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Hokusai, Giappone e alcune altre cose

(K.Hokusai “Ortensia e Rondine”)

In un periodo come questo, tra accadimenti catastrofici e dolorosi, viene spontaneo dedicare un omaggio a quella civiltà antichissima e preziosa che è stata ed è quella giapponese, che personalmente in alcuni suoi aspetti ho sempre amato. Il suo modo di rappresentare la natura e la vita, il suo approccio sottilmente filosofico in ogni aspetto dell’esistenza, che sa mescolare in maniera ammirevole quotidianità e sublime, è da sempre parte integrante dello spirito giapponese.

Katsushika Hokusai, l’artista dell’argomento scelto, è stato una figura particolare: vissuto tra 1760 e 1849, è stato un realizzatore di Ukiyo-e (stampa d’arte molto curata, realizzata su blocchi di legno, di vario soggetto), è forse uno dei più famosi pittori, ed è noto per aver influenzato con parte del suo stile anche Van Gogh. Tra le opere più note di Hokusai ci sono le “Cento Vedute del Monte Fuji”.
Riposto dietro all’Ukiyo-e, vi è un contenuto in origine derivato dal Buddhismo: rappresentava la dimensione della fugacità dei beni terreni, la fragilità della bellezza, summa di perfezione formale e caducità,
da cui il sapiente doveva evolversi ed innalzarsi: vi era sottinteso un valore di ammaestramento e saggezza. Ma col tempo, scompare il soprasenso originario, e il genere di pittura e stampa divengono quasi una ricerca del piacevole, della bellezza e dell’estetismo in cui il mondo giapponese che si andava rinnovando amava specchiarsi.
Al posto dell’ispirazione filosofica iniziale, prende piede una ‘modernizzazione’ che ha a che fare col nuovo Giappone, quello del post 1600, che fugge dal suo stesso rigore formale e concettuale, e incomincia a sognare, vivere e rappresentare feste, il piacere più o meno proibito, la vita notturna, il teatro kabuki, la mondanità. Ma la natura rimane sempre ‘divinizzata’ e sacra nella cultura giapponese.

Qui “La Grande Onda” nelle vicinanze della Costa di Kanagawa, dalla serie delle “36 Vedute del Monte Fuji” 1830-32, che diviene tristemente paradigmatico se rapportato alla catastrofe odierna:

L’immagine è divenuta tra i simboli più diffusi dell’arte di raffigurare del Giappone. Acqua, potenza della natura, e in lontananza il Monte Fuji nella sua eterna immobilità.
Hokusai nel corso della lunga carriera ha affrontato più volte il tema dell’onda e dei vortici d’acqua, argomento che è comunque un classico in tutta la cultura giapponese. Da notare l’incredibile modernità, quasi contemporanea, delle sue soluzioni grafiche.


Se è principalmente nel modo di riprendere la vegetazione, i fiori, con il grafismo giapponese tipico, che si nota il l’influsso di Hokusai in Van Gogh, è pur vero che i debiti degli Occidentali con Hokusai (e anche altri giapponesi di genio, Hiroshige Utagawa su tutti per esempio) hanno a che fare anche con l’idea del paesaggio dell’Ukiyo-e (lett. “immagini del mondo fluttuante”) come per esempio Manet, Monet, Degas, Gauguin ma anche Klimt.
Ne parlava anche Edmond De Goncourt che nel 1896 notava, nella prima monografia su Hokusai, il debito che già molti Impressionisti avevano con il Nostro, come in futuro ne avrà ogni decorativista, Schiele compreso.


(su fondo blu, Cardellino e Albero di Ciliegi)

Si parla infatti di vero e proprio “Giapponismo” (dal francese “Japonisme”) nella pittura occidentale in alcuni casi. La contaminazione è dovuta inizialmente all’arrivo delle stampe giapponesi qui da noi, a partire dall’Olanda (stato con cui il Giappone commerciava), e solo in seguito in Francia, grazie alla Compagnia delle Indie, poi diffuse in tutta Europa.
Alcuni fattori visivi ricorrenti che si notavano dalle stampe erano: argomento quotidiano, rappresentazione tendenzialmente piatta e a due dimensioni, linee curve per suggerire l’idea del movimento, colori netti, assenza di prospettiva, decorativismo, concettualizzazione e stilizzazione della rappresentazione.
Si diffuse una vera e propria moda del collezionare stampe giapponesi tra 1850 e 1870.
Dell’influsso giapponese sui grandi europei sono un piccolo esempio i seguenti dipinti:

_Edouard Manet , nel “Ritratto di Emile Zola”, che mostra in alto verso destra un’immagine giapponese, a segnalare storicamente l’avvenuto incontro:


_Il lussureggiante “Ponte giapponese a Giverny” di Claude Monet:


In Van Gogh gli esempi sarebbero moltissimi, dal momento che lo stesso artista ammetteva che l’influsso giapponese aveva agito su di lui anche nel dipingere il grano, gli uccelli, e per la gestione del colore e del movimento delle masse cromatiche. Un altro influsso giapponese è senz’altro anche nell’arte del comporre, intesa come maniera nuova di accostare gli oggetti nel quadro.
Anche se l’influsso nella decorazione e nella rappresentazione di fiori e vegetali è il più evidente, per es. in “Mandorlo in fiore” (a destra, fondo azzurro).


La chiusura del post è affidata ad un Haiku (breve composizione di 3 versi, in cui una visione della natura diviene pretesto per una breve riflessione, spesso introspezione della differenza tra natura esterna e sentimento all’interno del poeta) di Matsuo Basho (1644-1694):

“Primavera”

Dilegua
l’eco della campana del tempo:
persiste

la fragranza dei fiori.

Ed è sera.

Josh