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Massimo Fini, vecchio ragazzo

Quest’estate un amico mi ha prestato il libro (un po’ saggio, un po’ libello)  di Massimo FiniRagazzo” – Marsilio Editore.
Lì per lì ero prevenuta: ecco – dicevo – la solita biografia del solito giornalista  narciso che ha del tempo da perdere dietro ai suoi ricordi, che si parla addosso. Poi man mano che leggevo il libro mi sono accorta che in realtà Fini stava componendo la sua “de senectute” di uomo maturo, ma non vecchio.  Non ancora per lo meno. Il che, lo rendeva particolarmente impietoso nei confronti dei vari luoghi comuni sulla vecchiaia (la vecchiaia dà saggezza, diventeremo tutti vecchi, occorre sentirsi giovani dentro, e via con le panzane) .   Per non dire dei termini politicamente corretti che servono a definire la vecchiaia senza citarla: terza età, anzianità ecc. Il che lascia presumere che non è gradita, ma che nessuno lo voglia ammettere.
In realtà, protagonista del libro è il tempo. Il tempo inclemente che ci trascina dietro sé, che ci toglie e ci sottrae gli affetti più cari, riduce la sfera emozionale della giovinezza attraverso quella che chiamiamo esperienza. E alla fine, è proprio il tempo a toglierci le illusioni, le meraviglie, la gioia delle piccole scoperte giornaliere.
Ne emerge anche un  ruvido ritratto dell’uomo, coi suoi gusti e i suoi disgusti, le sue ubbie e malinconie, la sua paura della morte e ancor più delle malattie e della sofferenza. Forse, un uomo afflitto dal mal di vivere e dalla malinconia del dì che fugge. E se proprio vogliamo credere nei segni zodiacali, con un temperamento umbratile, tipico dello Scorpione.
Molto toccante, il suo controverso rapporto con la madre, un’ebrea russa che lui sopranomina la zarina, per il carattere autoritario e dispotico che tanto lo fece soffrire da ragazzo.  
I nodi, le asperità che hanno caratterizzato il  suo difficile legame con la genitrice, si sciolgono solo con la morte (mors omnia solvit) e sarà proprio la morte a conferire dignità e bellezza da selvaggia tartara al viso della madre devastata dalla malattia.
Il disincanto è la cifra di questo bel libro, che come è nello stile di Massimo Fini, divide i lettori: o lo si detesta o lo si ama.  
Ragazzo è la storia di una formazione dalla giovinezza, alle porte della vecchiaia, ma Fini non cadrà nel tranello di volersi sentire giovane per interposta persona, nemmeno attraverso l’amore di una giovane donna di trent’anni. Questione di stile, uno stile sobrio e volutamente antiretorico e disadorno.  

Qui, un’altra recensione del testo in oggetto.

Hesperia