Mario Monti il moralizzatore

L’international advisor di Goldman Sachs, Mario Monti, dalle colonne del “Corriere della Ser(v)a” si è lanciato in un duro attacco al governo. Secondo lui il governo del paese è ormai commissariato dalle istituzioni europee. Al netto del fatto che è anche vero, ci si chiede come mai un autentico euro-isterico come Mario Monti, che ha sempre gettato merda su qualunque referendum desse esito contrario a quello voluto dai commissari del IV Reich, ora si riscopra improvvisamente patriottico. Che si prepari a prendere il posto come capo di un governo tecnico? (1) Quello su cui però voglio porre l’accento è il pulpito da cui viene la predica. Mario Monti è stato membro della commissione Santer, di gran lunga la commissione più sputtanata della storia della CEE/UE. Per chi non lo ricordasse la commissione Santer è l’unica commissione della storia dell’UE ad essersi dimessa per evitare un voto di sfiducia del parlamento europeo. Gli scandali che travolsero la commissione, e lo stesso Mario Monti, ebbero origine da un caso di nepotismo che coinvolse la commissaria francese Cresson, la quale aveva assunto come consulente personale il suo amante. Da li venne fuori il marcio che coinvolse l’intera commissione, che si dimise giusto in tempo per evitare il voto di sfiducia del parlamento UE. Il collegio dei periti nominati dal parlamento UE concluse infatti che la commissione Santer aveva “accertata responsabilità collegiale (2) dei commissari nei casi di frode, cattiva gestione e nepotismo“(3). Ora, mi dite con quale autorità e faccia tosta un personaggio del genere si erge a moralista? Da che pulpito viene la predica?

(1) I “governi tecnici” sono la versione “politically correct” delle dittature militari. Gente che risponde ad altri e non al proprio paese e che non può esser punita col voto di cui se ne infischia, nonostante i proclami di “democrazia”
(2) Collegiale significa tutta la commissione, quindi anche del nostro moralista Mario Monti
(3) Giusto per la cronaca in quella commissione sedeva anche la nostra Emma Bonino, la quale non è mai riuscita a spiegare come mai nel suo “commissariato” risultava un buco di 7mila miliardi di vecchie lire.

Benvenuti nel IV Reich

A 65 anni dalla morte di Adolf Hitler, Angela Merkel ha realizzato il sogno del fuhrer. Ebbene sì, l’Unione Europea è ora un grande lago tedesco. Da oggi in poi le politiche di bilancio italiane e spagnole saranno decise a Berlino e Parigi. La Germania domina, ma non dobbiamo farne colpa alla fuhrerin Angela Merkel, semmai puntiamo il dito contro la nostra classe politica che, assumendo 3 milioni e mezzo di statali (in Germania sono 1 milione), tollerando che in alcune regioni l’evasione fiscale arrivi all’80% ha causato tutto questo. Il popolino bue se la prende con Berlusconi, come si suol dire “piove governo ladro”, ma in realtà il Berluscaz è solo l’ultima ruota del carro, un carro che inizia negli anni ’70 e ’80 e che ha prodotto la voragine che c’ha fatti diventare una colonia tedesca.
Deutschland Uber Alles dunque, e c’è da dire che ce lo siamo meritati.

Zapatero, il lavoro e gli immigrati

Madrid – Immigrati sì, anzi no. A un passo dalle elezioni, il governo di Zapatero fa marcia indietro e torna a sbarrare l’ingresso agli immigrati. Proprio come fece nel 2007, quando, dopo l’adesione di Bucarest e Sofia all’Unione europea, venne imposto l’obbligo di un permesso di lavoro a cittadini romeni e bulgari che chiedevano la residenza in territorio spagnolo. Un voltafaccia della sinistra o una mossa calcolata per riprendere posizioni nei sondaggi? Dopo l’annuncio che il governo scioglierà le Camere il prossimo 26 settembre, sembrerebbe più la seconda.
Nel 2008 il governo, anche a causa delle pressioni che venivano dall’Europa, aveva rinunciato alla moratoria fino al 2014. Ma lo scorso 22 luglio, in quello che sarà uno dei suoi ultimi provvedimenti, il governo Zapatero ha ripristinato la restrizione per far fronte – questa la motivazione ufficiale – alla disoccupazione record (oltre il 21%) che sta colpendo la Spagna. “Non ce n’è per noi, figuriamoci per gli altri”, avrebbe detto una fonte dell’esecutivo, mentre il portavoce José Blanco, ha detto che l’obiettivo è quello di “regolare l’afflusso” dei romeni secondo i “bisogni” del mercato del lavoro e di “impedire che finiscano nel lavoro nero o siano vittime di abusi e sfruttamenti”. Blanco ha sottolineato anche che la misura “non riguarda coloro che già vivono in Spagna, ma limita solo i nuovi ingressi”. Una decisione passata un po’ in sordina, ma destinata a far discutere. La reintroduzione di una moratoria deve infatti essere approvata dall’Ue, come ha detto anche il portavoce delle Commissione europea David Boublil: “La Spagna in linea di principio non può reintrodurre un nuovo regime transitorio per i lavoratori rumeni”.
La norma non è, di per sé, contraria ai patti di Schengen, che prevedono provvedimenti simili in casi eccezionali. L’adesione di Romania e Bulgaria alla Ue è avvenuta nel 2007, ma il trattato prevede una moratoria di 7 anni per cui solo dal 1° gennaio 2014 i loro cittadini potranno godere della piena circolazione in Europa. La popolazione romena in Spagna però è quadruplicata dall’apertura delle frontiere e oggi nelle città spagnole più di 86mila romeni, di cui circa 50mila disoccupati, secondo i dati di maggio. Il tasso di disoccupazione in Spagna è al 21,29%, il più alto nell’Unione europea. Tutti presupposti per il sì dell’Europa al provvedimento. Una norma che potrebbe quindi rimettere in discussione i patti di Schengen. L’eccezionalità della Spagna, infatti, potrebbe avere esempi nel resto d’Europa. Certo, a quattro mesi dalle elezioni anticipate, difficile non pensare a una mossa politica di Zapatero per riottenere quel consenso ormai perso. Anche se il leader socialista non si ricandiderà, infatti, il suo partito è in ribasso: nei sondaggi il candidato della sinistra Alfredo Perez Rubacalba è in svantaggio rispetto a quello del partito popolare Mariano Rajoy.

Grecia

Immigrati. Filo spinato e maxi-fossato: il Muro greco per fermarli. Barriere decise da Atene al confine con la Turchia

Atene, 6 ago. (TMNews) – Barriere di filo spinato e un enorme fossato: è il Muro che la Grecia vuole costruire tra sé e la Turchia per impedire l’ingresso ai migranti. Oggi, il ministero greco della Protezione del cittadino ha annunciato la costruzione di una barriera in filo spinato, co-finanziata dal Fondo europeo per le frontiere esterne. Il progetto, in discussione da diversi mesi, costerà 5.498 milioni di euro e prevede “due barriere parallele in filo spinato lunghe 10,3 chilometri e alte tra i 2,5 e i 3 metri; saranno costruite sul confine vicino a Kastanies”, nell’area più frequentata dai migranti per attraversare il fiume Evros che separa Grecia e Turchia, secondo un comunicato del ministero. Il quotidiano greco ‘Ta Nea’ ha rivelato, la scorsa settimana, che la Grecia sta costruendo un fossato di 120 chilometri nei pressi dell’Evros per proteggere la regione dalle esondazioni del fiume e impedire l’immigrazione clandestina. Il fossato – la cui realizzazione è stata decisa dopo uno studio dell’Università di Salonicco – è “un’opera di irrigazione e prosciugamento” che potrebbe anche servire per “dissuadere i migranti”, aveva dichiarato una fonte del ministero della Difesa.

Multikulti (punti di vista)

Beppe Severgnini è rimasto sorpreso dal massacro di Utoya perché crede di conoscere il mondo facendo conferenze agli Italians. Il giorno dopo Utoya racconta che tre anni, fa guardando la Norvegia dalla terrazza di un hotel, si era detto: “ecco l’Europa come dovrebbe essere”. La Norvegia non fa neppure parte dell’Unione Europea, ha rifiutato di entrarvi con due referendum e non ha aderito all’euro come la Danimarca, che ha appena chiuso le frontiere. Per questi paesi, l’Europa è spesso l’estero, abroad, come per la Thatcher. Chi conosce un po’ l’Europa del Nord, purtroppo, non si è stupito di Utoya, perché Norvegia, Danimarca, Olanda, come la Gran Bretagna, hanno aperto all’immigrazione extraeuropea dagli anni ’50 e ’60. Anche se la Scandinavia ha soltanto un milione di immigrati residenti, mentre l’Italia ne ha quattro e mezzo, il Nord Europa ha avvertito da vari anni problemi che il Regno Unito affronta soltanto adesso. Diversamente dalla Scandinavia, l’Olanda ha aderito all’Ue e all’euro, ma negli anni ’90, quando il 9/11 era inimmaginabile, era preoccupata per il trattato di Schengen, angosciata dalle nostre frontiere a due passi dall’Africa, convinta che sarebbe stata inondata da arabi e africani per colpa della nostra polizia, in combutta con la mafia come tutti gli italiani. Se nell’Europa del Nord, come in Europa, non ci fossero stati in questi anni partiti di destra, che hanno dato voce al disagio per la società multietnica, ci sarebbero state violenze peggiori di quella di Utoya. È quindi un bene che esistano partiti che portano nell’arena politica la critica al razionalismo astratto del multiculturalismo, con argomenti che sono quelli della destra conservatrice o della destra tout court, perché in Europa la destra non si definisce “liberal” da tempo.
In Occidente il termine “liberal” non è più collegato alla libertà, ma all’uguaglianza e definisce da tempo la sinistra, non la destra. La destra europea ed americana ha avuto liberisti come la Thachter e Reagan, ma non si definisce “liberal”, perché p.e. non ritiene che gli omosessuali uguali agli eterosessuali e non crede abbiano diritto al matrimonio. Cameron rifiuta il multiculturalismo e basta vedere le decisioni del suo governo per capire che è un liberista, ma è un conservatore, perché non crede che qualsiasi straniero abbia diritto alla cittadinanza britannica soltanto perché appartiene alla specie umana. L’Italia ha l’esclusiva di avere una “destra liberale”, perché solo da noi la destra teme di essere definita fascista. Berlusconi è considerato un pericoloso nazionalista sciovinista dal Times e dall’Economist, che non fanno una piega quando Cameron dice di rifiutare il multiculturalismo; anzi, durante l’ultima campagna elettorale, il Times di Murdoch e Harding ha addirittura denunciato un complotto laburista per favorire l’immigrazione e assicurarsi un nuovo vivaio elettorale. Inappuntabili liberal olandesi, preoccupati dello sciovinista Berlusconi o dalla xenofoba Lega, raccontano al ritorno di ogni viaggio dal Sud Africa come i pochi bianchi rimasti vivano in stato d’assedio, in pericolo di vita, e come un bianco non possa girare per strada da solo senza essere aggredito, picchiato e derubato da gruppi di ragazzini neri. Mentre imprecano contro lo sciovinista Berlusconi, parlano dei soliti boeri che avevano portato la vite in Sud Africa, rimpiangono l’apartheid perduta e quando pensano ai boeri ricordano anche la secessione delle Fiandre del 1830 appoggiate dagli inglesi, che li avevano invece aiutati insieme ai francesi nella Guerra degli Ottant’anni per sottrarle agli Asburgo d’Austria e di Spagna.
Dopo il 9/11, nei paesi europei che hanno avuto imperi nell’800, affini al Regno Unito, con governi laburisti, come quello di Blair, che bombardavano afghani e iracheni e difendevano il multiculturalismo, mentre a Londra gli inglesi nativi dopo l’attacco del 7 luglio non osavano prendere la metropolitana per la paura di un attentato, si è persa la sicurezza. Per questo, gli inglesi a cui non dispiacevano le guerre di Blair e un nuovo impero – si pensi a Niall Ferguson – hanno votato Cameron, un conservatore coerente e realista. Un conservatore inglese non avrebbe certo problemi a fare una guerra per rifare l’impero, ma in tempo di guerra avrebbe almeno la prudenza di non fare entrare nel Regno Unito qualsiasi straniero e certamente non dai paesi o dall’area geopolitica con cui è guerra, come si è fatto in Gran Bretagna fino al 1945. Anche da questa schizofrenia è nato il massacro dei giovani laburisti a Utoya.
Marcello Veneziani si è arrabbiato con Michele Serra, perché ha definito Breivik di destra, accostandolo a Oriana Fallaci e alla Lega, però nel manifesto del terrorista sono affastellate idee che potrebbero trovarsi anche nei testi della Fallaci, donna con guizzi intelligenti, la cui islamofobia non condivido, pur ritenendo dannoso il multiculturalismo, come Giovanni Sartori, che ha dedicato al tema un libro che molti dovrebbero rileggere attentamente. Nel manifesto di Breivik vi sono anche idee di Roger Scruton, che ha più volte messo in rilievo come il terrorismo islamico sia una risposta ai tentativi di secolarizzare e americanizzare i musulmani. Per Scruton, quando l’architetto Mohamed Atta lanciò l’aereo dell’American Airlines contro il World Trade Center, non stava esprimendo solo il risentimento per l’alta finanza americana, ma anche il rancore contro l’architettura razionalista sulla quale aveva fatto la tesi, dove ricorda Aleppo, devastata dai grattacieli che ne hanno distrutto l’identità musulmana.
Per Scruton, Atta intendeva protestare contro una civiltà, quella occidentale, che distruggeva la sua. Purtroppo, la propaganda della guerra in Afghanistan e in Iraq, due guerre il cui obiettivo principale era americanizzare i paesi arabi per fare business più che trovare Bin Laden, ha messo in secondo piano la ragione principale per la quale Bin Laden aveva attaccato le Twin Towers: Bin Laden non voleva basi americane in terra araba. Il rifiuto di basi americane e dell’americanizzazione non comportava però per Bin Laden, prima della Guerra del Golfo del 1991, la rinuncia ad avere rapporti e fare affari con l’Europa e gli Stati Uniti; la famiglia Bin Laden era in ottimi rapporti con i Bush, gli americani e gli europei. Arabi ed europei hanno fatto affari per secoli, rispettando differenze religiose, culturali, giuridiche, di costume, così come si sono combattuti, hanno cercato gli uni e gli altri di sopraffarsi, si sono occupati, sono stati respinti. Non è però mai accaduto che i turchi assediassero Oslo, né invadessero la Gran Bretagna come i sassoni, i celti, i romani.
I conflitti tra arabi e cristiani sono rimasti per secoli circoscritti all’area del Mediterraneo. I cristiani si sono anche combattuti e ammazzati tra di loro in Europa, come gli arabi se le sono date tra di loro. È la banalità della storia, dove paci e guerre si alternano continuamente. La situazione cambiò radicalmente per gli arabi, quando a difendere l’Egitto dall’invasione di Napoleone non si presentò un generale egiziano, ma l’ammiraglio Nelson. La frustrazione e la rabbia nasce negli arabi quando diventano terra di conquista e di scambio per chiunque. I popoli di un impero secolare che era arrivato ad assediare Vienna e a fare paura a tutti si trovano a essere occupati, colonizzati, scambiati; a vedere i loro tesori e simboli trafugati. Al British Museum si prova disagio di fronte alle mummie e alla Stele di Rosetta, arraffata da Napoleone, passata poi in mano a Nelson e portata in Inghilterra come trofeo. Se dà fastidio a un’italiana che conosce la storia romana, gli archi di trionfo romani, cosa può provocare in un arabo?
Difficile gli arabi possano avere fiducia negli inglesi che li convinsero a lottare contro i turchi alleati dei tedeschi nella prima guerra mondiale con la promessa dell’indipendenza e poi li truffarono. Nella seconda guerra mondiale combatterono con i tedeschi per liberarsi dagli inglesi e non andò bene neppure allora. Avevano il petrolio e Ford aveva scoperto il capitalismo di massa, un’auto per tutti, da pagare a rate, assicurare, che cambiava non solo le strade, ma abitudini, comportamenti, mentalità. Nascevano i Mad Men. Il grande business del moto, principio fondamentale da Aristotele a Hobbes, al centro del quale c’era il petrolio. Il Medio Oriente non è diventato un’area di conflitti perché agli ebrei è stato concesso di avere uno Stato in Palestina, ma perché il controllo del petrolio da parte delle grandi compagnie americane ha reso di fatto impossibile la sovranità degli Stati arabi e africani, invitati da americani e sovietici e ribellarsi agli imperi europei.
Il risentimento degli arabi nei confronti degli ebrei, non nasce tanto da odio religioso, nasce dalla percezione di Israele come uno Stato creato dagli occidentali per danneggiarli. E’quindi follia razionalista, prova di irrazionalistico senso di onnipotenza, pensare di trasformare in inglesi o europei, capaci di combattere perfino con noi i propri paesi d’origine, uomini e donne che per sopravvivere lasciano la propria terra di cui non sono di fatto più padroni da secoli, pronti anche a fare i lavori più umili, per mandare i soldi alle famiglie o per fare figli, sperando di tornare a casa. L’Europa non è un continente da popolare come gli Stati Uniti, né ha mai rapito uomini e donne dall’Africa per farli lavorare nei campi. Gli afro-americani, discendenti degli schiavi, sono in genere cristiani, non musulmani, hanno perso l’identità religiosa e culturale, ma non quella etnica e preferiscono eleggere come rappresentanti neri non bianchi. Cosi i latinos preferiscono eleggere latinos, quando possono, e difendono la propria lingua e cultura. Nel caso dei latinos, la resistenza nel conservare identità linguistica e culturale è sostenuta dalla vicinanza col Sud America, che parla spagnolo.
Lo stesso accade in Europa con africani e arabi per i quali l’Africa e il penisola araba sono vicini. In Europa arabi e africani non perdono identità, come i latinos in America del Nord. La guerra in Afghanistan e in Iraq con l’idea dell’effetto domino per secolarizzare e americanizzare i musulmani, ha provocato una reazione di solidarietà degli immigrati musulmani in Europa con i paesi arabi attaccati: la reazione più leggera è stata quella delle donne che hanno cominciato a indossare lo chador, la più forte quella dei giovani anglo-arabi che sono andati a combattere in Afghanistan o in Iraq. Sono reazioni naturali e solo un razionalismo astratto può immaginare di eliminarle, quando si combatte una guerra a poche ore di volo da Londra. E’ poco realistico sperare nell’effetto domino di paesi, che parlano le nostre lingue, studiano nelle nostre università, possono comprare le migliori armi o produrle, mentre noi non conosciamo neppure le loro lingue e dialetti. Così tentare di cavalcare le rivolte arabe ha fatto perdere a Obama la simpatia iniziale.
La politica di Obama nei paesi arabi e in Africa è la continuazione di quella di Bill Clinton, che portò alla guerra di Serbia e alla creazione del Kosovo. Il fatto che Breivik protesti nel suo manifesto contro la guerra alla Serbia non significa che questa guerra fosse nell’interesse dell’Europa, né che Breivik difenda la Serbia nell’interesse dell’Europa. Il Kosovo è la regione dove i serbi avevano costruito monasteri e chiese cristiane e il fatto che sia stato occupato dai turchi dal 1400 al 1912 e la maggioranza musulmana degli abitanti ne abbia reclamato la sovranità alla morte di Tito, non significa affatto come afferma Noel Malcolm, corrispondente del Guardian, studioso di Hobbes e di Marcantonio De Dominis, che i serbi non avessero diritti su questo territorio. La tesi di Malcolm, che ha dedicato un libro alla storia della Serbia, non sta in piedi, perché, in base ai suoi principi, non si capisce perché l’Onu non sia intervenuta nel 1982 contro il Regno Unito, quando Margaret Thatcher attaccò l’Argentina per le Falkland o Malvinas. Le isole fanno parte integrale del territorio dell’Argentina, erano deserte, abitate da pastori argentini nel 1825, nel 1833 sbarcarono gli inglesi, vi fecero una base: da allora gli inglesi le considerano proprie e non si capisce quali diritti avessero di reclamare la sovranità su delle isole dell’America del Sud, dove hanno piantato la bandiera soltanto 150 anni fa.
Brievik ritiene il Kosovo un precedente pericoloso, perché qualsiasi insediamento musulmano in Norvegia o in Inghilterra potrebbe diventare un nuovo stato musulmano, ma è difficile immaginare gli Stati Uniti e la Nato a bombardare la Gran Bretagna o uno dei suoi alleati storici come la Norvegia, la Danimarca e l’Olanda. Nell’interesse di Breivik per la Serbia c’è del torbido, come nella guerra contro la Serbia e negli interessi, le passioni, i fantasmi del passato che hanno contribuito a smembrare l’ex Jugoslavia alla morte di Tito. I Balcani sono una zona nevralgica dell’Europa: dai Balcani non è solo partito il colpo di pistola che provocò la prima guerra mondiale, la distruzione degli imperi centrali e la destabilizzazione dell’Europa, ma anche la Guerra dei Trent’anni che devastò l’Europa più della seconda guerra mondiale e ne spezzò l’unità politica e religiosa. La Guerra dei Trent’anni scoppiò nel 1619 in Boemia, attuale repubblica ceca, e fu attivata dalla fondamentalista protestante Elizabeth Stuart, nata nel castello di Falkland in Scozia, e dal marito, Federico V, elettore del Palatinato, leader dei principi protestanti tedeschi.
Frances Yates ha descritto il delirio suscitato tra i fondamentalisti protestanti inglesi e scozzesi dalle nozze di Elizabeth col principe tedesco e le fantasie di abbattere gli Asburgo e “riformare” Roma, traboccante di corruzione cattolica. La Yates descrive il mondo rosacrociano di Heidelberg di Federico V, protestanti ostili agli Asburgo, che si richiamavano ai Templari e alimentarono poi le logge massoniche. Su Brievik, cristiano, massone e templare, aleggia il fantasma della fondamentalista Elizabeth, esiliata dal padre Giacomo I all’Aia, sconfitta nella battaglia della Montagna Bianca, vicino a Praga, e sbeffeggiata dai papisti col titolo di regina d’inverno. Il fantasma di Elizabeth svolazzò anche su Hitler, perché Elizabeth, idolo di tutti i protestanti nemici degli Asburgo, si prese la rivincita con la figlia Sofia che sposò Ernst August di Hannover e suo nipote, Georg Ludwig di Hannover, che non parlava una parola d’inglese, diventò re d’Inghilterra col nome di Giorgio I e fu il primo principe brit elettore del Sacro Romano Impero, mentre sua figlia Sofia Dorotea diventò regina di Prussia. Il sogno di Elizabeth fu rotto da Napoleone che terremotò l’Europa ed eliminò il Sacro Romano Impero, ma attraverso Elizabeth iniziò la tradizione britannica di avere una casa reale tedesca, fino ai Sassonia-Coburgo-Gotha che nel 1917 dovettero cambiare il nome in Windsor. Fu questa tradizione di sovrani con “sangue” tedesco a trarre in inganno Hitler, che credeva nel “sangue”, e a pensare che l’Inghilterra si sarebbe alleata con la Germania se avesse sconfitto la Russia. Il legame di Breivik con Hitler è tutto in questo impasto di miti protestanti, rosacrociani e volontà di potenza che hanno già prodotto in Europa troppe guerre di religione e nel Mediterraneo non si sente certo il bisogno di nuovi Templari, né di guerre di civiltà.

Dopo la tempesta finanziaria, il conto dei danni

Se si semina vento, si raccoglie tempesta. E’ il detto popolare che trae linfa dalle mille e mille esperienze fatte in tutti i lati del mondo, ma è anche la sintesi della scellerata diatriba tra maggioranza e opposizione in Italia. Sopra ogni cosa, infatti, ci sono sempre gli interessi nazionali. In Italia dovremmo occuparci un po’ di più della nostra immagine complessiva, invece non lo facciamo. L’interesse nazionale riguarda tutti: ricchi e poveri, potenti e deboli, risparmiatori e sperperatori, politici e apolitici, lavoratori e disoccupati. Se il Paese retrocede, pagano tutti. E’ possibile che dal saldo del conto da pagare si salvino solo i furbi e i disonesti. Non è il caso, però, di render loro soddisfazione e di preoccuparsi per loro, tanto più che alcuni hanno la residenza fuori dai confini nazionali. Giorno dopo giorno, invece, usando anche metodi rozzi, c’è chi, per ragioni di furbizia politica, si è preoccupato di menare discredito sull’Italia, pensando di influenzare così il consenso popolare. E’ stato un metodo insulso per trasferire il confronto politico italiano in ambito europeo, per poterne poi trarre un giudizio di merito negativo da utilizzare in ambito interno. Una carognata, insomma! Un metodo che ha solo finito per mettere in cattiva luce il nostro Paese. La forza devastatrice di un’opposizione pregiudiziale si è manifestata anche quando il governo si prodigava per intervenire a sostegno delle emergenze che sorgevano. Puntare al disastro del Paese non è soltanto folle, ma anche indegno, soprattutto quando ci si preoccupava di non far mancare il sostegno a chi perdeva il lavoro, e quando si raschiava sul fondo del barile per trovare le risorse necessarie ad assicurare un minimo di sostegno ai più sfortunati. Sull’altro piatto della bilancia c’erano il controllo della spesa e gli occhi del mondo, soprattutto di chi era pronto a cavalcare la speculazione. Non è sembrata, così, commendevole un’opposizione, unica tra i paesi industrializzati, che si sia solo preoccupata di fornire una lente d’ingrandimento, spesso deformante, per far emergere anche i problemi che non c’erano. Certo che, nell’immediato, il metodo Prodi, quello di alzare le tasse, poteva essere il percorso più facile, ma la contropartita sarebbe stata pericolosa e poteva minare la ripresa riducendo gli investimenti, soprattutto in uno Stato con la pressione fiscale già al 43,5% del Pil, sotto solo a quella dei paesi scandinavi, senza averne però la struttura sociale e i servizi. Nelle difficoltà di una seria crisi recessiva sui mercati internazionali, legata a doppio filo alla fiducia dei consumatori, nessuno sconto è arrivato dall’opposizione. Diffondere il panico in certi casi può essere come camminare con il cerino acceso nel mezzo di una pozzanghera di benzina. Dell’opposizione non si salva nessuno, neanche quelli che fanno i moderati. Niente è stato risparmiato e sono stati usati tutti i mezzi e i pretesti, persino le ridicole accuse di derive autoritarie, per far cambiar direzione a un vento che invece soffiava a favore di un governo che risolveva i problemi e che aveva il consenso degli elettori. L’Idv di Di Pietro, ad esempio, ha comprato pagine di quotidiani stranieri per diffamare l’Italia. Sono stati “usati” giornalisti di testate europee per far partire dall’Italia corrispondenze con contenuti e giudizi sul Paese e sul Governo che sono apparsi al limite della diffamazione nazionale. La stessa Inghilterra, attonita oggi per lo scandalo delle intercettazioni, ha letto a più riprese sulla sua stampa dell’esistenza di tentativi del Governo italiano di soffocare la libertà di stampa, e solo perché il Presidente del Consiglio, sentitosi diffamato, si rivolgeva alla magistratura per tutelare la sua immagine, o perché la maggioranza chiedeva in Parlamento il rispetto dell’art 15 della Costituzione Italiana (non della legge sulla misura delle banane!) sul diritto alla riservatezza delle comunicazioni tra le persone. Un qualsiasi osservatore neutrale potrebbe con facilità verificare lo stato dell’informazione italiana. E sarebbe sufficiente un solo giorno dell’anno, uno a caso, e fornirsi di una penna e di un foglio di carta, per annotare tutto ciò che dicono in tv e che scrivono i giornali, per capire se c’è il pluralismo e dove ci siano eccessi di faziosità e di pregiudizio. Di fatto c’è che mentre una crisi di proporzioni catastrofiche metteva in serio pericolo le economie dei paesi più forti, l’Italia riusciva invece a tenere ferma la rotta verso l’approdo in acque più meste. Ma più cresceva la meraviglia degli osservatori internazionali per le prove di serietà e di fermezza dell’Italia, e più cresceva la rabbia dell’opposizione, rafforzatasi con il disappunto di chi mirava al peggio per succedere a Berlusconi. Se la buona tenuta del Paese aveva indotto la speculazione internazionale a gettare lo sguardo su altri paesi come la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo e la Spagna, per rischiare di far precipitare le cose in Italia sono arrivate: la nuova ondata d’iniziative giudiziarie; la sentenza choc Mondadori; la tenuta della manovra finanziaria; i pettegolezzi sulla permanenza al Ministero dell’Economia di Tremonti; le ipotesi fantasiose di un governo diverso. La morale è che sono gli stessi osservatori stranieri a ritenere insostituibile questa maggioranza e a considerare ogni ipotesi diversa come una pericolosa avventura. Soffiare sul fuoco del tanto peggio è stato ancora una volta un boomerang per l’opposizione, ma anche un danno per l’Italia. Gli analisti economico-finanziari sostengono che in pochi giorni l’Italia si sia già giocata sui mercati buona parte della prossima manovra. Di certo l’aggressione giudiziaria, le beghe politiche e la stessa fibrillazione interna alla maggioranza non hanno giovato agli interessi del Paese. Di fatto il debito pubblico ci costerà qualcosa di più dei 70 miliardi annui di interessi sui titoli di Stato. La manovra, ora, sarà approvata in tempi rapidi, senza l’estenuante ostruzionismo e, si spera, senza lo strapparsi le vesti in Parlamento. Nelle sue pieghe, come rilevato dai sindacati, dall’opposizione e dalla stessa maggioranza, ha questioni da rivedere. Per questo, c’è stata la disponibilità al confronto per modificare ciò che poteva essere corretto, cogliendo così il suggerimento del Presidente Napolitano. Cadono anche tutte le chiacchiere sui tempi, la manovra serve a mantener fede agli impegni presi per il pareggio di bilancio nel 2014, e ogni significato tattico legato alle elezioni nel 2013 è solo un’altra idiozia.

VITO SCHEPISI