Il pudore della corte costituzionale

Nonostante un clima che spinge verso una completa deriva morale, la corte costituzionale ha, nuovamente, avuto il pudore di non avallare le ardite tesi di chi ha sollevato la questione di costituzionalità delle norme che non riconoscono il matrimonio se non per due persone di sesso opposto.
Devo ammettere di esserne (positivamente) meravigliato e la sentenza resa nota due giorni fa, apre prospettive positive per il futuro della Famiglia che è uno dei Valori fondanti di qualsiasi società civile.
La pronuncia della corte costituzionale è tanto più importante, quanto più conferma non solo la piena legittimità giuridica (su quella morale non v’è alcun dubbio) delle norme del codice civile che indicano il matrimonio come un contratto tra un uomo e una donna, ma anche l’interpretazione della stessa norma costituzionale in senso favorevole a chi sostiene la necessità di un uomo e di una donna quali parti essenziali del matrimonio.
Possiamo dire che se persino una corte costituzionale solitamente troppo attenta al “politicamente corretto”, conferma l’impostazione tradizionale, allora la speranza che si esca da questo periodo di deriva limitando i danni può essere fondata.

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Iprocrisia continua

Per decine di anni ha osannato la bandiera rossa e l’annessione all’urss. Ed ora ci viene a parlare ipocritamente di Festa del Tricolore!!! Ma il suo subconscio l’ha tradito: si è messo una bella cravatta rossa.(mi dicono che è di cashemire che strano…)

A completamento del post pubblico  la foto della sala mentre parlava il mezzopresidente e un cosa che non faccio quasi mai inserisco, a commento, un post non mio.  

Di Fausto Carioti

A cura della Sezione Lega Nord di Nova Milanese

Dalla spada sguainata di Giuseppe Garibaldi, pronto ad affettare gli sgherri dei Borbone, alla palpebra calata di Romano Prodi,pronto tutt’al più ad affettare un trancio di culatello nel ristorante all’angolo, in attesa di riprendere la pennichella sulla poltrona di casa.
Difficile trovare metafora migliore per la vuotezza di certi rituali della fotografia pubblicata qui sopra.
Lo scatto è stato fatto per il centocinquantesimo anniversario dell’Italia unita, in quel di Reggio Emilia.
Giorgio Napolitano, lì sul palco, sta svolgendo il suo mestiere di sacerdote laico meglio che può.
Nel discorso che dà il via alle celebrazioni ufficiali, il presidente della Repubblica dice che l’unità d’Italia è una gran bella cosa, però subito aggiunge se ci fosse il federalismo non sarebbe un problema.
L’importante, spiega, è che «chi governa rispetti il tricolore».
Retorica innocua, nella quale nemmeno la Lega trova granché da ridire.
Anzi, Roberto Calderoli riesce addirittura a ringraziare il presidente della Repubblica.
Difficile immaginare un esordio più soporifero dei fatidici festeggiamenti.
Tanto che persino Prodi, che pure di discorsi vuoti e rituali pomposi è uno dei massimi docenti internazionali, dopo un po’ crolla, proprio come facevano gli studenti bolognesi durante le sue lezioni.
L’ex presidente del consiglio italiano e della Commissione europea, seduto tra Giuliano Amato e Gianni Alemanno, partecipa (si fa per dire) al resto dell’evento cullato da Morfeo, manco fosse Silvio Berlusconi.
Con la differenza che quest’ultimo, da quella vecchia rockstar impenitente che è, ha almeno l’alibi di stare sveglio sino a notte fonda perché impegnato a fare altro.
Mentre la vita notturna di Prodi, racconta chi lo conosce, ricorda tanto l’incipit di Marcel Proust: «Per lungo tempo sono andato a letto presto la sera ».
Se già adesso muore di sonno uno così, figuriamoci cosa accadrà a noialtri gente normale.
Ovunque, nei prossimi mesi, rischieremo di incappare in eventi che avremmo voluto risparmiarci.
Come la mostra romana su “La macchina dello Stato”, straordinariamente «aperta al pubblico per tutto il periodo delle celebrazioni fino a novembre 2011», o l’esecuzione del Nabucco nell’aula di Montecitorio (qualcuno deve aver ritenuto che cantare in Parlamento «Oh mia patria sì bella e perduta» fosse di buon auspicio per l’anniversario, e chissà se anche stavolta ilgenio si chiama Gianfranco Fini).
Niente ci sarà risparmiato, dagli spot televisivi per il bicentenario della nascita di Cavour alla “Biennale democrazia 2011”, curata a Torino da quel giurista notoriamente imparziale che è Gustavo Zagrebelsky.
Ogni resistenza è inutile: persino il Festival milanese del Fumetto, arte povera che si sperava riuscisse a salvarsi dal diluvio di melassa, è stato inserito nel “Programma culturale” ufficiale del centocinquantenario.
Nemmeno l’ultimo orgoglio rimasto a noi italiani, il vino, riuscirà a scamparla: ad aprile, al Vinitaly di Verona, sarà presentata la “Bottiglia del 150° anniversario”, prodotta «con uve provenienti dai vigneti più rappresentativi di ogni Regione».
Lo scempio enologico è assicurato.
Come ultimo sfregio, quando tutto questo sarà finito, arriveranno sociologi e politologi a spiegarci come mai così poco del “messaggio” dell’unità d’Italia è stato recepito dagli italiani.
Magari, se invece di un anno e mezzo di eventi che sembrano fatti apposta per svuotare di significato il concetto di Patria (come i negozi aperti nella “Notte tricolore” del 16 marzo: perché?), si fossero concentrate le celebrazioni in pochi appuntamenti davvero simbolici, qualcosa sarebbe rimasto.
Al termine dell’overdose di banalità e pensierini buonisti che stiamo per subire, invece, resterà solo un grande abbiocco.
Per una volta, potremo dire di sentirci tutti rappresentati da Prodi.
Consolante per lui, un po’meno per noi.
FAUSTO CARIOTI

 

QUALCHE SASSOLINO DALLA SCARPA…

In questi giorni di fine-inizio anno viene spontaneo fare, per usare un termine forse un po’ abusato ma efficace, dei “bilanci”, vale a dire soffermarsi a riflettere un po’ di più di quanto non lo si faccia ordinariamente negli altri periodi, su quello a cui ci è capitato di assistere negli ultimi tempi, e magari – qualora si ritenga di essersi tenuti dentro per troppo tempo qualche considerazione, magari un po’ “eterodossa”, e si avverta quindi il bisogno impellente di esternarla – togliersi anche, come diceva un grande Presidente emerito della Repubblica di recente scomparso, qualche “sassolino dalla scarpa”.

Sulla politica nazionale non mi sono più espresso “pubblicamente” da tempo: in ogni caso, il mio giudizio, già non certo molto lusinghiero, sull’occhialuto personaggio che ha palesemente tradito le aspettative dei suoi elettori, indebolendo gravemente la maggioranza governativa di cui faceva parte, pur senza riuscire ad abbatterla come avrebbe voluto, non può che essere ulteriormente peggiorato rispetto al post precedente a questo, risalente ai tempi del discorso di Mirabello. Tradimento e traditore sono termini senz’altro pesanti, che sembrano più consoni ad altre epoche storiche e ad altri contesti socio-politici che non all’Occidente democratico del XXI secolo, ma, purtroppo, data una simile situazione, non se ne trovano di più calzanti, ed il pronunciarli denunciando l’accaduto, seppure a malincuore, è il primo sassolino che dovevo togliermi dalla famosa scarpa. Il colpaccio in sede di dibattito parlamentare sulla fiducia, come si è detto, all’occhialuto e soci non è riuscito ancorchè per un “pelo”, e questo ha fatto tirare un sospiro di sollievo a quanti, come lo scrivente (e chi mi segue da tempo lo sa), non amano eccessivamente le “cadute” degli esecutivi prima della scadenza naturale della relativa legislatura, neppure quando a governare è la parte politica loro avversa, ed ammirano invece i sistemi politici (ahimè improponibili da noi) che, come ad esempio quello americano, privilegiano innanzitutto la stabilità dell'”amministrazione” persino di fronte a cambi di maggioranza in Parlamento dovuti ad elezioni. Ora, se in Italia sarà possibile allargare una maggioranza così risicata, tanto meglio; intanto, l’essenziale era che non si seppellisse totalmente, in quel frangente, ogni possibilità di giungere sani e salvi al fatidico 2013.

Mentre nelle aule parlamentari si svolgeva il non privo di colpi di scena dibattito sulla fiducia di cui sopra, nelle strade romane a pochi metri dai palazzi del potere l’inaudita violenza vandalica di manifestazioni per così dire “studentesche” causava danni a cose e ferimenti a persone di una gravità quale non la si registrava ormai da parecchio tempo. Ma non erano normali studenti gli autori delle efferatezze più gravi: per quanto ultimamente piuttosto portate ad eccedere nelle contestazioni contro le innovazioni promosse dal ministro Gelmini, che non sto qui a giudicare per non avere approfondito a sufficienza l’argomento, ben difficilmente le ordinarie masse di studenti – in (piccola) parte politicamente consapevoli e in (gran) parte semplicemente profittanti dell’occasione per distrarsi con un po’ di bagarre, lontani da banchi e libri – si sono lasciate andare ad eccessi di simili proporzioni.

I devastatori erano dei cosiddetti “black-block”; criminali allo stato purissimo usi ad approfittare di qualunque pretesto solitamente offerto loro da manifestazioni, magari relativamente pacifiche, organizzate da altri per accodarsi alle medesime e lanciarsi nelle loro bestiali imprese. Contro di loro la reazione delle forze dell’ordine dovrebbe essere di intensità proporzionata e soprattutto, affinchè ciò possa avvenire, alle stesse dovrebbe essere trasmessa la sensazione di avere alle spalle tutto l’appoggio e la solidarietà possibili da parte del Paese e della magistratura, non quella frustrante delle “mani legate” dovuta all’esistenza di superiori e giudici oggettivamente sempre pronti a dare loro addosso al minimo sospetto di aver trattato quella gentaglia con metà della decisione che essa meriterebbe, e a garantire viceversa ai più pericolosi delinquenti trattamento con i guanti e scarcerazioni facili. E questo, più che un sassolino, mi pareva proprio un macigno da togliere dalla mia numero 42.

A proposito di criminali incensati e di brava gente invece offesa ad opera di alte istituzioni e personalità di stato sedicenti paladine di chissà quali “oppressi”, poi, è di questi giorni anche la notizia del rifiuto del presidente del Brasile Lula di estradare in Italia il terrorista rosso pluriassassino Cesare Battisti (ahimè omonimo di uno dei più cristallini eroi della storia della nostra Patria) alla faccia dell’affronto che ciò costituisce per giustizia italiana e parenti delle vittime del figuro.

Lula appartiene, con il venezuelano Chavez, ad una nuova generazione di governanti sudamericani populisti, antiglobalisti, pateticamente abbarbicati all’arcaica concezione che tutto il male venga dall’America e dall’Occidente opulento e che tutto il bene stia dalla parte degli avversari di questi, per quanto discutibili o pericolosi, da cui comportamenti quali l’avvicinarsi a regimi come l’Iran e la protezione accordata al Battisti, appunto perchè terrorista “rosso”. L’Italia sta rispondendo con sufficiente compattezza alla sfida, l’ambasciatore in Brasile è stato richiamato, manifestazioni bipartisan sulla questione stanno avendo luogo un po’ ovunque. Bisognerebbe intensificare gli sforzi per isolare internazionalmente i responsabili di così gravi iniquità.

Mi tolgo infatti l’ennesimo masso dalla calzatura affermando che nulla avrebbe da perdere il mondo dalla scomparsa dalla scena politica di simili arnesi.

Infine è riemerso prepotentemente il problema dei cristiani perseguitati nel mondo: gente che non chiede altro che la legittima libertà di seguire indisturbata le pratiche dettate dalla propria fede e viene fatta invece letteralmente saltare in aria nelle sue stesse chiese, nei paesi ove la violenza assassina è più brutale, arbitraria e senza controllo, oppure è più subdolamente e meno rumorosamente osteggiata in qualche ultimo baluardo dell’ateismo di stato come la Cina, che tiene a dare di sè un’immagine di ordine interno e di disponibilità all’apertura internazionale, ma non rinuncia a violazioni tanto esplicite dei diritti umani.

In tutti i casi, è necessario che chi di dovere, pur senza sconfinare in comportamenti che ne snaturerebbero il ruolo, faccia sentire la propria voce con la massima chiarezza e decisione possibile, che esiga con ancora più energia (benchè a Benedetto XVI e a buona parte del suo alto clero si debba dare atto di essere meno “mammolette” di certi loro predecessori in passato), dalle autorità dei paesi più direttamente interessati, le misure concrete più idonee a combattere il fenomeno.

Non è possibile rispondere soltanto con richiami alla fraternità universale e pur sacrosante argomentazioni teologiche a chi ragiona soltanto in termini di guerra santa, condotta con le armi, e scambierebbe pertanto tutto questo per segni di debolezza ed implicite rassicurazioni di non incontrare mai reazioni efficaci alle proprie azioni sanguinarie.

Sarebbero ancora tanti i sassi e sassolini da levare dalle scarpe, affinchè si possa veramente camminare comodi per il nuovo anno che ci attende.

Per ragioni di spazio, e di pietà per il lettore, ci siamo limitati a quelli che proprio ci procuravano fastidio intollerabile, se non rimossi.

Anche se in ritardo, buon 2011 a tutti.

Tommaso Pellegrino

Auguri al tiranno

Al tiranno di Arcole

Signor Presidente del consiglio o meglio il tiranno di Arcole come amano definirlo i suoi invidiosi avversari.

Lei è un vero tiranno infatti non ha soppresso quelle testate giornalistiche che l’accusano di ogni misfatto che accade in Italia e nel mondo.

 Faccia il tiranno e sopprima almeno i contributi statali alla stampa. Della carta risparmiata potremmo farne un uso più appropriato.

 Non ha soppresso certe trasmissioni demenzial politiche della Rai.

 Faccia il tiranno ed elimini almeno il canone.

 Non ha riformato la magistratura che è impegnata a tempo pieno a creare teoremi contro di lei e nel contempo assolve i criminali, con sentenze creative, condannando le vittime e non trova, chissà perché, il tempo di depositare le sentenze, così fior di criminali, che con grandi rischi le forze dell’ordine avevano catturati, possono lasciare indisturbati le patrie galere.

Faccia il tiranno e riporti la magistratura al suo compito istituzionale che non è certo quello di legiferare.

Signor Presidente lei non ha impedito alla UE di dirci cosa e come mangiare, proprio a noi italiani che è una delle cose che sappiamo fare meglio, ed ha lasciato che legiferassero sul diametro e la lunghezza delle banane!

Faccia il tiranno e dica agli euroburocrati dove se le devono cacciare le banane e tutte le altre direttive antitaliane .

Lo fa Sarkosy, che è un democratico, di mandare a quel paese la banda Barroso & c. e lei che è un tiranno non lo fa.

Potrei continuare ad elencare tue le sue azioni tiranniche, ma sarebbe troppo lungo, le dico un’ultima cosa:

Faccia in modo, ovviamente tirannico, di andare al voto così se vince ci saremo tolti un po’, non molta, rumenta dal parlamento, se perde potrà sempre andare nella sua villa ai Caraibi, dove potrà scopare liberamente, senza che pm e giornalisti guardoni la spiino dal buco della serratura, contando quante ne fa.

Si accerti prima che in quel paese i rapporti eterosessuali siano permessi, sa bene che in Italia sono appena tollerati in quanto obsoleti, disdicevoli e soprattutto perché li fa lei che è un tiranno. L’astro nascente della sinistra politica ben presto li vieterà.

Sa che le dico signor Presidente? Beh lei come tiranno non vale un bel niente.

Auguri signor Presidente ne ha proprio bisogno!

Auguri ipocriti

Gli ipocriti e gli smemorati.

Come ogni  31 dicembre, tanto per farci finire l’anno vecchio con il cenone che ci va di traverso ed iniziare l’anno nuovo con il vomito, la tv ci trasmette, a reti unificate, il discorso più ipocrita dell’anno.

Quello suo, signor mezzopresidente, e come se non bastasse alla sua ipocrisia si aggiunge quella degli altri politici  in un coro bipartisan che gli tributa elogi caramellosi e falsi.

Elogi falsi come le sue parole, signor mezzopresidente.

Lei ha parlato degli uomini  del risorgimento come eroi  perché lottavano per la libertà e l’unità d’Italia,  giusto, ma cosa faceva lei quando gli studenti e gli operai ungheresi che lottavano per la libertà del loro paese, morivano schiacciati sotto i cingoli dei carri armati dei suoi amici sovietici? Non lo ricorda? Vuole che glielo ricordi io? Non ne vale la pena.

Cosa faceva, signor mezzo presidente quando i suoi compagni, partigiani rossi,Togliatti, Longo  insieme ai criminali  titini , massacravano nelle foibe migliaia  di italiani per il solo fatto che erano italiani?

Niente, in fondo stavano liberando l’Italia o meglio la stavano liberando dagli italiani per  istallare un bel regime comunista che avrebbe reso le terre dell’Istria un paradiso come la Germania orientale, l’Ungheria, la Cecoslovacchia, la Polonia e tanti altri paesi.

Dov’ era durante gli anni di piombo, signor mezzo presidente, quando molti giovani, che si erano nutriti della sua bella ideologia, tentarono una rivoluzione proletaria spargendo sangue, nella migliore tradizione marxista? Ah si ricordo, dopo fu detto che erano i compagni che sbagliavano, mentre lei è sempre stato dalla parte dei compagni in linea con la direzione del partito comunista e i suoi sguardi  erano rivolti alle guglie del Cremlino, alla Piazza Rossa e al mausoleo del profeta Lenin.

Poi è cambiato il vento, signor mezzopresidente, e non spiravano più da est quelle belle refole di rubli che andavano ad ingrassare le casse del suo partito per fomentare la rivoluzione proletaria in Italia, almeno così fu detto. E allora?

Allora si tentò il compromesso storico, ricorda signor mezzopresidente? Anche gli odiati preti che, nel veneto e nel triangolo rosso nei giorni radiosi della resistenza, ma a guerra finita, i partigiani comunisti  avevano ammazzato come mosche, in quel momento facevano comodo. E la chiesa che fece? Niente! Certi preti che si autodefinivano progressisti perdonarono, perdonarono tutti  i criminali e senza confessione, d’altronde anche Cristo aveva perdonato il ladrone, ma qui si trattava oltre che di ladroni anche di assassini.

Non le faccio né gli auguri né tanto meno accetto i suoi che le respingo, signor mezzo presidente, e a questo punto avrà capito perché la chiamo mezzopresidente, Lei è il presidente della parte peggiore e più ipocrita del popolo italiano ed io non ne faccio parte, per fortuna!

C’aggi’a ffa’ pe’ campa’

Ovvero: il Partito Democratico riscopre il Risorgimento per non perdere la Padania.News dal varesotto. Un’amica mi riferisce di essere stata invitata ad un brindisi per festeggiare il centocinquantesimo dell’Unita’ d’Italia. Che c’e’ di strano? Che la patriottica libagione e’ stata offerta dal PD – a due passi dalla casa del Senatur… Che la coppiera e’ una storica attivista bolscevica locale…