L’uomo del Monti sta per dire sì!

l’ARTICOLO IN VIDEO Oggi o domani al massimo il prof. sen. rag. mac. (macellaio) capo del governo tecnico non votato da nessuno riunirà la presidenza del consiglio con tutti i ministri per approvare la manovra che dovrà dare soddisfazione a Napolitano, Sarkozy, Merkel, Obama, banchieri d’assalto, finanzieri d’assalto, papponi, magnacci, etc… Così spera che il […]

Brrr… che paura!

MILANO«L’Europa rischia di essere spazzata via dalla crisi se non riuscirà a riprendersi»: il presidente francese Nicolas Sarkozy lancia l’allarme durante il discorso di Tolone, tutto incentrato sulla crisi dell’eurozona di queste ultime settimane.
L’EURO È INDISPENSABILE– L’attuale situazione «è estrema», ha aggiunto Sarkozy. «Deve essere assolutamente chiaro che quello che è stato fatto per la Grecia, non si ripeterà più e che ormai nessun Paese della zona euro andrà in default». E dall’euro non si può prescindere: «la scomparsa della moneta unica avrebbe conseguenze drammatiche per i francesi, perchè renderebbe il nostro debito insostenibile. Con l’uscita dall’euro, il nostro debito si raddoppierebbe». Quanto al ruolo della Bce, ha spiegato Sarkozy, «deve rimanere indipendente» mentre il fondo salva-Stati Efsf «fornirá le risorse per mettere una barriera alla speculazione».
RIFONDARE SCHENGEN – Il trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone «deve essere ripensato e rifondato»: questo il passaggio più forte del discorso di Tolone. «L’Europa non è più una scelta ma una necessità», ha continuato. «Lunedì riceverò la cancelliera Angela Merkel – ha confermato il presidente- insieme faremo proposte franco-tedesche per garantire il futuro dell’Europa. Tutta l’Europa è più forte quando Francia e Germania sono unite: il trattato di Maastricht ha dei punti deboli e Francia e Germania stanno combattendo insieme per un nuovo trattato europeo».
NO A IMMIGRAZIONE INCONTROLLATA– Soffermandosi poi sulla situazione interna, Sarkozy ha aggiunto. «Oggi possiamo dire che la pensione a 60 anni e la legge sulle 35 ore settimanale sono stati degli errori gravi», confermando l’opposizione a «una immigrazione incontrollata» che manderebbe in pezzi «il nostro modello sociale».

La cittadinanza nei paesi europei

Non è la prima volta che Giorgio Napolitano affronta la questione della cittadinanza ai figli degli stranieri  nati in Italia. E’ la prima volta però che arriva a dire che “negarla è un’autentica assurdità, una follia”.

Secondo la legge in vigore attualmente in Italia soltanto chi ha compiuto i 18 anni di età, nato nel nostro Paese ma da genitori di origine straniera ha diritto alla cittadinanza italiana nonostante, secondo Napolitano, “i bambini nutrano già tempo prima questa aspirazione”.

Posto che sul tema immigrazione occorrerebbe legiferare con serietà fino ad arrivare a comporre una vera politica sull’immigrazione per poter arginare, accettare, difendere un fenomeno in crescita e che se ben salvaguardato può divenire anche un valore aggiunto. Ma occorre fermezza, volontà e soprattutto la presenza della stessa mano ad agire, non di mani differenti provenienti da tanti governi con idee politiche divergenti.

Per chi vive o lavora a contatto con gli extra-comunitari in Italia può rendersi conto di quali siano le reali priorità da parte di un cittadino straniero: una casa, un lavoro, una scuola, un ospedale e non ci certo la cittadinanza per i propri figli.

Riporto qui di seguito alcuni modelli significativi europei in materia di immigrazione e di cittadinanza da cui ne deriva che il modello svizzero ha da insegnarci di gran lunga. Eppure sarebbe così facile e bello guardarsi intorno ai nostri vicini di casa e cercare di assimilare le loro caratteristiche migliori che ci arricchirebbero in tutti i sensi.

Ricordiamo che in Italia ad oggi è in vigore lo “ius sanguinis” (diritto di sangue), in base al quale il figlio nato da padre italiano o da madre italiana è italiano. Non esiste “ius soli”, il diritto di cittadinanza acquisito solo per essere nati in Italia.

Anche in Danimarca, Grecia ed Austria è difficoltoso ottenere la cittadinanza per chi è nato nel territorio del Paese da genitori stranieri.

La Francia fa eccezione con lo “ius soli” che vige dal 1515. Anzi, qui è in vigore un “doppio ius soli” che facilita l’ottenimento della cittadinanza per chi nasce sul territorio nazionale da straneri a loro volta nati sullo stesso territorio. Questo ha portato nel tempo al formarsi di vaste comunità di cittadini “acquisiti” che oggi si concentrano nei sobborghi  popolari (“banlieues”) delle grandi città. Forse la Francia in questo senso può essere giustificata in quanto è stata per anni madrepatria di molte colonie.

In Germania vige un sistema misto con lo “ius sanguinis” e con facilitazioni per chi nasce sul suolo nazionale da stranieri residenti. Basta che uno dei due genitori viva legalmente in territorio tedesco e vi abbia vissuto per almeno otto anni per concedere al figlio il diritto alla cittadinanza tedesca al momento della nascita.

Lo “ius sanguinis” vige anche in Irlanda, Belgio, Portogallo e Spagna anche se le norme sono più morbide di quelle adottate nel nostro Paese. In Irlanda i nati da genitori stranieri possono ottenere la cittadinanza se uno dei genitori ha un permesso di residenza permanente, oppure se ha risieduto regolarmente nel Paese per almeno tre anni prima della nascita del figlio.

Tuttavia, sentite cosa propone la Svizzera, Paese ricco ma funzionante, ricco non solo di denaro ma anche di leggi, di norme che puntualmente vengono rispettate producendo un senso di amore e di attaccamento per il territorio e di rispetto altrui. E’ sconcertante quanto lapalissiana la maniera in cui la Svizzera tratta la materia della cittadinanza agli stranieri.

Qui, uno straniero può presentare domanda di cittadinanza dopo avere avuto residenza ufficiale per almeno 12 anni. Per gli stranieri sposati con cittadini svizzeri sono sufficienti 3 anni di matrimonio e  una residenza di 5 anni. Tutti i candidati alla cittadinanza devono dimostrare di essere integrati. Comune e Cantone di residenza hanno il diritto di far pesare la propria opinione. In alcuni comuni deicide una commissione esaminatrice, in altri si interpellano per votazione popolare i cittadini.

Semplice ma efficace.

Roberta Bartolini

In Europa vanno tutti in pensione più tardi di noi

Sembra che ci sia poco da fare: per risanare i conti pubblici, intervenire sulle pensioni sarà una scelta obbligata. E ora anche il premier è deciso a metterci mano, seguendo le indicazioni che vengono dall’Europa, innalzando l’età pensionabile a 67 anni. E Bossi dovrà adeguarsi, altrimenti il nostro Paese, unico ora in Europa, rischia nel giro di nove anni di avere la più alta incidenza di spesa per le pensioni. Travolgendo le nostre finanze pubbliche.

I numeri, tratti da una recente analisi comparativa della Commissione Europea (Pension Schemes and pension projections in the EU-27 Members States) tra i regimi pensionistici europei, parlano chiaro: senza l’introduzione di correttivi al nostro sistema previdenziale, già tra nove anni, avremmo la più alta incidenza di spesa per le pensioni tra i 27 Paesi dell’Unione Europea: per l’esattezza il 14,1 per cento del Prodotto Interno Lordo, contro il 10,5% della Germania, il 9,4% della Svezia, il 6,9% del Regno Unito, il 9,5% della Spagna.

Il report della Commissione europea evidenzia altresì la grande anomalia italiana relativa all’età pensionabile: quest’ultima, nei principali Paesi dell’Unione, è infatti già almeno 65 anni. E nella stragrande maggioranza dei casi – altro elemento di diversità dall’Italia – non si fa differenza alcuna tra uomini e donne. In Germania, Spagna, Svezia, Danimarca, Regno Unito, recenti riforme hanno addirittura innalzato l’età pensionabile a 67 o 68 anni.

In Germania, l’ultima robusta riforma ha avuto luogo nel 2007: sebbene sia in corso il processo di transizione verso l’aumento dell’età pensionabile a 65 anni previsto dalla precedente riforma, è stato stabilito un graduale incremento di un mese ogni anno dal 2012 al 2023 e, successivamente, di 2 mesi ogni anno, che eleverà a 67 anni nel 2029 l’età pensionabile.

Per quanto riguarda la Spagna, Zapatero, proprio quest’anno, ha approvato la riforma delle pensioni, che, nel 2027, porterà a 67 anni l’età per andare in pensione e che ha previsto un trattamento di “favore” per le donne; a queste verrà concesso di anticipare il pensionamento di 9 mesi per ogni figlio (fino ad un massimo di due).

In Gran Bretagna, dove è in corso un acceso dibattito su un progetto di riforma, dal 2007 è in vigore una disciplina che prevede, tra il 2024 ed il 2046, l’aumento dell’età pensionabile a 68 anni, sia per gli uomini che per le donne.

In Francia, invece, uomini e donne vanno per ora in pensione a 62 anni. Non è forse un caso che la spesa pensionistica dei francesi sia molto simile alla nostra: 13,3% del pil e 13,9% nel 2020. Va però detto che la rifoma voluta da Sarkozy nel 2010, puntando alla riduzione del deficit del sistema pensionistico, ha previsto un progressivo aumento, senza distinzione di genere, di 4 mesi all’anno a partire dal luglio scorso; conseguentemente l’età per poter godere di una pensione passerà entro il 2020 a 67 anni.

In Italia, come è noto, è in corso un forte dibattito sull’opportuinità di intervenire sulle pensioni. In seno alla maggioranza pare, per ora, prevalere la linea di chi, Bossi in testa, non intende toccarle, se non in misura marginale come sarebbe stato concordato nelle scorse ore.
Se tale prospettiva dovesse essere confermata nella discussione parlamentare sulla manovra correttiva, è evidente come la sostenibilità economica di medio-lungo periodo della finanza pubblica rischi di essere sempre più fortemente condizionata dall’incidenza della spesa previdenziale: dei ca. 310 miliardi di euro di spesa pubblica per il welfare, equivalenti a ca. il 20% del Pil, una fetta sempre più importante sarà così erosa per coprire le prestazioni pensionistiche.

Ciò, prescindendo dal fatto che il sistema previdenziale è, più di ogni altro capitolo di spesa pubblica, sottoposto alle sfide derivanti dai cambiamenti demografici, dalle nuove tipologie dei contratti di lavoro, nonché, come appare chiaramente in questi mesi, dalla situazione economica internazionale.

Eppure Tremonti, sempre più stretto nella morsa degli assalti alla sua manovra correttiva, sa bene che nell’ultimo rapporto dell’Inps viene scritto nero su bianco che “la sostenibilità economica del sistema previdenziale deve tener conto dell’invecchiamento progressivo della popolazione, che comporta un crescente aumento del numero dei pensionati rispetto ai lavoratori, da cui deriva la necessità di attuare riforme tese in futuro al contenimento degli importi delle pensioni e all’innalzamento dell’età pensionabile […].

La stessa Commissione europea, nella recente comunicazione comunicazione al Parlamento Europeo ha posto, ancora una volta, l’accento sulla necessità di riforme strutturali in campo previdenziale, tese a: innalzare l’età pensionabile e collegarla alla speranza di vita; ridurre in via prioritaria i piani di prepensionamento e utilizzare incentivi mirati per promuovere l’occupazione dei lavoratori anziani e l’apprendimento permanente; evitare di adottare misure riguardanti i sistemi pensionistici che compromettano la sostenibilità a lungo termine e l’adeguatezza delle finanze pubbliche.

Di tutto ciò, a quanto pare, il Governo non pare tener conto, facendo finta di ignorare che l’innalzamento dell’età pensionabile è una delle poche leve per risanare strutturalmente finanza pubblica e non scaricare, ancora di più, sulle spalle delle giovani generazioni gli egoismi della nostra gerontica classe dirigente.

Alberto Crepaldi – by www.linkiesta.it

La dittatura europea

Adesso che la dittatura si è instaurata ufficialmente e con il consenso di coloro che dovevano difendere la democrazia, possiamo trarre le conseguenze di quanto è accaduto con la sicurezza di essere nel giusto. Tutto questo era infatti già stato previsto più di un anno fa e reso pubblico con il libro intitolato appunto: “La dittatura europea”. L’unica differenza consiste nel nome di Monti invece di quello di Draghi, che avevo indicato come primo instauratore della dittatura dei banchieri soltanto perché non era ancora avvenuta la sua nomina a capo della Banca centrale europea, ma si trattava di nomi interscambiabili. Il Capo dello Stato finalmente respira l’aria a lui più congeniale. L’internazionalismo mondialista, che è stato sempre indispensabile ai banchieri, sono stati però i comunisti a teorizzarlo e a perseguirlo per primi dal punto di vista politico. Per Lenin non esistevano né nazioni né città capitali: qualsiasi città poteva essere la capitale del mondo e nulla gli era più odioso del nazionalismo e delle patrie. Napolitano, dunque, procede senza remore, non essendo più l’Italia una repubblica parlamentare, a usare della sua autorità e del suo potere per additare la strada giusta dell’uguaglianza comunista. In primis, ovviamente, in odio all’Italia e all’italianità, la cittadinanza agli stranieri. La maggioranza degli Italiani non lo vuole? Suvvia, imparate ad essere giusti e buoni, perché è questo il compito della politica comunista: educare i cittadini. E poi, che importanza volete mai che abbia una cittadinanza? Per i dittatori d’Europa nulla o quasi, visto che hanno imposto con sfrontata disinvoltura agli oltre 500 milioni di sudditi la cittadinanza europea ben sapendo che non è valida dato che l’Ue non è uno Stato. Coraggio, dunque, il più in fretta possibile verso il multiculturalismo e il mondialismo. Pagano i cittadini, mica i dittatori. L’importante è raggiungere lo scopo: cancellare gli Stati nazionali, privandoli di ogni potere. L’Europa à già a buon punto. Nessuno pensi che ci sia qualcuno fra i banchieri e i politici che si preoccupi delle questioni finanziarie, dei debiti pubblici, di quanto perde la Borsa o di quanto sale il famoso “spread”. Era questo che volevano: affondarci tramite il debito e ci stanno riuscendo a meraviglia. L’operazione si è dimostrata forse un po’ troppo lenta per i loro gusti: per questo hanno deciso di mettere l’acceleratore dissestando i governi. La prima a caderci è stata l’Italia. L’operazione Monti serviva a questo. Nessuno Stato, infatti, è tanto debole quanto quello che, privo del governo legittimo, improvvisa cariche politiche, riduce a marionette i rappresentanti votati dal popolo e inventa soluzioni alla giornata. E’ debole in sé, ma è ancor più debole agli occhi del mondo, inclusi ovviamente quelli dei mercati di cui si cercava la fiducia. E’ sufficiente il buon senso per capirlo: è troppo evidente. I banchieri e i politici europeisti ci hanno ingannato, atrocemente ingannato, cari Italiani, dicendo che ci saremmo salvati con “un uomo forte”, e gettandoci così allo sbaraglio di un’azione politica d’emergenza e priva di regole. Indebolire gli Stati svuotando la democrazia di ogni significato e di ogni potere è infatti il loro scopo: assediarli giorno per giorno, ora per ora, con il crescendo del panico per il debito è soltanto il loro strumento.

L’ICI sulla prima casa, macelleria sociale

Al precedente governo c’era chi attribuiva l’incapacità di recuperare una montagna di soldi (alcuni sparavano cifre da 4/500 miliardi di Euro l’anno) non riscossi per l’evasione fiscale e contributiva, per l’economia sommersa, per la criminalità organizzata, per gli sprechi, per le tangenti e per la gestione clientelare e affaristica della politica. Ora di tutto questo nessuno parla più. Sono spariti tutti quelli che ritenevano il governo precedente accondiscendente a una politica a danno dei poveri diavoli. Se non ha moltiplicato i pani, a Monti si deve, almeno, attribuire il merito di aver fatto mettere i piedi per terra a tanti demagoghi di professione in attività permanente. Ora si parla di reintrodurre l’Ici, ed anche l’Irpef, sulla prima casa 25417.shtml?uuid=AaTAzUNE). Nessuno parla più della gente modesta, delle famiglie e dei lavoratori chiamati a pagare. Anzi le notizie che circolano vanno in tutt’altra direzione, quasi a far intendere che sia giusto far pagare a chi possiede una casa. Come se l’avesse furbescamente acquisita. Come se per tantissimi la casa di proprietà non sia stata il frutto di sacrifici, di risparmi e di oneri finanziari pagati (anche per 30 anni) per l’ammortamento delle rate di mutuo. I media parlano di Ici da reintrodurre, come se i proprietari di immobili al momento non siano già sottoposti a questa e ad altri balzelli di tasse e tributi. L’ICI che si vorrebbe reintrodurre, è bene che si chiarisca, è quella sulla prima casa: quella di proprietà in cui vivono generalmente la gran parte delle famiglie italiane. L’imposta che si vorrebbe ripristinare graverebbe su un bene primario. L’ici che è stata eliminata (da Berlusconi) è, infatti, proprio quella a carico dei proprietari della prima casa, purché non in categoria di lusso. In definitiva oggi non paga l’ICI chi abita la casa di proprietà che abbia caratteristiche di edilizia economico-residenziale. Ripristinare questa imposta è, pertanto, una “mazzata” per chi ha redditi medio bassi. I possessori di casa, che la utilizzano come propria abitazione, rappresentano, infatti, l’assoluta maggioranza dei proprietari di case. Questo per la chiarezza. l’ICI sulla prima casa è da ritenersi, pertanto, “macelleria sociale”. Per chi ha redditi medio alti, invece, e abita in una casa non di lusso (se in categoria di pregio l’ha sempre pagata e continuerà a farlo), l’ICI rappresenta solo un ulteriore, ma minimo impegno fiscale. Questo balzello, se sarà introdotto, andrà essenzialmente a danno delle famiglie e dei consumi. Sarà anche un’imposizione fiscale dagli effetti depressivi. Andrà direttamente ad incidere sui consumi, sottraendo risorse alle famiglie. Potrebbe, inoltre, avere effetti negativi sul mercato dell’edilizia, già in difficoltà per mancanza di liquidità delle famiglie. Con una spesa pubblica che rappresenta il 50% del Pil, la ricetta non può essere quella di aumentare le tasse, per tenerne testa, ma di ridurre le spese. L’ICI, che sta per Imposta Comunale sugli Immobili, è utilizzata per le spese dei Comuni. Questi ultimi, spendono, generalmente, oltre le possibilità, e sprecano tantissimo. Alcuni hanno un numero di dipendenti spropositato rispetto alle funzioni svolte. Si servono di consulenti per lo più legati ai partiti e dilapidano una barca di soldi per spese di rappresentanza e per pubblicità istituzionale. Il buon senso vorrebbe che si intervenisse per razionalizzare e tagliare, piuttosto che per distribuire più soldi.

Vito Schepisi

La ue contro i celiaci

Linko un post di Marshall che parla di etichette sul cibo, l’unione europea ha deciso di togliere le etichette con la dicitura “senza glutine“. Ed è un vero e proprio attentato alla vita di tutti i celiaci. Ciò significa che l’unione europea cerca di avvelenare e ammazzare la gente. Se questo non fosse abbastanza chiaro.

Ai piromani altra benzina

Il glorioso settimanale della sinistra britannica, New Statesman, è durissimo con il governo Monti e la tecnocrazia europea. Scrive che “per la prima volta paesi europei sono guidati da individui che non hanno avuto il benestare del popolo alle urne”. “Se i leader democraticamente eletti non soddisfano i mercati, il Fmi e la Commissione europea, allora vengono licenziati”, recita un editoriale della rivista che fu di George Bernard Shaw. New Statesman dice che la democrazia in Italia e Grecia è stata soppiantata dal “dominio dei tecnocrati”, voluti e promossi da “organismi internazionali non eletti come la Commissione europea e il Fondo monetario”. Dice anche che “il potere degli organismi internazionali ha sminuito la democrazia” e parla di “apoteosi tecnocratica che guida il Fondo e la Commissione europea”. Così facendo, “il deficit democratico al cuore dell’Europa è diventato un abisso democratico”.
Un giornale di segno opposto, il Daily Telegraph, evoca la lotta di Margaret Thatcher contro i burocrati di Maastricht: “Gli architetti dell’Unione europea non hanno mai voluto essere una democrazia”. Scrive sempre il Telegraph con Christopher Booker che “l’élite europea ha appena destituito due primi ministri eletti”, mentre Charles Moore lamenta che “ora che la crisi dell’Unione europea raggiunge il suo momento di verità abbiamo bisogno di leader eletti al potere, non di tecnocrati. Mario Monti è stato nove anni commissario europeo e il suo indirizzo postale era Rue de la Charité, Bruxelles. Questo non è il tempo dei tecnocrati e dei francofortesi”.
Durissimo lo Spectator con un lungo commento di Fraser Nelson. Il direttore del celebre settimanale britannico attacca “l’Eurozona che ha creato un apparato mostruoso affidato sostanzialmente a un manipolo di individui”. E ancora: “La Old Opera House di Francoforte – un tempo il più bel edificio in rovina della Germania post bellica e oggi il suo più stupefacente restauro – è diventata il simbolo della rinascita europea. E’ stato lì che il mese scorso Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno incontrato l’élite burocratica dell’Unione europea, organizzando quello che in un altra epoca sarebbe stato definito un putsch. Merkozy e i burocrati si erano stancati dei vertici dell’Eurozona, dove i leader discutono incessantemente ma non arrivano mai a una decisione comune. C’era bisogno di formare un gruppo più ristretto, in grado di esercitare il potere con fermezza ma anche in maniera informale. Quella sera, mentre Claudio Abbado dirigeva l’Orchestra Mozart di Bologna, nasceva la cupola dell’Unione europea. Soltanto pochi mesi fa l’idea che il capo di un governo europeo cercasse di destabilizzarne un altro, o addirittura provocarne la caduta, era del tutto impensabile. La scorsa settimana, invece, i leader di due paesi dell’Ue sono stati costretti a dimettersi”. Il problema è nella leadership di Francoforte: “Il fondo di salvataggio dell’euro, che ha una potenza di fuoco di mille miliardi di euro, è gestito da uno staff di quindici persone. Evidentemente oggi è possibile controllare un continente formato da diversi stati nazione mettendo insieme pochi individui che la pensano allo stesso modo nei camerini di un teatro dell’Opera di Francoforte. E tutto nel nome dell’unità dell’Europa”. Secondo lo Spectator, l’Italia era un osso più duro della Grecia di Papandreou: “A parte l’interesse sul debito, l’Italia ha uno dei più grandi surplus dell’Eurozona. Il suo nord è una delle regioni più ricche del continente e lo sarebbe ancora di più se ci fosse una lira da svalutare per aiutare gli esportatori. Le famiglie sono risparmiatrici e il debito è alto ma stabile”. Lo Spectator definisce l’operazione che ha portato i tecnocrati al governo come “l’incontro fra la gerarchia europeista e il potere finanziario tedesco: una sorta di Bruxelles sul Reno”.
“Il piromane torna sulla scena del crimine”. Anche l’Economist, con toni più compassati ma altrettanto chiari, esprime dubbi sull’operazione: “Hai un PhD, allora puoi governare”. Il magazine britannico sostiene che “i tecnocrati saranno bravi a dire quanto debba soffrire un paese, come rendere sostenibile il debito o risolvere una crisi finanziaria, ma non saranno bravi a distribuire il dolore. Questa è una questione politica”.
Sul Wall Street Journal, Walter Russell Mead parla di “guerra culturale” e di un tentativo tedesco di imporre regole prussiane a paesi culturalmente diversi come l’Italia. Ironizza con la Francia, che “è fondamentalmente un paese da Club Med con alcune caratteristiche del nord (storicamente rinvenibili fra ugonotti ed ebrei, comunità da cui vengono molti degli imprenditori francesi di maggior successo)”. Di “tecnocrazia barcollante”, con riverberi statunitensi, parla sulla rivista conservatrice National Review Victor Davis Hanson: “Stiamo vivendo la crisi di fede nei nostri guardiani illuminati degli ultimi trent’anni”. Hanson biasima le “caratteristiche in comune della tecnocrazia occidentale: credenziali accademiche, nomine governative, politiche progressiste e un passe partout per godere della propria ricchezza personale senza essere percepita in contraddizione con le politiche egualitarie”. Hanson è durissimo anche con quei “giornalisti tecnocratici che amano l’autocratica Cina e odiano i Tea Party”. Sempre su National Review ne scrive Andrew Stuttford: “Come aveva capito Berlusconi, è la moneta il problema, non il paese. Chiedere a Monti, un sostenitore della moneta unica, che è stato commissario europeo quando venne varata, di diventare primo ministro è come chiedere a un piromane di tornare sulla scena del crimine e dargli un’altra tanica di benzina”.

Piano segreto dal quarto reich

Ossia… dove non è arrivato Hitler è arrivata la Merkel coi l’aiuto di una manina (abbronzata) d’oltreoceano. No, non sono state usate armi convenzionali, non c’è stata la guerra… vera e propria ma la dittatura vera ora è realtà a tutti gli effetti. A seguire, un commento: “In Germania i segreti sono come in Italia, di Pulcinella. Nessun piano segreto quindi ma solo un disegno che in realtà corrisponde al ruolo tedesco in Europa. Si può auspicare e forse anche adoperarsi perché quanto paventato nell’articolo non divenga realtà, ma la situazione vede la Germania dominatrice in Europa e nel mondo anche senza esercito superarmato e senza armi nucleari. E’ amaro constatare come la Germania oggi si ritrovi come la vedeva Hitler, padrona d’Europa… Anche la geografia dell’Europa orientale e in particolare balcanica è esattamente quella disegnata dal Fuehrer nel corso della seconda guerra mondiale (e poco importa, nel quadro generale, se Pomerania, Slesia e Prussia orientale non appartengono più alla Germania e nei Sudeti non ci sono più Tedeschi): sono valsi la pena i milioni di morti della guerra per trovarci così?”
Un piano segreto per la creazione di un Fondo monetario europeo capace di sostituirsi alla sovranità degli stato membri in difficoltà. Ad architettarlo, stando a quanto rivela il Daily Telegraph on line citando un documento di sei pagine del ministero degli Esteri tedesco, sarebbe appunto la Germania. Il documento esamina anche esplicitamente le possibili strade per limitare le modifiche al trattato per renderne più facile la ratifica. Questo anche per dissuadere Londra da un referendum sull’Ue. Il Fondo avrà il potere di mettere i paesi in crisi in amministrazione controllata e di gestire la loro economia, scrive il quotidiano britannico. Secondo il Telegraph, il documento, chiamato “Il futuro dell’Ue: i necessari miglioramenti di integrazione politica per la creazione di un’Unione di Stabilita”, svela che la maggiore economia dell’Ue sta creando le condizioni perché gli altri paesi europei, che sono troppo grandi per essere salvati, possano fare default, andando così in bancarotta. E questo alimenta i timori che “i piani tedeschi per affrontare la crisi dell’eurozona prevedano un’erosione della sovranità nazionale che potrebbe aprire la strada ad un “super stato” europeo con proprie tasse e piani di spesa decisi a Bruxelles”. Nel testo si fa anche un riferimento alla modifica dei trattati: “Limitare l’effetto delle modifiche al trattato nei paesi dell’Eurozona renderebbe più facile la ratifica, che tuttavia verrebbe richiesta da tutti gli stati membri (in questo modo sarebbero necessari meno referendum, e questo interesserebbe anche la Gran Bretagna)“. Insomma, il Fondo avrebbe il potere di gestire la politica economica e fiscale dello Stato in difficoltà. Il piano viene rivelato nel giorno in cui il premier britannico David Cameron incontra a Berlino il cancelliere tedesco Angela Merkel per parlare delle modifiche da apportare ai trattati europei e di crisi economica. E, sempre oggi, la Merkel ha detto: “L’eurozona ha perso credibilità e deve riguadagnarla passo dopo passo”. Il problema è come bisognerà farlo.