Yara e le altre

Bergamo – Un ciuffo d’erba stretto in una mano. L’ultimo gesto disperato per difendersi. E’ morta così la piccola Yara. E sono proprio quei fili d’erba stretti nel pugno della giovane a provare che ha tentato di liberarsi dal suo aggressore. Mentre probabilmente il suo assassino stava cercando di abusare di lei.

Yara è morta per aver resistito al suo assassino dunque. Sei colpi. Al collo, al polso e alla schiena. Una lotta durata forse pochi minuti, per poi essere abbandonata nel campo dove è stata ritrovata il 26 febbraio. Vicino a lei i suoi oggetti personali.
Una furia bestiale si è accanita su di lei. Lo dicono i primi rilievi sul cadavere effettuato all’Istituto superiore di medicina di Milano in attesa dell’autospia. Il corpo presenta infatti una ferita di arma da taglio alla gola, quattro alla schiena e una a un polso. Una violenza che secondo i primi riscontri si potrebbe spiegare con la volonta’ dell’assassino di bloccare la ragazzina che cercava di difendersi, e che prima sarebbe stata colpita alla gola, poi al polso e infine ripetutamente alla schiena.

[fonte: un quotidiano dalla rete]


DOPO TRE MESI DI PREGHIERE E SPERANZE
E’ STATO TROVATO PER CASO IL CORPO SENZA VITA
DELLA POVERA YARA.
UNA BAMBINA CHE AVEVA COME
UNICA COLPA QUELLA DI VOLER VIVERE.
NON E’ NOVITA’ CHE IL NUOVO PATRIOTA
SI DEDICHI A QUESTI DRAMMATICI FATTI DI CRONACA:
DA SEMPRE LA SICUREZZA E LA SALUTE
DELLE DONNE ITALIANE SONO OBIETTIVO PRIMARIO
DEI POST DI QUESTO BLOG.
RECENTEMENTE ANCHE ALEMANNO,
SINDACO DI ROMA,
LAMENTAVA LA PROPRIA DIFFICOLTA’
NEL RIUSCIRE A FAR FRONTE
AI VIOLENTI FATTI DI CRONACA CHE COLPISCONO
LE GIOVANI PATRIOTE.
TUTTAVIA, COME HO SEMPRE SOSTENUTO,
LA COLPA NON E’ DA IMPUTARE ALLA MANCANZA
DI UOMINI E FORZE DELL’ORDINE,
MA A COLORO CHE DOVREBBERO TENERE
IN CUSTODIA QUESTI ANIMALI E RIFIUTI DELLA SOCIETA’.
OCCORRONO LEGGI SEVERE,
VANNO RIPRISTINATI L’ERGASTOLO
A PANE E ACQUA, LAVORI FORZATI CHE MIRINO
A FORNIRE UN SOSTENTAMENTO ECONOMICO
ALLE STESSE FAMIGLIE COLPITE NEGLI AFFETTI
FINO ALL’ULTIMO GIORNO SULLA TERRA.
E NEI CASI PIU’ GRAVI ANCHE LA PENA DI MORTE,
COME AVVIENE IN ALCUNI STATI AMERICANI E NON,
DOVE I CRIMINALI, GLI SCIACALLI SESSUALI
CI PENSANO PIU’ DI UNA VOLTA PRIMA
DI LASCIARSI ANDARE ALLA LORO NATURA SELVAGGIA
E CRIMINALE.
E QUANDO LO FANNO LA GIUSTIZIA
LI PUNISCE NEL MODO MIGLIORE.
CHI HA COMPIUTO CRIMINI
COME QUELLO CONTRO LA POVERA YARA
DEVE PAGARE NEL MODO PIU’ SEVERO.
CON NUOVE E LETALI LEGGI
AL SERVIZIO DEL PATRIOTA.

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In memoria di Marcello

“Quando camminerete sulla terra dopo aver volato, guarderete il cielo perchè là siete stati e là vorrete tornare” (Leonardo da Vinci).

Quando scrisse QUESTO articolo, legato al quadro di Paul Gauguin, D’où venons nous / Que sommes nous / Où allons nous (Da dove veniamo – Che cosa siamo – Dove andiamo), anche Marcello, per l’acuirsi di problemi di salute che lo attanagliavano da tempo, si era trovato in quel momento critico in cui ciascuno cerca risposte a quei grandi temi insoluti della vita; sentimenti che lui aveva garbatamente e velatamente manifestato in quel post nel quale fa l’indagine introspettiva dell’animo di Paul Gauguin, che nel periodo in cui dipingeva il quadro era in preda a profonda angoscia esistenziale. In quel post Marcello, toccando vette che ancora non gli conoscevo, mi si era rivelato dotato di estrema sensibilità, che esprimeva anche nelle sue vignette, se le si analizzavano a fondo. Vignette che spesso non capivo perchè a volte molto profonde, come questa, e allora, senza vergognarmene, gli chiedevo chiarimenti. Quello che alcuni dei suoi detrattori più incalliti non capivano era che quando Marcello si immedesimava in Sarcastycon, non era il semplice vignettista come se ne potrebbero trovare tanti altri in rete. E a questo punto mi sia consentito l’arrogarmi la paternità di Sarcastycon, alias Marcello, vignettista. Fui io, infatti, che dopo aver gustato delle sue prime vignette nel 2006, lo spinsi e lo stimolai a perseverare in quella strada, che aveva imboccato assai bene, e a volersi migliorare sempre più. Marcello conviveva da tempo con il pacemaker, che ultimamente ogni tanto gli faceva le bizze; e allora doveva andare in revisione, come lui soleva chiamare quelle assenze dal blog. Ma ultimamente, l’ausilio di tale supporto meccanico non gli era stato più di grande aiuto, e un cuore nuovo mi confidava che sarebbe stato più confacente al caso suo. Ma per questioni etiche e psicologiche si è sempre astenuto dall’idea di sottoporsi ad un trapianto. E così, nonostante un intervento di routine presso la Clinica San Raffaele di Milano – che peraltro in base a quanto mi comunicò l’amico comune Stealth il 3 febbraio, era andato tutto bene – tornato a casa, forse per il sopraggiungere di altre complicazioni, la sera di mercoledì scorso ci ha lasciati, spegnendosi nella sua abitazione, davanti al computer, forse intento a leggere i nostri post con i relativi commenti.

Ho di lui tanti ricordi, ma per quanto io vivrò ce ne sarà uno che mi riporterà a lui più di ogni altro. Negli stessi giorni di gennaio in cui si era aggravato, venendo ricoverato nell’ospedale della sua città, a 300 km di distanza anche mio padre veniva ricoverato quasi in fin di vita. Data l’età e le sue condizioni generali apparse subito molto critiche, noi familiari c’eravamo già preparati al peggio. Pochi giorni fa, invece, nel giorno del suo compleanno i medici, coadiuvati da eccellenti fisioterapisti, han provato a rimetterlo in piedi, e lui, autonomamente, è riuscito a mantenersi diritto per alcuni secondi. Qualcuno dei presenti ha così subito sussurrato al “miracolo”, andando anche a vedere chi fosse il santo del giorno: San Pier Damiani. Di tale santo, e Dottore della Chiesa, tempo addietro avevo scritto un tratto della sua agiografia in questo breve saggio, unendolo ai versi di Dante che lo aveva cantato nel Paradiso.

San Pier Damiani, una figura che sarebbe anche molto adatta ai nostri tempi – eremita, monaco, cardinale di movimento: innamorato di Cristo e della Chiesa – era nemico degli sprechi e degli sperperi che avvenivano nella Chiesa del suo tempo, affermando che quelle risorse potevano invece essere indirizzate più utilmente per alleviare le sofferenze dei poveri.
En passant, vorrei quindi ricordare i tre punti salienti della sua agiografia, riassunti poeticamente da Dante nel XXI Canto del Paradiso, dal verso 106 e seguenti.

– Era un momento particolarmente difficile per la Chiesa. Erano frequenti casi di simonia e gomorria nell’ambito ecclesiastico. Su questi due argomenti san Pier Damiani scrisse il Liber gratissimus (contro la simonia) e il Liber gomorrhianus. Nel 1057 Stefano IX, anche lui monaco e divenuto papa per forza, lo creò cardinale vescovo di Ostia. Seguì due linee guida poste al centro della sua attività apostolica: “il ritorno alla tradizione intesa come metro su cui la Chiesa deve continuamente misurarsi e il riferimento alla sede apostolica in funzione di guida di verità, perchè munita del sigillo della vicaria di Cristo”. “Fu lui il principale ispiratore del famoso decreto del 1059 con cui Niccolò II stabilì che l’elezione papale fosse fatta dai soli cardinali”.

– Iniziò ad essere il cardinale di movimento. Inviato a Milano, con un soluzione geniale pose fine allo sciopero liturgico che era scoppiato nel 1059 perchè “quasi tutti i chierici erano stati ordinati simoniacamente”. Compì poi missioni in Francia, dove risolse diatribe al limite del possibile. Fu due volte a Montecassino, e a Firenze dove fu chiamato per risolvere il caso del vescovo Pietro accusato di simonia. Già vecchio e malato, nel 1069 si recò in Germania davanti all’imperatore Enrico IV e ne impedì il divorzio.

– “Difese la libertà di parola nella Chiesa, il dovere di reciproca correzione fra i suoi membri fino all’ultimo laico”. “Diede grande importanza all’aspetto socioeconomico, affermando che i beni della terra appartengono a tutti e che le ricchezze della Chiesa spettano per diritto ai poveri”. “Ricordava ai monaci che, se nel comprare un vestito spendono troppo, hanno rubato, perchè si sarebbe potuto aiutare un povero”.

Tra’ due liti d’Italia surgon sassi,
e non molto distanti a la tua patria,
tanto, ché troni assai sonan più bassi,

e fanno un gibbo che si chiama Catria,
di sotto al quale è consecrato un ermo,
che suole esser disposto a sola latria”

Così ricominciommi il terzo sermo;
e poi, continuando, disse: “Quivi
al servigio di Dio mi fei sì fermo,

che pur con cibi di liquor d’ulivi
lievemente passava caldi e geli,
contento ne’ pensier contemplativi.

Render solea quel chiostro a questi cieli
fertilemente; e ora è fatto vano,
sì che tosto convien che si riveli.

In quel loco fu’ io Pietro Damiano (…)

A parte la divagazione di carattere strettamente personale, legata a quanto accaduto a mio padre, penso che San Pier Damiani piacesse a Marcello, con il quale, quando si dovessero incontrare in Paradiso, s’instaurerà tra loro una forte amicizia. C’è infatti una frase nel commentario del post La provincia Terra di Lavoro, che mi fa supporre tutto questo. Dice Marcello: “la mia è una considerazione personale, se vado per ascoltare una messa, di cui praticamente conosco tutta la liturgia, in una chiesa, come quelle di cui stiamo parlando, mi distraggo per ammirare i capolavori esposti. Ci sono chiese con dei soffitti incredibilmente belli che, più li guardi e più scopri particolari che, in antecedenza, non avevi notato, dicasi ugualmente per quadri e statue.Tutto questo non agevola certamente la concentrazione sul rito che si sta officiando“.

Detto questo, come appare anche da questo articolo pubblicato sulla rivista on-line dell’ANTIUAAR, di cui faceva parte, Marcello aveva particolare preferenza per le messe officiate in latino.

In tema di grandi dilemmi, tra gli animi più dediti all’introspezione nasce talvolta il desiderio di cercare una qualche prova scientifica dell’esistenza di Dio, ciò che era avvenuto in me e Marcello, e con lui avevamo così quasi deciso di addentrarci in tale ricerca. La prima idea l’ebbe lui quando pubblicò il post Entanglement (cliccare per leggere), presente nel suo Zibaldino. Un articolato post dalla complicata assimilazione, che però andrebbe letto per farsi l’esatta idea di chi fosse realmente Marcello: persona dedita continuamente a profonde meditazioni, che poi esternava anche nelle mordaci vignette a firma Sarcastycon. Un mio fugace tentativo è invece riscontrabile nel post Possibile prova scientifica dell’esistenza di Dio,

dove il bagliore luminoso provocato dal corpo di Cristo nel quadro di Tiziano Vecellio, conservato nella chiesa San Salvador di Venezia, sembra quasi voler anticipare e quasi prevaricare di 4 secoli la nota legge di Einstein, la cui mirabile sintesi è racchiusa nella famosa formula E=mc2 .
Sembra infatti che Tiziano in tale quadro abbia voluto inconsciamente crearsi la propria prova scientifica dell’esistenza di Dio: la massa corporea di Cristo che si trasforma in bagliore, quasi in virtù della celeberrima formula.

La dipartita in così giovane età di Marcello (70 anni, appena compiuti alla fine di gennaio, non erano poi così tanti) ha bloccato per sempre tale progetto, perchè desistemmo; forse anche a seguito di un commento di Josh, che ci aveva in certo qual modo dissuasi dal proseguire.

Postilla conclusiva.

Mia figlia, a conoscenza della grande amicizia tra me e Marcello nata sul filo di internet, insiste pressantemente affinchè trasformi in libro tale storia, promettendo di darmi una mano. Non prometto nulla, e ci penserò.

link utili: per accedere all’indice della sua saggistica, cliccare qui / a proposito del suo agnosticismo, leggere qua / a proposito della sua posizione in merito, leggere qua / per accedere a qualche suo spunto filosofico, cliccare qui / A proposito del suo agnosticismo cliccare qui

In alto: Marcello – Foto gentilmente offertami dalla famiglia

Seconda foto dal basso: Eremo di Gamogna – Appennino Romagnolo

ciao Maestro, amico mio

Ieri Sarcastycon è diventato tutt’uno con l’Universo e parte eterna di tutti i suoi cari e  della mia anima .

Se fino a ieri lo adoravamo, oggi gli vogliamo ancora più bene: ci ha dato tantissimo e continuerà ad essere in noi e vivrà con noi per sempre.

Marcello,questo blog rimane la fonte visibile del tuo Grande Spirito.

ciao

e ricordati che mi devi una passeggiata a il mare

stealth

Fermiamoli!

Bruxelles E’ ormai una corsa contro il tempo. Se da un lato sono cominciati i trasferimenti verso la Sicilia altri immigrati continuano ad approdare a Lampedusa. La situazione è in continua evoluzione ed è difficile tenere aggiornati anche i numeri.
Il flusso dei disperati provenienti dalla Tunisia infatti non accenna ad esaurirsi.
Trecento mila immigrati pronti a partire verso l’Italia. Una marea umana che non sembra arrestarsi.
L’Europa promette solidarietà all’Italia, garantendo sostegno politico, uomini e finanziamenti, dall’altra fa sapere che non intende partecipare ad un’eventuale distribuzione dei disperati che dovessero sbarcare in Europa.
Perchè spiega: “Un Paese di sessanta milioni di abitanti non può avere problemi a fronteggiare qualche migliaio di migranti”.


[fonte: un quotidiano dalla rete]


IMPEGNATO PER DIVULGARE
IL VERBO DEL NUOVO PATRIOTA,
TORNO PER ACCORGERMI CHE
LA SITUAZIONE PRECIPITA.
L’EUROPA SE NE INFISCHIA,
L’ITALIA NON SA COME
AFFRONTARE IL FLUSSO INUMANO
CHE PROVIENE DALLA
IRRESPONSABILE AFRICA
NESSUNO SEMBRA AVERE
UNA RISPOSTA
ADEGUATA.
EPPURE E’ COSì SEMPLICE,
VI AIUTO IO NEL TROVARE UNA SOLUZIONE
UNA PAROLA, UNA FEDE!
RESPINGIMENTI!!!

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Il Festival dell’ Unita’

Visto che stiamo celebrando l’Unita’ d’Italia, iniziamo con un quiz all’americana…Vi piacerebbe se un bel giorno vi dicessero che la sedia su cui siete seduti e il letto in cui dormite sono “patrimonio dell’umanita’”, anziche’ vostro?Vi piacerebbe se nottetempo entrassero nella vostra casa torme di individui e, oltre a non poterli cacciare, vi si obbligasse ad alloggiarli e mantenerli a vostre

L’ORIGINE DEL CARNEVALE

Carnevale, festa dell’eccesso, è considerato tradizionalmente il momento privilegiato dell’anno in cui vengono abolite le regole consuetudinarie e ogni smodatezza permessa; tutti i ruoli sono capovolti e qualunque inversione accettata; è consentita ogni beffa e ogni bizzarria e ammessa qualsivoglia forma di baldoria: come dire l’avvento della sfrenatezza assoluta, durante il quale l’uomo può dare sfogo a tutti gli istinti repressi e mortificati nel resto dell’anno dalle convenzioni sociali.

Questi caratteri inducono a ritenere che il carnevale rappresenti una festa di liberazione delle inibizioni, una sorta di disordine permesso dalle istituzioni affinché gli umori anti istituzionali e sovvertitori possano catarticamente consumarsi in modo da consentire, dopo, la riaffermazione e il ristabilimento dell’ordine costituito. Ma tale funzione, attribuita oggi al carnevale e impostasi dopo un lungo processo dovuto all’azione censoria e moralizzatrice della Chiesa da una parte, a quella desacralizzante del sociologismo scientista dei nostri tempi dall’altra, appare riduttiva e fuorviante rispetto al significato originale della festività, al suo valore antropologico e alla ricchissima simbologia mitologica che essa esprime. Osteggiata in passato dalla Chiesa, che la considerava un’occasione di deplorevoli comportamenti sregolati e orgiastici da cui il popolo di Dio doveva guardarsi, il carnevale è in realtà una celebrazione che trova la propria origine e la propria funzione in quella religiosità cosmica o archetipica che induce l’uomo a rinnovare ciclicamente il senso del suo essere nel mondo, riaffermando l’ordine superiore del cosmo e il suo diritto di farne parte, in quanto artefice di quello stesso ordine per mezzo dei propri antenati capostipiti, quei primi uomini, ormai avvolti nell’aura del mito o della divinità, che introdussero l’ordine e la misura nel mondo in sostituzione del caos primigenio e crearono le condizioni per l’esistenza stessa degli uomini e delle loro comunità. Forse c’è un influsso della Chiesa nel nome stesso del carnevale, se è vero che esso deriva dall’abbreviazione di carnes levare, dalla lettura di una sequenza, ad levanda carnes (“a sospendere l’uso alimentare della carne”) che si pronunciava nella messa della domenica precedente la Quaresima. A conferma di questa interpretazione ci sarebbero i termini equivalenti usati in Sicilia (Carnilivari) e nell’antico toscano (Carnasciale, da “carne lasciare”). Più rispondente al significato originario sembrerebbe invece il termine Fasnacht, usato nei paesi sassoni per indicare la notte fra il martedì grasso e le Ceneri, che meglio attesta il tripudio orgiastico carnevalesco poiché deriva da un verbo, faseln, che significa vaneggiare, delirare o impazzire.
Un’altra possibile origine del nome possiamo trovarla nella lontana civiltà babilonese, dove risiede uno dei modelli di riferimento più antico del carnevale. A Babilonia la festa celebrava il passaggio dal vecchio al nuovo anno, il cui avvento corrispondeva all’equinozio di primavera. Il momento culminante di quella celebrazione era rappresentato dall’attraversamento della città da parte di una nave munita di ruote, il car naval (da cui, dunque, carnevale) su cui troneggiavano i simulacri del sole e della luna. Scortato dal popolo festante, il battello montato su ruote approdava al santuario del dio Marduk, colui che, dopo essere sceso agli inferi, risorgeva vincendo il caos e riportava l’ordine nell’universo. Il percorso del car naval raffigurava simbolicamente il viaggio degli astri dal vecchio al nuovo anno e alludeva al passaggio dall’oscurità e dalla confusione prodotte nel cosmo dal declinare del tempo trascorso alla ri-creazione e alla luminosità del tempo rinnovato. Durante il viaggio l’anno morente – e con esso l’ordine del cosmo – si dissolveva nel nulla, causando la regressione al caos primordiale in cui si determinavano l’inversione naturale, per cui l’uomo si tramutava in animale, in donna o in fanciullo e viceversa; l’inversione sociale, che consentiva ai servi di diventare padroni; e l’inversione temporale, dove i defunti, evocati dai viventi indossando una maschera, potevano tornare in vita per “sfrenarsi” come al tempo della loro esistenza e della loro giovinezza. Incontriamo riuniti qui, in sostanza, gli elementi fondamentali del carnevale, gli stessi che ritroviamo, in forme più o meno simili, nei Saturnalia romani, durante i quali gli schiavi diventavano padroni e ogni licenza era permessa, ma soprattutto (quale probabile conferma dell’origine del nome della festa) nei riti celebrati in Grecia in onore di Dioniso e in Egitto in onore di Iside, contrassegnati da cortei di carri a forma di nave, quegli stessi carri, d’altronde, che si sono tramandati nel corso dei secoli fino ai giorni nostri, come testimoniano la presenza di carri mascherati in molti carnevali del nostro paese, da Ivrea a Cento a Viareggio.

Ma accennando al ritorno in vita dei defunti abbiamo introdotto uno degli elementi principali del carnevale, quello che gli conferisce il suo carattere più appariscente e che testimonia una volta di più l’arcaica sacralità delle sue origini. Si tratta dell’usanza di indossare la maschera, un’usanza che tutti gli studiosi di antropologia culturale hanno indicato come il mezzo adottato dalle popolazioni primitive per comunicare con l’Aldilà. Nelle società arcaiche la maschera rappresenta invariabilmente un antenato che è, al tempo stesso, un essere mitico, un fondatore della dinastia degli uomini che ha contribuito assieme agli dei a stabilire le regole dell’esistenza. E saranno per l’appunto questi antenati, riportati in superficie grazie alle maschere proprio nel momento in cui l’umanità è regredita al caos primigenio a causa del tempo morente, a prestare ai vivi l’energia vitale sovrumana che ha già permesso loro di costituire l’ordine naturale e sociale nei tempi mitici, per rifondare e ricostituire il tempo nuovo e rigenerare la vitalità stessa degli uomini, a sua volta logorata e deteriorata dal tempo trascorso. Naturalmente per i viventi c’è un pericolo nell’evocare i defunti, la cui presenza sulla terra deve durare quel tanto che basti a riportare alla luce la forza del mondo di sotto, quella forza che, tra l’altro – ricordiamolo – permette alle piante di spuntare dal seme e ai primi germogli di schiudersi, segnando quindi l’avvio di un nuovo ciclo vitale della natura. Già l’invenzione della maschera, se serve a materializzare simbolicamente quell’altro dal quale l’uomo deve attingere l’energia per rinnovarsi, consentendogli di identificarsi con lui e di ridurlo alla propria portata,vale anche a tenerlo a bada, a mantenerlo separato da sé. Sovrapponendo l’effigie dell’altro al proprio volto si possiede la sua forza, ma al tempo stesso se ne resterà posseduti, correndo il rischio di non riuscire più a controllarla. Per questo occorre una cesura definitiva tra il caos momentaneo carnascialesco e il ritorno all’ordine abituale dell’esistenza, un’interruzione drammatica e propiziatoria che si configura nell’offerta di un essere vivente, col quale le anime dei trapassati, placate, facciano ritorno docilmente al mondo di sotto. La gioia sfrenata e orgiastica del carnevale trova così la sua stridente conclusione nella messa a morte di un capro espiatorio, quella messa a morte che oggi viene rappresentata simbolicamente (ma originariamente il sacrificato era senza dubbio un uomo in carne ed ossa) col bruciamento, o con la lacerazione e l’annegamento, di un fantoccio battezzato Martedì Grasso o Re del Carnevale.

Nell’ordine: “La Sartiglia” di Oristano; carnevale a Venezia; carnevale “Bagoss” a Bagolino; “femminielli” della Zeza a Avellino; carro mascherato a Cento; “mamuthones” di Mamoiada; carnevale del Diavolo a Tufara.

Miriam

Hieronymus Bosch, pittore religioso

 

Delle svariate interpretazioni che hanno visto via via nella pittura di Hieronymus Bosch il prodotto d’uno stravagante inventore di mostri e chimere, il frutto di meravigliose e singolari fantasie più ripugnanti che piacevoli, il riflesso di pratiche esoteriche ispirate da movimenti eretici dediti all’alchimia e alla stregoneria o, in tempi più recenti, la raffigurazione delle forme più inquietanti partorite dalla profondità dell’inconscio, facendo quindi del grande pittore fiammingo una sorta di anacronistico adepto del Surrealismo o addirittura delle teorie psicoanalitiche di Freud, aveva già fatto giustizia, se andiamo a vedere, il sacerdote spagnolo Fray Josè de Siguença, il quale, nel 1605, affermava che se gli altri pittori effigiavano l’uomo come è eternamente, Bosch aveva avuto l’audacia di dipingerlo come è internamente; portando alla luce, bisogna aggiungere, il groviglio di male e di bene che è nell’uomo per sublimarlo in altissima poesia e realizzare una delle visioni più affascinanti della pittura europea.

 

 

 

La mentalità di Bosch era quella comune agli uomini del suo tempo, quell’autunno del Medioevo in cui il terrore dell’Apocalisse era ancora presente e vivo nelle coscienze, e il suo universo catastrofico e convulso si alimenta interamente delle ansie e delle angosce di quell’epoca. Lo sgomento della fine del mondo e del Giudizio Divino si rispecchia nella proliferante selva di ossessioni e simbologie mistiche e infernali, coi suoi risvolti di orrore per il peccato e di anelito all’ascesi, che appare nel cosmo urlato estraziato del pittore, in cui l’ordine delle cose è scardinato e sconvolto e dove si assiste ad orrende metamorfosi e ad oscene congiunzioni. La flora e la fauna, antropomorfizzate e talvolta metalizzate, ridotte comunque a forme aliene e inquietanti, braccano un’umanità spaventata e derelitta, quando non sono gli stessi diavoli ad afferrarla e punirla mentre è dedita al sollazzo più turpe o ad ogni genere di violenza, e intanto nei cieli sulfurei non volano gli uccelli ma nuotano pesci feroci e navigano imbarcazioni minacciose.

 

 

Noi moderni abbiamo dimenticato il linguaggio fantastico e simbolico del passato, per questo non riusciamo a comprendere facilmente il mondo di Hieronymus Bosch, al punto che taluni, in tempi recentissimi, si sono spinti perfino a ritenerlo il frutto d’una condizione allucinatoria dovuta all’assunzione di stupefacenti, forse perché la povertà d’immaginazione contemporanea riesce a concepire la fantasia solo associandola a quello scardinamento della mente e dei sensi corrispondente al cosiddetto stato di trance prodotto dalla droga. Invece quel mondo era facilmente accessibile ai contemporanei del pittore perché al suo tempo la realtà era tutta leggibile per simboli ed immagini spesso iperboliche; ed era una realtà nutrita d’un sentimento religioso fortissimo e quasi violento, dove il senso della lotta implacabile tra bene e male, tra Dio e Satana si rifletteva nel contrasto irriducibile tra la forte sensualità e il misticismo intransigente dei fiamminghi. In quel tempo predicatori visionarirappresentavano i peccati con l’immagine di bestie dotate di orribili organi genitali, da cui scaturivano torrenti di zolfo e di fuoco; i religiosi conducevano una lotta spietata contro le pratiche magiche ed esoteriche (cosa che, per inciso, azzera ogni possibilità di un Bosch dedito alla stregoneria, poiché i suoi committenti erano sempre membri del clero o di consorterie religiose, a una delle quali, peraltro, apparteneva lui stesso); cantastorie e canovacci usati dai saltimbanchi che si esibivano davanti alle folle dimostravano un gusto particolare per il grottesco e il mostruoso: si immaginavano capre e asini capaci di cantare, lupi intenti a suonare il flauto, uccelli volar via dalla bocca di draghi e uomini vomitati dal ventre della balena com’era accaduto a Giona ai tempi della Bibbia: le stesse immagini partorite dalla fantasia di Bosch, insomma, solo che lui era capace di tradurre tutto in grande pittura, d’una finezza cromatica e d’una ricchezza e concretezza formale che conferisce a quelle fantasie, allora come oggi, una verità stupenda che, se impressiona e allarma, seduce anche, e incanta sovente.

 

D’altronde non mancava al Bosch una capacità d’osservazione puntuale e in certo modo realistica dell’umanità che poteva osservare quotidianamente nelle folle di storpi e mendicanti che si aggiravano ovunque, e di trovar spunto per rappresentarla nelle loro fisionomie che apparivano spesso grottesche e ripugnanti già solo per le bocche precocemente sdentate, poiché all’epoca l’arte dentaria non aveva nemmeno avviato i primi passi. Lo constatiamo, ad esempio, nella tavola del Cristo porta croce, un insieme di facce in primo piano vociferanti e quasi imbestiate, atteggiate in smorfie e ghigni crudeli, e dove solo il Cristo e la Veronica che gli ha appena asciugato il volto rimasto impresso nel telo conservano fattezze umane e dolenti.

 

 

Intendiamoci, questo mondo così stravolto e per nulla rassicurante non è privo, se si esamina non superficialmente la vulcanica produzione bosciana, d’un pizzico d’ironia o di sarcasmo, perché all’occhio attento non può sfuggire, nella sua opera, la dilettazione nel dar corpo a un universo fantasmagorico e sorprendente, il piacere di confezionare una pittura con estrema sapienza e perizia, e la ilare vivacità di spirito d’un artefice che, mentre ammonisce i suoi simili a temere il giudizio dell’Altissimo, non disdegna di sciorinare davanti ai loro occhi, col gesto sornione del prestidigitatore, i frutti multicolori del suo ingegno e di abbagliarli con la magia della sua prodigiosa fantasia. Basta guardare, per capirlo, i grandi trittici bosciani che il tempo ci ha restituiti intatti (perché si sa che, purtroppo, buona parte della produzione di questo artista è andata distrutta o perduta), primo fra tutti quel Giardino delle delizie che, volendo raffigurare e stigmatizzare la lussuria, appare come una vera e propria festa di colori e di immagini dove lo sguardo si smarrisce sbalordito e ammaliato, e dove, soprattutto nel pannello centrale, si respira, sì, un’atmosfera erotica e un senso di diffusa sensualità, popolato com’è da un’infinità di nudi maschili e femminili, ma così algidi e goticizzati da renderli del tutto asessuati e che, atteggiati nelle pose più svariate alludenti all’atto sessuale (come quando insieme mordono fragole enormi o si circondano di ciliege, simboli del piacere carnale, mentre sono osservati da pettirossi che rappresentano la lascivia e da civette che rimandano al peccato di concupiscenza) appaiono depurati da ogni sospetto di morbosità. Il pannello laterale di sinistra rappresenta uno scorcio del Giardino dell’Eden con Adamo ed Eva accanto al Creatore in atteggiamento benigno, mentre già gli animali in primo piano sono dediti alla violenza e il paesaggio minaccioso alle loro spalle cinto da montagneinnaturali, e quella strana pianta-fontana a mezza strada tra un rettile e un corallo dentro cui si annida ancora la civetta, alludono chiaramente alla prossima cacciata. Nel pannello posto a destra, invece, si respira ormai l’aria fetida e cupa dell’inferno, coi soffi incandescenti d’un incendio e la rappresentazione dei vari supplizi a cui espone la libidine sfrenata, come l’esser posseduti da un maiale o sbranati dai cani, mentre su tutto domina la misteriosa figura dell’uomo albero col simbolo fallico della zampogna sul capo e nel ventre tondo che allude forse all’eresia dell’uovo primordiale, da cui saremmo scaturiti noi umani ai primordi del tempo, alberga una bettola su cui si arrampica un individuo col sedere trafitto da una freccia.

 

Impossibile inseguire la sterminata inventiva bosciana se non per dire ancora che, sia nelle opere di grandi dimensioni, sia nelle tavole di medie e piccole proporzioni, la bellezza cromatica e la felicità dell’impaginazione delle scene che consente sempre, anche dove l’impianto appaia monumentale, la minuta lettura d’ogni dettaglio, raggiunge spesso vette di virtuosismo pittorico che eguaglia, se non supera, la sfrenata carica immaginativa dell’artista. Forse dal punto di vista del valore puramente pittorico il primo posto spetta, tra tutti gli altri, al trittico dell’Epifania, che rapisce soprattutto per la bellezza dei particolari, come l’abito prezioso di Melchiorre con gli acanti spinosi che ne ornano il colletto e la spalla, il mantello riccamente ornato del secondo re con fregi che rappresentano episodi della Bibbia, i doni dei tre magi preziosamente cesellati e la calma solennità del biondo paesaggio con una tenue città sullo sfondo, irta di torri fantastiche. A prima vista, una scena tranquilla e quasi idilliaca, ma, anche qui, a rammentarci che la salvezza dell’anima è ardua da conseguire e che neppure la venuta del Salvatore è bastata a redimere l’uomo dalla durezza del cuore e dall’inclinazione alla violenza e al peccato, il limpido paesaggio appare percorso da eserciti in marcia verso la guerra e la scena della natività, così familiarmente serena, è guastata dalla presenza di pastori dall’aria losca e maligna che osservano l’adorazione dei magi con sfrontatezza e sospetto, mentre dalla porta della vecchia capanna fa capolino un bizzarro personaggio seminudo carico di oreficeria e di sinistri ninnoli barbarici, chiaro simbolo d’un paganesimo che sarà duro da debellare.

 

 

Dionisio

Una ragione in più per votare La Destra !

Niente gay nel partito. L’assessore della Regione Lazio Teodoro Buontempo assicura di non voler discriminare nessuno, ma ci tiene a “preservare” l’immagine dura e pura della Destra. “Perché iscrivendo dei gay al partito – spiega a KlausCondicio – daremmo un cattivo esempio all’immaginario collettivo, di una condivisione di valori che nel nostro dna non abbiamo”. Durante una intervista al programma di approfondimento di Klaus Davi, Buontempo mette dei paletti alle iscrizioni al partito. “Intendiamoci – spiega l’assessore regionale – incontrerei questa persona e gli spiegherei perché sarebbe sbagliata una simile scelta e che un partito deve avere le sue colonne d’Ercole. Altrimenti non sarebbe un partito, ma un contenitore vuoto come tanti ce ne sono oggi”. “Gli spiegherei che siamo contrarissimi ai matrimoni omosex e ancor di più alle adozioni, quindi gli direi che non sarebbe opportuno – continua Buontempo – inutile essere ipocrita per avere qualche voto in più. Detto questo, difenderei un gay e mi batterei perchè venga rispettato”. Alla domanda di Klaus Davi: “E se scoprite che una persona già iscritta è gay?”, l’esponente della Destra risponde: “In tutte le buone famiglie ci sono le pecore nere, ma non lo espelleremmo assolutamente, a patto che non cerchi di mettere nei programmi del partito le unioni o le adozioni gay. In quel caso sarebbe incompatibile”.

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Andromeda quinta stagione

Ho già scritto della serie “Andromeda”, prodotta da Gene Roddenberry, lo stesso creatore di Star Trek.
Con il nuovo anno e dopo una serie infinite di repliche delle prime quattro stagioni, il canale satellitare Fantasy ha iniziato a programmare la quinta e ultima stagione.
I protagonisti sono sempre gli stessi dal capitano Dylan Hunt alla eterea Trance Gemini, dalla virago Beka Valentine al geniale nerd Simus Harper fino al niciano Radek già nell’equipaggio della quarta stagione ed una nuova andrioide (che poi sembra sempre la stessa ma con diverso interprete).
I primi episodi descrivono la vita dopo il passaggio nella porta delle Ere e la battaglia contro i Magog.
I primi episodi sono decisamente poco accattivanti.
Sembra che, come già abbiamo visto per Babylon 5, nella quinta stagione si fossero esaurite le idee e per sopperire alla loro mancanza si sia voluto trasformare un prodotto essenzialmente fondato sulla avventura spaziale, in un cerebrale trattato filosofico sulla vita e la morte e sulla moltepplicità degli universi.
Ovviamente c’è il tempo per recuperare e far tornare a viaggiare l’Andromeda negli spazi profondi e dare corpo alla riscossa della Confederazione contro i Magog, ma l’inizio di questa quinta stagione è decisamente sotto tono e temo che la sceneggiatura non migliorerà di molto.
E forse si capisce perchè la quinta è stata anche l’ultima stagione di Andromeda.

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