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L’importanza di essere Oscar

La carriera artistica di Oscar Wilde, irlandese di nascita,  spiccò il volo dopo il viaggio in America del 1882. Già famoso in patria più come presenza mondana che per il solo libro di versi fino a quella data pubblicato, Oscar il Dandy, sbarcò a New Yoork dal piroscafo Arizona il 2 gennaio di quello stesso anno accolto da schiere di giornalisti che avevano affittato una barca per andare a bordo a intervistarlo. Alla domanda dei doganieri se avesse qualcosa da dichiarare rispose: “Niente eccetto il mio genio”. Portava chiome lunghe e folte. In scena vestiva con una giacca viola con fodera di seta color lavanda (colori oggi assai di moda, ma in passato considerati “eccentrici”) camicie con jabots e nastri di raso che ne annodavano il colletto, pantaloni al ginocchio, calze di seta, scarpe basse con la fibbia scintillante. “Gli unici uomini ben vestiti che ho visto qui in  America sono i minatori del West: indossano solo ciò che è comodo, quindi ciò che è bello” fu il suo commento sui nativi. Ai minatori delle cave d’argento del Colorado parlò di Benvenuto Cellini e quelli gli replicarono  stupiti perchè mai non l’avesse portato in miniera a Leadville, lì da loro. Il suo programma culturale in giro per gli States era un ciclo di 130 conferenze dove avrebbe parlato del Bello, del Sublime e del Movimento Estetico.
Di ritorno a Londra decise di investire i suoi guadagni “americani” in una vacanza di tre mesi a Parigi, annunciando che l’Oscar del primo periodo era morto e che d’ora in poi ci si sarebbe dovuti occupare di quello del secondo periodo. Niente in comune con lo stravagante personaggio precedente col signore dai lunghi capelli e dal girasole in mano. Così il nuovo Oscar “rinacque” con un bastone da passeggio simile alla canna d’avorio di Balzac, con i capelli acconciati coi ricci sulla fronte alla Nerone (ne trasse spunto da un busto da lui ammirato al Louvre) , sciorinando celebri aforismi in francese con una verve non inferiore a quella dimostrata in lingua madre. Frequentava salotti con letterati d’ogni generazione come Hugo, Zola, Daudet, Verlaine, Mallarmé, teatri, mostre d’arte e bassifondi.
Poi, a sorpresa, nel maggio 1884, il matrimonio con la bella e un po’ sempliciotta ragazza della buona borghesia dublinese Constance Lloyd, che parve porre fine alle sue stravaganze. Invano Wilde tentò di trasformarla nella sofisticata femme fatale che sempre sognò. In compenso, a detta sua, possedeva il grande merito di non parlare mai. Dalla loro unione nacquero i due figli Cyril e Vyvyan. “Li avvolgeranno in pannolini estetici e li nutriranno in biberon verdi, circondati di piume azzurre di pavone”, sogghinarono gli amici della coppia.  In quanto a mobilio e suppellettili della nuova dimora della coppia, Oscar non badava a spese, poichè solo “non pagando i debiti si può sperare di rimanere nella memoria degli uomini”. E’ un periodo assai fecondo per la sua attività pubblicistica: direttore della rivista femminile “Woman’s World” nel 1886, uscita del suo volume di racconti “Il principe felice e altre storie”. Walter Pater, suo maestro e promotore di quel Movimento Estetico che vide Oscar, strenuo difensore e seguace, li definì  “autentiche gemme”.
Il “Ritratto di Dorian Gray” uscito nel 1891, ebbe recensioni velenose  con relative accuse di cinismo e di amoralità che gli incrementarono – manco a dirlo –  fior di  tirature. Fu questo, un anno di polemiche, di successi, ma anche l’anno fatidico della sua fatale attrazione per Bosie, ovvero quel lord Alfred Douglas figlio del marchese Queensberry, che  pareva essere l’incarnazione vivente del suo Dorian (la vita imita l’arte…) e possedeva una bellezza “in verità più grande del genio“.
Ancora successi e consensi egli sepper mietere con le sue esilaranti comedy of manners, scritte tra il ’91 e il ’95. Tutte le sere l’Inghilterra vittoriana correva ad affollare i teatri che mettevano in scena “Un marito ideale“, “L’importanza di essere onesto” (o di chiamarsi Ernesto, a seconda delle traduzioni), “Una donna senza importanza”, “Il ventaglio di lady Windermere” .
Qualche problema con la censura Wilde lo ebbe con la “Salomé” composta per Sarah Bernardt, a causa di sensuali danze dai sette veli,  atmosfere morbose e agonizzanti, come il famoso bacio della fanciulla sulla bocca della testa mozza del profeta Giovanni che fece torcere il naso al censore inglese. L’opera, scritta in francese dallo stesso Wilde, fu poi tradotta in inglese dallo stesso Bosie e illustrata dal giovane Aubrey Beardsley.
Ma ecco che al culmine della celebrità e della fortuna, come in ogni dramma della tradizione, la caduta. “Gli dei mi avevano dato  quasi tutto. Avevo genio, un nome distinto, un’alta posizione sociale, vivezza d’ingegno e audacia intellettuale” scrisse di sé in carcere dopo la catastrofe. Ma procediamo con ordine.  
Accadde che lord Queensberry, padre di Bosie, lasciò un biglietto in busta aperta, al portiere di un albergo che Oscar era solito frequentare, nel quale venne accusato a di “posare a sodomita”. Wilde denunziò il marchese per diffamazione, istigato dallo stesso Bosie, che nutriva forti ostilità per il padre, ma fu una solenne autorete. A favore del marchese Queesberry testimoniarono portieri d’albergo, affittacamere, ricattatori, “pentiti” (c’erano anche all’epoca). Il resto è cosa nota. La sentenza giudiziaria decretò allo scrittore, due anni di lavori forzati e a seguito di una seconda sentenza con l’accusa di bancarotta, tutti i suoi beni furono messi all’asta. Da tanta desolazione, nasce il “De Profundis“, lunga e toccante lettera dedicata all’incosciente e cinico amico Bosie. Rilasciato nel 1897 lasciò l’Inghilterra che non rivedrà mai più, per trasferirsi in Francia.
Ancora qualche tentativo di resuscitare la vita brillante di un tempo con cene a base di ostriche e champagne insieme a  lord Douglas, con cui tra liti e riconciliazioni finirà col ricongiungersi. Ma l’incorreggibile cicala continua a frinire, incurante dell’inverno ormai alle porte. “Non vedrò il nuovo secolo, gli inglesi non lo sopporterebbero” aveva profetizzato di se stesso.
Rese lieve perfino la propria morte, allorché disperando di non poter saldare il conto della pensione parigina del Quartiere Latino nella quale alloggiava disse ad un  visitatore dei suoi ultimi giorni: “Muoio al di sopra delle mie possibilità”.  

La vita è troppo importante per essere presa seriamente
                                                         
Nel suo caso, anche la morte.
Hesperia