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Le sorelle di Trieste

A forza di parlare di massimi sistemi, perdiamo di vista quanto si svolge dietro casa nostra. Questa è una triste storia alla Charles Dickens che però invece di svolgersi nei sobborghi londinesi si svolge a casa nostra in una bella città del Nord: Trieste. Una storia riportata dal Corriere che appartiene a quei ceti medi e a quella piccola borghesia  che la globalizzazione vuole estinguere, calpestandone la dignità. Sono i nuovi poveri silenti e  dignitosi, quelli che non hanno santi in paradiso, né in Parlamento né al Quirinale che si limita all’obolo peloso dell’assegnino, quando invece la richiesta in gioco è quel po’ di dignità che solo un lavoro può conferire. Non c’è trippa gatti autoctoni, ma solo per gli allogeni. Quelli vengono giornalmente confortati, sfamati, medicati, coccolati dai media.  I loro figli agli asili comunali non pagano i buoni pasto, mentre le nostre famiglie devono accollarsi l’onere di pagare anche per loro.
Le due sorelle triestine Laura e Cristina  Di Sessa (rispettivamente di 41 e 45 anni)  vivono da otto mesi in auto, sono state sfrattate da una casa in affitto appartenente alla Lloyd Adriatico oggi Allianz Assicurazioni, hanno perso il loro padre carabiniere, a causa di un tumore, vivono di lavoretti saltuari e avventizi, e avendo fatto fuori i loro risparmi per accudire il padre malato, sono state pure sfrattate.  Piove sul bagnato.
Ora per la disperazione hanno fracassato i loro mobili per non farli cadere nelle mani dei rom. E’ un gesto forte e disperato, quello di rinunciare volontariamente alle loro radici, ai loro punti di riferimento,  che però la dice lunga su come siamo conciati noi Italiani. Possibile che il Comune di Trieste non abbia nemmeno provveduto a offrire – chessò –  uno scantinato per poter tenere quel poco di  mobilio  per queste due sventurate, fino a prossima loro sistemazione?
Ah dimenticavo, non hanno la pelle nera, non sono zingare, non vengono da qualche esotico posto su di un barcone. Perciò, nessuna pietà.
Stasera il nostro Presidente del Consiglio ha gridato a pieni polmoni durante la chiusura delle campagna elettorale, che siamo un “paese ricco” (quale, di grazia?) e che non dobbiamo temere qualche milione di immigrati. Cavalier Berlusconi, se siamo un paese ricco, trovi un lavoro a queste due poverette e la smetta anche lei di unirsi ai giannizzeri dell’immigrazionismo.  E’ un pessimo padre colui che provvede a sfamare gli stranieri trascurando gli Italiani.
Quello che urta alla lettura del sopra citato articolo una volta tanto interessante, dell’impaludato Corrierone, sono alcuni commenti che vi invito a leggere: accanto a quelli giustamente indignati per i motivi che ho io stessa riportato, ce ne sono altri che pensano che rimanere senza lavoro fino a quarant’anni significa essersi dati alla pazza gioia e magari essersi fatti mantenere dal padre, ostinandosi ottusamente a non voler mettere a fuoco che siamo entrati nell’Età della Precarizzazione Permanente; che con un titolo di studio, ti può capitare, nel migliore dei casi,  di finire in un call center. Ecco dunque, attraverso questi commenti,  la radiografia di un popolo lacerato, diviso e incapace di unirsi, anche soltanto per un attimo intorno ad un unico eclatante caso!
Si riempiono tutti quanti la bocca di termini come “solidarietà”, ma  i nostri sepolcri imbiancati, di fronte a casi come questo, voltano la faccia dall’altra parte e fanno spallucce.
Già, la solidarietà è altrove e vale solo per certi meridiani e per certi paralleli del globo.