Angelino Jolie, Triton, Mare nostrum e la ue ci riscarica ancora

Alfano: “Con Triton stop a Mare Nostrum”. Ma l’Ue non si sostituirà a Italia. Il ministro: “L’Ue presidierà le frontiere esterne”. In realtà si tratta di missioni completamente diverse, sia come mandato che come area di copertura di Fabrizio De Feo

È una sorta di dialogo a distanza tra sordi, una commedia dell’assurdo, una infinita partita di ping pong che va avanti da mesi, senza mai arrivare alla conclusione. Per l’ennesima volta Angelino Alfano, alla conferenza stampa finale del consiglio dei ministri dell’Interno Ue, annuncia: «Con l’inizio dell’operazione europea Triton si conclude Mare Nostrum».

«Non avremo due linee di difesa delle nostre frontiere», dice il ministro dell’Interno. «É stata accolta la nostra richiesta che l’Ue presidi le frontiere esterne». In realtà si tratta di missioni completamente diverse, sia come mandato che come area di copertura. Non a caso soltanto due giorni fa Cecilia Malmstrom, Commissario Ue agli Affari Interni, aveva piantato l’ennesimo paletto. «È chiaro che l’operazione Triton non sostituirà Mare Nostrum. Il futuro di Mare Nostrum rimane in ogni caso una decisione italiana». E non era stata certo la prima volta, visto che andando a ritroso la commissaria svedese era stata costretta a ripetere lo stesso concetto il 5 settembre; il 3 settembre; il 9 luglio e il 30 giugno di quest’anno. Un infinito gioco di annunci italiani e sconfessioni europee che dimostra come l’annunciata volontà di chiudere l’operazione Mare Nostrum a ottobre non dipende dall’Unione Europea ma è una scelta che spetta unicamente al governo Renzi.

L’Ue ha comunicato in maniera chiara che non potrà mai mettere in campo una operazione di quel tipo, né potrà sostenerla finanziariamente. Tanto più che di recente è filtrato sulla stampa italiana un rapporto di Frontex che mette sotto accusa l’impostazione stessa di Mare Nostrum. Il motivo? La presenza delle navi italiane vicino la costa libica incoraggia i migranti e gli scafisti che sanno di poter contare su questo appoggio. Un approccio critico che oggi è stato messo nero su bianco dal ministro dell’Interno tedesco. «Guardiamo con preoccupazione ai flussi migratori, ed è una questione che ha a che fare con l’Europa. Mare Nostrum è stato uno strumento di emergenza e si è trasformato in un ponte verso l’Europa. Le mafie stanno guadagnando migliaia di milioni di euro» ha detto il tedesco Thomas de Maizière al suo ingresso al Consiglio Ue. De Maizière allo stesso tempo evidenzia come «la ripartizione dei richiedenti asilo in Ue sia squilibrata» e aggiunge: «Il minimo che si può chiedere è che all’arrivo ciascun migrante sia registrato, gli vengano prese le impronte digitali. Questo non è chiedere troppo».

L’idea di fondo degli esperti Ue è quella di una missione che si sviluppi in un’area di competenza che vada 30 miglia oltre le acque territoriali italiane, in sostanza si fermi alla frontiere «europee» di Schengen. E Triton, come stavolta ammette anche Alfano «provvederà solo al controllo delle frontiere e non a quella attività di ricerca e salvataggio che era la caratteristica dell’operazione italiana». Insomma nelle pieghe delle sue dichiarazioni anche il nostro ministro dell’Interno ammette che non ci sarà un reale passaggio di testimone e che si tratta di missioni diverse. La scelta di chiudere Mare Nostrum spetterà, come detto, esclusivamente al governo italiano, anche perché Frontex per sua natura si occupa di prevenzione e contrasto non di soccorso in mare. Il problema è trovare i finanziamenti per l’operazione Triton che avrà un budget di quasi 3 milioni di euro al mese. Finora Germania, Francia e Spagna hanno promesso la loro adesione. Bisognerà vedere se gli altri Paesi decideranno di mettere davvero mano al portafoglio. Fermo restando che il punto dirimente per l’Italia resta la modifica del Trattato di Dublino, ovvero quell’accordo che fa ricadere tutto il peso dell’immigrazione sul Paese di primo arrivo. E lascia l’Italia sistematicamente sola di fronte all’emergenza sbarchi.

L’fmi ordina: tagliare le pensioni…

Fondo monetario: “Italia non ha futuro radioso né sereno. Tagliare le pensioni”. Presentando il rapporto del Fmi sul nostro Paese il direttore esecutivo Andrea Montanino ha detto che “la crescita potenziale dell’Italia di fatto crolla per gli anni futuri, siamo inchiodati allo 0,5%”. Kenneth Kang, capo missione dell’istituzione di Washington, ha poi avvertito che restiamo “vulnerabili” sui mercati” e ha tornato a chiedere di ridurre la spesa previdenziale per contenere le uscite dello Stato

“L’Italia, nelle condizioni attuali, non è un Paese per cui si possa assicurare un futuro radioso, o quantomeno sereno”. A fare la cupa previsione è Andrea Montanino, direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale, che ha presentato alla Luiss di Roma il country report sul nostro paese. “La crescita potenziale dell’Italia di fatto crolla per gli anni futuri, siamo inchiodati allo 0,5%”. Il Fondo, nel suo World economic outlook diffuso martedì, stima per l’Italia una contrazione del pil 2014 dello 0,2% (contro lo 0,3% del precedente report, risalente a luglio) e un +0,8% nel 2015. Per l’Italia, così come per l’Europa in generale, ha detto poi Montanino, “è il momento di aprire seriamente un mercato dei capitali”. Negli Stati Uniti, ha ricordato, il private equity (cioè gli investimenti in società non quotate da parte di fondi specializzati) è nove volte più sviluppato che nella Ue. La diagnosi, dunque, è che ”siamo banco-centrici”. E su questo fronte “bisogna fare di più”. Anche perché “le banche italiane hanno fatto progressi nel rafforzare i bilanci, ma devono affrontare sfide e venti contrari ciclici” ed “essere pronte a soddisfare la domanda quando l’economia di riprenderà”.

Il capo missione per l’Italia dell’istituzione di Washington, Kenneth Kang, ha poi avvertito che il piano di riforme dell’Italia “è audace e ambizioso, ma bisogna agire in fretta per implementarlo”. Infatti “il debito pubblico (che quest’anno secondo il Fondo raggiungerà il picco del 136,7% del Pil per poi iniziare una lenta discesa, ndr) è sostenibile, ma il Paese resta vulnerabile sui mercati”. In questo quadro, per rilanciare la crescita “bisogna ridurre le tasse sul lavoro, fare investimenti pubblici e rendere la revisione della spesa parte integrante del budget”. Per esempio, ha ribadito Kang, “la spesa pensionistica è troppo alta e un taglio della spesa pubblica deve passare per un taglio della spesa previdenziale”. Il Fondo, d’altronde, già a metà settembre ha esortato il governo di Matteo Renzi a intervenire con le forbici sulle maggiori voci di uscita del bilancio pubblico, a partire proprio dalle pensioni e senza dimenticare la sanità.

Il Fondo mercoledì ha anche presentato il Fiscal monitor, il rapporto sull’evoluzione dei conti pubblici dei diversi Paesi. Per quanto riguarda l’Italia, il documento calcola che il rapporto tra deficit e Pil si attesterà al 3% nel 2014 per poi calare al 2,3% l’anno prossimo. Le proiezioni sono state migliorate rispettivamente di 0,3 e 0,5 punti percentuali. Il Fondo precisa che le stime non includono la legge di Stabilità per l’anno prossimo, che il governo varerà il 15 ottobre, ma comprendono gli effetti sui conti pubblici del bonus Irpef da 80 euro e le correzioni dovute alla revisione delle previsioni di crescita.

Il documento affronta poi il problema di come rilanciare la crescita nell’Eurozona e in Giappone, aree che restano a rischio stagnazione mentre gli Usa sono ripartiti a pieno ritmo. C’è bisogno, spiega il Fondo, di una politica monetaria accomodante (e da questo punto di vista l’acquisto di Abs da parte della Bce è un “buon passo nella giusta direzione”). Ma servono anche, ribadisce l’istituzione guidata da Christine Lagarde, le “solite” riforme. Tra cui misure “mirate” per far sì che le persone anziane partecipino di più al mercato del lavoro. “L’evidenza dimostra che l’aumento dell’età pensionabile non necessariamente porta a un aumento della partecipazione della forza lavoro”, scrive il Fmi. Di qui la proposta di riforme “complementari”, che potrebbero “includere regole per il pensionamento anticipato, razionalizzando i benefici, e l’adozione di altri incentivi finanziari, insieme però a politiche che aumentino la domanda per coloro che intendono posticipare il pensionamento”. Questi interventi vanno però affiancati a una “riduzione delle imposte sul lavoro” che si concentri “su gruppi specifici, come i lavoratori poco qualificati o giovani, per i quali il problema della disoccupazione può essere più grave”.

Ce n’è poi anche per il sistema bancario: gli istituti, si legge nel rapporto, “devono rivedere il loro modello di business ed essere pronte ad agganciare la domanda di credito”. La politica “può aiutare questa trasformazione strutturale che consentirà di migliorare la redditività e sostenere l’economia tramite i finanziamenti. Questo è importante soprattutto in Ue, dove le banche giocano un ruolo importante nel finanziare la ripresa”.

Il neofascismo del Pd

Non avrai altro jeans all’infuori di me di Rosanna Spadini

Che l’Italia sia avviata verso un destino economico di terzomondizzazione è sotto gli occhi di tutti, anche se molti sembrano ancora non volerci credere, altri cercano di minimizzare il problema. Grazie agli ultimi tre governi divenuti tali perché euro/guidati direttamente dalla Troika e artefici di razzie sociali praticate direttamente sulla carne viva dei cittadini,  le condizioni del “Bel Paese” sono sempre più drammatiche. Due italiani su tre infatti  ritengono che la Ue abbia danneggiato fortemente l’economia italiana (tranne Beppe Severgnini, schierato quasi quotidianamente in assetto di guerra eurista su 8½). Il tutto è avvenuto grazie al partito più collaborazionista d’Europa, il Pd, che non solo ha concesso la sovranità monetaria ad una banca straniera privata, senza chiedere il consenso agli italiani, ma di conseguenza anche la sovranità economica ed ora è sul punto di cedere anche quella politica, dietro richiesta del Gran Maestro dell’Ordine dei Templari, Mario Draghi (nomen omen).

Come i fascisti di ieri collaboravano con l’alleato nazista per la deportazione dei vagoni stipati di ebrei, che partiti dalla stazione centrale di Milano arrivavano ad Auschwitz, i fascisti di oggi, che hanno votato in massa il Pd alle ultime elezioni europee, hanno dato il loro consenso ai loro politici di riferimento, gerarchi dell’ideologia neoliberista, agguerriti sostenitori dell’euro e dell’Europa, che hanno firmato tutti i trattati (Maastricht 1993 e Lisbona 2007), hanno introdotto il Fiscal Compact e il conseguente Pareggio di bilancio in Costituzione nel 2012, vincoli di austerità che hanno massacrato l’economia italiana e minano alle radici un possibile ripresa economica. I neofascisti di oggi non si sono accorti di niente? Non hanno capito che il Pd è un partito che collabora con lo straniero? Che sta svendendo l’Italia allo straniero, riducendo sul lastrico migliaia di famiglie, precarizzando a vita il lavoro dei giovani, smantellando i diritti democratici, abbattendo l’art.18 come fosse il grimaldello che servirà a demolire definitivamente lo Statuto dei lavoratori e i Contratti collettivi di lavoro, quando l’Italia è il paese che ha la differenziazione dei contratti atipici più selvaggia d’Europa.

Il Pd si caratterizza infatti come un partito di ispirazione nazionalista, come il Partito Nazionale Fascista (dove la nazione stavolta è l’Europa), autoritario (governa deputati semplicemente nominati, non eletti con le preferenze elettorali, quindi facilmente manipolabili),  totalitario (domina tutti i mezzi d’informazione, perché il Pdmenoelle in questo momento è succube del Pdpiùelle).  Tale  partito, sostenuto dalle forze conservatrici quali Confindustria, (come il Pnf era sostenuto da industriali e agrari)  è bensì molto  reazionario e  populista, e sul piano sociale tende a incrementare la discriminazione della società in classi, anzi sostanzialmente in due sole classi, l’1% di ricchi versus il 99% dei nuovi proletari, dopo aver smantellato la piccola e media borghesia. 

Mentre il Partito Fascista aveva lanciato una violenta offensiva squadrista contro i sindacati e i partiti di ispirazione socialista, causando numerose vittime, nella sostanziale indifferenza delle forze dell’ordine, anche il Pd ha premeditato da anni la strategia della dissoluzione dei sindacati, rendendoli complici del massacro sociale, concordato attraverso la concertazione. Ora i sindacati sono assolutamente impotenti di fronte alla demolizione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, ultimo baluardo a garanzia della certezza del lavoro, e non avranno dunque alcun potere contro le famigerate controriforme renziane.  I sindacati infatti stanno vivendo una crisi storica senza precedenti, incapaci di impedire la dissoluzione della piena occupazione,  sicura e indeterminata, inadeguati nel difendere la concezione del lavoro inteso come “diritto” e non come “favore”, in questo consiste la gravità storica del momento.

Un solo partito, appoggiato dai poteri sovranazionali che contano, sta gestendo il doloroso travaglio di una morente “democrazia liberale” verso una “oligarchia plutocratica”, rappresentata dagli ultimi tre governi e dal prossimo commissariamento della Troika. Un partito che si autodefinisce “democratico”, ma che di democratico non ha più niente, perché asservito direttamente all’interesse delle lobbies finanziarie euro atlantiche e della destra repubblicana Usa. Il Partito “Democratico” sta infatti  progettando tragiche pseudoriforme, che mirano alla costruzione di una società governata da oligarchie finanziarie, che poco si interessano di diritti, redditi, lavoro, cultura, previdenza, benessere sociale. Il nuovo modello economico imposto non mira assolutamente alla realizzazione della crescita economica, ma alla conquista di un bacino socio-economico da sfruttare attraverso tassi, interessi, mutui, balzelli medievali, che ricordano appunto il sistema verticistico feudale, dove un’oligarchia aristocratica guerriera parassitaria governava su tutta la società con l’aiuto del potere finanziario e usuraio.

Una sorta dunque di usurocrazia del potere finanziario, che attraverso l’imposizione di una moneta unica, ha demolito la sovranità monetaria, quella economica, ed ora sta demolendo definitivamente quella politica (Mario Draghi: “Gli stati cedano sovranità”).  Ma se l’elettorato piddino, quello che ha creduto per lungo tempo cecamente ai mantra fideistici della propria parte, ha ora disertato  le ultime primarie per la regione Emilia Romagna (hanno votato appena 55mila elettori, su circa 75mila iscritti), forse comincia ad avere qualche dubbio sulle numerose bufale che gli ha raccontato il suo partito affaristico liberista, forse comincia a capire che stiamo vivendo una tragedia di portata storica, di cui il Pd è diretto responsabile? L’elettorato del Pd dunque non sa che il neoliberismo economico autoreferenziale, adottato dall’establishment mainstream europeo e di conseguenza italiano, punta proprio all’eclissi dell’intervento statale, con particolare riguardo alle  liberalizzazioni e privatizzazioni (che favorirebbero il capitale privato),  e che l’adozione delle politiche di austerity non hanno fatto che peggiorare i conti pubblici, aumentando il debito nazionale e deprimendo il Pil, con l’innesto di una tragica recessione?

Tragicamente miopi  o peggio ancora criminose, appaiono infatti le scelte politiche del Pd, che stanno producendo la deindustrializzazione del paese, la strage della piccole e medie imprese (fiore all’occhiello economico dell’Italia fino a 8 anni fa), l’emigrazione all’estero di capitali, imprese e cervelli, la svendita di beni pubblici, gioielli tecnologici di stato come Finmeccanica, Eni, Enel. Ma le colpe attingono profonde  radici nel passato. Dopo la fine del sistema di Bretton Woods 1971, Francia e Germania Ovest, iniziarono a spingere per la creazione di un sistema a cambi fissi tra i Paesi del vecchio continente.

“Agli inizi del 1978 inizia ad essere progettato il Sistema Monetario Europeo. All’interno del PCI vi sono posizioni diverse, ma in sostanza il partito esprime ben presto la propria netta adesione ad un sistema europeo che porti a cambi fissi tra le valute. Lo stesso fa la CGIL di Lama, nonostante siano chiare le conseguenze per i lavoratori che tale scelta comporta. Appare da subito chiaro che se un gruppo di Stati rinuncia alla flessibilità del cambio valutario, e quindi alla possibilità di operare svalutazioni/rivalutazioni, senza introdurre  meccanismi di riequilibrio fra le economie in surplus e quelle in deficit strutturale, gli oneri dei necessari “aggiustamenti” ricadono tutti sui lavoratori degli Stati più deboli, chiamati ad accettare minori diritti, maggiore fatica e diminuzione del salario, al fine di tentare il recupero della competitività perduta in favore degli Stati più forti (si noti che la “virtù” degli Stati forti consiste molto spesso nella loro maggior capacità, rispetto ai partner più deboli, di mantenere bassa l’inflazione contenendo i salari e comprimendo la domanda interna, esattamente come fa ora la Germania). Tutto ciò era già perfettamente chiaro a tutti i principali attori politici che discutevano l’eventuale adesione dell’Italia allo SME.” (M.Badiale, F.Tringali, “La trappola dell’euro”)

Quindi era perfettamente chiaro da più di 30 anni che il vincolo esterno avrebbe provocato disastri, sia nel PCI che nella CGIL, è inutile che i loro diretti discendenti ora sgranino gli occhi basiti (Landini), facciano i contestatori fuori tempo massimo (Cremaschi), o gli oppositori interni al partito (Fassina). È inutile che fingano “Sturm und Drang” per l’art.18 (tsunami della precarizzazione), per il Jobs Act (controriforma dei mini jobs), per il Tfr in busta paga (risparmi fiscali per lo stato e strage per le Pmi). Quando  poi nel 1981 avvenne il “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia, il fatto privò il nostro Paese della possibilità di finanziarsi il debito e mantenere bassi i tassi d’interesse, consegnandolo totalmente al mercato per cercare finanziamenti.

Insomma i ceti dirigenti italiani ed europei si avviavano sulla strada dell’attacco totale ai lavoratori, ai diritti conquistati, allo stato sociale, al settore pubblico dell’economia. Il PCI e la CGIL si trovarono quindi di fronte ad un bivio storico: difendere gli interessi dei ceti medi e popolari assumendo posizioni nettamente contrarie al processo di unificazione europeo (che vedeva proprio nello SME il suo fulcro), e avviare così uno scontro molto duro (e dagli esiti imprevedibili) con i ceti dominanti, oppure accettare supinamente le scelte dei ceti dominanti stessi, accantonando le condizioni poste al tempo della discussione sull’ingresso dell’Italia nello SME e proponendosi come forze di governo “responsabili” ed “europeiste”. Sappiamo bene quale strada hanno scelto. (M.Badiale, F.Tringali, “La trappola dell’euro”)

Di chi è la colpa? Crisi delle ideologie dunque, o egemonia assoluta dell’unica ideologia neoliberista dominante? Forse l’unica ideologia oggi esistente ha avuto la meglio proprio perché le altre hanno abdicato ai propri valori in nome dell’unico valore ammissibile nella società liquida, cioè il dio denaro. “Non avrai altro jeans al di fuori di me”, diceva un famoso slogan degli anni ’70, rabbiosamente sprezzato da Pier Paolo Pasolini, perché allegoria di un genocidio che stava avvenendo sotto la presbiopia degli italiani, allora sedotti per la prima volta dalla nuova cultura yankee dei Jesus Jeans: la fine della civiltà contadina e l’inizio di una nuova era fascisto consumistica.

Una nuova era che ha segnato il passaggio dal capitalismo della fine del ‘900 al neocapitalismo finanziario e globale dei giorni nostri, in cui è avvenuta una mutazione genetica  della specie umana occidentale, e soprattutto della classe dirigente al potere.  È  nata infatti una nuova specie di casta politica, reversibile, double face, convertibile, cabriolet, buona per tutte le stagioni, destra e sinistra si confondono a tal punto che non sono assolutamente più identificabili. Per di più si è realizzato anche un processo di spersonalizzazione del capitalismo finanziario, che simile ad una piovra  assetata di sangue, come fosse uscito dal più orribile degli horror movie, sta divorando proprio la borghesia, classe sociale che è stata per secoli la sua diretta espressione sociale, favorendo solo la sua versione finanziaria, per cui ci troviamo finanzieri/premier (Monti), come nel medioevo governavano i vescovi/conti. La finanza usuraia, unica ideologia dominante, dopo avere per secoli appoggiato tutti i poteri esistenti e operanti nella società, ha oggi sostituito quei poteri stessi, riducendoli ad effimeri oggetti di vassallaggio (chiesa, politica, borghesia).

Infine dunque anche  l’ “homo politicus” contemporaneo ha subito una sorta di metamorfosi, sottoposto a clonazione spersonalizzante, si è mutato in una “nuova forma di vita” docile e camaleontica, liquida e malleabile,  arrendevole e conciliante, che ripropone attraverso una sintesi esplosiva l’essenza più profonda del totalitarismo globalizzato. Leitmotiv dunque del nuovo capitalismo finanziario?  Dell’epoca più fascistizzata della storia dell’umanità? Dove il fascismo è diventato cibo quotidiano, ideologia partorita dalla stessa cultura occidentale, spalmata quotidianamente sui teleschermi tv, espressione adorante dell’unico slogan tollerabile: “Euro, non avrai altro dio al di fuori di me”.

Raccomandazioni…

Conti pubblici, l’Ue: “L’Italia rispetti le raccomandazioni della Commissione”. Il portavoce del commissario Katainen: “Valuteremo la legge di Stabilità, la nostra posizione è che bisogna seguire gli impegni”

L’Italia annuncia lo slittamento del pareggio di bilancio al 2017, la Francia manda a dire a Bruxelles che sui conti è seria ma ora basta austerity. L’impressione è che all’Unione Europea questi messaggi da un orecchio entrino e dall’altro escano. La Commissione non commenta direttamente le parole dei ministri di Roma e Parigi Pier Carlo Padoan e Michel Sapin ma al portavoce del commissario agli Affari economici Jirky Katainen (che diventerà poi il vice del nuovo commissario Pierre Moscovici) basta ricordare che “le raccomandazioni della Commissione devono essere rispettate. Valuteremo il progetto di legge di stabilità alla luce degli impegni presi nelle raccomandazioni, la nostra posizione è che gli impegni vanno rispettati”. Le raccomandazioni a cui si riferisce il portavoce del commissario parlavano di un confine tracciato al 2015 per il pareggio di bilancio. E, oltre all’Italia che prima aveva chiesto un rinvio al 2016 e ora afferma che non ce la farà prima del 2017, la Francia prevede di riuscirci entro il 2019, peraltro con previsioni e indicatori che appaiono più ottimistici di quelli italiani.

Il glorioso semestre europeo renziano… chi lo ha visto?

Simone Di Stefano qui e Matteo Salvini qui, entrambi parlano della cancellazione dei dazi sul riso della cambogia.
L’ allarme risuona forte nelle stanze di Palazzo Chigi. A tre mesi dalla fine del semestre di presidenza europeo il governo Renzi rischia di uscire a mani vuote da quello che avrebbe dovuto rappresentare il palcoscenico della nuova centralità italiana. E salvo un’improvvisa e improbabile inversione di tendenza, togliere lo «zero» dalla casella dei risultati non sarà impresa facile. Senza perdersi in strade secondarie, ci sono tre dossier strategici per l’Italia: il «Made In»; la suddivisione del peso dell’immigrazione con i partner europei, refrattari a ogni forma di condivisione degli oneri economici e sociali degli sbarchi; l’esclusione del cofinanziamento nazionale dei fondi Ue dal calcolo del rapporto deficit-Pil.
Sul «Made In» siamo ancora fermi al voto dell’Europarlamento della primavera scorsa a favore di un regolamento che imponga di specificare il Paese di origine dei prodotti non alimentari. Il problema, come sempre, è vincere le resistenze del Consiglio. Come ha raccontato la vicepresidente di Confindustria con delega per l’Europa Lisa Ferrarini il governo sembra aver alzato bandiera bianca mentre la Germania avrebbe blindato i suoi numeri in Consiglio. «Ho scritto a Renzi sul Made in, ma non ho ricevuto risposta» ha raccontato. «Forse il manifatturiero italiano non è uno dei suoi principali problemi. Danimarca, Germania e Olanda hanno chiesto uno studio di impatto per bloccare il processo di approvazione dell’origine della materia prima. Arriveremo presto alla presidenza lituana e questo significa rinunciare per sempre a ogni speranza. Ho la quasi certezza che su questo tema ci sia stato uno scambio per determinate caselle europee. La Germania ha posto il veto. Non ha interesse a scrivere sui suoi prodotti Made in Bulgaria o quello che è». Semaforo rosso dai partner europei anche sull’immigrazione. Al di là del passaggio da Mare Nostrum a Frontex Plus – una «sostituzione» per la quale mancano risorse e volontà politica – il vero nodo è quello del Trattato di Dublino. Ma sugli accordi che fanno ricadere sullo Stato di primo approdo la responsabilità dell’accoglienza non si muove una foglia e il sistema di asilo unico europeo appare lontano.
A questo punto Graziano Delrio è pronto a giocarsi il tutto per tutto su un’unica partita: quella che punta a escludere il cofinanziamento nazionale dei fondi Ue dal calcolo del rapporto deficit-Pil, classificandoli come risorse a favore di investimenti, crescita e occupazione. In sostanza vorrebbe dire «liberare» 10 miliardi. Una battaglia per la quale Delrio sta cercando alleanze in vista del Consiglio coesione del 10 ottobre. Ma c’è un altro nodo che si profila all’orizzonte. Con un bilancio Ue d’austerity per il 2015, c’è da risolvere il nodo del taglio di oltre un miliardo di impegni di pagamento che andrebbe a ricadere su chi deve ancora incassare i fondi per il 2007-2013. «Il semestre di presidenza è stato caricato di troppo attese» commenta Antonio Tajani. «In alcuni momenti lo si è vissuto come una panacea per i problemi del nostro Paese, mentre si tratta per lo più di un lavoro di routine. L’Italia avrebbe dovuto concentrare l’attenzione sul Made in e sulla riforma per rendere più flessibile la concessione dei visti per turisti extraeuropei in vista dell’Expo».
Sotto traccia, poi, ci si comincia a interrogare anche sul fiscal compact . La tagliola è pronta a scattare a inizio 2015. Un peso insostenibile al quale si potrebbe ovviare con un rinvio di imperio al 2017 come ha fatto la Francia. «Se l’Italia facesse così – spiega l’esperto di fondi europei, Andrea Del Monaco – rischierebbe sanzioni dello 0,3% del Pil, quindi circa 5 miliardi, con un deposito infruttifero presso la Bce, a fronte di tagli pari a 45 miliardi all’anno per 20 anni». Soldi a fondo perduto, ma che potrebbero salvare l’equilibrio dei conti italiani.

Sulla Ue

Stiglitz: l’Europa continua a sbagliare ricetta economica

Il Nobel per l’economia 2001, Joseph Stiglitz, è tornato sulla crisi di Eurolandia. Ripeteno concetti noti ma che sembrano sfuggire ai politici europei ed italiani: in assenza di crescita il rigore non serve a superare una crisi, anzi tende a peggiorarla… Il mondo cambia rapidamente sotto i colpi dell’innovazione tecnologica e forse presto al posto di banche e assicurazioni potremmo vedere Apple e Alibaba concedere credito e assumersi rischi. Ma in Europa e in Italia in particolare il tempo sembra scorrere più lentamente, quasi fino a fermarsi. Così ancora ieri Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia 2001, già consigliere economico del presidente Bill Clinton e capo economista della Banca mondiale dal 1997 al 2000, a Roma per un intervento allo Strategic Forum della Banca d’Italia e poi ad una lectio magistralis sulla crisi dell’euro a Montecitorio, ha dovuto ripetere concetti che per quanto noti da almeno un paio d’anni evidentemente non riescono a far breccia nel mondo “da sogno” della politica italiana.

Primo concetto: la colpa “originaria” di Eurolandia, quella per cui il vecchio continente ha visto calare la sua produttiva pur in assenza di guerre o eventi devastanti come in passato, è stato voler far partire un progetto (l’euro) che doveva avere natura politica e invece si è limitato ad un’unione monetaria. Unione che è una camicia di forza molto più rigida di qualunque precedente accordo sui cambi (come lo Sme) e dunque avrebbe richiesto preventivamente una serie di azioni (di politica economica e fiscale) per ridurre i divari esistenti tra i vari paesi intenzionati ad aderire all’euro. Cosa che non è avvenuta perché i politici di tutta Europa ritenevano che da sola la moneta unica avrebbe reso l’Europa più coesa innescando un processo virtuoso che invece non c’è stato. Col risultato che la Ue è attualmente più divisa di quanto non fosse fino al 2001 e che movimenti populisti e nazionalisti stanno riprendendo forza in tutto il vecchio continente.

Secondo concetto: tentare di dar vita agli “Stati Uniti d’Europa” imitando il modello americano, limitandosi alla sola unione monetaria, per di più con tempi di reazione decisamente deludenti e una grande rigidità “culturale” da parte del paese egemone (la Germania) che neppure dopo la crisi del debito sovrano greco del 2010 ha cambiato strategia, continuando a puntare solo su una politica di repressione fiscale, semplicemente non è possibile. Perché? Perché “i 50 stati federali degli Usa hanno un quadro di bilancio comune, con due terzi della spesa a livello statale e se un singolo stato ha un problema entrano in gioco meccanismi di salvaguardia” automatici attraverso un fondo che serve ad assorbire gli shock economici. Fondo di cui il Meccanismo europeo di stabilità (Esm) non è che un parente molto alla lontana. Inoltre negli Stati Uniti se uno stato attraversa un momento di crisi i lavoratori possono facilmente spostarsi in cerca di lavoro in altri stati, cosa che in Europa non è altrettanto agevole, vuoi per barriere culturali vuoi linguistiche.

Terzo concetto: è stato un errore pensare che bastasse porsi come obiettivo bassi rapporti di deficit/Pil o debito/Pil per risolvere la questione. La crisi ha dimostrato che anche paesi fino a quel momento in eccellenti condizioni (“Spagna e Irlanda -ha ricordato Stiglitz- avevano dei solidi avanzi di bilancio prima della crisi del 2008, eppure ora hanno difficoltà gravissime”) possono subire l’effetto di shock dovuti a varie cause, dalla volatilità dei flussi di capitali mondiali alla crisi del mercato immobiliare fino alla dipendenza dell’economia solo o quasi dalla domanda interna (come in Grecia) o di un solo grande mercato di sbocco estero (come nel caso del Portogallo, legato a doppio filo alla Spagna). Insomma: “il Fiscal Compact, che impone forzosamente di superare il disavanzo e il debito, non risolverà i problemi dell’Eurozona e non aiuterà a prevenire la prossima crisi”, almeno se continuerà a mancare un elemento chiave, la crescita.
 

Quarto concetto: come fare a superare lo stallo quando non si ha a disposizione una propria valuta per indebitarsi, visto che “quando un paese si indebita in euro, che non è una moneta emessa da un singolo stato, si crea automaticamente una crisi del debito sovrano”, come confermato dai casi di Argentina e Indonesia, impiccatesi ad una valuta (il dollaro) che non potevano controllare? Semplice, ci si deve poter indebitare in euro, emettendo eurobond (coi quali stimolare la ripresa attraverso un vasto programma di investimenti pubblici in infrastrutture, anche se Stiglitz questo ha evitato di dirlo). Peccato che “questa soluzione non trova il consenso della politica e dei paesi aderenti”, Germania in testa.

Schengen, what is Schengen?

Vienna e Berlino alzano il muro. Dobbiamo tenerci i clandestini. Già 4.700 gli stranieri fermati in Austria, quasi tutti rimandati nel nostro Paese. E con Mare Nostrum 120mila arrivi di Gianpaolo Iacobini

L’Austria respinge i migranti in uscita dal territorio italiano e pensa a chiudere le frontiere, la Germania avverte: «Non possiamo accogliere profughi altrui». Dire che davanti alle ondate migratorie che da Africa ed Oriente s’abbattono sulle nostre spiagge l’Italia sia rimasta sola è un eufemismo. «Grazie all’operazione Frontex plus – gongolava qualche giorno fa il ministro dell’Interno Angelino Alfano – si potrà ottenere il primo concreto risultato del semestre di presidenza italiano: aver portato l’Europa a 30 chilometri dalle coste, sulla frontiera di Schengen». Di sicuro, al momento, c’è che l’Europa s’è fermata al Brennero. Ricapitolando: Malta i migranti non li fa neppure avvicinare alle sue coste. In Spagna s’aiutano con filo spinato e recinti. La Grecia a corto di soldi ha piazzato uomini e mezzi a guardia del suo perimetro. Per entrare nel Vecchio Continente non resta che il Belpaese. Fino a ieri approdo, oggi prigione senza carcerieri perché i Paesi confinanti hanno cominciato a respingere i profughi, oltre a coltivare l’idea di sigillare i confini.

Se la Francia, come rivelato da Le Figaro ad agosto, ha rimandato indietro nei primi sei mesi del 2014 3.411 migranti appena giunti dall’Italia, l’Austria ha stoppato dall’inizio dell’anno 4.700 stranieri ai varchi austriaci: in 300 hanno chiesto asilo politico. Il resto – 1.400 soltanto tra luglio ed agosto, 700 nella prima quindicina di settembre – è stato rispedito al mittente: noi. Siriani, iracheni, eritrei. Tra loro molti bambini. In Questura, a Bolzano, si racconta che una volta rifocillati abbiano seguito il destino di tanti altri prima di loro: svaniti nel nulla. Perché i profughi, già a poche ore dal respingimento, sarebbero ormai soliti spostarsi a Milano, da dove tenterebbero di entrare in Svizzera per poi ripartire alla volta di Germania, Danimarca, Svezia e Norvegia. Pronti, in alternativa, a ritentare la sorte da Tarvisio o dal Brennero, indispettendo però i rigidi austriaci.

I quali, per tutta risposta, hanno tirato fuori dal cassetto il Piano B: congelare il trattato di Schengen sulla libera circolazione di persone e merci. Un’ipotesi sostenuta in prima persona dal ministro dell’Interno Johanna Mikl-Leitner e dai governatori di Salisburgo, Burgeland, Bassa e Alta Austria, forse anche come reazione alle accuse lanciate sul fronte tedesco da Andreas Scheuer, segretario generale della Csu (l’Unione cristiano-sociale, il partito principale alleato della Cdu di Angela Merkel), che puntando il dito contro il lassismo (!) transfrontaliero dei cugini viennesi ha lasciato balenare la possibilità di una chiusura delle frontiere sul versante bavarese, aggiungendo: «Lampedusa non deve diventare un sobborgo di Kiefersfelden» (il principale valico tra Austria e Bavaria, ndr ). Più o meno il concetto espresso ieri dal ministro dell’Interno Thomas De Maiziere, che ha ipotizzato di spargere gli immigrati qua e là per l’Europa salvo poi far precisare dal suo portavoce che «la Germania non potrebbe accogliere profughi da altri Paesi Ue, perché è fra quelli che ne conta di più». «È un inaccettabile scaricabarile alle spalle dei profughi», protesta la Caritas altoatesina. «L’Italia prenda esempio dall’Austria», ribatte la Lega Nord, mettendo nel mirino il governo «per aver abbandonato al proprio destino le forze dell’ordine». Che come lamentano i sindacati di polizia, «non ce la fanno più ad affrontare da sole un’emergenza che ha ormai superato il livello di gestibilità». Il mondo brucia e l’Europa fa scudo alzando i muri alle frontiere. Quelle con l’Italia.

La truffatrice e i suoi ordini

La spendig review e’ uno ”strumento importante”, ma le analisi suggeriscono che ”ulteriori risparmi saranno difficili senza affrontare l’elevata spesa per le pensioni”. Lo afferma il Fmi nell’Article VI sull’Italia, sottolineando che ci sono spazi per migliorare anche la spesa sanitaria. “L’Italia resta ”vulnerabile a una perdita di fiducia del mercato” e al ”contagio finanziario”. Per questo l’Italia potrebbe anche essere ”fonte di contagio per il resto del mondo”. Il Fmi promuove l”’agenda ambiziosa di riforme” del premier Matteo Renzi. ”La loro risoluta attuazione e’ essenziale per creare lavoro, aumentare la produttivita’ e aumentare il potenziale di crescita” afferma il Fmi. ”Attuare le riforme strutturali simultaneamente e genererebbe significate sinergie di crescita”.

”Un ulteriore aggiustamento rispetto ai piani delle autorita’ (fino allo 0,5% del pil a seconda della forza della ripresa) aiuterebbe a raggiungere un piccolo surplus strutturale nel 2015”. Lo afferma il Fmi nell’Article VI sull’Italia. Lo 0,5% del pil equivale a una correzione di circa 7,5-8 miliardi. Il Fmi, che spiega che l’Italia deve ”muoversi rapidamente sulle riforme”. Bene l’idea di un ”singolo contratto di lavoro”. ”Con il 70% dei nuovi contratti a tempo determinato, ulteriore flessibilita’ ai margini fa poco per ridurre dualita’ e spingere investimenti”. La legge elettorale e’ importante per la crescita perche’ aiuta il sostegno e l’attuazione delle riforme. Lo afferma il Fmi nell’Article Iv sull’Italia, annoverando la riforma della giustizia e del lavoro le altre centrali per l’Italia.

E tra un selfie ed un twit… rispondiamo sissignore

Bruxelles ci chiede di aumentare l’Iva: il governo cala le braghe. Bruxelles suggerisce un aumento dell’Iva per combattere la deflazione. Un dossier individua nelle agevolazioni ed esenzioni il punto sul quale intervenire di Flaminio Spinetti

Bruxelles ce lo dice da tempo. L’economia italiana per ripartire ha bisogno di una scossa. Una scossa che solo le riforme possono dare. Serve la riforma del lavoro, una riduzione del carico fiscale sul lavoro, una drastica accellerata sui tempi della giustizia. E serve anche una revisione delle aliquote Iva. Roma non ne parla molto volentieri visto il doppio aumento dal 20 al 22% dei governi Monti e Letta. Eppure secondo una fonte del ministero dell’Economia interpellata dal Messaggero “in questo momento di deflazione un ritocco dell’Iva potrebbe far bene anche per ripartire i prezzi e il gettito potrebbe essere usato per abbassare le tasse sul lavoro”. 

Questa volta l’aumento non sarebbe rivolto verso le categorie già tassate con l’aliquota del 22%. Il vice ministro del Tesoro Luigi Casero e l’ex responsabile del dipartimento fiscale della Banca d’Italia stanno lavorando a un dossier per decidere come muoversi. Quello che andrebbe riconsiderato è il sistema di esenzioni e agevolazioni che ogni anno sottrae all’erario un gettito stimato di 256 miliardi di euro. Si deve rivedere per esempio l’esenzione dall’Iva per le pompe funebri o le agevolazioni sui prodotti agricoli. Inoltre si valuta un aumento della percentuale Iva per cinema e alberghi che attualmente è fissata al 10%. Non si esclude un aumento anche per i prodotti che si trovano nella fascia del 4% oppure la creazione di una nuova aliquota la 7-8 per cento.

Sano complottismo

Ecco chi tira i fili del terrore per sovvertire l’ordine mondiale di Andrea Indini

Intevista a Daniel Estulin. “Il Bilderberg non è più così importante, la vera politica si svolge a un livello sovranazionale, al di sopra dei governi”. E fa i nomi di chi governa il mondo da dietro le quinte. “Tutti gli eventi sono tra loro interconnessi. A leggere i giornali sembra che gli scontri in Ucraina siano un problema a sé, completamente slegati dagli scontri razziali di Ferguson o dalle persecuzioni razziali e religiose in Iraq e Siria”.

Prima di entrare nel merito delle tensioni tra la Russia e la Nato, Daniel Estulin (controverso autore del libro La vera storia del club Bilderberg) ci tiene a spiegare che “la Terra è un pianeta piccolo” e che, per andare fino in fondo, è fondamentale capire chi tira le fila. Perché “noi siamo solo burattini”. Estulin nasce nel 1966 a Vilnius. Della sua vita non si sa molto. Ma, chiacchierando, è lui stesso a raccontare delle battaglie del padre per una Russia più libera, della fuga in Canada e della passione per la politica, senza divisione tra interni e esteri, perché “la vera politica si svolge a un livello sovranazionale, al di sopra dei governi, tra quelle persone che governano il mondo da dietro le quinte”. Li chiama “shadow master” (signori dell’oscurità, ndr) e cerca di smascherarli nei suoi libri, da L’istituto Tavistock in avanti.

Perché la Nato sta alzando i toni con la Russia? “Per capirlo bisogna guardare a Detroit, uno scenario post-apocalittico degno di un film di Will Smith. Le persone che tirano le fila del mondo vogliono che le guerre, la crescita zero e la deindustrializzazione ogni città del mondo assomigli a Detroit.”

Progresso e sviluppo non dovrebbero essere direttamente proporzionali alla densità di popolazione? “Grazie ai progressi tecnologici, le società si sviluppano, creano di ricchezza e costruiscono. Ma chi tira le fila del mondo sa che la terra è un pianeta molto piccolo con risorse naturali limitate e una popolazione in continua crescita. Ora siamo 7 miliardi e stiamo già esaurendo le risorse naturali. Ci sarà sempre abbastanza spazio sul pianeta, ma non abbastanza cibo e acqua per tutti. Perché i potenti sopravvivano, noi dobbiamo morire.”

Come intendono fare? “Distruggendo le nazioni a vantaggio delle strutture sovranazionali controllate dal denaro che gestiscono. Le corporazioni governano il mondo per conto dei governi che esse controllano. Così è successo con l’Unione Europea.”

E Putin non rientra in questo disegno… “Pensavano di poterlo controllare…”

Perché non ci riescono? “La Russia è una superpotenza nucleare. È questo che la rende tremendamente pericolosa agli occhi di questa gente. La Cina, per esempio, ha una grande popolazione ma non è una potenza nucleare. E per questo non è un pericolo. Mentre l’economia cinese può essere distrutta nel giro di un minuto, le tecnologie russe non possono essere annientate.”

Dove vogliono arrivare col conflitto in Ucraina? “Togliere il gas all’Europa per farla morire di freddo… Quando parlo di potere, non lo identifico con persone che siedono su un trono, ma con un concetto sovranazionale. L’idea è appunto distruggere ogni nazione.”

Alla fine non ci sarà più alcuna patria? “L’alleanza è orientata verso una struttura mondiale che per essere controllata ha bisogno di nazioni deboli.”

È possibile fare qualche nome? “Christine Lagarde, Mario Draghi, Mario Monti, Petro Oleksijovyč Porošenko… tutte queste persone sono sostituibili. Prendete Renzi: la sua politica conduce alla distruzione dell’Italia. Perché lo fa, dal momento che dovrebbe fare l’interesse del vostro Paese? Non è logico.”

Non è poi tanto diverso da Monti… “I vari Renzi, Monti, Prodi sono traditori dell’Italia, non lavorano nell’interesse del Paese. Renzi non ha mandato politico, nessuna legittimazione, non è stato eletto.”

L’ultimo premier eletto democraticamente è stato Berlusconi. “E questo è il motivo per cui c’è stato uno sforzo così ben orchestrato per distruggerlo.”

È il Bilderberg a tirare le fila? “Il Bilderberg era molto influente negli anni Cinquanta, nel mondo postbellico. Ora è molto meno importante di quanto non si creda. Organizzazioni come il Bilderberg o la Trilaterale non sono il vertice di nulla. Sono la cinghia di trasmissione. I veri processi decisionali hanno luogo ancora più in alto. L’Aspen institute è molto più importate del Bilderberg.”

Nessuno ne parla. “I giornali mainstream fanno parte di questo gioco. Pensare che media come il New York Times, il Washington Post o Le Monde siano indipendenti, è da idioti. I giornalisti lavorano per azionisti, che decidono la linea editoriale del giornale.”

Vale anche per l’Italia? “Il Corriere della Sera, la Stampa e il Sole 24Ore siedono spesso alle riunioni del Bilderberg. Non c’è metodo più efficace che far passare le loro idee nella stampa mainstream.”

Anche l’estremismo e il terrorismo islamico rientrano in questo disegno? “Certamante. Non è possibile credere che Obama lavori nell’interesse degli Stati Uniti. Come è impensabile credere che un’organizzazione come l’Isis sia passata, nel giro di poche settimane, dall’anonimato più assoluto a rappresentare la peggiore organizzazione terroristica del mondo.”

Come si “costruisce” un nemico? “Con gruppi come Isis, Hamas, Hezbollah o Al Qaeda, succede quello che chiamiamo blow-back, cioè quello che succede quando soffi il fumo e ti torna in faccia. L’effetto è sempre lo stesso: si costruisce e si finazia un gruppo terroristico, in Ucraina come in Medioriente, e dopo un certo periodo di gestazione questo ti torna indietro e ti colpisce. In ogni operazione non c’è mai un solo obiettivo, ma sempre molti obiettivi. Un obiettivo lavora per te, un altro contro di te.”

Tutto già calcolato? “Un qualsiasi attacco implica l’uso dell’esercito e, quindi, la necessità di investire soldi nell’industria bellica. La formula è la stessa, cambiano solo i giocatori. Oltre alla guerra ci sono modi diversi per ottenere lo stesso risultato: la fame, la siccità, droghe, la malattie. Li stanno usando tutti. Così da un lato distruggono il mondo economicamente, dall’altro usano i soldi per sviluppare tecnologie così potenti e futuristiche da creare un gap tra noi e loro sempre più marcato.”

Eppure faticano a contrastare l’ebola… “Macché! È solo un esempio per vedere la reazione della popolazione mondiale. Viene presentata come un’epidemia ma ha ammazzato appena tremila persone negli ultimi dieci anni. Ogni anno raffreddore, tosse e influenza ne uccidono 30mila solo negli Stati Uniti. La prossima volta che ci sarà una vera epidemia, conosceranno già le reazioni umane.”