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I Nuovi Mostri



Non si tratta, come da titolo del post, del film a episodi di Dino Risi ed altri registi.
In questo blog, ci siamo occupati a più riprese delle metamorfosi mostruose del contemporaneo,
in ambito arte-urbanistica, con relativa ideologia sotterranea, mirata a fare tabula rasa della memoria artistica e formale della nazione, fino a notare rottami di simbologie deviate del decoro urbano. Tutte le frasi citate contribuiscono a inoltrarci in questo stupefacente percorso.

“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.”

(William Shakespeare, da “Amleto”)

« Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi…
Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione…
E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo…

Come lacrime nella pioggia…
È tempo di morire… »
(Rutger Hauer in “Blade Runner”, 1982, Ridley Scott)

Fantascienza? Macchè, tutto questo è ormai dietro casa vostra!



(Pescara, fontana di Toyo Hito, costo: oltre un milione di euro ….e si è pure spaccata subito)

Ci sono già passaggi d’interesse in questo e questo post, commenti compresi.

(Rozzano)

Dal momento che l’uso dello scempio, fatto passare per ‘cultura alta’ e irrinunciabile,
è all’insegna anche dei ‘cambiamenti’ avanguardistici che si prospettano in Italia, grazie in particolare ad alcune amministrazioni very typical dalla persistenza ormai quasi secolare,
spesso appoggiate dalla persistente atavica ignoranza dei cittadini stessi,
pare il caso di approfondire con immagini dirette questa mostruosa ‘politica culturale’,
ancora più grave quando avviene in un paese come il nostro, con culture antichissime e stratificate, monumenti e strutture tali da renderlo un prezioso museo a cielo aperto.

L’intento di banalizzare, plastificare, disumanizzare, de-naturalizzare, de-identitarizzare ma anche delegittimare il paesaggio e la propria storia, non solo iconografica, è palese in molte delle seguenti immagini, ma la cocciutaggine di pari passo con l’ottusità di molti amministratori locali non sente ragioni.

Pur restando, personalmente e in teoria,
aperto alle invenzioni degli artisti anche contemporanei come sperimentazione, anche se la mia passione è rivolta altrove,
sono anche convinto che le opere vadano tenute in spazi appositi (specie alcune, bene al chiuso e magari segnalate con simboli di pericolo e stress psicologico, così si sa a cosa si va incontro…),
ma soprattutto che si debba riflettere ben approfonditamente, e anche sentire la cittadinanza, prima di collocare costosissimi “esperimenti” e “provocazioni” stabili in spazi pubblici,
specie se si tratta di ‘osare’ con il paesaggio, periferie comprese,
in un paese come il nostro dove si ciancia sempre a vanvera di “libertà e partecipazione”.

Gli artisti, autori delle opere mostrate, non verranno qui quasi mai citati:
qui non si contesta più di tanto la loro personale creazione, che rientra nella libertà di ricerca individuale magari nel loro giardino privato o laboratorio al chiuso,
pur contestabile,
ma la gestione delle stesse opere e delle aree pubbliche da parte dei Comuni, che impongono queste soluzioni a tutti, e vengono poi pubblicizzate come segno di magnifiche sorti e progressive,
di lustro, avanguardia e immarcescibile ‘regalo’ o servizio alla città.

Ad aggravare la già difficile situazione, si è aggiunta la, diciamo così, riforma strade proposta dalla sempre più inutile Unione Europea, che ha trasformato il nostro paese in Patria delle Rotonde (con annessa installazione avanguardistica centrale), rimeditate ulteriormente poi dall’intellighentsja-postmoderna-che-conta, con lo scopo preciso di distruggere l’atmosfera del nostro territorio, e di farci sentire stranieri ed estranei in casa nostra.
Si aggiunge spesso anche l’idea che qualsiasi cosa possa sempre essere fatta, dalle varie giunte, anche a dispetto degli stessi propri vincoli da piano regolatore, che vengono allegramente sempre più ampliati e ritoccati all’uopo stravagantemente cementificatorio.

(Pontedera)

Tra installazioni non ben distinguibili da Acqua Park, Luna Park, Italietta de plastica in miniatura Made in China, fette di cocomero gigante, mortadelle glassate, GardaLand, zucchero filato,
spara-semi di melograno, acciottolati di marzapane, Hansel e Gretel, alberi di lamiera, forche puntate al cielo, giganti bastoncini Findus o del gioco Shangai, lancia infilzaciclisti con completo di sciagattatrefoli, cerbottane per arachidi anabolizzate, set di Tim Burton a cielo aperto, paste del capitano, demonii postindustriali, calippo, ed estetica postpop da videogioco che ha preso vita e ti aspetta sottocasa,
non è argomento di secondo piano nella questione la riflessione sul prezioso denaro pubblico estorto dalle nostre tasse per la creazione di cotanto arredo urbano, mentre ci sono italiane e italiani senza casa, senza lavoro, che vivono sotto i ponti o in auto senza che nessuno si curi di loro, e tutt’intorno si recitano i mantra del dirittificio globale, dell’accoglienza a chiunque, e si finanzia di tutto di più in base al più alto quoziente di assurdità, coprendolo con il bestemmiatorio termine “sostenibilità”. Ma de che?
Si sa, ogni tanto qualche termine viene fatto fuoriuscire dal glossario amerikanoide del marketing, e di solito usato a sproposito in qualunque discorso, prima pronunciato con aria altera da tv e giornali, fino a sentirlo anche dalla tua fruttivendola preferita. Oggi siamo tutti per la “sostenibilità”. Anzi anche per l’ecosostenibilità.
Ma allora sono “sostenibili” queste opere?
Per chi? A che pro? Dove ci portano? Aggiungono o tolgono qualcosa al paesaggio italiano? Sono belle o utili? Si tratta forse di sublime d’en bas?
Se nell’architettura post 1940 si è ampiamente sbagliato nell’edificare i palazzi, e peggio dal 1970 in poi, degenerati negli ’80, col modello modulare “ideale” del Soviet e dell’ex DDR versione cartapesta,
sarà il caso di rivoltare il coltello nella piaga con queste ‘avanguardie’ new millenium?

Si è già parlato molto e in più sedi, e inutilmente, propongo allora di lasciare parlare le immagini.

Zola Predosa (Bologna)

La Rotonda delle Tartarughe, Ravenna

Calderara di Reno (Bologna)

Di seguito, sempre a Bologna, la scultura del “Diavolo che Plana”, qui nella foto imbrattata di vernice bianca. Ci informa il Corriere che qualche altro cittadino non gradiva l’opera, e ha tentato un’impossibile redenzione del zanzeroso dimonio: non è chiaro se il motivo fosse concettuale o formale…

A Borgo Panigale (Bologna) il complesso, in una rotonda, dedicato all’autotrasportatore, qui in tutta la sua magnificenza:

Non poteva mancare un altro simbolo di Pontedera, anch’essa particolarmente beneficata in arte:


non manchiamo di segnalare l’ennesimo colpo di genio a Reggio Emilia: 15 quintali di “Pesce Fuor d’Acqua”, metafora ormai della nostra stessa condizione:
Uno sprazzo di nuova architettura non vogliamo donarlo? La zona è tra Via Stalingrado, Via della Repubblica, Unipol, e “Porta Europa” (un nome, un programma) a Bologna. Peccato che non si intenda fino in fondo la vera dimensionalità del “quartiere”.

Perfettamente ton sur ton e in tema, dono gratuitamente, a differenza di alcuni capolavori sopraesposti, anche la mia scultura concettuale:


Josh