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Il Mulino del Po

Per festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia, il Polo Geriatrico Riabilitativo di Cinisello Balsamo, nell’ambito della propria attività ricreativa ha riproposto ai suoi anziani ospiti il lungometraggio Il Mulino del Po. La riproposizione ha avuto buon successo di pubblico, allargata a parenti e visitatori dei degenti. Qualcuno, a conoscenza della mia passione per la saga dei mugnai ferraresi e del mio amore per i Navigli di Milano, e della interconnessione esistente tra i due argomenti, aveva caldeggiato per la mia presenza. Ma qual’è, appunto, il nesso esistente tra i Navigli e Il Mulino del Po? L’autore del romanzo, Riccardo Bacchelli, assunto al Corriere della Sera, era giunto a Milano nel 1925 e andò a vivere in via San Marco, a due passi dal giornale. In quegli anni vi era ancora in quella strada un tronco del Naviglio a cielo aperto, che fungeva da collegamento tra il Naviglio interno e il Naviglio della Martesana. Davanti al portone del Corriere il corso d’acqua si ampliava formando una specie di laghetto, detto Tombone di San Marco. Dalla fondazione del Corriere (5/3/1876) e fino ai primi anni ’50 del secolo scorso sul naviglio di via San Marco scorrevano le chiatte che, da Corsico, trasportavano la carta per la stampa del Corriere. Nel punto di congiungimento tra il naviglio di via San Marco e la Martesana vi era la Conca delle Gabelle, creata ai tempi di Leonardo, da una sua idea. L’irruenza dell’acqua del Naviglio, che scendeva a getto sotto il ponte delle Gabelle (vedi foto) , fu sfruttata per secoli da un mulino, arrivato fin oltre il 1950. Fu il roteare di quelle pale, che Bacchelli ebbe modo di osservare per anni, ad ispirargli la stesura del romanzo. Data la complessità, e dovizia di particolari presenti nel romanzo, che solo un abitante di Ferrara poteva conoscere, risulterà curioso sapere che Il Mulino del Po è stato scritto interamente a Milano, e proprio “in un appartamentino che dà sul tombone di San Marco, dove scorrevano le acque dei Navigli”. Era il 1938 quando Bacchelli iniziò la stesura di quella che è diventata “tra le opere più insigni della letteratura d’ogni tempo”. Considerando che nell’opera vengono rievocati i fatti salienti che portarono all’Unità d’Italia, e i primi decenni di vita dello stato unitario, la scelta di proiettare lo sceneggiato durante questa ricorrenza è stata appropriata. Nel dipanare la trama del romanzo, l’opera racconta dei grandi fatti che hanno fatto la storia d’Italia, con occhi aperti al mondo intero, del lungo periodo che va dal 1812 al 1918. La lunghezza dell’opera, che si protrae per oltre 2000 pagine, è un forte freno in grado di tener lontani nuovi lettori; a dimostrazione di ciò vi è infatti che nell’unica copia presente nella mia biblioteca comunale è indicato un solo passaggio di mano, dopo quell’unico prelievo mio di anni fa; eppure non manca l’argomento accattivante iniziale che spinga alla lettura completa dell’opera. Per stimolare la lettura di un romanzo così corposo, Bacchelli vi aveva inserito una brillante introduzione. Il romanzo inizia infatti con la fantasiosa caccia al tesoro che fu di “proprietà” del capitano Mazzacorati; per impossessarsi del quale, Lazzaro Scacerni, erede legittimato, deve prima imparare a leggere, per poter decifrare segretamente la carta contenente le indicazioni per arrivarci. E qui entra in ballo il merciaio di Codigoro che riesce a rifilare al nostro mugnaio un sillabario. Il buffo episodio è narrato nei capitoli iniziali del romanzo, ed è stato trascritto integralmente in questa pagina . I capitoli iniziali sono un compendio di grande storia, frammista a vivi episodi fantasiosi. Inizia infatti con salvataggio del capitano Mazzacorati, portato a spalle in salvo al di là del fiume Beresina (vedi Battaglia di Beresina).
Dopodichè, non potendo comunque proseguire, il capitano spirerà tra le braccia di Lazzaro. Prima di spirare, e in quello che potrebbe sembrare un segno di gratitudine per il gesto eroico, Mazzacorati fa dono a Scacerni di un tesoro che aveva accumulato e messo al sicuro prima della sua partenza per la Russia. L’ubicazione del tesoro è indicata nella famosa carta, che gli consegna prima di spirare, e che, per poterla decifrare, dovrà prima imparare a leggere. Fu per questo inizio spumeggiante che mi inoltrai a leggere tutto il corposo romanzo, di ben oltre 2000 pagine. E dunque è stata tutta colpa di Lazzaro Scacerni, e del suo ostinato desiderio di voler/dover imparare a leggere, il mio appassionamento per il grande romanzo di Bacchelli. Ai tempi in cui si svolsero le vicende degli Scacerni, lungo le sponde del Po erano in funzione ancora circa 400 mulini; oggi non esistono più. Solo a scopo turistico e divulgativo in alcune località qualcuno stà risorgendo, come quello di Ro Ferrarese , fortemente voluto da Vittorio Sgarbi, ferrarese doc. Nella foto in alto vi è la ricostruzione perfetta del San Michele, il primo dei tre mulini degli Scacerni, situato nel punto esatto dove lo aveva posizionato Riccardo Bacchelli. Il romanzo è denso di riferimenti storici, racconti e testi di canti della saggezza popolare, citazioni di personaggi storici: statisti, scrittori, artisti, pittori, ecc. Quando lo lessi non avevo ancora internet, e, per comprendere pienamente l’opera, mi dovetti munire di cartine geografiche, piante delle provincia di Ferrara, Rovigo e Bologna; di testi di storia e libri d’arte: Il Mulino del Po è un compendio di tutto questo. Per quest’opera, anche se, soprattutto nella terza parte, l’autore si perde un po’ nell’allungare troppo la trama del racconto vero e proprio, con particolari, richiami e ripetizioni che a volte risultano perfino inutili per la comprensione del filo logico del romanzo, pur tuttavia Riccardo Bacchelli, con quest’opera monumentale si sarebbe ben meritato il premio nobel, e infatti le candidature furono riproposte fino al 1953. Cessarono da quell’anno, dopo che Bacchelli aveva pubblicato il romanzo storico Il figlio di Stalin, che risultò particolarmente sgradito al regime comunista sovietico di quegli anni. Il romanzo incriminato racconta infatti del dramma del figlio del dittatore, Jacob Giugasvili che, cercando di sfuggire alla schiacciante figura paterna, viene catturato dai tedeschi e muore in un lager. E così Riccardo Bacchelli, bolognese, ma ferrarese e milanese d’adozione, morì povero e abbandonato all’età di 94 anni, nella mia Monza. Ora sto andando ai ricordi sbiaditi di quella lettura, ma, anni or sono, in un momento più ravvicinato al tempo di quella lettura, ebbi a scrivere che Bacchelli doveva scrivere molto e in fretta, per procurarsi i mezzi necessari per vivere, ma se avesse avuto il tempo e la tranquillità necessaria per una grande opera di “abbellimento”, rimaneggiamento, revisione e correzione, come invece potè fare il “ricco” Manzoni per i Promessi Sposi, Il Mulino del Po sarebbe diventato il “Capolavoro della letteratura italiana” alla pari e forse più dei Promessi Sposi, tanti e tali sono gli avvenimenti storici, i fatti, la cronaca, le leggende descritte nel romanzo.

Foto (dall’alto in basso):

Il Mulino del Po

Bacchelli e Sandro Bolchi sul set

La Conca delle Gabelle

Passaggio di Napoleone sulla Beresina dipinto del 1866 di January Suchodolski. Da Wikipedia