Partiti incostituzionali, generatori di debito pubblico

  APPUNTO n. 1:   per la formazione di nuovi strumenti elettorali.   –  Come è stato riconosciuto da molti eminenti Costituzionalisti italiani, a incominciare da Leopoldo Elia, che ha scritto il magistrale saggio: “A quando una legge sui partiti?“, è particolarmente urgente la necessità di attuare con legge l’art. 49 della Costituzione.   – Detto … Leggi il resto

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Volontariato con (cospicuo) contributo pubblico

Continua la polemica sui soldi che il comune di Bologna paga o non incassa per agevolare le associazioni omosessuali.
Si parla del famoso “Cassero” , locale comunale concesso gratuitamente e con il pagamento delle utenze a carico del comune.
Da un articolo pubblicato ieri nella cronaca bolognese del Il Resto del Carlino, sembrerebbe che, finalmente, chi usufruisce del Cassero pagherà le utenze.
Ma, ancora, i locali sono concessi gratuitamente e si parla di circa cinquanta mila euro (cento milioni delle vecchie Lire) che NON entrano nelle casse comunali, cioè in quelle di tutti noi.
A parte la polemica tutta interna agli omosessuali di cui non mi interesso, un consigliere del pci/pds/ds/pd asserisce che i locali a suo parere dovrebbero essere concessi gratuitamente perché gli omosessuali svolgerebbero un “servizio di rilevanza sociale” e cita :
– il telefono amico (di chi ?)
– il centro di ascolto (di chi ?)
– il centro giuridico (per studiare cosa ? per assistere chi ? )
– l’opera di prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili (tra chi ?).
Ma a parte il pensare male (che è peccato ma spesso ci si azzecca … ) anche se è ragionevole pensare che le attività non siano indirizzate all’universo mondo ma soprattutto nell’interesse dio soggetti ben precisi, rientrano tutte in un concetto più ampio di “volontariato”.
Non ha senso quindi dire che al comune costerebbero ben più del mancato affitto dei locali, perchè l’ente pubblico non è tenuto a svolgerle e, soprattutto, non DEVE svolgerle, lasciandole, appunto, alla libera iniziativa privata che se le paga con soldi propri (contributi, donazioni, commercializzazioni, etc.).
Libero chiunque di fare volontariato, ma con i suoi soldi, non con i miei.
Se voglio contribuisco, ma che sia il comune a finanziare una iniziativa privata mi sembra decisamente fuori luogo, anzi un improprio utilizzo di fondi pubblici a scopi privati, privatissimi.
Apprezzo il resto della dichiarazione del consigliere, che non interessa questo commento, ma credo che se siamo arrivati a 1900 miliardi di euro di debito pubblico che ci sta ammazzando e riducendo il nostro benessere, sia essenzialmente per aver gravato sul pubblico tutte le pretese di lobbies private.
E, ancora una volta, si dimostra che quel che chiedono gli omosessuali, contrariamente a quanto propagandano, non è “a costo zero” per il prossimo, ma incide anche sulle sue tasche.
E non abbiamo certo bisogno di una nuova lobby che ci viene a mettere le mani in tasca.

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L’odio per l’italia

Il leader del Pd Pierluigi Bersani getta la maschera: “Fossimo stati noi al governo avremmo già fatto la norma e avremmo detto se questi bambini sono italiani o immigrati”. Fermato, in strada a Palermo, da un immigrato che gli ha chiesto a che punto è la discussione sullo ius soli, il segretario democratico dice chiaramente che, se la sinistra dovesse andare al governo, i vertici del Pd sarebbero subito pronti a “regalare” la cittadinanza ai figli degli immigrati. La sinistra sta già premendo per ottenere la concessione della cittadinanza italiana ai bambini nati in Italia figli di extracomunitari. Già da tempo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano continua a esortare il governo Monti affinché legiferi quanto prima sulla cittadinanza ai figli degli stranieri. Per il momento l’esecutivo tecnico nicchia, sebbene il ministro per l’Integrazione Andrea Riccardi abbia già fatto sapere che al più presto il governo rivedrà le politiche migratorie. Il centrodestra ha già promesso barricate, mentre il Partito democratico su sta già sfregando le mani. Ad ogni modo, non dovesse andare in porto con il Professore, Bersani ha già assicurato che sarà sua premura fare in modo che lo ius soli diventi legge in Italia. D’altra parte il leader dei Democratici sa bene che può contare sul voto di un’ampia fetta del parlamento. In primis, i finiani che da tempo scalpitano per rivedere le leggi che regolano la cittadinanza italiana. Proprio oggi, Bersani è stato fermato da un immigrato mentre si trovava a Palermo per far partire l’iniziativa “Destinazione Italia”, e sostenere la candidatura di Rita Borsellino alle primarie di domenica prossima per la carica di sindaco. “Stiamo facendo questa battaglia”, ha assicurato Bersani rispondendo a uno straniero che lo incalzava e ricordando che il governo monti “si è pronunciato in parlamento dicendosi interessato a questo argomento”. Il leader del Pd ha, infatti, già incontrato Riccardi che gli ha confermato “la volontà di intervenire con delle norme più umane e giuste”. “Sappiamo che in Parlamento c’è una destra ricattata dal leghismo che non ha intenzione di procedere – ha puntualizzato Bersani – avessimo auto la maggioranza avremmo già fatto la norma”.

Troppo stato ci erode le retribuzioni

Una indagine dell’eurostat ci ha informato ufficialmente che gli stipendi italiani sono tra i più bassi dell’europa.
La nostra “miserabile” media è di ventitremila euro, contro i quarantunomila della Germania, i trentatremila della Francia, e i quasi quarantanovemila del Lussemburgo, primo in questa classifica.
La Fornero, che non perde occasione per straparlare, attribuisce tutto ciò alla produttività, alla precarietà e, udite udite, alla “disparità fra generi: una spruzzatina di veterofemmisno non guasta mai, tanto l’analisi è già di suo un guazzabuglio degno della ministra che l’ha elaborata.
La realtà è però quella che deriva dal disfacimento di uno stato efficiente per diventare il ricettacolo di clientele e  assunzioni di comodo (ricordo il massimo esempio dei dipendenti Olivetti liquidati da De Benedetti ed assunti nella pubblica amministrazione senza che ce ne fosse alcuna necessità).
Il problema è nato in quella seconda metà degli anni sessanta e per tutti gli anni settanta con l’assalto alla diligenza pubblica.
Più stato ovunque, ipertrofia della pubblica amministrazione, burocraticizzazione di ogni aspetto della vita civile, sociale, economica della nazione.
A questo è corrisposto un incremento mostruoso del numero dei dipendenti pubblici, oggi circa cinque milioni e mezzo, ai quali doveva essere trovato qualcosa da fare e così si sono moltiplicate le leggi e i regolamenti che obbligano chiunque svolga una attività non solo a perdite infinite di tempo, ma anche a pagare tributi, oboli e consulenze specialistiche.
Ma per mantenere quella pletora di dipendenti hanno dovuto “fare cassa”, aumentando il debito pubblico finchè hanno potuto e contemporaneamente aumentando la pressione fiscale sia sotto forma di tassazione diretta sui redditi che di contributi, obbligatori, a vario titolo, fino a rendere costosa il doppio per i datori di lavoro la retribuzione lorda in busta paga che, però, al netto dai vari balzelli che gravano anche la quota dei lavoratori, diventa, quando arriva nelle tasche di questi, solo un trenta per cento di quella pagata dal datore.
Il vero cancro della nostra economia è il mix tra le tasse e lo stato che vuole mettere il becco in tutte le attività invece di limitarsi ad essere terzo super partes.
Pensiamo a quanto ci costa la sanità pubblica (260 miliardi all’anno !) a fronte delle prestazioni che fornisce.
Pensiamo al costo della istruzione e quale è il livello di cultura dei nostri ragazzi.
Pensiamo ai costi della giustizia (un miliardo all’anno per le intercettazioni !!!) e i risultati desolanti che produce.
Pensiamo alla Rai che ci spilla il canone eppure è sempre in passivo tanto da aver bisogno di ulteriore denaro da parte dell’azionista di maggioranza (il Tesoro, cioè noi tutti) quando il suo principale concorrente, Mediaset, con un decimo del personale fornisce servizi e programmi di pari livello e distribuisce pure ottimi dividendi agli azionisti.
Non è un caso che, nelle sue millantate “liberalizzazioni”, Monti non abbia neppure sfiorato il Moloch stato e tutto quel che lo circonda e anche la Foriero si occupa di articolo diciotto, ma non certo di liberare il mercato del lavoro dalle troppe burocrazie, troppi regolamenti, troppi obblighi che lo rendono schiavo della burocrazia statalista.
Inutile lamentarsi perchè finchè lo stato continuerà ad avere una presenza asfissiante e quotidiana nella nostra vita sociale, civile ed economica, ci metterà sempre più le mani in tasca sottraendoci quote sempre maggiori di stipendio e riducendo i lavoratori italiani ad essere le cenerentole del mondo del lavoro europeo.

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No tav: dalla farsa alla tragedia

Un contestatore no tav è i coma dopo essere precipitato da un traliccio sul quale si era arrampicato per tentare di fermare i lavori della TAV.
Posto il sentimento di umana pietà per chi cade, credo che se, come gli auguro, il manifestante riuscirà a riemergere dal coma, dovrà imputare solo a se stesso l’accaduto.
E spero che l’accaduto non fermi i lavori, in mostruoso ritardo, perché cadere nel nome di una causa non la rende obbligatoriamente giusta.
E l’Italia deve smetterla di fermarsi ogniqualvolta qualcuno si oppone a lavori, proposte, innovazioni.
E chi protesta, legittimamente, deve smetterla di usare la violenza, che a volte si ritorce contro chi la pratica, per bloccare i lavori.

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Buffon martire della sincerità

Sabato sera ho guardato Milan-Juventus.
Pur essendo tifoso del Bologna, non manco di guardare, quando non sono in contemporanea con le partite dei rosso-blu, gli incontri tra le migliori.
Naturalmente la mia simpatia era (ed è) tutta per il Milan.
Sono rimasto allibito davanti alla svista (la buona fede, salvo prova contraria, è sempre presunta) del guardalinee e dell’arbitro sul goal di Muntari che avrebbe portato i rossoneri in vantaggio per due a zero, cambiando completamente la partita.
Per questo la Juventus non può dire che il goal di Muntari è “pareggiato” dal fuorigioco inesistente (altra svista, forse con retropensiero compensativo) di Matri.
Sul due a zero ben diversi sarebbero stati gli approcci all’incontro e, forse, non ci sarebbe neppure stato il “fuorigioco” di Matri.
Ma il mio commento verte sulla crocifissione in atto contro Buffon, portiere della Juventus, reo di aver candidamente dichiarato non tanto di non essersi accorto che il pallone era ampiamente in rete, quanto che, ove se ne fosse accorto, non l’avrebbe “confessato” all’arbitro.
E allora ?
Dov’è lo scandalo tale da farne chiedere, ad alcuni, l’esclusione dalla convocazione in nazionale ?
E tutti quelli che per un calcetto si rotolano come se fossero stati feriti a morte, salvo poi saltare come galletti appena ottenuta la punizione ?
E poi mi piacerebbe sapere se tutti i moralisti, severi censori del portiere della Nazionale qualora passassero con il rosso, andrebbero dal primo carabiniere per confessare la loro colpa …

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Walter Chiari e gli Italiani nello sbarco in Normandia.

In questi giorni la RAI trasmette un doveroso omaggio a Walter Chiari, un grandissimo attore, che con molti altri suoi colleghi aderì al Fascismo nel momento più difficile, cioè alla Repubblica Sociale Italiana. Naturalmente lo sceneggiato non si spinge a parlare di questo suo passato, per il quale l’ attore non solo si fece diversi mesi di prigionia nel Campo di Concentramento anglo-americano di Coltano, ma fu sempre osteggiato da molti. L’ episodio più famoso resta quello del 1975, dopo che a Genova, durante uno spettacolo, disse: “Quando fu appeso x i piedi in Piazza Loreto, dalle tasche di Mussolini non cadde nemmeno una monetina. Se i nuovi reggitori d’Italia avessero subito la stessa sorte, chissà cosa uscirebbe dalle tasche di lorsignori !“. Dopo di che per giorni il teatro ligure fu picchettato per giorni da manifestanti rossi, con tentativi di non far entrare la gente. Questo suo modo di non essere allineato col pensiero dominante era per i comunisti assai peggio della sua vita a volte ai limiti che lo spinse nel vizio della droga, e non gli fu mai perdonato negli ambienti salottieri e radical chic,pronti a piangere sulla cocaina degli artisti, ma non sul passato Fascista della maggior parte degli Italiani di allora.
Ma oltre a Coltano, c’è un altro episodio meno famoso del passato di Walter Chiari: egli fu uno di quei moltissimi Italiani che parteciparono alla difesa dell’ Europa in Normandia contro lo sbarco alleato del Giugno 1944. Molti furono e sono Morti Dimenticati, perchè la storiografia ufficiale racconta che a presidiare le coste francesi erano solo i tedeschi, mentre numerosissimi furo i volontari di tutta Europa che combatterono su quelle spiagge contro i “liberatori“. E solo un recente film documentario del 2009 di Mauro Vittorio Quattrina, “D-Day Lo sbarco in Normandia. Noi Italiani c’eravamo” ha reso loro giustizia e memoria.
Tra loro un reparto del Battaglione San Marco che si coprì di gloria prima di essere decimato dall’ uso del Napalm degli alleati, che alla fine resero loro l’onore delle armi, nell’ Isola di Cèzembre.

Punti di vista su Monti

Appena fu dato l’incarico a Monti io, da queste colonne, gli detti fiducia. Non avevo pregiudizi. Ma mi ricredetti quasi subito. E avvertii che per molti la luna di miele con i «tecnici» sarebbe diventata una luna di fiele (come già mostrano i fischi a Napolitano). In effetti a cento giorni dalla sua nascita tutti i sostenitori del governo (a partire da Pd e Pdl) si accorgono di aver ottenuto l’opposto esatto di quanto avevano sempre voluto o promesso agli italiani. Comincio dai cattolici che si fecero usare, col convegno di Todi, per instaurare il nuovo potere: ora si beccano la reintroduzione dell’Imu, forse perfino per asili e scuole («è il tracollo dell’istruzione cattolica», dicono i salesiani). Eppure il giornale della Cei, Avvenire, che è stato il più entusiasta nel sostenere Monti, aveva sempre negato che vi fossero motivi per rivedere le norme (la Chiesa già pagava dove non c’erano attività di culto o assistenziali). Adesso il governo allarga i casi di tassazione con la scusa di dover eliminare gli «aiuti di Stato». L’asilo parrocchiale deve pagare l’Imu altrimenti è aiuto di Stato. Però non sono ritenuti «aiuto di Stato» quelli di cui hanno scritto Alesina e Giavazzi, «i circa 30 miliardi di sussidi pubblici alle imprese» (Corriere della sera, 11 dicembre 2011). Perché – chiedono i due economisti – tutti quei miliardi «sono intoccabili» e nessuno ne parla? Ancor più curiosa è stata, venerdì 24 febbraio, la nota furbesca della Presidenza del Consiglio con cui si annunciava che le maggiori entrate dall’Imu della Chiesa sarebbero state destinate ad alleggerire la pressione fiscale.
Promessa odiosetta perché alimenta lo sciocco sospetto che se siamo tartassati è colpa della Chiesa. La trovata serviva a coprire la vera notizia di quelle ore: infatti il governo si stava rimangiando la promessa di abbassare le tasse col gettito recuperato dalla lotta all’evasione. Quindi per la Chiesa c’è un doppio danno e la beffa. Ma a parte l’Imu e le scuole cattoliche c’è molto altro nelle politiche di questo governo che va contro i cattolici. C’è il bombardamento delle famiglie (con la reintroduzione dell’Imu sulla prima casa, l’aumento di Iva, affitti, tasse e benzina) e c’è l’insensibilità verso gli ultimi e la solidarietà dimostratafra l’altro dalla cancellazione dell’Agenzia per il terzo settore, dall’inserimento delle donazioni alle onlus nel redditometro e dalla politica verso i disabili (lo slogan della loro manifestazione del 21 febbraio era: «No allo sterminio dei nostri diritti»). La scure che si abbatte sulla solidarietà e l’assistenza ai più poveri e bisognosi lascia invece indisturbato, in gran parte, l’enorme spreco dell’acquisto dei cacciabombardieri F35 a cui la Chiesa è contraria.
Il bilancio insomma per i cattolici è disastroso. Oltretutto per loro, che si fecero usare a Todi come liquidatori del governo di centrodestra, è finito il dialogo privilegiato con quest’area sui temi eticamente sensibili: ne sono un segno il blocco della legge sulle dat e il varo alla Camera del divorzio breve. E già, certe dichiarazioni ministeriali sui cosiddetti «diritti civili» hanno fatto suonare un campanello di allarme sui media cattolici. Anche il Pd è rimasto «fregato» dal governo Monti. Per anni – in odio a Berlusconi – hanno invocato «una destra normale, europea, moderna». Eccoli accontentati: una vera destra moderna, di banchieri e tecnocrati che se ne infischiano sia degli elettori che dei lavoratori e dei sindacati, che spazzano via le «intoccabili» pensioni di anzianità, alzano l’età della pensione e diminuiscono i soldi. Tecnocrati che vogliono spazzar via il «sacro» articolo 18 sui licenziamenti e perfino sostituire la cassa integrazione straordinaria con un temporaneo sussidio di disoccupazione. Bastava uno solo di questi provvedimenti, fino a ottobre, per scatenare la rivolta di piazza. E oggi la sinistra non solo deve digerirli, ma perfino votarli e applaudirli. Con un governo che irride la speranza del posto fisso dei giovani precari. Addirittura Draghi – uno dei sostenitori, con Napolitano, del governo Monti – proclama trionfante la necessità di superare il «modello sociale europeo». Ecco «la destra» che volevano. È arrivata e sta spazzando via il famoso «Stato sociale», con trent’anni di conquiste sociali. Grazie ai voti del centrosinistra.
Dieci anni fa gli apprendisti stregoni – dagli Usa all’Europa – spalancarono le porte del commercio mondiale alla Cina, fregandosene della concorrenza sleale di quel sistema semischiavistico: dicevano che così avrebbero «occidentalizzato» la Cina, invece hanno «cinesizzato» l’Occidente e ora tutti rischiamo di diventare sudditi senza diritti. Stessa sorte del Pd è toccata al Pdl. Il centrodestra da sempre si è identificato con una precisa mission politica: meno tasse per tutti e meno Stato, meno dirigismo, meno leggi e burocrazie asfissianti (ovvero più libertà). Bene. Stanno dandoci l’esatto opposto. Stiamo diventando il popolo più tartassato d’Europa e stiamo diventando così sudditi che non solo il popolo ha perso la sovranità (elettorale e politica), ma è ormai in libertà vigilata perfino quando va a prelevare i suoi risparmi dal proprio conto corrente, dovendo giustificare allo Stato poliziesco come intende spenderli. E non si venga a dire che questo serve a combattere l’evasione, perché è una balla ridicola. Non serve che a vessare. Se davvero volessero eliminare di colpo l’evasione fiscale – abbassando per tutti le tasse – basterebbe rendere detraibile per tutti l’Iva per ciascun acquisto.
Perfino le cosiddette liberalizzazioni – come ha dimostrato Piero Ostellino – sono il contrario esatto: un caso di dirigismo. E – a proposito di sistema liberaldemocratico – con un premier che frequenta più le Borse che le Camere ormai il Parlamento pare ridotto a un orpello inutile, tanto che Napolitano può intimargli di smetterla con gli emendamenti. Votino e zitti. Perfino Repubblica sta suonando l’allarme. Ieri è stata pubblicata un’intervista a Zagrebelsky che arriva a preoccuparsi per la nostra perdita di sovranità nazionale. Era ora. Ormai qualunque organizzazione internazionale pretende di dare ordini all’Italia: l’ultima arrivata è l’Ocse, dopo che l’hanno fatto la Bce, il Fmi, la Bundesbank, Obama, la Merkel, Sarkozy e i famosi mercati. Si dirà che però nel 2013 avremo il pareggio di bilancio. In realtà il 70 per cento dei provvedimenti che portano a questo risultato è dovuto alle stangate del precedente governo. Inoltre conseguiamo questo risultato a prezzo di una dura recessione (col Pil a –1 per cento), di una disoccupazione che cresce, di tre declassamenti (da parte delle famose agenzie di rating) e di un aumento generale della povertà.
Da professori che si presentavano come sapientoni ci aspettavamo che finalmente costituissero la tanto studiata società per mettere a reddito l’enorme patrimonio immobiliare pubblico (anche se – come dice oscar Giannino – la cosa non farebbe piacere alle banche). È quella la chiave per abbattere il debito pubblico, le tasse e rilanciare la crescita. Ma non si è visto niente del genere. Solo aumento delle tasse, della benzina e dell’Iva, con la diminuzione di stipendi, assistenza e pensioni: il solito, eterno, insopportabile tartassamento del cittadino che vorrebbero pure di «rieducare» col ditino alzato. Come nella ex Germania comunista è al potere una casta che pretende di cambiare il popolo, invece di avere un popolo sovrano cui si riconosce il diritto di cambiare chi comanda e le sue politiche. In Italia oggi gli unici soddisfatti sono i banchieri. La gente si rassegna a subire Monti solo perché i partiti sarebbero perfino peggio. Non si parli dunque di consenso: è disperazione. Naturalmente Monti ha fatto pure qualcosa di buono: ha bocciato le Olimpiadi. Ma per questo non era necessario sospendere la vita democratica e fare un governo di scienziati, bastava il buon senso di mia nonna.
di Antonio Socci

La casta aumenta

C’è una nuova supercasta che da ieri è nata in Italia: quella dei borgomastri. Le ha dato i natali Mario Monti, che evidentemente sta parlando troppo al telefono con Angela Merkel, ed è al centro del disegno di legge governativo sulle province approvato dopo ore di discussione nella tarda serata di venerdì. Il premier ha scelto di tenere in vita tutti i consigli provinciali, e ha pure innestato una robusta retromarcia rispetto a dicembre scorso, facendo rivivere molte delle poltrone che aveva appena tagliato. Ma per dare un senso al clamoroso voltafaccia, Monti se ne è inventata una nuova: i consigli provinciali saranno interamente occupati da sindaci e consiglieri comunali della zona, gli unici a potersi presentare d’ora in avanti a quel tipo di elezioni.
Una volta scelti – ha spiegato in un comunicato stampa la presidenza del Consiglio nella notte di venerdì – «gli eletti mantengono la carica di sindaco e consigliere comunale per tutta la durata del quinquennio provinciale di carica». Come minimo dunque i consigli provinciali oltre ad offrire una nuova ribalta politica (e nuove spese, al di là dei loro emolumenti) alla casta dei borgomastri, allungherà loro la vita: perché finchè saranno in consiglio provinciale non decadranno dalla carica in Comune, con l’effetto di allungare quel mandato oltre il termine previsto. Probabilmente nella testa del governo c’è l’idea di elezioni comunali che precedono solo di qualche settimana quelle provinciali, ma la scadenza dei consigli di comuni e province solo in qualche raro caso è contemporanea. Quasi sempre hanno legislature incrociate, con scadenze ad anni di distanza gli uni dagli altri. Con questa idea un po’ fantasiosa ora il governo rischia di dovere intervenire per allungare (come sembra) legislature al di là dei termini di legge, o al contrario accorciarle bruscamente per fare partire quasi in contemporanea i mandati di comuni e nuove province. Nell’uno e nell’altro caso un bel pateracchio istituzionale. Perché con la prima ipotesi si potrebbe verificare l’assurdo di un sindaco che grazie all’elezione nel consiglio provinciale, potrebbe raddoppiare il proprio mandato in Comune senza nemmeno chiedere il permesso ai suoi elettori. Nella seconda ipotesi avverrebbe invece il contrario: sarebbe il governo ad accorciare il mandato popolare di un sindaco per allineare la legislatura comunale con quella della nuova provincia.
Tanto per capire cosa significa, a dicembre proprio il governo Monti aveva ipotizzato di fare troncare la legislatura degli attuali consigli provinciali entro la fine del mese di marzo 2012. Erano insorti subito i diretti interessati, ma anche gli addetti ai lavori, così emerso che la norma aveva evidenti profili di incostituzionalità e piuttosto di affrontare bracci di ferro e continui ricorsi alla Corte Costituzionale, Monti aveva preferito ritirare il testo che aveva approvato in consiglio dei ministri. Con il decreto salva- Italia già si era abbandonata l’idea di abolire o per lo meno ridurre le province italiane, scegliendo solo di trasformale in enti di secondo livello intermedi fra i comuni e le Regioni (idea che viene confermata dal nuovo disegno di legge) e di ridurne sensibilmente gli apparati, grazie a un robusto taglio di poltrone. La norma entrata in vigore a fine 2011 (perché approvata con il decreto salva-Italia) stabilisce la riduzione dei consigli provinciali a dieci consiglieri più il presidente della provincia.
La ragioneria generale dello Stato aveva ipotizzato nella relazione tecnica un risparmio medio di 65 milioni di euro: i consiglieri provinciali non avrebbero ricevuto indennità, ma il personale che oggi li assiste nelle segreterie e negli organi di direzione della provincia sarebbe stato in prospettiva dimezzato come quelle poltrone. Era il solo taglio ai costi della politica davvero deciso dal governo dei tecnici, dopo tante parole restate senza conseguenza. Monti deve essersene pentito, perché magicamente nel nuovo disegno di legge governativo quei 10 consiglieri diventano 16 per le province con più di 700 mila abitanti (sono 24) e 12 per quelle fra 300 e 700 mila abitanti (sono 51). Restano immutati solo per province più piccole (38). Questo significa che gli attuali 1.100 consiglieri provinciali stabiliti dal decreto salva-Italia di dicembre diventeranno ora 1.376, con aumento dei costi della politica di circa 16 milioni di euro (facendo gli stessi calcoli della ragioneria generale dello Stato). Il governo tecnico in soli due mesi si è già ammalato di politichite acuta, e diventa sempre più comprensivo con la casta. Non lo ammette chiaro e tondo, lo dice con le stesse parole che avrebbe usato un politico di lungo corso: l’aumento dei consiglieri provinciali è stato pensato “per consentire l’accesso in consiglio di tutto l’arco delle forze politiche, garantendo la rappresentatività di tutte le opinioni e la tutela delle minoranze”. Forse la verità è che Monti sta davvero pensando al suo futuro politico, e per quello ha bisogno dei partiti. Che è tornato ad accarezzare così.
di Fosca Bincher