Non c’è limite al peggio. Kyenge, la ue e l’emergenza immigrati…

L’Ue affida alla Kyenge l’emergenza immigrati. Dovrà decidere le iniziative strategiche per risolvere l’emergenza nel Mediterraneo. Il Pd esulta (gli scafisti pure) di Andrea Indini

L’Europarlamento mette l’emergenza immigrazione nelle mani di Cecile Kyenge. Toccherrà all’ex ministro per l’Integrazione trovare una solizione a un problema che sta assumendo, soprattutto in Italia, proporzioni drammatiche. Insieme all’eurodeputata maltese Ppe Roberta Metsola, sarà la correlatrice del “rapporto di iniziativa strategico sulla situazione nel Mediterraneo e sulla necessità di un approccio globale dell’Ue alle migrazioni”. Un nome altisonante per un incarico che difficilmente aiuterà l’Italia a risolvere un’emergenza che si trascina dietro ormai da anni. Nel 2014 in Italia sono sbarcati 180mila clandestini. Nel primo bimestre del 2015 il flusso è più che raddoppiato rispetto all’anno precedente. È il fallimento delle missioni Mare Nostrum e Triton, salutate con entusiasmo dal premier Matteo Renzi e dal ministro dell’Interno Angelino Alfano. Centinaia di morti hanno già macchiato di sangue il Mediterraneo. Dopo aver stanziato altri soldi per finanziare le operazioni di salvataggio in alto mare, l’Europarlamento punta tutto sulla Kyenge per risolvere l’emergenza. Peccato che, quando sedeva tra i banchi del governo Letta, l’allora ministro all’Integrazione premeva per la riforma dello ius soli e per la cittadinanza facile agli immigrati. Due promesse che, insieme all’operazione Mare Nostrum, hanno ingolosito i disperati che dal Nord Africa hanno sfidato il Mediterraneo per raggiungere l’Italia, ponte verso il Vecchio Continente.

“Sono riconoscente per la responsabilità che il parlamento mi ha affidato”, ha commentato Kyenge soddisfatta che l’incarico le sia stato affidato dalla larga maggioranza dagli eurodeputati. “Dobbiamo superare il perenne approccio emergenziale con cui è stato sempre affrontato il tema – ha continuato – il flusso di migranti che attraversano le frontiere Sud dell’Europa è un fatto strutturale e transnazionale”. Per l’ex ministro la questione deve essere affrontata condividendo le responsabilità “tra tutti gli Stati membri ponendo al centro innanzitutto la tutela della vita umana”. Tutto il Pd si è stretto attorno alla Kyenge parlando di “ottimo risultato per l’Italia ottenuto grazie alla stima di cui gode l’eurodeputata Pd in Italia e in Europa”. “Finalmente l’Italia non si limita più a criticare le mancanze dell’Europa sull’immigrazione ma si impegna in primo piano affinché l’Ue si faccia carico delle proprie responsabilità – ha dichiarato la capodelegazione degli eurodeputati piddì Patrizia Toia – il rapporto sull’immigrazione nel Mediterraneo porterà nei prossimi mesi all’approvazione di una risoluzione che costituirà il parere ufficiale del Parlamento europeo sull’immigrazione”. Intanto che la Kyenge si studia le carte, però, gli scafisti già festeggia. Anche il 2015 sarà un anno di affari d’oro.

Sulla "sicurezza"

La nuova minaccia alla rete arriva dall’Europa di Claudio Messora

“Siamo preoccupati dalla frequenza crescente dell’uso di internet per alimentare odio e disprezzo e segnaliamo la nostra determinazione ad assicurare che non si abusi di internet in questa direzione, salvaguardando, nel pieno rispetto delle libertà fondamentali, la libertà di espressione. Con questo in mente, la collaborazione dei maggiori internet provider è essenziale per creare le condizioni per avere segnalazioni veloci di materiale teso a fomentare odio e terrore e per la sua rimozione, ove possibile e appropriato.” Così tutti i maggiori leader europei, in questa dichiarazione congiunta.

La nuova minaccia alla rete arriva dall’Europa, che dunque presto si farà carico di emanare una direttiva per tentare di chiedere agli internet service provider di farsi carico del monitoraggio delle conversazioni che scorrono in rete. Cosa del tutto impossibile, perché richiederebbe un dispiegamento di mezzi che nessuno ha a disposizione, a meno di non attuare una politica repressiva e brutale dove chiunque menzioni parole chiave come “terrorismo”, “bomba” e così via venga segnalato immediatamente a una nuova task force organizzata. E dato che il carico di lavoro nell’analisi degli opportuni distinguo sulla reale natura del dibattito sarebbe in ogni caso eccessivo, non resterebbe che filtrare, censurare, eliminare tutto ciò che in rete si muove e respira. Di contro, deve essere chiaro che se uno vuole organizzare un attentato, non fa una pagina Facebook per farsi mettere “mi piace”, ma usa sistemi criptati e decentralizzati, difficili da penetrare, come ad esempio Tor. Dunque a cosa mai servono nuove leggi repressive se non, in effetti, a generare un clima di terrore in rete dove chiunque può diventare oggetto di attenzioni particolari dalle forze dell’ordine, o vittima di censura, solo perché magari discute di terrorismo, adottando un approccio critico (diventerà apologia di reato?) o anche solo analitico.

Ed è curioso che l’attentato a Charlie Hebdo sia accaduto proprio in Francia, dove da anni è in vigore una legge, chiamata  LOPPSI 2, che consente al Ministero degli Interni di oscurare a piacimento (e senza neppure dichiarare chi è nella lista) i siti internet pornografici, nonché alla polizia di installare sui computer di persone considerate potenzialmente pericolose software in grado di controllare tutte le loro attività online e leggere tutto ciò che scrivono. Non mi pare che abbia funzionato molto. Dunque forse, c’è da dedurne che era troppo blando e che la nuova regolamentazione deve essere più restrittiva. Ma ancor prima che Bruxelles tenti ora di sfruttare l’attentato di Charlie Hebdo per mettere le mani sulla rete in tutta Europa, qualcuno dovrebbe spiegarmi come mai l’ISIS ha siti online dove pubblica riviste digitali, dove fa proselitismo e dove diffonde video di esecuzioni sommarie, senza che tutta la tecnologia della CIA, dell’NSA, dell’FBI e di tutti i servizi segreti occidentali messi insieme riesca non solo a chiuderli, ma perlomeno ad oscurarli come avviene regolarmente per i siti che invece diffondono materiale pirata di proprietà delle grandi multinazionali. Se l’intenzione è davvero quella di debellare il terrorismo, allora forse direi che sarebbe meglio cominciare dalle basi, no?

Ma di cosa si fa?

Fonzarelli, stamattina nel discorso di chiusura della presidenza italiana alla ue ha detto che le famiglie italiane si stanno arricchendo. Non ce la faccio proprio a commentare la cosa. Non ce la faccio.

Qui, Phastidio ci da spiegazioni serie sull’impoverimento delle famiglie italiane. Grazie alla segnalazione di Huxley. Nel frattempo continuo a non farcela a commentare la frase (e non solo quella) di fonzarelli.

Chiedete e sarete accontentati…

Immigrati arrivano in Grecia ma rifiutano di sbarcare: vogliono essere portati in Italia. Duecento clandestini recuperati dalla Marina greca al largo del Peloponneso: loro rifiutano di sbarcare in Grecia e ottengono di essere rimorchiati fino in Sicilia di Ivan Francese

L’emergenza immigrazione non si ferma, nemmeno alle porte di Natale. E anche gli immigrati che finiscono in Grecia si rifiutano di sbarcare e vogliono essere portati in Italia. Venendo puntualmente accontentati. Nelle prime ore di questa mattina, infatti, un barcone con circa duecento immigrati è stato localizzato a 117 miglia al largo di Pilos, al largo delle coste sud-occidentali del Peloponneso, in Grecia. L’avvistamento è opera del Centro di Ricerca e Soccorso del ministero della Marina mercantile greca (Esked), su indicazioni della Guardia Costiera italiana. La carretta del mare, secondo quanto riferiscono i media greci, è già stata raggiunta da cinque altri natanti pronti a portare soccorso. Gli immigrati, tuttavia, si sono rifiutati di puntare la prua verso le spiagge greche e hanno insistito invece per venire portati in Italia. Alla fine l’hanno spuntata, e il barcone sta venendo rimorchiato verso un porto – ancora non si sa quale – della Sicilia. Lì gli immigrati potranno finalmente sbarcare e mettere piede sul suolo europeo.

Junker e la lotta all’evasione fiscale

 No, ma va bene. Va bene che l’alcolizzato Junker pretenda la lotta all’evasione fiscale. Mi pare giusto una simile ipocrisia. Infondo, se ha aiutato le multinazionali estere a portare le sedi legali in lussemburgo, lo ha fatto perchè ci sono leggi che lo hanno consentito e lo consentono tuttora… giustamente lui, non ha fatto niente di male…
Nella lettera di quattro pagine, datata 12 novembre, nessun accenno all’austerità di bilancio ma apertura a una “revisione” delle regole sul debito. Il presidente della Commissione, sotto accusa per lo scandalo degli accordi fiscali tra Lussemburgo e multinazionali, ribadisce poi che entro fine anno sarà varato piano di investimenti da 300 miliardi. Da Italia richieste per 40 di F. Q.

Dopo la polemica a distanza con Matteo Renzi, ora il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, indebolito dallo scandalo LuxLeaks, cerca una tregua. E lo fa con una lettera di quattro pagine, resa nota dal portale EurActiv, e un faccia a faccia andato in scena durante il G20 di Brisbane. La missiva, scritta a quattro mani con il primo vicepresidente Frans Timmermans e inviata via mail il 12 novembre, è indirizzata al premier italiano, in quanto presidente di turno del semestre Ue, e al presidente del Parlamento europeo Martin Schulz. “Adesso lavoriamo insieme”, chiede Juncker, deciso a difendere la poltrona mentre Bloomberg e il Financial Times, ma anche la leader del Front National francese Marine Le Pen, i Cinque Stelle e Fratelli d’Italia ne chiedono le dimissioni in seguito alle rivelazioni dell’inchiesta sugli accordi fiscali del Lussemburgo con le multinazionali straniere. Mentre il settimanale L’Espresso, partner esclusivo per l’Italia dell’International Consortium of Investigative Journalism (ICIJ) che ha svelato lo scandalo, dedica la copertina del suo ultimo numero alla seconda puntata dell’inchiesta intitolandola “Quest’uomo è inadatto a guidare l’Europa”.

“Indebolito dallo scandalo LuxLeaks, il nuovo presidente della Commissione cerca una tregua con il premier italiano che guida il semestre europeo”

L’ex capo di governo del Granducato ribadisce più volte la necessità di collaborare per la realizzazione di un programma in dieci punti tutto incentrato sulla crescita e la lotta alla disoccupazione. “Una cooperazione più stretta tra le nostre istituzioni può mandare un messaggio potente”, scrive. E si dice “pronto”, dopo l’adozione del programma per il 2015, a lavorare con il Consiglio europeo e l’Europarlamento per “identificare una lista di proposte sulle quali le istituzioni possano impegnarsi a fare rapidi progressi (“binario veloce”), riguardo sia ai contenuti sia alle procedure”. Segue una lista di “dieci priorità per il 2015 e oltre”. Al primo punto c’è “una nuova spinta per il lavoro, la crescita e gli investimenti”. Ovvero il pacchetto da 300 miliardi di investimenti annunciato già in estate e ora in dirittura d’arrivo: verrà presentato entro fine anno e l’Italia ha già avanzato le sue richieste, sotto forma di 2.200 progetti per un valore complessivo di 40 miliardi, alla task force di cui fanno parte Commissione e Banca europea degli investimenti.

Ai punti successivi ci sono “un mercato unico digitale connesso”, “un’unione energetica resiliente e una politica contro i cambiamenti climatici che guardi avanti”, “un mercato interno più ampio e equo”, “un accordo per il libero commercio con gli Usa ragionevole e bilanciato“, “un’area di giustizia e diritti fondamentali basata sulla fiducia reciproca”, “una nuova politica della migrazione“, una “più forte azione globale” e, decimo punto, “un’unione per il cambiamento democratico”.

Titoli sibillini sotto i quali sono però citati alcuni obiettivi particolarmente rilevanti sia alla luce dello scandalo sui “tax ruling” lussemburghesi sia in vista del giudizio definitivo sulle leggi di Stabilità dei Paesi Ue, previsto per il 24 novembre. Per prima cosa, infatti, al quarto punto si legge che occorre lavorare su “misure per combattere la frode e l’evasione fiscale”. Juncker, dunque, resta saldo sulla linea di difesa scelta dopo l’esplosione dei LuxLeaks: non ci sarebbe “alcun conflitto di interesse” tra la sua posizione e il fatto che la Commissione abbia avviato indagini sul Lussemburgo e intenda mettere a punto una direttiva ad hoc per lo scambio automatico di informazioni sugli accordi fiscali anticipati siglati tra le autorità fiscali e le aziende. I tax ruling, appunto.

L’altro aspetto che colpisce è l’assenza di qualsiasi riferimento alla necessità di uno stretto controllo sui conti pubblici da parte degli Stati membri. Anzi, al punto cinque si ricorda che è in vista una “revisione” del Six pack e del Two pack, i regolamenti sulla riduzione del debito e del deficit che pesano come un macigno sui Paesi del Sud Europa, Italia in testa. Auspicando un rafforzamento del “governo” economico dell’Unione, insomma, Juncker sembra sposare una posizione meno rigorista che in passato, quando non aveva mancato di sottolineare che gli unici margini di flessibilità sono quelli già consentiti dai trattati e non possono comunque essere indipendenti dal varo delle riforme strutturali. E dire che solo dieci giorni fa il lussemburghese aveva risposto con toni durissimi alle affermazioni di Renzi sui “burocrati europei”. Avvertendo:Io sono il presidente della Commissione Ue, istituzione che merita rispetto”.

Gli eurocrati puliti

Proprio stamattina c’è stata una sorta di dichiarazione che la dice lunga: “Junker resta comunque credibile”. Certo. Era persino ovvio. Sarebbe stato credibile anche se avesse ammazzato migliaia di persone con un colpo alla nuca.
Se pensate che il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker sia soltanto il capo di una banda di euroburocrati – un po’ austeri e un po’ cialtroni – vi sbagliate. Juncker a differenza di quanto ripete il nostro premier Matteo Renzi non è solo quello. Juncker è anche l’ideologo e il demiurgo di un sistema di elusione delle rendite che ha consentito al Granducato del Lussemburgo di trasformarsi nel più raffinato e impenetrabile paradiso fiscale d’Europa. E ha garantito a oltre 340 fra aziende e multinazionali di arricchirsi a dismisura sottraendo alle casse dei paesi europei e agli Stati Uniti oltre 2.000 miliardi di euro di tasse.
Non ci credete? Pensate che Juncker sia veramente un gentiluomo impegnato, come prometteva lui stesso a luglio, nel tentativo di «mettere un po’ di morale ed etica nel panorama fiscale europeo». Beh allora sarà meglio scendere dall’albero dei sogni e leggere il rapporto del Consorzio Internazionale del Giornalismo Investigativo. L’organizzazione, basata negli Usa e composta da giornalisti di tutto il pianeta, ha spulciato 28mila pagine di documenti riservati usciti dal granducato su cui Juncker ha regnato da primo ministro, dal 1995 al 2013. E ha scoperto che la legislazione introdotta durante i 18 anni di mandato Juncker ha consentito a 340 multinazionali di spostare nel Granducato i profitti realizzati in Europa o Stati Uniti usufruendo di tassi d’imposizione fiscale assolutamente ridicoli. O meglio assai iniqui. «Stando a quei documenti – nota il rapporto già ribattezzato Luxleak – alcune aziende hanno goduto di una tassazione inferiore all’1% sui profitti trasferiti in Lussemburgo».
Insomma un meccanismo studiato ad arte per consentire autentici raggiri «legali» ai danni degli altri paesi europei. Un meccanismo forse non perfettamente in linea con la reputazione di un presidente della Commissione Europea, ma che ha sicuramente garantito a Juncker le simpatie di uomini e aziende assai potenti. Le alchimie legali con cui l’ex premier lussemburghese ha saputo trasformare l’elusione fiscale in profitto e trasformare un minuscolo granducato in una delle più importanti piazze finanziarie del pianeta hanno infatti contribuito a rendere ancor più ricco e soddisfatto il «gotha» mondiale dell’economia e della finanza. Grazie agli accordi ideati dai governi Juncker marchi come Apple, Fiat, Amazon, Heinz, Pepsi, Ikea, Deutsche Bank hanno stretto contratti fiscali privilegiati con il Lussemburgo concordando prelievi infinitesimali rispetto alle tasse pagate nei paesi d’origine da qualsiasi comune mortale. Ma il gigantesco meccanismo d’elusione planetaria messo in piedi nel cuore dell’«austera» Unione Europea grazie al lavoro «pregresso» del Presidente Juncker rischia ora di travolgere il suo demiurgo e i suoi favoriti.
Le rivelazioni del Consorzio Internazionale del Giornalismo Investigativo si aggiungono all’inchiesta, già aperta dall’ex commissario per la Concorrenza Joaquin Almunia, che puntava a far luce sulle operazioni di elusioni fiscale realizzate da Fiat, Apple, Starbucks e Amazon sfruttando i «buchi neri» di Olanda e Lussemburgo. E così ieri la compunta signora Margrethe Vestager, erede di Almunia alla Concorrenza, ha pensato bene di reagire alle rivelazioni sulla cosiddetta «Luxleak» chiedendo al Lussemburgo informazioni sulle pratiche delle multinazionali arricchitesi grazie alla sua piattaforma fiscale. Un intervento degno della peggior ipocrisia di Bruxelles visto che l’ideatore di quella «piattaforma» – e il grande custode dei suoi segreti legali – altri non è se non il numero uno della Commissione di cui la Vestager fa parte. Nonostante le commedie dell’assurdo inscenate nel mellifluo clima di Bruxelles il presidente Juncker rischia comunque grosso. Se le rivelazioni di Luxleak si faranno ancora più pressanti neppure gli «euro-ipocriti» potranno fingere d’ignorare che il gran demiurgo dell’elusione alloggia uno scranno sopra il loro. E allora le richieste di dimissioni, avanzate già ieri da un’implacabile euroscettica come Marine Le Pen, potrebbero diventare inesorabile realtà.

La city ci fa ciao ciao con la manina…

Immigrazione, Gb: “Non sosterremo le operazioni di salvataggio nel Mediterraneo”. Il ministro degli Esteri britannico: “Queste operazioni incoraggiano più migranti a tentare la traversata del mare” di Raffaello Binelli

La Gran Bretagna dice no. Non sosterrà le operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo delle persone che cercano di raggiungere le coste dell’Europa. Lo fa, come ha annunciato il ministro degli Esteri, Joyce Anelay, per non incoraggiare i cosiddetti viaggi della speranza. “Non non sosteniamo le operazioni di ricerca e salvataggio previste nel Mediterraneo”, ha spiegato Anelay, dal momento che riteniamo che queste operazioni “creino un fattore d’attrazione involontario, incoraggiando più migranti a tentare la traversata pericolosa del mare e conducano quindi a più morti tragiche e inutili”. Londra dice di volersi concentrare “sui Paesi d’origine e di transito”, lottando contro gli scafisti. A precisare nero su bianco la posizione britannica è stata una nota dal Foreign Office dopo un’interrogazione alla Camera dei Lord sul contributo aereo o navale di Londra ai salvataggi in mare dei migranti.

Il ministro ha dichiarato al Guardian che il governo di Londra per ora non prenderà parte a “Triton”, l’operazione che Frontex avvierà a partire dall’1 novembre nel Canale di Sicilia e nel mare Jonio, e si limiterà a mettere a disposizione un funzionario addetto all’immigrazione. Dal 1° novembre “Triton” aiuterà a pattugliare e controllare le fontiere. “La nostra operazione è esclusivamente quella del controllo delle frontiera. Mare Nostrum mirava alla ricerca e al soccorso. Sono due operazioni molto diverse – ha spiegato alla Bbc la portavoce di Frontex, Isabella Cooper -. La nostra operazione riguarda una specifica area operativa e abbiamo solo un paio di navi e qualche aereo a disposizione. Il Mediterraneo è lungo oltre 2,5 milioni di chilometri quadrati. È praticamente impossibile avere una panoramica completa di ciò che accade in mare”.

Il no di Londra si è attirata le critiche di alcuni attivisti. L’amministratore delegato del Consiglio per i rifugiati (ong britannica), Maurice Wren, ha avvertito che la posizione del Regno Unito contribuirà che più persone “inutilmente e vergognosamente moriranno alle porte dell’Europa”. E ha aggiunto: “Il governo britannico sembra ignaro del fatto che il mondo è in preda alla più grande crisi di rifugiati dalla fine della seconda Guerra mondiale”. Secondo Wren, “la gente in fuga dalle atrocità non smetterà di arrivare”.

Michael Diedring, segretario generale del Consiglio europeo per i rifugiati, ha detto che l’Unione europea dovrebbe cambiare radicalmente il suo approccio al problema, permettendo a più persone di entrare legalmente. “Una delle ragioni – ha spiegato – per cui queste persone stanno intraprendendo il viaggio è perché la politica dell’Unione europea non offre un mezzo sicuro e legale per accedere al suolo europeo, di presentare una domanda di asilo. Ad esempio c’è il solo reinsediamento, e i numeri di reinsediamento sono abbastanza bassi, ma è anche l’unico modo legale”. “Così – sostiene Diedring – per le persone che sono bloccate in Nord Africa, in fuga per la loro vita, che sono perseguitate, che fuggono dalla guerra, che non hanno scelta perché le loro case sono state bombardate e distrutte, i loro familiari sono stati uccisi, sono state violentate e torturate e sono passati attraverso i viaggi orrendi, per queste persone l’unico modo per tentare di arrivare in Europa è attraverso la criminalità organizzata”.

… unione europea, il nulla

Immigrati, la Merkel se ne frega: non invia mezzi nel Mediterraneo. Il primo di novembre partirà l’operazione Triton. Alfano: “Rafforzate le capacità operative di Frontex”. Ma solo otto Paesi Ue hanno messo a disposizione i propri mezzi. Tra questi non c’è la Germania. Scatta l’allarme: “Così non è abbastanza” di Andrea Indini

L’Europa volta le spalle all’Italia. E la lascia sola ad affrontare l’emergenza immigrazione. Nonostante le promesse del ministro dell’Interno Angelino Alfano, sono pochissimi i Paesi dell’Eurozona a contribuire alla missione Frontex. Un manipolo di appena otto Stati ha, infatti, messo a disposizione i mezzi necessari a bloccare l’ondata di clandestini che dal Nord Africa punta verso le coste italiane. E tra questi non c’è la Germania. A sentir parlare Alfano Bruxelles ha “rafforzato le capacità operative di Frontex”. Solo sulla carta, però. Perché solo otto Stati membri hanno messo a disposizione mezzi tecnici per l’operazione Triton. Così, il materiale non basta. Tanto che, nelle ultime ore, il direttore esecutivo dell’agenzia Gil Arias si è visto costretto a lanciare una nuova richiesta sperando in “una maggiore partecipazione”. La disponibilità è arrivata da Finlandia, Spagna, Portogallo, Islanda, Olanda, Lettonia, Malta e Francia. Tra questi balza subito all’occhio l’assordante assenza della Germania. Da mesi la cancelliera Angela Merkel accusa Roma di non fare abbastanza per contrastare gli sbarchi degli immigrati. Eppure, quando si è trattato di fare la propria parte, si è subito tirata indietro. La Germania si è, infatti, limitata a mettere a disposizione di Frontex il personale specializzato. Non è certo abbastanza per una emergenza epocale che, dall’inizio dell’anno, conta oltre i 120mila arrivi.

“Dai primi di novembre partirà l’operazione congiunta Triton al cui avvio corrisponderà la fine progressiva di Mare Nostrum – ha ricordato Alfano – il rafforzamento di Frontex oggi sembra legato all’intervento nel Mediterraneo, ma in realtà si tratta di un precedente virtuoso per un eventuale intervento più forte, speriamo non necessario, su tutte le altre frontiere europee, a partire da quella dell’Est”. Sul fronte del Mediterraneo, però, l’agenzia non ha mezzi a sufficienza per garantire un regolare pattugliamento sull’intero fronte. L’agenzia prevede, infatti, un impiego mensile di due navi d’altura, due imbarcazioni, quattro motovedette, due aerei e un elicottero. “Considerando la vasta area operativa – spiega il direttore esecutivo Arias – la sorveglianza aerea avrà un ruolo chiave che permetterà individuazioni immediate”. Per l’operazione Triton, che ha un budget di 2,9 milioni di euro, Frontex opererà sotto il comando ed il controllo delle autorità italiane e lavorerà in stretto coordinamento con la Guardia di Finanza, la Guardia costiera e la Marina. Ma, se questo è il contributo dell’Unione europea, non promette niente di buono.

Il massacro sociale del Pd

Il massacro sociale in Italia ha un diretto e principale responsabile: il PD di Luciano Lago

Ancora una volta i giornali e le TV ci scodellano il solito loquace “fiorentino” che fa da intrattenitore alla riunione dei leader  europei a Milano; sembra quasi che sia lui il protagonista per quanto si agita e si atteggia sulla scena in presenza delle telecamere di tutti  i network  internazionali. In realtà Renzi sa bene che l’Italia si trova in una posizione molto scomoda per i conti disastrosi della sua economia ed è con molta probabilità alla vigilia di un commissariamento. Per questo motivo cerca di offrire, in “omaggio” ai responsabili europei che lo vigilano con occhio attento, il “pacchetto” della riforma del lavoro, il “Job Act”, come un suo successo personale da offrire in pasto alla Troika come una volta si propiziavano gli dei con sacrifici umani. L’atteggiamento di chi vuole far capire che, passo dopo passo, fra non poche difficoltà, riuscirà ad ottenere l’omologazione dell’Italia ai dettati dei potentati finanziari europei. Il “Job Act” è il primo step, poi seguiranno le altre riforme e le privatizzazioni, necessarie per alleggerire un pò del debito pubblico (in crescita incontrollabile) e per pagare gli interessi alle grandi banche che hanno in cassa i titoli di credito del tesoro italiano.

I leader europei ed i responsabili della Commissione Europea, per quanto parlino e promettano,  non possono mascherare la realtà: in tutta Europa le politiche di austerità imposte dalla Troika di Bruxelles hanno prodotto come dirette conseguenze un arretramento delle condizioni di vita  di una buona parte della popolazione, impoverimento della classe media, aumento fortissimo delle diseguaglianze, crescita enorme della disoccupazione in paesi come Spagna, Grecia, Italia e Portogallo, riduzione della domanda interna, affossamento delle piccole e medie imprese schiacciate dalla spropositata pressione fiscale e dall’euro, con un parallelo aumento dell’indebitamento pubblico dello Stato, in Italia come anche in paesi come Spagna e Francia. In pratica un disastro economico e sociale ed un totale fallimento delle politiche neoliberiste.

Questo fallimento non è bastato per provocare  un cambio di rotta ma al contrario, dietro la cortina di chiacchiere sulla necessità di sviluppo, rimane l’inflessibile atteggiamento della Commissione europea, dominata dalla posizione della Germania, insiste nel mantenimento di queste politiche e nella richiesta a tutti i paesi di “mantenere gli impegni” presi con i trattati sottoscritti a suo tempo, dal Fiscal Compact al Mes, Lisbona  ed agli altri, trattati che di fatto hanno spodestato gli Stati ed i Parlamenti nazionali delle loro competenze sulle principali materie economiche.

In Italia  queste politiche hanno prodotto un  massacro sociale che si è attuato grazie al collaborazionismo ed  alla preminenza di un solo partito, il PD, divenuto maggioritario, appoggiato dai poteri sovranazionali che contano, che sta gestendo il passaggio da una morente partitocrazia , verso una “oligarchia finanziaria”, che ha avuto come responsabili gli  ultimi tre governi  nominati e non eletti  appoggiati dalla complicità di quasi l’intera classe politica. Il perno principale  di questo processo è stato  proprio il PD ed a questo partito ed alla sua classe dirigente (la vecchia come la nuova) spetta la principale responsabilità. Si tratta di un partito che si autodefinisce “democratico”, ma che di democratico non ha più niente, perché asservito direttamente all’interesse delle lobbies finanziarie euro atlantiche e dei centri di potere di  Washington.

Questo partito ha trovato come suo segretario, successivamente designato  come presidente del consiglio dall’impagabile Presidente Napolitano, Matteo Renzi, un personaggio di facciata e filodiretto, il quale  ha il preciso compito di trascinare il paese verso il sistema di mercato omologato richiesto dalle centrali finanziarie, adeguando il sistema Italia con le opportune riforme, alle richieste fatte dalle entità finanziarie come BCE, FMI e Commissione Europea. Queste riforme prevedono essenzialmente  una liberalizzazione di tutto: dal mercato del lavoro ai servizi pubblici con un necessario processo di privatizzazioni che avvantaggeranno le grandi corporations internazionali e le banche d’affari che sono già impazienti di mettere le mani sul bottino delle aziende pubbliche italiane  (come ENI, ENEL, Finmeccanica). Tra una cortina di chiacchiere, una sceneggiata e l’altra, una veste di giovanilismo americanoide  e di apparente innovazione, Matteo Renzi sta trascinando il paese verso la subordinazione totale alle centrali finanziarie esterne.

Quello che non si spiega è come i sostenitori del PD non si siano  accorti di niente.

La base elettorale di questo partito  non ha ancora compreso che il Pd è un partito che collabora con le forze esterne che stanno svendendo l’Italia ai potentati esteri, affossando l’industria manifatturiera italiana, riducendo sul lastrico migliaia di famiglie, costringendo i giovani a scegliere fra emigrare o rassegnarsi ad una vita di eterno precariato, smantellando i diritti sociali acquisiti da 40 anni di lotte operaie, abolendo l’art.18 ed utilizzando questo come cortina fumogena per occultare le questioni essenziali e come un grimaldello per demolire definitivamente lo Statuto dei lavoratori e i Contratti collettivi di lavoro, quando l’Italia è il paese che, in Europa, presenta già attualmente il più alto numero di contratti atipici. Anche se una ampia fascia di elettori di questo partito li troviamo fra i dipendenti pubblici, fino ad oggi abbastanza protetti e garantiti da diritti acquisiti ed illicenziabilità, anche questa fascia di cittadini si troverà presto ad avere una brusco risveglio, viste le previsioni di tagli e ridimensionamenti nel pubblico impiego come già avvenuto in altri paesi europei.

Renzi ed il  Partito “Democratico” stanno  infatti preparando  le riforme,  che saranno conformi a quanto richiesto dalle centrali finanziarie e che mirano alla costruzione di una società governata da oligarchie finanziarie, ove preminente è l’apertura ai mercati, la privatizzazione dei servizi pubblici, con la riduzione al minimo di qualsiasi diritto, con un netto ridimensionamento della previdenza e delle spese di assistenza sociale. La nuova società ultra liberista si prepara ad  “esternalizzare”  i servizi che non siano essenziali. Un copione già visto in paesi come Grecia e Spagna, in quest’ultimo paese si è calcolato che la metà degli ospedali sono ormai divenuti privati.

Il  modello economico neo liberista che viene imposto si basa sul controllo di una  base sociale, costituita da consumatori/ lavoratori ,  da utilizzare  con bassi salari, ed ai quali  imporre ,attraverso tassazione, interessi, mutui,  controllo del contante,  il sostentamento dell’ apparato statale, oltre a mentalizzare,  mediante i media, una uniformità di modelli di consumo e di concetti base indiscutibili quali  deregolamentazione, finanziarizzazione, globalizzazione. L’imposizione di una moneta unica è stata un marchingegno che ha permesso di  demolire  la sovranità monetaria degli Stati, che  ha costituito una forma di usurocrazia mascherata delle centrali finanziarie che realizzano enormi profitti sul debito pubblico degli  Stati  e sul controllo della base monetaria affidata a Banche private.

Una gabbia difficile da poter rompere sopratutto per l’abilità del sistema di potere di condizionare e manipolare l’opinione pubblica a cui viene sottratto qualsiasi potere di controllo e di partecipazione democratica. La classe politica si è arrogata  il potere di consegnare le sovranità del paese senza interpellare i cittadini e si trincera poi dietro l’alibi del non potersi sottrarre all’osservanza delle disposizioni esterne e dei trattati. Un comodo alibi che non potrà reggere a lungo: prima o poi la gente si dovrà accorgere dell’inganno ed allora potrebbe montare una forte rabbia popolare contro i politici che sono stati partecipi del disastro.  Non sappiamo se questi ne siano consapevoli.