L’islam e il pericolo non visto

Storico della penetrazione islamica in Occidente, ed in Europa in particolare, Bruce Bawer è autore di due saggi che hanno riscosso l’apprezzamento internazionale, tra cui quello di Bernard Lewis, “While Europe splept”, e “Surrender appeasing islam, sacrificing freedom”, non tradotti in italiano. Vive in Norvegia. Questo suo primo articolo riguarda solo apparentemente Stati Uniti e Canada, in realtà è una anticipazione di un mutamento che entro breve tempo coinvolgerà anche l’Europa.
La politica-che-non-vede-il-pericolo: ecco come i media, le università, a altre istituzioni si relazionano con i leader musulmani occidentali.
In un recente articolo sul canadese National Post, la valorosa Barbara Kay scrive su Ingrid Mattson, una cattolica cresciuta a Kitchener, Ontario, convertita all’islam, e divenuta una figura di primo piano nelle istituzioni islamiche del Nord America. Fino a poco tempo fa ha insegnato Studi Islamici all’ Hartford Seminary, dove, come scrive Kay, citando uno scritto dello studente Andrew Bieszad nel quale ha raccontato la propria esperienza, “L’islam veniva insegnato in classe con criteri molto diversi dalle altre religioni”. Citando un corso di “dialogo inter-religioso” nella sua classe, Bieszad ha dichiarato “sono cattolico e non credo nell’islam”. In seguito a questa sua affermazione, una studentessa disse di essere musulmana e, rivolgendosi direttamente a lui, disse a bassa voce, con un accento arabo “tu sei un infedele perché non accetti l’islam, quindi non sei degno di vivere”, mentre un altro studente musulmano accanto a lei si dichiarava d’accordo. Quando Bieszad riferì l’accaduto alla direzione della scuola, gli fu detto che era “intollerante verso i musulmani”, e che la giusta soluzione era una “migliore comprensione dell’islam”. “Nessun compagno di classe, musulmano o no, mi venne in aiuto, nemmeno in nome del principio che le diverse opinioni vanno rispettate”, disse poi Bieszad.
Mattson non era soltanto una insegnante del Hartford Seminary. Sino allo scorso anno era anche a capo della ISNA (Islamic Society of North America), una organizzazione a diffusione nazionale, che a Dallas, durante il processo nel 2007 alla “Holy Land Foundation”, una società di beneficenza islamica ora chiusa, fu accusata di cospirazione per avere raccolto fondi destinati a Hamas. Il progresso rivelò verità esplosive, scoprendo le relazioni che intercorrevano fra le organizzazioni musulmane negli Stati Uniti considerate invece non pericolose. Quel processo fu in gran parte ignorato dai grandi giornali americani, altri, se non ignorato, ne hanno dato brevi e insufficienti resoconti. In un mondo normale, uno si aspetterebbe che le rivelazioni dei legami con dei gruppi terroristi dovrebbero avere delle conseguenza negative sulla reputazione di un individuo. Ma oggi le cose non funzionano più in questo modo se si tratta di islam. Neil MacFarquhar, scrivendo su ISNA sul New York Times subito dopo il processo Holy Land,– come ho riportato nel mio libro “Surrender: appeasing islam, sacrificing freedom” (2009), “ignorò completamente le pesanti informazioni rivelate su ISNA durante il processo, come quelle che riguardavano i Fratelli Musulmani e i loro ingenti finanziamenti ad Hamas tramite una loro associata, la NAIT ( North American Islamic Trust)”. Come scrissi, MacFarquhar non solo cercò di riabilitare l’ISNA, ma attaccò due membri del Congresso che l’avevano criticata, Pete Hoekstra e Sue Myrick. Su Newsweek, Gretel C.Kovach, scrisse che l’intero processo andava classificato come un esercizio di islamofobia.
Solo dopo che il processo Holy Land ebbe termine, USA Today pubblicò un profilo di Mattson, scritto da Cathy Lynn Grossman, che non era altro se non un pezzo di colore. Sorprendente o no, Grossman non citava nemmeno il processo. Entusiasta nei confronti di Mattson, quale “volto dell’islam americano”, Grossman adoperava quel tipo di prosa che troviamo oggi nei giornali americani solo quando si tratta di islam. Mattson, vi si leggeva, era una cattolica convertita che “ha trovato la sua casa spirituale nell’islam”, una “fede scelta a 23 anni, attratta dalla bellezza dell’islam, come ebbe a dichiarare, dalla moralità dei suoi contenuti, una sintesi di vita e fede in ogni azione rivolta a Dio”. Quand’è stata l’ultima volta che abbiamo letto qualcosa di simile in un importante giornale americano su cristianesimo, ebraismo, buddismo, induismo o qualunque altra religione?
Quel pezzo era il classico articolo elogiativo, e nient’altro, con tutti i particolari positivi bene in vista. Grossman aveva sottolineato la determinazione di Mattson nel costruire “una forte religione e istituzioni civili a favore dei musulmani americani”, facendo attenzione a non includere nessun dettaglio della sua teologia che avrebbe potuto danneggiarne il ritratto, magari scrivendo (con una formula che è diventata de rigueur in questo tipo di articoli) che Mattson era “troppo progressista per alcuni, troppo conservatrice per altri”.  Questo succedeva quattro anni fa. Lo scorso anno Mattson ha lasciato il suo incarico alla ISNA. Ora, scrive Kay, le è stata assegnata una cattedra in un nuovo programma di studi islamici allo Huron College, una facoltà di teologia affiliata all’Università di Western Ontario. La cattedra che occuperà, secondo quanto scrive Kay, è sovvenzionata soprattutto da “due organizzazioni, la MAC ( Muslim Association of Canada) e la IIIT (International Institute of Islamic Thought), con sede in Virginia, entrambe ritenute legate all’Ideologia islamista”.
Kay chiarisce che Mattson ha un atteggiamento profondamente equivoco sul Wahabismo, l’islam sunnita, repressivo e arretrato che domina nell’Arabia Saudita, descrivendolo come “un movimento riformista”, e paragonandolo – incredibile – alla “riforma protestante in Europa”. Sempre secondo Kay, Mattson ha anche detto che il miglior commento del Corano in lingua inglese è quello di Maulana Abul A’la Maududi, un autore islamista che scrisse che “l’islam vuole distruggere tutti gli stati e i governi ovunque sulla faccia della terra che si oppongono all’ideologia e al programma dell’islam”. Lo Huron College è preoccupato per queste dichiarazioni? Non più del New York Times o USA Today. “In una dichiarazione stampa sull’incarico a Mattson”, scrive Kay, “il Preside dello Huron College, Stephen McClatchie, si complimentò per il suo curriculum accademico e le sue ‘credenziali impeccabili’ per quell’incarico”. Kay ricorda che quando intervistò il predecessore di McClatchie qualche mese fa, chiedendo che cosa pensasse del denaro arrivato da oscure organizzazioni, si senti dire “Non indaghiamo su cosa pensano i nostri donatori”. Come Huron non indaga, osserva Kay, quali siano le opinioni dei nuovi docenti della facoltà.
Ci sentiamo spesso ripetere che l’Occidente è impregnato di islamofobia, che i musulmani sopportano pregiudizi e critiche ingiustificate. Invece, quel che avviene in Occidente, è l’opposto: le istituzioni fondamentali della nostra società, dai media che sono ritenuti rispettabili, così come sono ritenuti tali università e scuole in generale, hanno stabilito che, quando si tratta di islam, e solo di islam, le regole cambiano. Persino le opinioni più inaccettabili, detestabili, anti-democratiche vengono trascurate, in quanto vengono giudicate facenti parte del dogma islamico. Lo stesso succede per quanto riguarda i rapporti con i gruppi terroristi. Ciò che colpisce è vedere come questa politica-che-non-vede-il-pericolo si sia diffusa un po’ ovunque nel mondo occidentale in un modo relativamente indipendente, senza collegamenti o un coordinamento su scala internazionale, senza alcuna cospirazione. Editori e giornalisti, rettori e presidi, governi e forze militari, o chi volete, tutti, chi più chi meno, sembrano decidere che a un certo punto l’islam deve essere trattato con i guanti. Che sia pura codardia o un malguidato senso di tolleranza, o tutti e due, quando il soggetto è l’islam, viene deciso che è semplicemente non appropriato porre domande scabrose o verificare certe difficili situazioni, meglio accontentarsi di verità parziali e palesi menzogne. Il risultato di questa terribile politica malamente prodotta, è che sempre più persone come Ingrid Mattson assumono senza dare nell’occhio posizioni di autorità e potere da un capo all’altro del continente. Dove porterà tutto questo? Conoscete, come me, la risposta.
Bruce Bawer, fra i suoi libri, “ While Europe slept” e “Surrender: appeasing islam, sacrificing freedom”.

Sognare è lecito, realizzare è utopia

Leggo e rileggo la letteronza del governo alla UE. Non trovo difetti se mi pongo del punto di vista liberale. Non vedo cedimenti nella coerenza programmatica. Non balzano agli occhi ingiustizie sociali marchiane, se mi atteggio a socialistoide. Sempre che io mi vesta da buon liberale d’antan. Dunque Berlusconi e i quaranta birboni hanno fatto un buon lavoro: ci sono le liberalizzazioni promesse, l’età pensionabile europeista, le agevolazioni per le imprese, la deburocratizzazione tanto agognata, l’elasticità del lavoro, il paino Sud tremontiano , al riforma costituzionale in senso presidenzialista e chi più ne ha, più ne metta. Tanto di cappello ai saggi in crinolina e ai vecchi marpioni pidiellini. Peccato che il sottoscritto sia convinto che il modello liberal-capitalistico sia alla frutta e occorra invece un modello innovativo, ma questo è un altro discorso. In ogni caso, anche se rimaniamo nell’ambito malaticcio della vulgata dominante, non possiamo non constatare che ci troviamo di fronte alle stesse premesse-promesse che il berlusconismo porta avanti da vent’anni senza realizzare un gran che. Ciò non significa addossare troppe colpe a chi è in sella: molti dei ministri che si sono succeduti durante il regno di Silvio I° da Arcore hanno fatto del loro meglio e non erano poi malaccio. Pure il conducator non si è risparmiato, considerando poi che subiva attacchi quotidiani più o meno motivati dalla magistratura. Il nodo gordiano sta altrove: il sistema Italia, caratterizzato da un pesante sbilanciamento dei poteri statuali, da una forsennata corsa ai privilegi di categoria e da un egoismo cortilaro parossisitico non ha permesso e non permetterà ancora una volta l’attuazione dei programmi e il mantenimento delle promesse dorate. Meglio che i governanti si rassegnnino e parlino chiaro e gli oppositori la smettano di gridare al lupo, perchè quando il lupo scapperà a loro e no potranno accalappiarlo,  causa gli stessi soliti veti incrociati, faranno la figura dei peracottari. La verità è che l’Italia dovrebbe cominciare  ad accettare l’idea del bagno di sangue rigeneratore: ma chiediamo troppo, ne siamo coscienti. Come si suol dire, meglio affogare nell’illusione che affrontare la dura realtà.

Maurizio Gregorini

Merkel-Sarkò e l’italia

Siamo alla follia. All’inutile vertice Ue di domenica, chi era sul banco degli imputati? La Grecia con i suoi bilanci truccati e il default ormai alle porte (nonostante gli altri 8 miliardi di morfina in arrivo, a meno che il Fmi non li blocchi)? La Francia con le sue banche strapiene di debito ellenico? La Germania che vuole trasformare l’Efsf in un’assicurazione per far felici Allianz e Deutsche Bank e salvare banche e assicurazioni, anch’esse belle cariche di porcheria, ancorché meno dei maestrini di francesi perché hanno tentato di svendere tutto a qualsiasi prezzo nei mesi scorsi? No, l’Italia. Ben inteso, questo Paese ha sì bisogno di un elettroshock liberale e liberista come dell’aria e l’attuale maggioranza, bloccata dal socialismo reale di Tremonti e dal conservatorismo populista della Lega Nord, non può dar vita a questa rivoluzione necessaria, ma mi risulta difficile da digerire il fatto che Cip e Ciop ci “impongano” di presentare il Decreto sviluppo entro il nuovo vertice Ue fissato per domani. Ma chi sono questi due per dare ordini? Riforma pensionistica, privatizzazioni e vendita di beni dello Stato sono misure necessarie e sacrosante per stabilità e crescita, così come improrogabile è ormai lo strappo con lumbard e superministro dell’Economia, ma i tedeschi che truccano i conti del debito pubblico non conteggiando alcuni costi, i quali altrimenti li porterebbero molto più vicini a noi come ratio debito/Pil, sono così sicuri di poter straparlare, facendosi beffe dell’Italia? Hanno le banche che sono degli hedge funds sottocapitalizzati, quelle semipubbliche legate ai Lander hanno agito come trading desk di banche d’affari e ora vengono a fare la morale a noi che, fino a prova contraria, di banche non ne abbiamo dovuto salvare? Dexia, poi, è forse italiana?
Se ci si sta coprendo di ridicolo davanti al mondo, passando da un rinvio all’altro, da un vertice all’altro, da un Eurogruppo a un G20 come se fossero riunioni di condominio dove si litiga in punta di millesimi, è principalmente per il nodo dei tagli obbligazionari sul debito greco che riguardano quasi esclusivamente istituti di credito e compagnie assicurative francesi e tedesche, eppure rompono l’anima a noi, che abbiamo sì un debito pubblico alto ma stabile da ormai anni a livello di gestibilità, nonché un avanzo primario che lor signori si sognano e un debito privato tra i più bassi in assoluto: ma stessero zitti! Quale credibilità possa avere uno come Sarkozy, poi, è degno della risata che Giuliano Ferrara e Antonio Martino hanno annunciato per oggi pomeriggio alle 17 a Piazza Farnese, di fronte all’ambasciata di Francia. La scorsa settimana, con tono tra l’ultimativo e il millenaristico, aveva dichiarato che se non ci fosse stato accordo al vertice di domenica, «sarebbe stata la catastrofe». E ora? Ora si può spostare avanti l’orologio della catastrofe fino a domani, la fine del mondo economico-finanziario è su prenotazione, quasi fossero i nostri conti e non le loro banche o il debito greco a far tremare l’Europa?

Bene così

L’unione europea ha condiviso le scelte del Governo illustrate nella lettera di intenti.
Le speranze della sinistra di ribaltare il Premier sono, ancora una volta, naufragate grazie alla solidità del rapporto tra Berlusconi e Bossi.
La lettura dei commenti della stampa induce in confusione, anche perché l’interesse di gran parte dei giornali è di perseguire una (ottusa) critica al Governo, finalizzando il tutto alla eliminazione di Berlusconi.
Così la parte del leone la fanno due “notizie” lanciate a slogan: licenziamenti più facili e in pensione a 67 anni.
In questo modo la stampa di sinistra evita di dover riconoscere i meriti al Governo e, anzi, istiga alla ribellione (come direbbe qualche sindacalista di infimo ordine) cercando di proiettare l’idea di un Governo che affama il Popolo.
Ma la pensione a 67 anni è “a regime”, cioè nel 2026, data che avrebbe portato a tale età a prescindere da nuovi provvedimenti che, infatti, non sono stati assunti.
Quanto ai licenziamenti “più facili” è un impegno (modificare il famigerato articolo 18 per sostituire al reintegro il risarcimento) che il Governo è stato costretto ad assumere per rimediare alla furbizia che confindustria e la triplice cgil-cisl-uil hanno posto in essere con il depotenziamento degli “accordi in deroga” che, tra l’altro, è stato anche il casus belli per l’uscita della Fiat dall’organizzazione imprenditoriale che Marcegaglia sta portando alla rottamazione.
Ma l’aspetto più rilevante è che NON ci sono:
patrimoniali (anche se dispiace all’assatanato – di denaro altrui – Bonanni)
– ripristino ici
aumenti delle aliquote delle imposte dirette
– prelievi forzosi sui risparmi.
Invece C’E’ un impegno quantificato e scadenzato nel tempo per:
– ridurre i costi della politica
– snellire la pubblica amministrazione
– rendere produttivo il pubblico impiego con mobilità e flessibilità
– vendere il patrimonio dello stato.
Sono dichiarazioni di intenti ?
Certo, ma sono in linea con quanto è sempre stato sostenuto nel progetto sociale ed economico del Centro Destra con eccezione della riduzione delle tasse che, in questo momento, appare una chimera, visto che è già un risultato respingere gli attacchi ai nostri patrimoni e risparmi portati dagli adoratori del pubblico.
Le dichiarazioni dei sindacalisti e della opposizione sono bellicose.
Non dubito che loro vorrebbero gli scontri di piazza per ridurci come la Grecia.
Per fortuna il Governo c’è e non sembra voler inseguire la facile demagogia da gabellieri dei Bonanni, delle Camusso, dei Bersani, dei Fini.
E il debito pubblico dovrà comunque essere pagato, riuscendoci solo chiudendo i rubinetti della spesa pubblica, non rapinando ope legis i patrimoni e i risparmi dei cittadini.

Entra ne

Idioti e criminali umanitari

La Francia di Sarkozy è in evidente imbarazzo a fronte delle dichiarazioni del presidente del Cnt libico Mustafà Jalil che ha affermato non solo che “la sharia sarà alla base della nostra Costituzione”, ma ha anche spiegato che, quindi, verrà abolita la pur blanda legge di Gheddafi che imponeva al marito il consenso ai nuovi matrimoni della prima moglie e che concedeva anche alla donna il diritto di divorzio. Una dichiarazione salutata con entusiasmo da tutti i siti del network di al Qaida. La ragione dell’imbarazzo francese è presto detta, un mese fa, il primo ministro del Cnt Ahmed Jibril aveva affermato all’Eliseo davanti ad un Nicolas Sarkozy estatico che la nuova Costituzione libica si sarebbe basata sui principi di “liberté, egalité e fraternité”. Una presa per i fondelli galattica, a cui francesi, inglesi, americani e Nato hanno fatto finta di credere per continuare la loro ipocrita “guerra umanitaria” a fianco delle feroci milizie del Cnt, capaci dell’immondo linciaggio di Gheddafi e di suo figlio Mutassim di cui tutto il mondo è stato testimone, continuato poi con la orrenda esposizione dei corpi in una cella frigorifera per polli del bazar di Misurata. Il ministro degli Esteri francese Alain Juppé ha ammesso ieri che le norme shariatiche evocate da Jalil “costituiscono un problema per la Francia per quanto concerne i diritti delle donne” e ha assicurato che “la Francia sarà vigilante sul rispetto dei diritti dell’uomo e in particolare delle donne”. Anche il ministro degli esteri italiano Franco Frattini si è detto preoccupato per “possibili infiltrazioni di un Islam non moderato in Libia” e ha lanciato un appello “affinché non si consentano deroghe ai diritti fondamentali”. Ma ormai è troppo tardi, queste garanzie dovevano essere chieste prima, dovevano essere poste al Cnt come chiara e irrinunciabile precondizione all’intervento militare Nato. Oramai la guerra è finita, il Cnt è padrone del paese, fatta salva la possibilità che il figlio superstite di Gheddafi, Saif al Islam, riesca a creare un Gheddafistan nel sud, con l’appoggio dei lealisti e dei tuareg da cui menare forti azioni di disturbo. Oggi stringono i tempi per la formazione di un nuovo governo libico in cui è evidente che le forze islamiste più oltranziste, cui la Francia e la Nato hanno regalato la vittoria militare che non riuscivano a meritarsi sul terreno, faranno la parte del leone, a partire dall’islamista e ex detenuto di Guantamo Hakim Belhadj, che controlla militarmente Tripoli. Il tutto, mentre Human Rights Watch denuncia massacri da parte delle truppe del Cnt, con 53 miliziani di Gheddafi trovati a Sirte con le mani legate e uccisi con un colpo alla nuca e molti altri casi di crimini contro l’umanità riscontrati sul terreno e nelle carceri del Cnt da Amnesty International. Si sgretola dunque l’ipocrisia della “guerra umanitaria” e si impone la realtà di una “guerra per il petrolio” combattuta dalla Nato senza alcuna remora a fianco di un Cnt in cui gli oppositori veri del raìs sono una minoranza, mentre gli ex ministri di Gheddafi (come Jalil) ed è egemonizzato da islamisti oltranzisti. Emerge così la differenza abissale tra la vicenda tunisina e quella libica. A Tunisi ha sì vinto le elezioni un partito dell’Islam politico, Ennhada, ma è una forza che fa riferimento all’Islam democratico della Akp turca di quel Tayyp Erdogan che propugna “nuove Costituzioni arabe assolutamente laiche e non confessionali”. Soprattutto, a Tunisi hanno avuto una buona affermazione le forze laiche che possono obbligare gli islamisti a non imporre la scelta della “sharia quale la fonte di ispirazione delle leggi”.

Tocca all’Italia

Dopo la piccola Grecia e la ormai semidistrutta Libia è arrivato il turno dell’Italia. Una volta tanto, chi scrive, pur con molte perplessità e non pochi disgusti, è costretto a stare oggettivamente dalla parte di Berlusconi e Bossi, nemici insidiosi ma secondari, contro il Nemico Principale globalista. La replica di Berlusconi al ghignante duo Merkel e Sarkozy : “Nessuno nell’Unione può autonominarsi commissario e parlare a nome di governi eletti e di popoli europei. Nessuno è in grado di dare lezioni ai partner.”, è un gesto di risentimento e di stizza e nello stesso tempo uno scatto d’orgoglio inaspettato, ma di certo non chiarisce che anche la Merkel e Sarkozy non sono affatto “sovrani”, essendo ridotti al ruolo di comparse e marionette della classe globale che controlla l’Europa, quanto i vari burocrati come Herman Van Rompuy o i Barroso. Questo è il destino dei moderni valvassini, nobili di basso rango subordinati ai livelli superiori e loro espressione, e nel caso di Merkel e Sarkozy – a riprova che non esiste una vera Europa, in qualche modo unita, con sentimenti di fratellanza fra i popoli che la compongono, i due stanno soltanto cercando di mettere al sicuro i loro piccoli feudi (tali ormai si possono considerare nell’economia globale), buttando a mare e cannibalizzando l’Italia, nell’illusione che questo sacrificio offerto per placare la fame di Mercati e Investitori possa bastare.
Merkel e Sarkozy, per quanto sprezzanti nei confronti di Berlusconi (ma soprattutto nei confronti dell’Italia), non sono in grado ribellarsi alla classe globale dominante, alla BCE e all’euro, né avrebbero il coraggio di farlo (trattandosi di piccole tacche) e allora cercano di trasformare in vittime sacrificali per il nuovo Moloch capitalistico i paesi più deboli dell’Europa dell’Unione (l’Europa monetaria e posticcia), sperando da bravi valvassini che i loro circoscritti territori, Germania e Francia, non subiscano la stessa sorte, inghiottiti con tutta la popolazione nella fornace della Creazione del Valore finanziaria, azionaria e borsistica. Molto meglio buttare a mare l’Italia, con la piccola Grecia.
Tuttavia Berlusconi, nonostante il piccolo scatto d’orgoglio, assicura che il suo governo farà quanto richiesto (leggasi quanto ordinato dalla Voce del Padrone), e sta cercando disperatamente di convincere Bossi a mettere mano alle pensioni, ben sapendo che la riforma delle pensioni da sola non basterà (non basta mai agli stragisti globali ed europoidi) e che l’Europa, o meglio, il suo doppio maligno interamente nelle mani dei nuovi dominanti, chiede “un pacchetto completo” di controriforme impoverenti ed altra macelleria sociale (vendita del patrimonio pubblico, liberalizzazioni e privatizzazioni, tagli draconiani al welfare), in dosi sovrabbondanti. A nulla serviranno questa volta altri condoni fiscali, da iscrivere a bilancio ottimisticamente, pur di evitare di toccare l’età pensionabile e di “mettere le mani nelle tasche degli italiani”, scontentando così milioni di lavoratori, di contribuenti, e soprattutto di potenziali votanti. Si “richiedono” all’Italia, con decisione e in fretta e furia, dando 48 ore di tempo come nei classici ultimatum militari, misure adeguate per la crescita (leggasi la folle corsa all’incremento del valore finanziario che tutto travolge), per l’occupazione (è soltanto fumo negl’occhi, perché esclusione e sotto-occupazione caratterizzano questo capitalismo), e la tanto attesa riforma della giustizia (ma non come vorrebbe il Berlusconi pluri-inquisito).
Il Nuovo Capitalismo si sta affermando nel mondo come modo di produzione sociale prevalente, in sostituzione del capitalismo del secondo millennio, e la Global class, con il suo sistema di potere, è sempre più forte ed oggi sembra che possa permettersi di agire incontrastata a varie latitudini, nonché di imporre alla luce del sole, attraverso i suoi proconsoli e valvassini locali, misure economico-finanziarie e politiche da seguire ai governi e agli stati. Altrimenti si finisce come la Grecia, o peggio, come la Libia. Le nuove contraddizioni capitalistiche, che quando si manifesteranno saranno più laceranti e sanguinose di quelle del capitalismo del secondo millennio (lotta di classe fra borghesia e proletariato, falsa libertà, sfruttamento degli operai), sembra che siano ancora ben lontane dall’esplodere in tutta la loro virulenza. Perciò si difende con successo e si propaga il peggior liberismo distruttore, profittando dell’assenza di contrasto e dell’inerzia delle popolazioni, quando persino il Vaticano, attraverso l’autorevole Pontificio consiglio per la giustizia e la pace, è giunto alla conclusione (scontata) che l’attuale crisi è il prodotto della diffusione delle ideologie liberiste.
Dopo aver ricattato e piegato la Grecia, messa sotto ferrea “tutela” e governata direttamente da collaborazionisti locali (Gorge Papandreou e il suo Pasok “socialista”), dopo aver contribuito a semidistruggere la Libia per poter controllare i suoi bacini di materie prime energetiche, usando lo strumento militare Nato e spingendo in prima linea la Francia e l’Inghilterra interventiste, i globalisti dominanti ora se la prendono con l’Italia, boccone grosso in Europa e paese debole, con un grande debito pubblico e una bassa crescita (principali pretesti per l’attacco) ed un presidente del consiglio screditato e un po’ “indisciplinato” (che è un altro pretesto). I sub-dominati politici tedeschi e francesi, valvassini di un capitalismo che rivela sempre di più inquietanti tratti neofeudali, collaborano nel mettere alle strette l’Italia e continuano a sperare che i loro paesi (piccoli feudi) non finiscano nella fornace di un possibile collasso dell’euro e dei continui downgrade orchestrati dalle agenzie di rating.
Qui non si afferma che si devono difendere a spada tratta Berlusconi e il suo esecutivo come “minore dei mali”, ben sapendo che ciò che verrà dopo sarà totalmente subordinato ai globalisti e ai loro proconsoli continentali europoidi, ma soltanto che Berlusconi non è più il primo problema per l’Italia, e la sua rimozione, consensuale o forzata che sia, non avrà certo il potere – come ci fa credere una parte significativa dell’apparato massmediatico, di rasserenare l’orizzonte. Del resto, Berlusconi non ha proprio tutto quel potere che fino a poco tempo fa gli si attribuiva (quasi che fosse il neoduce), poiché, come ha scritto in modo molto chiaro Costanzo Preve, “L’Italia è completamente commissionata dal duopolio Draghi-Napolitano. Un banchiere ed un ex-comunista riciclato in rappresentanza degli interessi militari dell’impero americano (glissiamo sull’impero americano, n.d.s.) e (soprattutto, n.d.s.) dei parametri oligarchici dei poteri finanziari.”, ma il Cavaliere continua a starsene incollato su quella poltrona di presidente del consiglio dalla quale i dominanti globali lo vogliono sloggiare. Il pacchetto completo di riforme ordinato al governo italiano dalla classe globale attraverso i proconsoli europoidi sicuramente, una volta varato e applicato (e probabilmente ciò si verificherà abbastanza presto), seminerà miseria e disperazione nella penisola. Ci sarà a quel punto una forte reazione della parte sana del paese, con connotati finalmente anti-europei ed anti-euro, rivolta contro il Nemico Principale (la Global class) e i suoi valvassini in Europa?
Questa sarebbe la speranza, ma finora le manifestazioni e le proteste (tranne forse che in Grecia), per quanto nella maggioranza dei casi blande e pacifiche, si sono rivolte sempre contro i governi locali e non contro chi li comanda, li manovra e li tiene in pugno. A che servirà, se sopravvivrà politicamente ancora per un po’, prendersela sempre e soltanto con il valvassino mancato Berlusconi, in calo di consensi e sgradito ai globalisti dominanti, visto ciò che sta per arrivarci addosso?
di Eugenio Orso
Fonte: qui e anche qui
Un attacco politico sopratutto.. Un ricatto inaccettabile da parte dei due burattini francotedeschi che eseguono gli ordini e che si preoccupano solo del salvataggio delle loro banche tossiche. Molto peggio va la Spagna,che non ha preso in sostanza nessuna determinante misura anticrisi e di crescita, se non annunciare nuove elezioni. Lì … il fine é stato raggiunto, far saltare il governo. Operazione più complicata in Italia, ma il fine é identico, sostituire un governo riottoso a certe decisioni e sostituirlo con uno compiacente alla liquidazione italia, stile 1992.. C’è da scommettere che nessuna misura o pacchetto soddisferà gli usurai globalisti che puntano alla liquidazione degli assets più appetibili dell’Italia, appoggiati dalle sciagurate quinte colonne nostrane. Non si parla più di Irlanda e Portogallo sull’orlo del fallimento… quasi avessero risolto ogni problema… chissà mai perché… bocconi già ingoiati , ma troppo piccoli per la fame predatoria mondialista.

Chi paga la crisi? Io ci ho già messo quasi ventimila euro in un anno

Io, come si dice a Genova, ho già dato, in quanto, a causa della crisi, ho dovuto accettare un prepensionamento all’italiana da un marchioncino, prima che questo governo mi facesse slittare di un altro anno la finestra. Quindi avrei dovuto percepire la mia pensione d’anzianità di 35 anni di contributi versati (senza calcolare altri periodi […]

Caro Sarkò, ride ben chi ride ultimo

Ridi ridi Sarkò, che la mamma ha fatto gli gnocchi. Intanto rendiam noti alcuni numeri che il marito di Carlà de Pompadour forse non sa, perché Berlusconi sarà anche una barzelletta vivente, questo governo farà ridere i polli e i suoi oppositori pure di più, ma il ridente Sarko-fago non è certo da meno

Aumento debito pubblico 2007-2010
Il fardello noi italiani si sa, ce lo portiam dietro dalla I repubblica. Ancor meglio sappiamo che destre e sinistre al governo negli ultimi 18 anni nulla han fatto per ridurre il fardello. Ma la Francia sta tanto meglio? Diamo un’occhiata all’aumento in termini assoluti (1) del debito dal 2007, anno pre-crisi, a quello del 2010 in Francia e in Italia, e già che ci siamo confrontiamolo con la media UE
Francia 2007 1.200 miliardi
Francia 2010 1.590 miliardi
Italia 2007 1.600 miliardi
Italia 2010 1.840 miliardi
UE 2007 7.300 miliardi
UE 2010 9.800 miliardi
In questi tre anni il debito è aumentato ovunque. Sono aumentate le spese e son diminuite le entrate a causa della crisi. In Italia però l’aumento è stato inferiore rispetto alla Francia. In Italia il debito tra 2007 e 2010 è aumentato del 15%, nello stesso arco di tempo in Francia il debito è aumentato del 32% e nell’Unione Europea intera del 34%. Perché Tremonti sarà antipatico e socialista, ma forse è meno spendaccione della Lagarde.
Rapporto deficit-PIL
Guardiamo anche il deficit statale e come si è evoluto nello stesso arco di tempo, 2007-2010, in Italia e in Francia
Francia
2007 -2,7%
2008 -3,3%
2009 -7,5%
2010 -7,0%
Italia
2007 -1,5%
2008 -2,7%
2009 -5,4%
2010 -4,6%
UE
2007 -0,9%
2008 -2,4%
2009 -6,8%
2010 -6,4%
Anche qui direi che il confronto è a favore dell’Italia. Non che stiam bene, ma dal 2007 il nostro governo risulta meno spendaccione di quello francese. L’ultima volta che la Francia ha fatto meglio di noi in questo campo è nel 2006. Negli ultimi due anni l’Italia s’è pure presa il “lusso” di far meglio della media UE
Disoccupazione 2007-2010
Francia
2007 7,9%
2008 7,4%
2009 9,1%
2010 9,5%
Italia
2007 6,2%
2008 6,8%
2009 7,8%
2010 8,4%
UE
2007 7,2%
2008 7,5%
2009 9,4%
2010 9,6%
Qui l’Italia nel triennio in questione ha fatto un po’ peggio della Francia. In Italia il tasso di disoccupazione è aumentato del 2,2% mentre in Francia dell’1,6%. Nonostante questo l’Italia mantiene un tasso di disoccupazione più basso dell’esagono esattamente dal 2003 ed è sotto la media UE
Dulcis in fundo guardiamo un po’ chi tra Francia e Italia ha più titoli greci in cassaforte
Francia 56,9 mld di Euro
Italia 4,5 md di Euro
E giusto per gradire, l’ultimo sondaggio di CSA, la casa sondaggistica più favorevole a Sarkozy ci dice che se si tenessero domani le presidenziali il candidato socialista Hollande vincerebbe col 62% contro il 38% di Sarkozy. Insomma, caro Sarkò, ride ben chi ride ultimo
(1) uso i termini assoluti e non in percentuale al PIL per far capire meglio l’aumento effettivo dell’indebitamento di Francia e Italia

Comunitarismo e liberalismo

Un testo sul comunitarismo che consigliamo

Il comunitarismo ha due origini distinte. Sul piano intellettuale, esso è una reazione alle concezioni “liberal” americane. Sul piano politico, esso è la conseguenza della perdita delle “civic virtues” della società americana e della nascita del multiculturalismo. Ma il comunitarismo non è una risposta adeguata alle esigenze della società post-industriale. In particolare, se applicato al contesto europeo, esso conduce alla creazione di comunità etniche e territoriali incompatibili con una Europa unita.

Vi è una celebre profezia di Alexis de Tocqueville, per la quale l’America, figlia dell’Europa, era destinata a rappresentarne il futuro. La profezia venne avanzata più di un secolo e mezzo fa, ed è stata raramente smentita. Dalla trasformazione industriale dell’economia alla nuclearizzazione della famiglia, dalla fine delle oligarchie ereditarie alla razionalizzazione weberiana della società, l’elenco è lungo e significativo.
La profezia viene subito alla mente quando si parla di comunità, nonché della nascita e diffusione che il pensiero comunitario ha avuto negli Stati Uniti degli ultimi venti anni. Il comunitarismo sarà il destino dell’Europa? Per rispondere alla domanda è necessario ripercorrere alcune linee fondamentali del comunitarismo americano e del perché esso è divenuto così rilevante non soltanto sul piano teorico, ma anche su quello politico. L’intera era delle due presidenze Clinton è stata infatti impostata sul tentativo di far prevalere i valori comunitari rispetto all’individualismo. It Takes a Vil-lage fu il titolo di un fortunato libro di Hillary Clinton, nel quale si sosteneva che l’educazione e l’istruzione dei bambini non era una questione che riguardasse gli individui e le famiglie, ma che doveva essere affidata alle comunità. L’appello ai valori comunitari ha rappresentato la vera “Terza via” dei Clinton, terza tra un predominio dello Stato – secondo il modello dell’Europa continentale che essi sapevano bene non avrebbe mai potuto essere accettato dalla società americana – e l’individualismo della società atomistica e del capitalismo.

Vi sono almeno due sensi nei quali il comunitarismo è da sempre una componente fondamentale della vita americana.
Un primo senso, persino troppo evidente, corrisponde alla genesi di una nazione composta totalmente di immigrati provenienti dai quattro angoli del mondo. La società americana da sempre è stata composta da individui che, almeno per le prime generazioni, hanno sovrapposto le logiche dell’appartenenza etnica e culturale a quelle del “patriottismo costituzionale” – per usare una felice espressione di Juergen Habermas – nei confronti di istituzioni politiche basate sui valori dei Padri pellegrini, sulla tradizione giuridica della Common Law e sui meccanismi impersonali dell’economia capitalistica.
Esiste poi un secondo senso, meno evidente, e tuttavia più reale e più profondo. È il senso che fu già chiaro a Tocqueville, e che venne magistralmente descritto da Max Weber nelle sue analisi sulle sette religiose americane. Weber partiva dalla constatazione che il popolo americano, allora quasi esclusivamente composto di immigrati europei, presentava una partecipazione religiosa molto più alta che non nel continente di origine. Soprattutto, questa partecipazione riguardava persone che in Europa avevano dimostrato scarsa propensione alla frequentazione delle chiese, mentre nel nuovo mondo non soltanto vi era un’alta adesione alle chiese, ma le chiese medesime erano sottoposte a un continuo processo di nascita e di scissione interna, che ne moltiplicava la quantità e ne favoriva la differenziazione dottrinale e geografica. La spiegazione di questo fenomeno data da Weber era di tipo strettamente razionalistico e funzionalistico. Arrivando nel nuovo mondo, gli individui avevano perso tutti i legami che nella loro nazione di origine li legavano alla propria comunità. Essi diventavano degli individui anonimi. L’appartenenza etnica o religiosa di origine non rappresentava un sostituto sufficientemente forte dei legami comunitari perché troppo indifferenziata. Questo significava che i “costi di transazione” (per usare un linguaggio moderno) che essi dovevano sopportare per entrare in rapporti di scambio sociale ed economico, erano estremamente alti poiché non sussisteva alcuna base per replicare i rapporti fiduciari del Paese di origine. L’adesione a una chiesa veniva a costituire il sostituto funzionale delle comunità di origine. Essere accettati come membri di una chiesa corrispondeva a una certificazione della propria correttezza morale e quindi della propria affidabilità sociale. Le chiese stesse venivano investite di una funzione nuova rispetto a quella che avevano in Europa, dove sin dai tempi della pace di Westfalia (1648) godevano di una posizione territorialmente monopolistica. Le chiese americane prosperavano e deperivano in funzione della loro capacità di attrarre e selezionare capitale umano di alta qualità. Le loro scissioni avevano poco a che vedere con ragioni dottrinali, se non per “falsa coscienza” ideologica, e molto invece con la dinamica della fortissima mobilità sociale americana. Proprio come le imprese commerciali, esse seguivano la logica della specializzazione selettiva.
Ogni chiesa era una comunità. Lo era spesso molto più delle comunità territoriali, costantemente indebolite dal fenomeno dell’espansione verso ovest, e soprattutto – una volta terminata l’espansione – dall’altissima mobilità geografica della popolazione americana. Ma questa logica delle comunità restava comunque in una sfera largamente distinta e subordinata rispetto a quella delle istituzioni politiche e giuridiche fondate sulla Costituzione e sulle tradizioni anglosassoni. L’unione dell’universalità dello spazio istituzionale federale con la differenziazione della logica comunitaria religiosa ha rappresentato per due secoli il fondamento dello straordinario successo della società americana, e della sua capacità di assorbire in tempi brevissimi grandi masse di immigrati per trasformarle in cittadini, ed elevarle a una prosperità semplicemente imparagonabile con quella di cui godevano nei Paesi di origine.
Gli Stati Uniti sono una confutazione della visione positivistica (ma anche hegeliana), secondo la quale l’avvento della società industriale avrebbe dovuto portare all’estinzione dello spirito religioso. Essi sono il Paese economicamente più avanzato del mondo, e allo stesso tempo quello nel quale lo spirito religioso è più vivo. Centoquaranta milioni di americani frequentano regolarmente una chiesa o seguono pratiche religiose. Negli ultimi trent’anni, tuttavia, è diventato chiaro che quell’unione tra universalità giuridico-istituzionale e differenziazione comunitario-religiosa che ha funzionato così bene così a lungo si è sostanzialmente indebolita. Si tratta sicuramente di un fenomeno che ha molti aspetti e che non risponde a un’unica causalità. A seconda della prospettiva di analisi è possibile individuare diversi fenomeni e diverse cause. Uno di questi fenomeni è la nascita e l’affermarsi di comunità che non vogliono, o non riescono, a ricomprendersi nella logica universalistica delle istituzioni politiche americane. È questo notoriamente il caso della comunità ispanica, di dimensioni simili a quella nera, la quale fa del mantenimento della propria lingua di origine la base della propria differenziazione. Ma lo stesso fenomeno, in scala minore, avviene con i nuovi immigrati dai Paesi africani e dal mondo islamico. Nella stessa direzione va l’evoluzione della questione della stessa comunità nera. Mentre una parte minoritaria di essa si è andata progressivamente integrando nelle forme sociali ed economiche prevalenti, la parte maggioritaria ha mantenuto una separatezza che si alimenta – ed è questo il dato nuovo – di culture specifiche che emergono e si mantengono proprio in funzione di permettere un’identità separata. Per i pessimisti, la società americana si trova così sottoposta a un duplice fenomeno distruttivo. Da un lato vi è la crescente anomia conseguente al processo di astrazione dell’economia capitalistica, a sua volta sempre più de-territorializzata. Dall’altro lato vi è la destrutturazione del tessuto politico tradizionale in logiche di appartenenza etnica o sociale che sono profondamente diverse da quelle dell’appartenenza religiosa.

A denunciare la pericolosità di questo fenomeno sono stati sia intellettuali conservatori che progressisti, ovviamente in modi diversi. Probabilmente i primi sono stati i cosiddetti Neoconservatives americani, tra i quali le figure maggiori sono quelle di Irving Kristol e Norman Podhoretz. Per costoro il capitalismo è una forma economica e sociale la quale, per il suo funzionamento, ha bisogno che gli individui si conformino a un insieme condiviso di valori morali. Questi valori sono quelli della tradizione giudaico-cristiana. Alle sue origini, il capitalismo ha potuto contare sull’esistenza di un consistente stock di valori. Ma essi erano il prodotto della società agricola pre-industriale, e delle sue forme sociali strettamente legate al predominio della religione. La società capitalistica non è in grado essa stessa di generare valori morali, perché si basa sulla logica utilitaristica del perseguimento dell’interesse individuale. La società capitalistica è quindi destinata al declino, un declino che evidentemente non avrebbe non potuto riguardare la società capitalistica per eccellenza. I Neoconservatives vedevano negli Stati Uniti degli anni Settanta un Paese in crisi economica e politica perché in crisi morale.
A distanza di vent’anni dai Neoconservatives, un intellettuale progressista illustre come Arthur Schlesinger Jr. vedrà nell’affermarsi del multiculturalismo la “disunione dell’America”, ovvero l’esatto inverso del processo che aveva portato alla nascita della nazione americana. Alla dimensione multiculturale, che in Schlesinger è difficilmente distinguibile da quella multirazziale, lo storico americano aggiunse il cliva-ge rappresentato dai crescenti differenziali di reddito. La lei-sure class americana sta facendo una silenziosa secessione dal resto della nazione. Vive in aree private e protette, manda i figli nelle scuole private, si serve della sanità privata, si sposta con aerei privati, non si interessa di politica se non per esercitarvi la propria influenza attraverso le lobbies.
I Neoconservatori e Schlesinger condividono quindi la tesi del declino dello “spirito pubblico” in America. Ancora, anomia morale e multiculturalismo congiurano nel mettere in crisi il modello “duale” della società americana individuato da Tocqueville. E dalla fine degli anni Settanta si moltiplicano le denunce della fine della “cultura civica” americana da parte di politologi e sociologi, supportate dalle più diverse analisi di tipo empirico.

È in questo quadro, insieme fattuale e intellettuale, che va compresa la nascita dell’ideologia comunitaristica. Come sempre avviene per i movimenti ideologici, incerto è il confine tra descrittivo e prescrittivo. E soprattutto è incerto se l’ideologia corrisponda a un’esigenza progressiva, o se non corrisponda invece a un’esigenza di razionalizzazione nei confronti di un mutamento che non si riesce a ricomprendere nelle categorie tradizionali.
Sul piano squisitamente intellettuale, il comunitarismo americano si forma in antitesi e per differenza rispetto alla teoria sociale di John Rawls. Nata negli anni Cinquanta e portata a compimento alla fine degli anni Sessanta, la teoria di Rawls ha rappresentato un caposaldo della visione del radicalismo americano. Una teoria “liberale” nel senso strettamente americano del termine, che è diventata il termine di riferimento polemico del movimento comunitario perché il suo (supposto) fondamento kantiano presupponeva un’astratta universalità dell’uomo, e di conseguenza metteva capo a una visione della “società giusta” del tutto distaccata da qualsiasi individuazione storica. L’antropologia rawlsiana degli individui razionali, egoisti e non invidiosi, che stringono il contratto sociale dietro il “velo di ignoranza” rispetto alla posizione che essi occuperanno nella società, espunge ogni riferimento alle virtù morali, e insieme ogni riferimento a vincoli comunitari non contrattuali e non utilitari.
Per chi non sia digiuno della storia del pensiero filosofico, il contenuto oggettivo delle posizioni “antiliberali” dei comunitari Richard Rorty, Charles Taylor, o Michael Walzer, non va aldilà di qualche passo dei Lineamenti di filosofia del diritto di Hegel. Con un po’ di generosità, è possibile vedere nell’uso che i comunitari fanno della logica dell’autoidentità delle culture, e della logica del riconoscimento dell’altro da sé, una versione adeguatamente semplificata delle prime figure della Fenomenologia dello spirito. Quel che è invece davvero singolare è il fatto che il comunitarismo abbia voluto nascere per differenziazione dall’ “individualismo” di Rawls. È difficile infatti comprendere cosa vi sia di individualistico in una teoria politica che parte dall’assunto della perfetta identità degli individui che entrano nel contratto sociale. In Rawls il contratto ha lo scopo di generare i diritti individuali “post-costituzionali”, per usare l’espressione di un contrattualista di tutt’altre origini e destino come James Buchanan. Proprio il fatto che i diritti sono generati dal contratto, e non pre-esistono al contratto medesimo, rende la teoria della giustizia di Rawls – con buona pace delle sue acrobazie verbali e concettuali – una semplice variante dell’assolutismo hobbesiano. Una variante semmai ancor più anti-individualistica, perché mentre in Hobbes l’individuo si spoglia dei suoi diritti al fine di evitare lo stato di guerra sociale, in Rawls l’individuo semplicemente non ha diritti che non derivino dal contratto. Che poi Rawls “deduca” dalla sua “posizione originaria” un assetto di blando welfarismo piuttosto che un assetto di tipo autoritario non ha nulla a che vedere con la logica o con i diritti, ma a che vedere con le personali preferenze di un beneducato pietista benestante del New England.

Per i comunitari, la Theory of Justice, con il suo (preteso, almeno) fondamento kantiano, possiede l’inadeguatezza della categorie della razionalità astratta della Critica della ragion pratica. Da questione morale e politica la contrapposizione tra “liberalismo” e comunitarismo si trasforma in questione teoretica, sulla natura e sui limiti della conoscenza. Si è forse data poca attenzione al fatto che due figure centrali del comunitarismo nella sua versione più fortemente centrata sul multiculturalismo, Rorty e Taylor, siano due filosofi nati nell’ambito della filosofia neopositivistica. Rorty, in particolare, proviene da una tradizione analitica estremamente razionalista, che del riduzionismo logico faceva lo strumento e il fine della ragione. L’eclisse del programma neopositivista lo ha condotto a una forma estrema di pragmatismo, che dissolve ogni universalità della ragione nella logica funzionale delle credenze delle comunità sociali e politiche. Non ci sono né fatti oggettivi né leggi universali, ma soltanto regole procedurali e contestuali di convalidazione delle ipotesi.
Vi è quindi un senso profondo nel quale il comunitarismo è una forma di reazione all’universalità della ragione scientifica. E se neanche la ragione scientifica può dettare regole universali, come è possibile credere che possa esistere una ragion pratica, morale e politica, in grado di obbligare il consenso universale? La logica del consenso costituzionale si frantuma in quella dell’appartenenza etnica e culturale, che non ha altro principio se non quello, puramente sintattico, dell’identità.

Sarebbe errato identificare nei credenti disillusi del neopositivismo tutto il movimento comunitario. Perché vi è un altro suo ramo, non meno importante, che non ha mai avuto nulla a che vedere con il neopositivismo. Ma, singolarmente, anche questo ramo non avrebbe mai potuto spuntare se non vi fosse stato il declino della filosofia neopositivistica. Mi riferisco, evidentemente, a Alasdair MacIntyre. Per MacIntyre la crisi della ragione neopositivistica lascia spazio per il risorgere dell’aristotelismo. Platonicamente “Amico della terra”, MacIntyre dissolve l’universalità dell’individualismo e del costituzionalismo liberale nella molteplicità delle tradizioni, delle religioni e delle comunità. Ogni ragione è sempre e soltanto funzione e prodotto di una tradizione. E ogni discorso etico è sempre e soltanto relativo a una comunità morale, che definisce la struttura del comportamento buono e cattivo. Rinasce l’antica nozione di “virtù”, distinta tanto dall’obbedienza formale alle leggi quanto dall’universalismo astratto della morale illuministica. Qui a dominare non è un’epistemologia pragmatistica, ma un’epistemologia che si credeva esaurita sin dai tempi di Christian Wolff. Ritornano le categorie della “natura umana”, considerata come oggetto di definizione scientifica aldilà del dato empirico delle scienze naturali e sociali. Più ancora, rinasce l’idea di una teleologia che sarebbe, o dovrebbe essere in grado di stabilire quali sono gli “autentici” fini dell’uomo.
Come sia possibile che la ragione aristotelica si converta nel riconoscimento del primato delle tradizioni e delle comunità è un mistero che rimane insoluto, almeno per chi scrive. Ma non vi è bisogno di rifarsi a questioni di storiografia filosofica per comprendere quale sia lo scopo del comunitarismo di MacIntyre: superare la logica della modernità che nasce con Machiavelli, con la sua separazione tra la morale e la politica. Da quella logica è nato il costituzionalismo, nel suo duplice aspetto di limitazione del potere sovrano e di fondazione di uno spazio di interazione sociale e politico svincolato dal predominio di una particolare credenza religiosa. La Costituzione degli Stati Uniti d’America fu il capolavoro di questa visione.
Che sia fondato su di una epistemologia pragmatista, o su di una epistemologia neo-aristotelica, il comunitarismo soffre di una fondamentale ambiguità. Il comunitarismo si fonda sul rimpianto della perdita delle civic virtues della società americana celebrate da Tocqueville. La comunità viene posta come la nuova dimensione della politica entro la quale le antiche virtù civiche possono venire ricostituite. Ma l’affermarsi delle comunità fondate sul clivage etnico o culturale è stata esattamente una delle ragioni della decadenza (vera o presunta che sia qui poco importa) del modello americano. A poco servono i riferimenti critici dei comunitari nei confronti dell’universalismo “liberale” di Rawls. Perché l’indistinta individualità dei soggetti del patto costituzionale rawlsiano non ha nulla, ma veramente nulla a che vedere con le forti individualità, radicate nella visione proprietaria della tradizione lockeana, che sottendono i valori e le regole procedurali della Costituzione americana. Le virtù civiche celebrate da Tocqueville non erano le virtù di comunità autoreferenziali, ma le virtù della vita democratica di individui che vivevano nello spazio fisico, giuridico e politico definito dalle istituzioni fondate sulla costituzione federale.
Il federalismo della Costituzione americana si basa sull’applicazione simultanea di due principi. In primo luogo la coincidenza tra dominio territoriale e decisioni collettive. Questo principio è alla base del principio di esclusività. Esso richiede che le competenze relative all’azione collettiva siano distribuite, verticalmente e orizzontalmente, in modo da impedire che istituzioni diverse insistano sulla medesima area di azione collettiva. Ogni istituzione deve quindi essere responsabile di scopi precisi, evitando ogni forma di duplicazione e di sovrapposizione tra poteri federali e poteri delle entità federate. In secondo luogo, l’apertura dei territori e dei mercati delle aree federate nei confronti delle altre aree federate. Il primo principio senza il secondo condurrebbe alla situazione pre-moderna e pre-Stato, in cui vi era una pluralità di poteri territoriali sovrani separati (feudalesimo). Il secondo principio senza il primo equivarrebbe allo Stato nazionale centralizzato, secondo il modello dello ius publicum euro-paeum, e alla sparizione del concetto stesso di federalismo.
Il federalismo non ha quindi nulla a che vedere con il localismo, e non ha nulla a che vedere con la visione giacobina del dominio assoluto dello Stato centrale. Nella visione giacobina non vi può essere nulla che si frappone tra l’individuo e lo Stato. Non vi può essere nulla sia nell’ordinamento politico, sia nell’ordinamento sociale. L’eliminazione dei “corpi intermedi” è uno dei requisiti essenziali dell’ideologia dello Stato centralistico francese. Tocqueville vedrà proprio nella democrazia americana il contrario dello Stato centralistico nato con l’assolutismo e perfezionatosi con la Rivoluzione francese. Per Tocqueville, potersi associare con gli altri cittadini che condividono i propri scopi è una delle dimensioni fondamentali della libertà della persona e del buon funzionamento della democrazia. Uno Stato che relega a un ruolo marginale le associazioni volontarie e i corpi sociali è uno Stato che ha paura dei propri cittadini, che li vuole tenere sotto tutela. Infatti, cosa può fare un cittadino isolato, senza legami con i propri simili, di fronte al potere politico? Come può concretamente esercitare il diritto fondamentale della democrazia, che è quello del controllo dei governati sui governanti? È attraverso la sua partecipazione ai “corpi intermedi” che l’individuo esercita veramente i suoi diritti di cittadinanza. Ma i corpi intermedi di Tocqueville non sono le comunità dei comunitari. Non lo sono perché i primi sono immersi nello spazio di interazione delle istituzioni federali, mentre le seconde vogliono porsi come entità che si contrappongono all’universalismo dei principi della Costituzione, a partire dai principi stabiliti nella Dichiarazione del 1776.
Avendo identificato il “liberalismo” con quello che è invece l’universalismo giacobino, i comunitari deducono l’inevitabilità della logica comunitaria come mera conseguenza dell’insostenibilità, nella società pluralistica post-moderna, del “liberalismo” medesimo. Ma è la premessa della deduzione a essere falsa. Né teoreticamente né storicamente il liberalismo e la libertà liberale si identificano con l’universalismo giacobino della nazione. Non vi si identificano nel mondo anglosassone, e neanche nel mondo francese e nel mondo tedesco. Marx poté considerare Kant il teorico della Rivoluzione francese del 1789, ma non arrivò a definirlo il teorico della presa di potere giacobina del 1792.

Diversamente dal giacobinismo, il liberalismo riconosce infatti il valore e la funzione politica delle comunità. Ma, al contrario del comunitarismo, non fa coincidere la comunità con lo spazio politico. Per i liberali ogni obbligazione politica è derivata rispetto ai diritti individuali. Le comunità si devono basare sull’adesione volontaria degli individui, che devono sempre conservare il diritto di separarsi da esse qualora non corrispondano più ai loro valori e alle loro preferenze. Credo che risieda qui il dissidio insanabile tra il liberalismo e il comunitarismo come si è andato sviluppando negli Stati Uniti. Perché il comunitarismo annulla la libertà individuale nella logica dell’identità comunitaria. Sul piano antropologico, il comunitarismo proclama che l’individuo è semplicemente il luogo geometrico delle tradizioni comunitarie. Sul piano politico, che le comunità sono la fonte dei diritti individuali.
È d’altronde dubbio che i comunitari riescano sempre a rendere chiaro dove si situa il confine tra nazione e comunità – un requisito cruciale perché la loro visione abbia una rilevanza per la realtà storica e per il presente. Lo si può vedere in Walzer. La sua tesi è che il liberalismo è una teoria auto-distruttrice, per cui avrebbe bisogno di una periodica correzione comunitaria. Evidentemente, egli considera le comunità come qualcosa di intrinsecamente più profondo, e quindi più stabile, delle istituzioni politiche del liberalismo. Per Walzer la comunità politica è la massima approssimazione possibile a un mondo di significati comuni. Nella comunità politica più che ovunque lingua, storia e cultura si unirebbero a formare una coscienza collettiva. Ma cosa distingue una comunità politica da una nazione?

È sin troppo agevole notare come il comunitarismo, dissolvendo e subordinando la libertà individuale nell’identità collettiva, non abbia alcuna solida linea di distinzione nei confronti delle visioni del nazionalismo totalitario. Per quest’ultimo la nazione è una comunità, basata sull’identità del sangue, della razza, o della terra. “Abbiamo bisogno di legami umani; mancando questi, ogni garanzia e ogni libertà, ogni indipendenza di giudizio e soprattutto la creatività significherebbero solo anarchia e minaccia politica”. Questa affermazione non appartiene a Walzer, ma a Carl Schmitt, in difesa della politica hitleriana. Schmitt era senza dubbio un comunitario, favorevole alla Gemeinschaft. Ma la comunità era il Reich. È questo il motivo per cui, significativamente, l’uso del termine Gemeinschaft in Germania non è più “politicamente corretto”, e viene invece usato community.
L’idea che una comunità politica si definisca per la sua capacità di formare una “coscienza collettiva” non è certo nuova, ed è certo l’esatto opposto del liberalismo. Fu questa la vera contrapposizione che attraversò l’Europa dai primi del Novecento sino alla seconda guerra mondiale. Da un lato l’idea comunitaria della coincidenza tra comunità di sangue, di lingua e di terra, e spazio politico. Dall’altra l’idea della prevalenza della dimensione dei diritti individuali e degli assetti costituzionali liberali sopra le appartenenze etniche e culturali, e sopra la mistica dei “confini naturali”. La tragedia della “Seconda guerra dei Trent’anni”, per usare la celebre espressione di Winston Churchill, fu il risultato dell’affermarsi del principio comunitario sul principio liberale. Fu l’idea della coincidenza tra Stato e comunità, ovvero della coincidenza della nazionalità con una comunità. A questa affermazione concorse in modo decisivo un presidente americano, Wodroow Wilson, con il suo programma per l’assetto dell’Europa del primo dopoguerra.

L’Europa degli ultimi trent’anni ha visto un forte riemergere delle identità regionali, ovvero della richiesta di identità delle comunità linguistiche e territoriali. Questa affermazione si è tradotta, sul piano politico, nella richiesta di autogoverno nei confronti degli Stati nazionali. Il fenomeno ha interessato tanto l’Europa continentale quanto la Gran Bretagna. Diversamente dagli Stati Uniti, la richiesta di autogoverno è difficilmente conciliabile con la struttura statuale delle nazioni europee. Lo impedisce il fatto che in Europa è assente una coerente e diffusa tradizione di pensiero e politica federalisti. Non è presente nell’Europa continentale, ma non lo è neanche in Inghilterra, dove la tradizione delle libertà locali e dei corpi autonomi deriva da una realtà e segue una logica del tutto lontana da quella del pactum foederis.
Tutto questo è significativamente riflesso nella logica politica e istituzionale che sottende la creazione dell’Unione Europea. Sin dalle origini delle Comunità Economiche Europee si sono opposte due visioni sul futuro del nostro continente.
La prima consiste nel considerare la struttura statuale dell’Europa futura essenzialmente eguale alla struttura degli attuali Stati nazionali. Il percorso per arrivarvi è anch’esso simile alla via che storicamente ha condotto al costituirsi degli Stati nazionali: il trasferimento di poteri dalla periferia a un centro politico e legislativo. Tutto ciò è riassumibile con la celebre espressione dell’assolutismo monarchico prima e giacobino poi : “C’est l’Etat qui fait la Nation”.
La seconda concezione – il “federalismo competitivo” – vede nell’Europa una struttura di istituzioni decentrate, dove il livello unitario ha per scopo essenziale quello di garantire uno “spazio di opportunità” per i cittadini e le imprese, fondato su un insieme forte e coerente di diritti individuali, difesi e garantiti a livello federale anche – e spesso soprattutto – nei riguardi dei poteri degli Stati membri. In questa seconda concezione l’unione dell’Europa viene perseguita attraverso un’integrazione quanto più ampia possibile della vita economica e culturale. Non avviene attraverso un’unificazione top-down, una uniformizzazione legislativa, ma attraverso la creazione di uno spazio di interazione competitiva che, sotto istituzioni federali, permetta ai cittadini di scegliere i sistemi normativi più efficienti. In questo quadro l’azione collettiva di tipo politico, dalla difesa alla politica estera alla moneta, deve essere sempre del livello adeguato al rispecchiamento delle preferenze dei popoli. L’elemento competitivo deve venire salvaguardato proprio per ricondurre e mantenere tutti i poteri dell’Unione e dentro l’Unione – compresi e innanzitutto quelli degli Stati nazionali – entro le funzioni e i limiti necessari per assicurare la libertà e la prosperità dei cittadini. Non mira a riprodurre il modello storico della formazione degli Stati nazionali perché non ritiene che uno Stato-nazione su scala continentale potrebbe essere migliore degli Stati-nazione che abbiamo attualmente. Dal punto di vista più astratto, questa visione si fonda sull’assunto epistemologico che un’alta estensione e complessità degli ordini sociali non dipende dall’estensione e intensità dei poteri coercitivi politici ma, al contrario, riposa sulla diffusione della conoscenza e sul decentramento delle decisioni pubbliche e private.
Questa seconda concezione era già stata delineata dal grande liberale tedesco Wilhelm Roepke agli inizi delle Comunità Ecomiche Europee. Egli riteneva che l’antica contrapposizione tra socialisti e liberali fosse già trapassata in una contrapposizione tra “centristi” e “decentristi”. Per il decentrista “il rafforzamento politico ed economico dell’Europa deve attuarsi salvando ciò che è essenziale: l’unità nella varietà, la libertà nella solidarietà, il rispetto della persona umana nella sua individualità. Il decentrismo è un fattore essenziale dello spirito europeo. Il voler organizzare l’Europa guidandola da un centro, il volerla sottoporre a una burocrazia pianificatrice, il volerla fondere in un blocco più o meno compatto, significa solo tradirla e tradire il suo patrimonio spirituale. Un nazionalismo, un dirigismo economico continentale, non rappresentano certo un progresso rispetto al nazionalismo e al dirigismo delle singole nazioni”.
Il modello che ha prevalso nel processo e nelle finalità dell’unificazione europea è per ora il primo, non il secondo. Se non vi saranno mutamenti di direzione consistenti, questo significa che l’Unione diventerà l’area di azione collettiva non soltanto per le funzioni regali – come la moneta, la politica estera, la difesa -, ma anche, con proporzioni diverse, per tutte le altre funzioni essenziali di legislazione e regolamentazione. Poiché la realtà economica dei Paesi europei presenta una connessione inestricabile con l’elemento politico-sociale, il semplice mantenimento della moneta unica richiederà la sottrazione all’area della decisione nazionale della gran parte della legislazione e della regolamentazione. Questo spostamento verso il centro avrà come conseguenza sostanziale l’indebolimento delle ragioni che attualmente esistono a favore della dimensione nazionale come dimensione “ottimale” di azione collettiva: ovvero, si indeboliranno sensibilmente le ragioni del “vincolo nazionale”. Variando lo spazio dell’interazione e dell’azione collettiva, variano anche i soggetti che interagiscono. Le diverse aree geografiche e funzionali dei Paesi saranno così sottoposte a costi e benefici asimmetrici rispetto alla situazione attuale.
Gli esiti di questo processo nella dialettica tra comunità regionali e nazioni europee sono impredicibili, ma saranno senz’altro di rilevanza straordinaria. L’indebolimento delle ragioni degli Stati nazionali non potrà che favorire le richieste di autogoverno delle comunità regionali, come temeva Charles De Gaulle. Ma allo stesso tempo, la creazione di una Unione Europea che assorbe la gran parte dei poteri un tempo posseduti dagli Stati, rappresenta una forza di unificazione formidabile e irresistibile, destinata a lasciare poco spazio alle istanze comunitarie. Inevitabilmente, il peso delle singole comunità regionali in un processo decisionale che coinvolge un intero continente sarà inferiore a quello che esse sono oggi in grado di esercitare nei confronti di uno Stato nazionale.

Il comunitarismo è il destino dell’Europa?

Forse possiamo ora tornare alla domanda con la quale abbiamo iniziato: il comunitarismo sarà il destino dell’Europa? La questione non riguarda tanto le fortune intellettuali del pensiero comunitario, che ha comunque conosciuto un certo successo, sebbene non comparabile a quello che ha avuto la filosofia dei Rawls e dei Dworkin. La questione riguarda piuttosto il mondo reale. Ricordavamo sopra che una delle radici fondamentali del pensiero comunitario è il multiculturalismo della società americana. I fenomeni di immigrazione stanno ponendo anche in Europa il problema della multiculturalità, ma in proporzioni e intensità decisamente inferiori. La questione comunitaria come si pone davvero in Europa è una nuova versione del problema della nazionalità e delle identità regionali, le quali sono molto più antiche dello Stato nazionale. Due secoli di storia non sono bastati ad annullarle.
Oggi in Europa la visione del “federalismo competitivo” è l’attualizzazione della concezione liberale del rapporto tra comunità e nazione. Ed è la sola che possa dare alla comunità un significato che non sia di semplice reazione al mondo moderno, alla mondializzazione della cultura e alla globalizzazione dell’economia. Forse non è errato affermare che le prospettive della comunità dipenderanno dal fatto che le istituzioni europee non necessariamente finiranno per essere una versione moderna del giacobinismo, ma potrebbero viceversa ispirarsi ai principi del federalismo degli Adams e dei Jefferson. Ancora un volta, l’America può essere il destino dell’Europa. Ma lo sarà per ciò a cui il comunitarismo si oppone, non per ciò che esso propone.

REPERTO ANONIMO

Ma che ca**o c’ha da ridere il cafone?

Quello stupido di Sarkozy, nel riferire del colloquio con Berlusconi, a una domanda posta alla collega Merkel da un giornalista, appunto sul colloquio, non ha saputo trattenere dei risolini. Se si pensa che il debito pubblico francese è poco al di sotto di quello italiano, e che la disoccupazione della Francia è anche superiore a […]