La Giorgetti presidente del Santo Stefano

E così il Pdl ha evitato di affondare eleggendo Ilaria Giorgetti presidente del Quartiere Santo Stefano, l’unico sottratto, come sempre, ai comunisti, con il solo voto contrario del Consigliere Mioni già presidente durante il breve mandato comunale di Delbono.
La Giorgetti ha iniziato bene e male.
Bene l’aver chiesto scusa agli elettori per lo spettacolo indecente offerto dai consiglieri Pdl.
Male per aver ripetuto a pappagallo la solita liturgia della massima condivisione bla … bla … bla …
Primo avviso quindi al neo presidente.
Il Santo Stefano è un quartiere decisamente orientato sul Centro Destra e, in certi aspetti, più a Destra che al Centro.
Quindi i provvedimenti da assumere non potranno e non dovranno accarezzare per il loro verse le pretese degli sconfitti di sinistra.
Quindi poco interventismo e molta libertà.
A cominciare da quella di parcheggio, di circolazione con i mezzi privati.
Al quartiere, unica istituzione di Centro Destra nel mare rosso di Bologna, chiedo un primo provvedimento urgente per liberare Villa Aldini dalla presenza degli immigrati e per inibire ogni futura eventuale installazione di campi di raccolta, rom o di tal genere.
E’ evidente che una simile iniziativa non potrà in alcun modo essere soggetta a trattative o compromessi con la sinistra che dell’accoglienza ha fatto la sua bandiera.
Analogamente il quartiere dovrà vigilare perché non venga costruita, né materialmente,né surrettiziamente usufruendo di sale già esistenti, una moschea o centro similare.
E poi la sicurezza.
Pretendere dal comune maggiori pattugliamenti della polizia municipale nelle ore serali e, soprattutto in estate, anche notturne.
Meno multe per divieti di sosta o di circolazione e più sicurezza.
Almeno nel nostro quartiere.
Mi auguro che la Giorgetti non si lasci irretire da costose e inutili iniziative a favore di questa o quella lobby, risparmiando il denaro per rendere servizi reali ai cittadini e non per operazioni di immagini quali feste, serate canore, stipendiando nani e ballerine come faranno al comune o in altri quartieri.
Per ora mi fermo qui.
La Giorgetti deve dimostrare di valere il posto che ha ottenuto dopo forti scontri nel suo partito e per dimostrarlo deve rappresentare un controcanto rispetto alla giunta comunale ed agli altri quartieri.
Lo scambio di reciproca stima con esponenti della sinistra mi fanno dubitare che possa essere il presidente di cui il quartiere e il Centro Destra hanno bisogno, ma sarei lietissimo di sbagliarmi.

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Elton John e il vero volto dei progressisti

In questi giorni Piazzola sul Brenta e la piazza di fronte alla splendida Villa Contarini di Palladio sono teatro di una rassegna musicale che sta portando le star del pop italiano, come Giovanni Allevi, Jovanotti, Cesare Cremonini e i Modà, e star internazionali come Jamiroquai, i Korn, gli Hooverphonic ed Elton John nel mezzo della provincia padovana. Proprio il gaio baronetto Elton John è stato protagonista di un episodio che ha avuto una discreta eco sui media nazionali. Il gaio baronetto ha difatti fatto sgomberare dei nomadi dal luogo del concerto. I nomadi in questione lavavano e stendevano i panni nei pressi della piazza del concerto e facevan giocare i loro bambini alcuni dei quali nudi. Ora, per carità, il gaio baronetto ha sicuramente avuto le sue buone ragioni per far sgomberare il tutto dalle forze dell’ordine. Chiunque ha avuto a che fare con i nomadi sa benissimo che bisogna usare il pugno di ferro per poter ragionare. Ciò che non torna, e che da fastidio, è che il gaio baronetto, come molti suoi compagni di fazione politica, predica in un certo modo e razzola in un altro. Dall’alto dei suoi miliardi ciancia di “diritti civili”, di “lotta all’intolleranza”, salvo poi tramutarsi in Gentilini quando deve affrontare in maniera concreta il problema dell’integrazione. Avere a che fare, come in questo caso, con i nomadi o con etnie differenti che magari provengono da paesi disagiati non è una passeggiata, le regole ferme e chiare e il pugno di ferro sono l’unico modo per riuscire ad affrontare il problema ed evitare situazioni di illegalità e degrado. Lorsignorie progressiste, come il gaio baronetto in questione però amano riempirsi la bocca di belle parole e agitare il ditino verso chiunque osi ribadire i concetti basilari della difesa dell’identità e del rispetto delle regole, salvo poi agire in modo completamente differente quando la dura realtà gli si para davanti. In realtà comunque la metamorfosi gentiliniana di Elton John e delle altre vestali del politicamente corretto non dovrebbe sorprendere. In realtà i veri razzisti sono proprio loro. Quando sentite parlare di immigrazione le vestali del politicamente corretto esse ripetono il seguente mantra “gli immigrati servono per svolgere i lavori umili” e proprio ripetendo il mantra svelano la loro reale natura razzista. Già, per il progressista medio l’immigrato serve a svolgere le mansioni della servitù e della bassa manovalanza, la loro è quindi più una compassione pietosa verso persone che considerano inferiori e perciò degne di lavori di bassa qualità svelando così il loro vero volto, un volto che nascondono bene dietro gli artifizi retorici del politicamente corretto ma che prima o poi emerge in maniera prepotente quando costoro si trovano in prima persona di fronte alle difficoltà delle relazioni inter-etniche.

La "Promozione" di Fitch è interessata?

La scure di due delle tre Gorgoni della finanza internazionale si è abbattuta sull’Italia dando il via alla speculazione internazionale sul nostro paese. Standard & Poors ha declassato l’Italia, mentre Moody’s ha messo sotto osservazione alcune delle principali aziende e banche del nostro paese. Tra le tre Parche v’è però un dissidente, questo dissidente è “Fitch”. “Fitch” non solo non ha declassato l’Italia, ma anzi ha promosso a pieni voti la manovra draconiana preparata dal governo Prodi Berlusconi e dal ministro Visco Tremonti. Se è vero, come si dice, che i giudizi delle agenzie di rating sono spesso guidati dagli interessi degli azionisti, allora uno sguardo all’azionariato di “Fitch” potrebbe spiegarci perché stavolta non concorda con le altre due Graie dell’alta finanza.

L’azionista di maggioranza di “Fitch” è la holding finanziaria Fimalac. Il gruppo Fimalac possiede il 60% delle azioni di Fitch. Fimalac è la holding personale del finanziere francese Marc de Lacharriére che ne possiede il 67% delle azioni.

Allo stesso tempo sappiamo che le banche francesi sono fortemente esposte sull’Italia. Le banche francesi possiedono qualcosa come 500 miliardi di titoli di debito pubblico italiano, una cifra enorme, che corrisponde ad oltre il 20% del PIL francese. E’ quindi evidente che un eventuale default italiano squasserebbe il sistema bancario francese e potrebbe pure portare ad un default della stessa Francia.

Ora, la Francia è di gran lunga il paese più esposto sull’Italia e rischierebbe l’osso del collo in caso di bancarotta italiana e l’unica delle tre maggiori agenzie di rating a non aver calato la scure sull’Italia è controllata da una holding francese. E’ un caso che “Fitch” non concordi con le altre agenzie di rating, o i suoi giudizi positivi sull’Italia sono interessati e in qualche modo influenzati dalla fortissima esposizione della Francia nei confronti dell’Italia?

L’eventuale conflitto di interessi di “Fitch” sull’Italia dovrebbe riportare al centro del dibattito la riforma delle agenzie di rating. Tre agenzie controllano il 96% del mercato del rating e queste tre agenzie sono pesantemente influenzate dai rispettivi azionisti. A loro volta le tre Gorgoni della finanza hanno un potere sconfinato e, come abbiamo visto in questi giorni, possono influenzare l’andamento dei mercati e le decisioni dei governi. Io ho preso questo esempio di possibile conflitto di interessi tra “Fitch” e l’Italia proprio per far capire come i giudizi delle tre Gorgoni non sono imparziali, ma sono spesso guidati da interessi dell’azionariato. Com’è possibile che tre agenzie oligopolistiche, i cui giudizi dovrebbero essere considerati carta straccia dopo che nessuna di queste tre riuscì a prevedere crack di Lehman Brothers, continuino ad avere questa autorità e che i governi europei, in questo momento minacciati dalla speculazione che si muove seguendo i giudizi delle tre Gorgoni, non siano ancora riusciti a trovare un accordo su un’agenzia di rating pubblica europea che possa far da contraltare alle tre (dis)Grazie?

Anche su Rischio Calcolato

Sciocchezzaio: le quote rosa

Il Tar ha cancellato la Giunta capitolina per … difetto di quote rosa.
In un periodo in cui è ncessario risparmiare, ottimizzare il tempo e produrre, c’è chi ha pensato ad una legge che obbliga le giunte locali ad essere composte non in base alle capacità, ma al sesso.
E c’è chi ha perso tempo e denaro (nostro) per discutere e votare tale legge, ed altri dipendenti pubblici (i magistrati del tar) hanno perso tempo e denaro (nostro) per sentenziare su un ricorso sulla lesa maestà compiuta da Alemanno.
Che, per carità, non è tra i miei preferiti, ma credo abbia ben altro di cui occuparsi che non trovare due o tre donne con cui infarcire la propria giunta e, nel frattempo, a Roma tutto si ferma.
Senza considerare che una donna capace emerge comunque, mentre quando si impone di averne un tot, indipendentemente dalle capacità, si rinuncia a chi, magari, ha ben maggiori competenze e meriti.
Anche se è un uomo.
E viceversa.
Tra le tanti legge inutili, quella sulle quote rosa è una delle peggiori, che nega capacità, competenza e meriti, in cambio del bilancino del farmacista.

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Automobilisti di tutto il mondo: uniamoci !

Da tempo pensavo a questo post.
Ogniqualvolta, in montagna, dietro una curva cieca trovavo due o addirittura tre ciclisti affiancati, ogniqualvolta in città in un senso unico vedevo sbucare contro mano un ciclista, ogniqualvolta un ciclista passava un incrocio incurante del semaforo rosso.
L’occasione mi viene dunque offerta da questa infame manovra fiscale di stampo socialista partorita da Tremonti, nel silenzio dell’opposizione, pronubo Napolitano (e posso solo immaginare le minacce che ha subito Berlusconi per non manifestare la sua contrarietà ad una manovra che tradisce i suoi impegni elettorali) che, oltre a tante porcherie, bastona, per l’ennesiam volta, gli automobilisti.
Hanno giocato con i cavalli fiscali per imporre un bollo aggiuntivo invece di rispettare l’impegno elettorale di abolirlo per tutti.
Hanno confermato le accise (tasse) sulla benzina così che il 52% del costo dle caburante è causato dalla tasse.
I loro provvedimenti hanno indotto i benzinai ad uno sciopero in pieno periodo estivo.
Ma l’unico danneggiato è l’automobilista, per nulla tutelato dalle associazioni di categoria come l’Aci, colpevole di possedere una vettura.
Così, ai ciclisti indisciplinati (e spesso arroganti nelle loro reazioni), ai divieti di circolazione imposti ormai in tutte le città tra isole pedonali, sensi unici, zone a traffico limitato e chi più ne ha più ne metta, perchè la fantasia non manca da parte di amministratori repressi che sanno solo inventare divieti e sanzioni, si aggiungono anche superbolli e tasse sulla benzina in aumento.
E che dire della buffonata di imporre il “bollino blu”, salvo poi proibire la circolazione alle automobili acquistate pochi anni fa, ma caratterizzate da “euro due” o “euro tre” ?
Un favore enorme alla consorteria dei produttori di automobili, in Italia particolarmente forte e capace di socializzare le perdite e privatizzare i guadagni, visto che se dopo tre o quattro anni una autovettura non è più libera di circolare, allora uno, potendo, ne compra una nuova.
E chi non può ?
Vogliamo ribellarci a questa continua aggressione verso gli automobilisti ?
Vogliamo chiedere, anzi pretendere, che i ciclisti siano obbligati a rispettare le regole, come chiunque altro ?
Sì, perchè se uno di loro venisse “asfaltato” da un’auto, anche se l’automobilista avesse tutte le evidenti ragioni dalla sua, subirebbe una infinità di angherie, a cominciare dal ritiro della patente.
E smettiamola con i limiti di velocità in strade a due o più corsie nelle quali vengono imposti i cinquanta o, bontà loro, i settanta solo perchè sono strade cittadine !
E basta con tutti gli strumenti di spionaggio : telecamere, rivelatori di velocità, appostamenti in strade a veloce scorrimento con limiti ridicoli !
E’ ora di finirla di subire passivamente.
Se non ci pensa l’Aci, dobbiamo tutelare noi stessi e non stare sempre a capo chino e subire.
Lobbies ben più ridotte ottengono tutele e privilegi: perchè gli automobilisti sono quelli che devono sempre pagare ?
La libertà di circolazione è una delle libertà fondamentali per un cittadino che viene sistematicamente conculcata dai nuovi sceriffi di Sherwood.

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Per una nuova forma di pensiero

I tempi e gli uomini sono profondamente mutati, le strutture economiche pure, così il capitalismo finanziario senza briglie e il liberismo spurio dei nostri giorni hanno ormai poco a che vedere con il liberalismo classico delle origini.

Già i fondatori di questa ideologia, Smith, Mill e Ricardo, proposero una concezione «atomizzata» della condizione umana e l’autosufficienza morale dell’individuo, all’opposto dell’idea aristotelica dell’uomo «animale sociale».
Dunque il liberalismo aveva in nuce, dentro di se, i germi dell’isolamento.

L’individualismo spinto che seguì alla sua realizzazione pratica, provocò dunque lo sganciarsi dei destini dei singoli da quelli della compagine sociale, rendendo strettamente private le passioni e gli interessi.

Ma nei secoli passati la borghesia e le sue tradizioni erano ancora molto solide; il loro nerbo attraversava la società come una griglia di sostegno e le comunità erano in grado di reggere il potente urto del libero mercato.

Oggi, di fronte alla disgregazione della classe borghese e del suo portato, mentre il capitale si distacca dalla produzione reale per diventare volatile sui mercati finanziari, le società non sono più capaci di sopportare l’onda e si sfilacciano. In tal modo ci ritroviamo soli nel bel mezzo di una tormenta, senza nessun appiglio, nessun tiepido rifugio.

In secondo luogo, la mancanza di ogni quesito sui fini e sulla loro moralità (che caratterizza drammaticamente i nostri anni) di fronte alla piena realizzazione del dominio mercantile, riconduce tutto alla tecnica e al profitto individuale; affidando le soluzioni sempre e comunque al mercato, re senza corona, sovrano privo di sentimenti, indifferente ai destini delle fragilità umane. Pochi squali egoisti diventano ricchissimi, la moltitudine dei piccoli pesci s’impoverisce, soffre a dismisura; nel frattempo, la mano invisibile che tutto riordina s’inceppa.

Da ultimo, cresce la sfiducia nel sistema, prendono corpo la fuga dalla politica, l’astensione elettorale, la rinuncia ad entrare nell’agone da parte degli uomini migliori: e la cosa pubblica cade spesso nelle mani dei mediocri, dei disonesti, degli inetti mossi solo da avidità.

L’egualitarismo internazionalista (discendente diretto dell’internazionale proletaria comunista), al pari del liberal-capitalismo, mira a precludere, per altre vie, ogni appartenenza identitaria, ci riduce a numeri nel mare magnum dell’umanità, nega ogni differenza
alienandoci di fronte alla globalizzazione e all’ingerenza mediatica. Predica un pauperismo utopico, folle e perdente davanti alle economie emergenti.

La recente supremazia dell’ideologia dei diritti, d’altro canto, ha dato luogo ad una sottocultura imperante che detta le regole, che annulla i doveri ed esalta solo le pretese e i privilegi. In tal modo, l’individuo sradicato ed egoista contemporaneo vanta solo diritti e rinnega ogni forma di risposta sociale. Noi ci opponiamo fermamente a questa degenerazione, sostenendo la tesi di un collegamento organico tra il godimento dei diritti stessi e il dovere; e di un obbligo morale del singolo a contribuire al mantenimento della forma di vita sociale all’interno della quale essi sono goduti. Per noi, il senso del dovere deve tornare ad essere uno dei collanti delle comunità umane.

Il post-fascismo celebra infine i fasti della nazione e l’orgoglio del sangue. Concetti così obsoleti e lontani dall’epoca in cui viviamo che ci sorprende doverne ancora parlare. In un mondo aperto, in cui uomini, cose, idee e informazioni viaggiano alla velocità di un batter d’occhi, è inutile rincorrere forme sociali ferocemente reazionarie, le quali potrebbero solo costituire un palliativo momentaneo all’attuale situazione, e soprattutto, lo potrebbero fare esclusivamente con l’uso della violenza e della repressione.

Le ideologìe citate appartengono al novecento, il secolo breve di Hobsbawm. Dalla fine di esso ai nostri giorni, il lascito variegato di queste forme di pensiero si è fuso in una poltiglia
indefinita che sembra averne trattenuto tutti i difetti ed eliminato i pregi. Ci piace chiamarlo l’ “Infezione”, per la tattica intrinseca che adotta, subdola, spietata, pervasiva e invisibile ai più. Siamo certi di voler continuare a farci dominare da essa e dai suoi interessati manipolatori al potere, come schiavi ciechi e ossequiosi? Oppure è giunto il momento di prender coscienza, di liberarcene (insieme ai suoi padroni) e di affrontare le sfide dell’oggi con strumenti nuovi e più malleabili?

Noi siamo convinti che, giunti a questo punto, sia inevitabile un processo di revisione e sintesi delle vecchie ideologie e la sublimazione di alcune loro parti in una nuova forma di pensiero.
I tempi e gli uomini sono profondamente mutati, le strutture economiche pure, così il capitalismo finanziario senza briglie e il liberismo spurio dei nostri giorni hanno ormai poco a che vedere con il liberalismo classico delle origini.

Già i fondatori di questa ideologia, Smith, Mill e Ricardo, proposero una concezione «atomizzata» della condizione umana e l’autosufficienza morale dell’individuo, all’opposto dell’idea aristotelica dell’uomo «animale sociale».
Dunque il liberalismo aveva in nuce, dentro di se, i germi dell’isolamento.

L’individualismo spinto che seguì alla sua realizzazione pratica, provocò dunque lo sganciarsi dei destini dei singoli da quelli della compagine sociale, rendendo strettamente private le passioni e gli interessi.

Ma nei secoli passati la borghesia e le sue tradizioni erano ancora molto solide; il loro nerbo attraversava la società come una griglia di sostegno e le comunità erano in grado di reggere il potente urto del libero mercato.

Oggi, di fronte alla disgregazione della classe borghese e del suo portato, mentre il capitale si distacca dalla produzione reale per diventare volatile sui mercati finanziari, le società non sono più capaci di sopportare l’onda e si sfilacciano. In tal modo ci ritroviamo soli nel bel mezzo di una tormenta, senza nessun appiglio, nessun tiepido rifugio.

In secondo luogo, la mancanza di ogni quesito sui fini e sulla loro moralità (che caratterizza drammaticamente i nostri anni) di fronte alla piena realizzazione del dominio mercantile, riconduce tutto alla tecnica e al profitto individuale; affidando le soluzioni sempre e comunque al mercato, re senza corona, sovrano privo di sentimenti, indifferente ai destini delle fragilità umane. Pochi squali egoisti diventano ricchissimi, la moltitudine dei piccoli pesci s’impoverisce, soffre a dismisura; nel frattempo, la mano invisibile che tutto riordina s’inceppa.

Da ultimo, cresce la sfiducia nel sistema, prendono corpo la fuga dalla politica, l’astensione elettorale, la rinuncia ad entrare nell’agone da parte degli uomini migliori: e la cosa pubblica cade spesso nelle mani dei mediocri, dei disonesti, degli inetti mossi solo da avidità.

L’egualitarismo internazionalista (discendente diretto dell’internazionale proletaria comunista), al pari del liberal-capitalismo, mira a precludere, per altre vie, ogni appartenenza identitaria, ci riduce a numeri nel mare magnum dell’umanità, nega ogni differenza alienandoci di fronte alla globalizzazione e all’ingerenza mediatica. Predica un pauperismo utopico, folle e perdente davanti alle economie emergenti.

La recente supremazia dell’ideologia dei diritti, d’altro canto, ha dato luogo ad una sottocultura imperante che detta le regole, che annulla i doveri ed esalta solo le pretese e i privilegi. In tal modo, l’individuo sradicato ed egoista contemporaneo vanta solo diritti e rinnega ogni forma di risposta sociale. Noi ci opponiamo fermamente a questa degenerazione, sostenendo la tesi di un collegamento organico tra il godimento dei diritti stessi e il dovere; e di un obbligo morale del singolo a contribuire al mantenimento della forma di vita sociale all’interno della quale essi sono goduti. Per noi, il senso del dovere deve tornare ad essere uno dei collanti delle comunità umane.

Il post-fascismo celebra infine i fasti della nazione e l’orgoglio del sangue. Concetti così obsoleti e lontani dall’epoca in cui viviamo che ci sorprende doverne ancora parlare. In un mondo aperto, in cui uomini, cose, idee e informazioni viaggiano alla velocità di un batter d’occhi, è inutile rincorrere forme sociali ferocemente reazionarie, le quali potrebbero solo costituire un palliativo momentaneo all’attuale situazione, e soprattutto, lo potrebbero fare esclusivamente con l’uso della violenza e della repressione.

Le ideologìe citate appartengono al novecento, il secolo breve di Hobsbawn. Dalla fine di esso ai nostri giorni, il lascito variegato di queste forme di pensiero si è fuso in una poltiglia
indefinita che sembra averne trattenuto tutti i difetti ed eliminato i pregi. Ci piace chiamarlo l’ “Infezione”, per la tattica intrinseca che adotta, subdola, spietata, pervasiva e invisibile ai più. Siamo certi di voler continuare a farci dominare da essa e dai suoi interessati manipolatori al potere, come schiavi ciechi e ossequiosi? Oppure è giunto il momento di prender coscienza, di liberarcene (insieme ai suoi padroni) e di affrontare le sfide dell’oggi con strumenti nuovi e più malleabili?

Noi siamo convinti che, giunti a questo punto, sia inevitabile un processo di revisione e sintesi delle vecchie ideologie e la sublimazione di alcune loro parti in una nuova forma di pensiero.

MAURIZIO GREGORINI

Berlusconi novello Dorando Pietri

Dorando Pietri fu il marciatore italiano che alle olimpiadi di Londra del 1908, avendo tagliato il traguardo sorretto dai giudici di gara impietositi e preoccupati perchè lo vedevano barcollare, fu squalificato e perse la medaglia d’oro.
Il suo nome, però, è ricordato più del vincitore (che dovrei cercare appositamente) e la sua vicenda è nota agli appassionati e sportivi di tutto il mondo.
Mi viene spontaneo accostare allo sfortunato marciatore italiano dell’inizio del secolo scorso, il nostro Premier, Silvio Berlusconi.
Dal 1994, quando “scese in campo” per nostra fortuna e per maggior scorno della sinistra, suscitò speranze e passioni.
La sua proposta politica era non solo accattivante, ma dava anche una casa a quanti speravano in una modernizzazione dell’Italia e, soprattutto, nella difesa contro la “gioiosa macchina da guerra” comunista che sembrava proiettata al governo.
Berlusconi ottenne il governo e se il primo risultato fu colto (impedire l’ingresso al governo dei comunisti) da subito si coalizzarono contro di lui tutte le lobbies, i poteri forti, le consorterie che da una modernizzazione della nazione avevano ed hanno tutto da perdere.
Il resto è cronaca.
Pur osteggiato con sempre maggiore veemenza da tutti coloro che dalla modernizzazione della nazione avrebbero perso privilegi e laute remunerazioni, nonostante i tradimenti di amici ed alleati, il Cavaliere riuscì a vincere le elezioni del 2001, ad interdire la dubbia vittoria dei comunisti a quelle del 2006 ed a rivincere nel 2008.
Purtroppo la sfortuna si è accanita contro la buona volontà di un Premier liberale in economia e conservatore nei valori (come testimonia la buona legge in via di approvazione sul cosiddetto “fine vita” che blocca le velleità dei sostenitori dell’eutanasia più o meno mascherata).
L’attentato dell’11 settembre 2001, lo tsunami economico globale del 2008 e quello giapponese del 2010, hanno imbrigliato le iniziative liberiste e hanno ulteriormente alimentato le aggressive opposizioni delle varie cosorterie.
Ciononostante Berlusconi era riuscito ad arrivare in vista del traguardo.
La crisi economica globale, con la necessità di imporre una cura dimagrante ai costi dello stato, gli ha messo a disposizione l’ultimo giro di pista per dare una svolta liberista alla nostra economia, abbattendo le tasse, tagliando drasticamente la spesa pubblica e privatizzando i servizi.
Purtroppo, mal sorretto (consigliato) nei momenti di debolezza, si è affidato alla sinistra manovrina di Tremonti con le vecchie ricette dell’incremento delle tasse, l’aggiunta di una autentica patrimoniale come è la tassa sui risparmi aumentata al 20% e poi la tassa sui depositi amministrati, tasse sul trading, tasse sul ticket, tasse sulla benzina.
Come Dorando Pietri, Berlusconi è crollato in vista del traguardo e come lo storico marciatore si è fatto sorreggere da chi ha fatto il suo male e non il suo (e nostro) interesse.
E’ uscita così una manovra che, se sarà approvata, rappresenta una autentica porcheria che impedirà, a qualsiasi persona di buon senso di Centro Destra, di votare per Pdl e Lega che hanno, in tal modo, tradito gli impegni elettorali del “non mettere le mani nelle tasche degli Italiani”.
Posso capire e condividere la necessità di una manovra da 40 o più miliardi di euro.
Ma perchè possa essere efficace, doveva essere fatta integralmente di tagli alla spesa pubblica.
Invece, a fianco di una manovra da gabellieri, leggo che vengono assunti dallo stato sessantasettemila ulteriori dipendenti pubblici nella scuola.
I nostri sacrifici vanno così in fumo e ci troveremo fra un anno, due, tre, al punto di partenza: a dover fare una manovra, che sarà di tasse, per contenere il debito pubblico, invece di sforbiciare le spese per non doverle affrontare nei prossimi anni.
Berlusconi ci ha indicato la strada e in buona parte l’ha anche percorsa.
Adesso aspettiamo che un nuovo Berlusconi ne raccolga il testimone e riesca a condurci al traguardo.

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Bioparco by night

Per la gioia dei più piccoli, ma non solo, questa sera apertura notturna straordinaria al  Bioparco di Roma a partire dalle 21.00 per il Safari Night.                  
Bambini e adulti, accompagnati dallo staff zoologico del Giardino, potranno  andare alla ricerca di giraffe, lemuri, tigri e altri animali con la sola illuminazione di apposite torce.          
Il Bioparco ha previsto anche “A tu x Tu con…rettili e insetti“, un’attività di conoscenza sulle caratteristiche biologiche ed etologiche del regno animale quali blatte soffianti, pogone, insetti stecco e pitoni reali.                         
Chiunque può partecipare previa prenotazione obbligatoria al sito www.bioparco.it.
Senza dimenticare di portare con sé una torcia…

Dopo la tempesta finanziaria, il conto dei danni

Se si semina vento, si raccoglie tempesta. E’ il detto popolare che trae linfa dalle mille e mille esperienze fatte in tutti i lati del mondo, ma è anche la sintesi della scellerata diatriba tra maggioranza e opposizione in Italia. Sopra ogni cosa, infatti, ci sono sempre gli interessi nazionali. In Italia dovremmo occuparci un po’ di più della nostra immagine complessiva, invece non lo facciamo. L’interesse nazionale riguarda tutti: ricchi e poveri, potenti e deboli, risparmiatori e sperperatori, politici e apolitici, lavoratori e disoccupati. Se il Paese retrocede, pagano tutti. E’ possibile che dal saldo del conto da pagare si salvino solo i furbi e i disonesti. Non è il caso, però, di render loro soddisfazione e di preoccuparsi per loro, tanto più che alcuni hanno la residenza fuori dai confini nazionali. Giorno dopo giorno, invece, usando anche metodi rozzi, c’è chi, per ragioni di furbizia politica, si è preoccupato di menare discredito sull’Italia, pensando di influenzare così il consenso popolare. E’ stato un metodo insulso per trasferire il confronto politico italiano in ambito europeo, per poterne poi trarre un giudizio di merito negativo da utilizzare in ambito interno. Una carognata, insomma! Un metodo che ha solo finito per mettere in cattiva luce il nostro Paese. La forza devastatrice di un’opposizione pregiudiziale si è manifestata anche quando il governo si prodigava per intervenire a sostegno delle emergenze che sorgevano. Puntare al disastro del Paese non è soltanto folle, ma anche indegno, soprattutto quando ci si preoccupava di non far mancare il sostegno a chi perdeva il lavoro, e quando si raschiava sul fondo del barile per trovare le risorse necessarie ad assicurare un minimo di sostegno ai più sfortunati. Sull’altro piatto della bilancia c’erano il controllo della spesa e gli occhi del mondo, soprattutto di chi era pronto a cavalcare la speculazione. Non è sembrata, così, commendevole un’opposizione, unica tra i paesi industrializzati, che si sia solo preoccupata di fornire una lente d’ingrandimento, spesso deformante, per far emergere anche i problemi che non c’erano. Certo che, nell’immediato, il metodo Prodi, quello di alzare le tasse, poteva essere il percorso più facile, ma la contropartita sarebbe stata pericolosa e poteva minare la ripresa riducendo gli investimenti, soprattutto in uno Stato con la pressione fiscale già al 43,5% del Pil, sotto solo a quella dei paesi scandinavi, senza averne però la struttura sociale e i servizi. Nelle difficoltà di una seria crisi recessiva sui mercati internazionali, legata a doppio filo alla fiducia dei consumatori, nessuno sconto è arrivato dall’opposizione. Diffondere il panico in certi casi può essere come camminare con il cerino acceso nel mezzo di una pozzanghera di benzina. Dell’opposizione non si salva nessuno, neanche quelli che fanno i moderati. Niente è stato risparmiato e sono stati usati tutti i mezzi e i pretesti, persino le ridicole accuse di derive autoritarie, per far cambiar direzione a un vento che invece soffiava a favore di un governo che risolveva i problemi e che aveva il consenso degli elettori. L’Idv di Di Pietro, ad esempio, ha comprato pagine di quotidiani stranieri per diffamare l’Italia. Sono stati “usati” giornalisti di testate europee per far partire dall’Italia corrispondenze con contenuti e giudizi sul Paese e sul Governo che sono apparsi al limite della diffamazione nazionale. La stessa Inghilterra, attonita oggi per lo scandalo delle intercettazioni, ha letto a più riprese sulla sua stampa dell’esistenza di tentativi del Governo italiano di soffocare la libertà di stampa, e solo perché il Presidente del Consiglio, sentitosi diffamato, si rivolgeva alla magistratura per tutelare la sua immagine, o perché la maggioranza chiedeva in Parlamento il rispetto dell’art 15 della Costituzione Italiana (non della legge sulla misura delle banane!) sul diritto alla riservatezza delle comunicazioni tra le persone. Un qualsiasi osservatore neutrale potrebbe con facilità verificare lo stato dell’informazione italiana. E sarebbe sufficiente un solo giorno dell’anno, uno a caso, e fornirsi di una penna e di un foglio di carta, per annotare tutto ciò che dicono in tv e che scrivono i giornali, per capire se c’è il pluralismo e dove ci siano eccessi di faziosità e di pregiudizio. Di fatto c’è che mentre una crisi di proporzioni catastrofiche metteva in serio pericolo le economie dei paesi più forti, l’Italia riusciva invece a tenere ferma la rotta verso l’approdo in acque più meste. Ma più cresceva la meraviglia degli osservatori internazionali per le prove di serietà e di fermezza dell’Italia, e più cresceva la rabbia dell’opposizione, rafforzatasi con il disappunto di chi mirava al peggio per succedere a Berlusconi. Se la buona tenuta del Paese aveva indotto la speculazione internazionale a gettare lo sguardo su altri paesi come la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo e la Spagna, per rischiare di far precipitare le cose in Italia sono arrivate: la nuova ondata d’iniziative giudiziarie; la sentenza choc Mondadori; la tenuta della manovra finanziaria; i pettegolezzi sulla permanenza al Ministero dell’Economia di Tremonti; le ipotesi fantasiose di un governo diverso. La morale è che sono gli stessi osservatori stranieri a ritenere insostituibile questa maggioranza e a considerare ogni ipotesi diversa come una pericolosa avventura. Soffiare sul fuoco del tanto peggio è stato ancora una volta un boomerang per l’opposizione, ma anche un danno per l’Italia. Gli analisti economico-finanziari sostengono che in pochi giorni l’Italia si sia già giocata sui mercati buona parte della prossima manovra. Di certo l’aggressione giudiziaria, le beghe politiche e la stessa fibrillazione interna alla maggioranza non hanno giovato agli interessi del Paese. Di fatto il debito pubblico ci costerà qualcosa di più dei 70 miliardi annui di interessi sui titoli di Stato. La manovra, ora, sarà approvata in tempi rapidi, senza l’estenuante ostruzionismo e, si spera, senza lo strapparsi le vesti in Parlamento. Nelle sue pieghe, come rilevato dai sindacati, dall’opposizione e dalla stessa maggioranza, ha questioni da rivedere. Per questo, c’è stata la disponibilità al confronto per modificare ciò che poteva essere corretto, cogliendo così il suggerimento del Presidente Napolitano. Cadono anche tutte le chiacchiere sui tempi, la manovra serve a mantener fede agli impegni presi per il pareggio di bilancio nel 2014, e ogni significato tattico legato alle elezioni nel 2013 è solo un’altra idiozia.

VITO SCHEPISI

Qui ci vuole un modello…

Passata la tempesta borsistica ed approvata la manovra predisposta dal Governo, ci auguriamo con un largo consenso parlamentare, troveremo finalmente il tempo per guardare oltre le turbolenze finanziarie che continuano a segnare gli orizzonti europei, immaginando nuovi scenari d’intervento ? La questione è tutt’altro che teorica e riguarda – passateci un termine che può apparire desueto – il “modello” socio-economico, intorno al quale creare le condizioni per una fuoriuscita reale e matura dalla crisi. Sia chiaro – visto quel che è accaduto e sta ancora accadendo – importa poco ricapitolare vecchie scuole e categorie. Più significativo è attrezzarsi per definire nuovi assetti di modernizzazione e di concertazione, in grado di creare un clima sociale, in grado di informare, di dare forma e speranza al sistema-Paese. Mettiamo perciò da parte le definizioni di scuola (liberalismo integrale, protezionismo, keynesismo) e andiamo alla sostanza delle cose, magari con un occhio rivolto verso quello che una ventina d’anni fa si considerava un sistema al tramonto, l’economia sociale di mercato d’impronta renana, a fronte del trionfante modello “neoamericano”, fondato sui valori individuali, la massimizzazione del profitto a breve termine, lo strapotere finanziario. Risultati recenti ci dicono che lavorare per un progetto partecipativo e di autentica integrazione sociale dà buoni risultati sia per la crescita delle aziende e dunque del benessere dei lavoratori ed il giusto profitto del capitale sia, più in generale, per il sistema- Paese. Certo è che un nuovo modello di integrazione socio-economica non si improvvisa. Bisogna averne ben chiare le direttrici essenziali e su di esse lavorare con coerenza, in un attento equilibrio tra rigore e sviluppo, flessibilità e garantismo, capacità di programmazione ed adattabilità. Rispetto al passato ed ai richiami, spesso formali, di scuola, oggi la strada vincente è in un mix attento e complesso, che sappia dare sicurezza (agli investitori, agli imprenditori, ai lavoratori) ed insieme sia capace di collocarsi dinamicamente sui mercati. Questo ha fatto, negli ultimi anni, la Germania. Ha affrontato, con rigore, i problemi di bilancio (anche con misure impopolari come il taglio delle pensioni e dei sussidi di disoccupazione e la riorganizzazione degli uffici di collocamento). Ha reso più agili le relazioni industriali. Ma – nel contempo – ha garantito il mondo del lavoro attraverso un rodato sistema partecipativo, grazie al quale il sindacato e attraverso esso i lavoratori hanno sostenuto “dal basso” la fase del rilancio, attraverso un sistema premiante, costruito a livello aziendale e territoriale. I risultati sono tutti nella crescita “reale” dell’economica tedesca, nella sua capacità di presenza sui mercati internazionali, vecchi e nuovi, in quella competitività di sistema, che rimane il parametro essenziale per determinare lo stato di salute di un Paese, mettendo in primo piano non solo i valori importanti della produzione, ma sostenendoli e corroborandoli con quelli relativi allo sviluppo delle infrastrutture, dell’energia, della ricerca, della formazione, della scuola. Parlare di un “modello” da costruire, a ridosso delle turbolenze borsistiche e magari con il rischio di una loro ripresa, è velleitario ? A noi pare il contrario. E’ mettendo finalmente all’ordine del giorno del Paese non solo la stanca elencazione dei problemi, delle emergenze, dei tagli di bilancio, ma una prospettiva di “lunga durata” che si può sperare di invertire l’attuale congiuntura. E’ alzando il tiro nelle idee e nelle proposte che si può pensare di lavorare con lo sguardo rivolto“al dopo”. Da qui, anche da qui, il compito essenziale della politica, che non può essere solo momento di mediazione, ma anche luogo ideale per ipotizzare nuovi indirizzi, per fissare priorità, per dare obiettivi, per costruire momenti concreti di dialogo e di concertazione, per “rivoluzionare” assetti obsoleti, inadeguati a rispondere al mutare della realtà sociale. Per realizzare tutto questo il rigore e la difesa ad oltranza del risparmio contro le speculazioni sono premesse necessarie ma non sufficienti. Difendersi insomma non basta. Il rischio, passata questa stagione, è di ritrovarsi impreparati di fronte ai prossimi venti di crisi.

MARIO BOZZI SENTIERI