soprattutto all’Italia, i rapporti privilegiati nel campo commerciale e del petrolio con la Libia che verrà.

In tanta poca chiarezza, un elemento sembrerebbe apprezzabile in quanto previsto dalla risoluzione 1973, e c’è da sperare che venga rispettato fino in fondo: l’esclusione tassativa di un’occupazione del suolo libico con truppe terrestri straniere. Così, qualsiasi futuro assetto politico finisca per stabilirsi in quelle terre alla fine della tempesta, sarà comunque almeno un prodotto atoctono.

Dopo l’Iraq e l’Afghanistan, di altri esperimenti di esportazione della democrazia sulla punta delle baionette occidentali non si sentirebbe davvero la mancanza.

Tommaso Pellegrino

Tradimento!

ROMA – Il ministero dell’Interno sta elaborando un piano di accoglienza degli immigrati in grado di distribuirne fino a 50 mila su tutto il territorio nazionale. Il criterio di distribuzione “non puo’ che essere quello del numero di abitanti delle Regioni, con criteri correttivi”- spiega Maroni-. Ci saranno infatti aggiustamenti visto che ci sono Regioni che hanno una maggiore pressione come la Sicilia, la Puglia e la Calabria.
Maroni al termine assicura: “Il Piano comportera’ un impegno finanziario. Ho ricordato che il Consiglio dei ministri ha rifinanziato il fondo della Protezione civile con le risorse necessarie per gestire l’emergenza umanitaria, facendo le cose che servono”.

[fonte: un quotidiano dalla rete]


LA LEGA E IL PDL SI SONO GIOVATE
DEI VOTI DEGLI ITALIANI.
HANNO GOVERNATO PROMETTENDO
IN SEDE DI CAMPAGNA ELETTORALE
DI PRATICARE UNA POLITICA
A SALVAGUARDIA DEL POPOLO
ITALIANO.
NIENTE DI PIU’ FALSO:
OGGI CI TROVIAMO DI FRONTE
A UNA CATASTROFE CHE MINACCIA
L’INTERO PAESE.
UNA INVASIONE SENZA PRECEDENTI.
MARONI PROPONE UN PIANO
INAMMISSIBILE: SPALMARE 50.000 IMMIGRATI DILAPIDANDO LE NOSTRE RISORSE ECONOMICHE E SOCIALI GIA’ RIDOTTE AI MINIMI TERMINI PER UNA CRISI MAI VISTA PRIMA! MIGLIAIA DI CITTADINI ITALIANI SI VEDONO RESPINGERE IL DIRITTO AL SUSSIDIO UNA VOLTA RIMASTI SENZA LAVORO! CAMPANDO DI ELEMOSINA E DI AIUTI FAMIGLIARI ORMAI
ALLO STREMO! EPPURE, QUESTI POLITICI BENESTANTI, PUR CONOSCENDO LA SITUAZIONE APOCALITTICA CUI SIAMO QUOTIDIANAMENTE ESPOSTI CI VOLTANO LE SPALLE PROMETTENDO E PERMETTENDO UNA SOLIDARIETA’ TIPICA COMUNISTA! IO DICO NO! SOLO UNA POLITICA E’ PRATICABILE L’INVASIONE AFRICANA VA FERMATA E ANNULLATA UNA SOLA PAROLA:
RESPINGIMENTI!!!

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Sofonisba Anguissola e il suo tempo

Anton Van Dyck, giovane ma emergente talento della pittura fiamminga, arrivato a Palermo su invito del vicerè, chiede udienza a una pittrice ultranovantenne dalla fama leggendaria, Sofonisba Anguissola.

E’ l’introduzione del libro di Daniela Pizzagalli: La signora della pittura.

Ai tempi di Sofonisba (1532 – 1625) spostarsi era disagevole, oltre che molto pericoloso: il mar Tirreno, che lei ebbe a solcare più volte per recarsi in Spagna, per poi trasferirsi a Palermo, quindi a Pisa e a Genova, era infestato da pirati e saraceni. Ma di lei, pittrice ritrattista tra le più acclamate del tempo, che ha lasciato tracce di vita in quelle località, oggi se n’è quasi persa la memoria. Come si vedrà, era in grado di rivaleggiare alla pari con i più celebrati ritrattisti delle corti reali.
Era nata a Cremona, seconda città del Ducato di Milano per ricchezza e popolazione, e anche lì, come nel resto della Penisola, era in pieno fervore lo spirito rinnovatore del Rinascimento. Suo padre, il nobile decaduto Amilcare Anguissola, faceva parte della corporazione dei fabbricieri del Duomo e del complesso abbaziale della Chiesa di San Sigismondo, la quale aveva preso il posto della preesistente Cappella nella quale furono celebrate le nozze tra Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza nel 1441 (vedi post Bianca Maria Visconti). All’epoca della prima adolescenza di Sofonisba, nel 1545, oltre 60 pittori erano costantemente all’opera per affrescare gli interni della Chiesa, e suo padre la portava quasi sempre con se nei suoi giri d’ispezionamento dei lavori. E fu così che, intrattenendosi a parlare di arte con loro, Sofonisba acquisì la passione per la pittura, apprendendone i primi rudimenti. Manifestata la sua passione, il padre la mandò così a scuola di pittura presso l’abitazione laboratorio di Bernardino Campi (nella foto qui a lato, assieme alla giovane Sofonisba, ritratti dalla stessa, quindi autoritratto nel ritratto). La sua consacrazione a celebrità avvenne in seguito ad una visita di Giorgio Vasari a casa Anguissola, che rimase stupefatto dalla perfezione di un quadro della ragazza: un affettuoso ritratto di famiglia (foto sotto), con al centro il padre e di lato Minerva, una delle sue cinque sorelle, e il fratello Asdrubale, il più piccolo dei sette. Alla sua consacrazione di eccellente ritrattista ha contribuito anche l’inventiva promozionale del padre. Per tale scopo mandò anche a Michelangelo un plico di disegni fatti dalla figlia, affinchè li esaminasse e desse una sua autorevole opinione: ne fu ben impressionato al punto che uno di quei disegni finì anni dopo nelle mani di uno dei soggetti di quei disegni: Cosimo I de’ Medici.
Diventata celebre, Amilcare Anguissola allargò gli orizzonti della sua “iniziativa” promozionale, finchè vennero a conoscenza di sua figlia alla Corte Spagnola, e la richiesero per insegnare pittura alla giovane moglie di Filippo II, che aveva espresso il desiderio d’imparare a disegnare e dipingere. Filippo II, prossimo alle terze nozze, era subentrato al padre Carlo V, che aveva abdicato per passare il resto dei suoi giorni chiuso in un monastero. Dalla prima moglie, Maria di Portogallo, aveva avuto un figlio, Carlo, candidato per essere il futuro re di Spagna, ciò che invece non si realizzò.

Sofonisba partì da Cremona forse alla fine dell’inverno del 1558-59, quando a Milano si stava festeggiando un grandioso carnevale, ampiamente acclamato dalle cronache del tempo, voluto dal nuovo governatore spagnolo per celebrare la sua fresca nomina. L’Anguissola forse non immaginava che nella sua città natia non vi avrebbe più fatto ritorno. Fece così tappa nella città dei Navigli, ospite del governatore duca di Sessa. Il Palazzo ducale sorgeva a fianco del Duomo, nel cuore pulsante della città. Entrando nella quale, sicuramente da Porta Romana, si sarà stupita alla vista della maestose Mura Spagnole, la più grande opera civile realizzata in Europa nel XVI secolo, alla quale stavano dando i ritocchi finali. Nella capitale del Ducato si fermò poco, forse per qualche mese, e nel periodo più esaltante della fase conclusiva del Rinascimento milanese.

L’aspetto complessivo di Milano si era consolidato nelle sue connotazioni attuali fin da quando, nel 1546, fu nominato governatore Ferrante Gonzaga, figlio di Isabella d’Este, la gentildonna più celebre del Rinascimento.

Nei 18 anni della sua permanenza a Milano, 1482-1500, Leonardo da Vinci aveva lasciato impronte idelebili del suo passaggio in capolavori artistici e in somme opere di ingegneria civile e militare. Abbozzi, disegni, progetti di esse si trovano nelle TAVOLE DI LEONARDO DA VINCI che Francesco Melzi aveva ereditato in Francia da Leonardo, e riportate in Italia, a Milano. A quelle tavole fu molto interessata anche Sofonisba “che proprio dai disegni leonardeschi teorizzò quel naturalismo, quella registrazione degli aspetti più quotidiani della realtà, così vicini all’estetica dell’Anguissola” che si riscontrano nelle sue opere. Una conferma della sua capacità di riprodurre nei quadri l’introspezione psicologica cui sottoponeva i personaggi dei suoi ritratti, la vedremo due anni dopo, quando, nel 1561, Sofonisba farà dono a Papa Pio IV di un suo quadro, ricevendone entusiastici complimenti. Il papa milanese, fratello di Gian Giacomo De Medici, detto Il Medeghino e zio di San Carlo Borromeo, era salito al soglio pontificio nel 1559, anno della sua permanenza nella capitale del Ducato, e , sempre in quell’anno, Carlo Borromeo era diventato arcivescovo di Milano. Quando ciò avveniva, Sofonisba era già in Spagna: era il dicembre del 1559. Imbarcatasi a Genova, o forse a Savona, dopo 8 giorni di navigazione Sofonisba e il suo seguito giunsero nel porto di Barcellona; da lì presero la strada alla volta dell’interno della Spagna. Madrid, scelta in quegli anni a capitale del regno da Filippo II, in alternativa alla più blasonata Toledo, non era ancora pronta per accogliere la nuova Regina che sarebbe arrivata da lì a poco da Parigi, col suo numeroso seguito. Sarebbe stata nel frattempo accolta a Guadalajara, dove si diresse anche il gruppetto di Sofonisba.
La nuova regina, Isabella (foto), o Elisabetta di Valois, figlia di Enrico II di Francia, e Caterina de Medici, in un primo tempo era stata designata quale moglie per Carlo, suo coetaneo e figlio di Filippo II, avuto dalla prima moglie, Maria di Portogallo. Secondo quel progetto iniziale Filippo II avrebbe quindi dovuto diventare suocero e non marito di Isabella, ma quel piano era totalmente svanito quando Carlo aveva dato chiari segni di squilibrio. E quando re Filippo rimase vedovo per la seconda volta, decise di sposare lui la giovane Isabella (che alla partenza da Parigi aveva solo 13 anni), per questioni politiche e per assicurarsi una prole più sana. Carlo per non diventare di pericolo a qualcuno, fu poi rinchiuso in una prigione da suo padre, nella quale il giovane si lasciò morire d’inedia.
(segue)
Il dramma di Carlo, Isabella e Filippo è ben descritto nell’opera di Verdi, Don Carlo.
Qui la prima parte dell’opera, col tenore Salvatore Licitra nella parte di Carlo, nella rappresentazione del 25 ottobre 2010 presso la Los Angeles Opera. Ma l’aria più bella, secondo i miei gusti, è “Ella giammai m’amò”, nella quale re Filippo II confesserà di non essere mai stato amato da Isabella. L’aria qui riproposta è interpretata dal basso Ferruccio Furlanetto, lo stesso che ha cantato a Los Angeles in coppia con Licitra, ma nella versione scaligera del 7 dicembre 2008.

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Bibliografia: La Signora della Pittura, di Daniela Pizzagalli -Rizzoli

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