Vacuità, vanità e arroganza

La campagna elettorale è iniziata. L’ex premier rompe gli indugi e annuncia su Twitter la sua “salita” in politica. Il 23 dicembre, tra attacchi al Cavaliere, ordini impartiti alla coppia Fini-Casini e ammiccamenti a Bersani, Mario Monti aveva annunciato la sua probabile discesa in campo in una conferenza elettorale poco sobria e molto politica. Tante bordate a Silvio Berlusconi e l’impegno a fare nuovamente il Presidente del Consiglio se il Parlamento glielo chiederà. Quindi a bocce ferme. Fuori dai giochi elettorali, senza mettere la faccia (ma il nome non si sa) sui cartelloni elettorali. Nella notte tra Natale e Santo Stefano, tramite il suo nuovissimo account di Twitter @SenatoreMonti, è tornato a parlare. Un cinguettìo perfettamente intonato col nuovo Loden da campagna elettorale che il professore ha indossato. Insieme abbiamo salvato l’Italia dal disastro – annuncia Monti -. Ora va rinnovata la politica”, scrive attorno alle 23 e 30. Monti non ha nessuna intenzione di farsi da parte e dopo essersi auto regalato – per l’ennesima volta – il ruolo di salvatore della Patria lancia la sua nuova idea di politica. Quale sarebbe? Tanto per cominciare dobbiamo smettere di lagnarci. Tutti zitti. Anche se nella sua agenda spuntano parole come patrimoniale che a molti fanno venire i capelli dritti. Al professore non piacciono le domande e i giornalisti, figurarsi le critiche. “Lamentarsi non serve, spendersi si (sic, ndr)“, scrive l’ex premier. Tra tasse e balzelli da spendere, effettivamente, ci siamo rimasti solo noi stessi. E poi, ancora, l’annuncio della discesa in campo che, però, non è più un moto verso il basso ma verso l’alto. Un’ascensione, insomma. Come per i santi. “Saliamo in politica… Insieme… Saliamo in politica.” Lo aveva già detto durante la conferenza stampa, facendo anonimo ma chiarissimo riferimento alla storica discesa di Silvio Berlusconi nel 1994, che lui trova orribile l’immagine dello scendere in campo. Non è dato sapere se l’ascesa contempli anche un prosaico, pedestre e democratico passaggio dalle urne. Che poi è “solo” la grammatica fondamentale della democrazia.

Piemonte, consulenze, svendite e conflitti d’interesse…

Non bastava un esperto qualunque per risollevare le sorti di una Regione in default finanziario. Ed è per questo che, nonostante un debito di 1,6 miliardi di euro (ma che potrebbe anche essere di più) la Regione Piemonte ha affidato l’incarico di consulenza a Ferruccio Luppi, brillante amico del governatore Roberto Cota e dell’assessore alla Sanità, Paolo Monferino, tutti vicini al gruppo Fiat-Agnelli. Una consulenza “altamente professionale” per cui l’Ente avrà sborsato (al 31 dicembre 2012, termine di scadenza del contratto) 100 mila euro. L’operazione di finanza creativa, di tremontiana memoria, in effetti è complessa. Perché riguarda la vendita del patrimonio immobiliare della Regione, comprese le proprietà di Aziende ospedaliere e Asl. Con grandi operazioni di ingegneria finanziaria gli ospedali presto non solo dovranno cedere il loro patrimonio immobiliare ma pagheranno anche l’affitto al fondo che sarà istituito dalla Regione e il patrimonio sarà gestito da un’altra società esterna. I contorni di questa vicenda sono emblematici e lasciano qualche perplessità, sia per quanto riguarda la nomina di Luppi, sia per le modalità in cui verrà gestita la vendita del patrimonio.
A Luppi, il governatore ha affidato l’incarico di collaborazione per essere supportato, come si evince dalla delibera del 16 gennaio 2012, “nelle funzioni di coordinamento dell’esecutivo regionale, in ordine alle scelte strategiche di sostegno allo sviluppo economico, riferite sia alla ristrutturazione del debito, sia alla cessione di partecipazioni, nonché alla valorizzazione immobiliare ed alla gestione del patrimonio”. La carriera del consulente “esperto”, così come si legge sul giornale locale “Lo Spiffero”, ha inizio nella Ifil degli Agnelli. Nel 1997 è passato alla Worms, holding di partecipazioni quotata alla Borsa a Parigi (controllata dalla stessa Ifil). Ha gestito le finanze alla Fiat e poi qualche collaborazione anche in Ferrari e Cnh. Nel 2009 è entrato nel direttorio di Générale de Santé, il gruppo ospedaliero francese leader nel settore della sanità privata. Oggi è membro del cda del più grande ente di gestione fondi immobiliari (Idea-Fimit). Se non è un conflitto d’interessi suona quantomeno strano.
Cota, con il lancio di due fondi immobiliari pensa di portare in tempi rapidi nelle casse regionali circa 600 milioni di euro. La ratio dell’iniziativa è semplice: la Regione raccoglie immobili sui quali può esprimere anche una valutazione, si costituisce un fondo, si affida a una Sgr (società di gestione del risparmio) la quale, nel momento in cui acquisisce la disponibilità del patrimonio, anticipa all’Ente subito una somma (600 milioni, appunto). Nel primo fondo, definito Fondo immobiliare regionale (Fir) dovrebbero confluire beni per oltre 500 milioni di euro. Metà dal nuovo palazzo della Regione, la quota che resta in carico alla Regione è di 1/3 mentre 2/3 vanno ad “investitori terzi” (fondi pensioni, assicurazioni). Tutto bene a parte il fatto che non è chiaro quale valore reale si possa assegnare a un bene che non è di proprietà, dato che il nuovo palazzo della Regione è un “leasing in costruendo”. Il fondo avrà una durata ventennale e potrà indebitarsi per 200 milioni. Le quote di partecipazione saranno del 33% della Regione e del 66% di investitori privati.
Nel secondo fondo, definito Fondo immobiliare sanitario (Fis), confluiranno immobili degli ospedali per un miliardo di valore, avrà durata venticinquennale, potrà indebitarsi per 350 milioni e le quote di partecipazione saranno del 66% delle aziende ospedaliere e del 33% di investitori terzi (identificati come investitori etici, quindi fondazioni bancarie, fondi pensione). Il secondo fondo comprende pure gli immobili ospedalieri destinati all’attività di ricovero. Cioè vengono tolte alle Aziende sanitarie le proprietà e l’ospedale dovrà pure pagare l’affitto al fondo. In questo caso non è chiaro a chi verrà affidata la gestione degli immobili. Probabilmente, per proseguire sulla scia della privatizzazione dei servizi, così come sta avvenendo già con altri provvedimenti in campo sanitario, a grosse società o multiservizi. E sempre ai privati si potranno assegnare servizi quali, manutenzione, edilizia, pulizie. Non è detto che con queste operazioni la Regione riesca a far cassa, specie se non bada a spese quando deve scegliere gli uomini che affiancano il governatore o società esterne che gestiscono in maniera manageriale anche la sanità. È certo che seminerà indebitamenti e mutui per 20 anni. E i provvedimenti sono inderogabili.
di Angela Corica

L’agenda monti

Un paio di commenti: “Non c’è stato finora nessuno che abbia avuto il coraggio di smentire che tutti i dati dell’economia italiana sono peggiorati drammaticamente nell’ultimo anno. Quindi, se è vero che Monti ha preso in mano il paese che stava male, è altrettanto vero e incontrovertibile che lo ha lasciato che sta PEGGIO. Ora con che faccia tosta si presenta a recitare la parte del salvatore della patria? Capisco che che i paesi concorrenti dell’Italia siano entusiasti delle sue capacità di esecutore fallimentare, visto che possono ormai comprarci a prezzi di saldo, ma che ci siano Italiani che si innamorino di un un personaggio simile, rimane un mistero della fede.”
“Un’agenda che avrebbe scritto qualsiasi amministratore di condominio: l’unico punto degno di nota (tra l’altro presente in tutti i programmi) è la riduzione del deficit, non una riga però sulle questioni etiche, se vuole scuole private o scuole pubbliche, sul fine vita… Ma non vedete che Monti è lo specchio per allodole messo lì da Bertone, Bagnasco, Casini & co? L’ingenuità ed il poco spessore intellettuale degli elettori italiani mi stupisce sempre di più…”
E’ un documento snello, di appena 25 pagine, pubblicato in tarda serata su un sito ad hoc: www.agenda-monti.it. Contiene una serie di azioni programmatiche, alcune delle quali da attuare nei primi 100 giorni del prossimo governo. Un’agenda – come l’hanno definita in molti – con una serie di dati macro-economici che forniscono la cartina di tornasole sull’attuale situazione italiana, delineando il perimetro entro il quale si muoverà il prossimo esecutivo tra il pareggio di bilancio strutturale (messo nero su bianco anche nella Costituzione italiana) e la necessità di ridurre lo stock di debito pubblico di un ventesimo all’anno (ora oltre il 120% del Pil) per venire incontro ai desiderata della Ue, sancite dal Fiscal Compact.
L’INCIPIT – La premessa è sostanziale e ricalca perfettamente il carattere di Monti. Quell’incipit «non appena le condizioni generali lo consentiranno» richiama alla lontananza (antropologica) del suo personaggio da quello del venditore di fumo e imbonitore, demagogo e politicante di professione, che promette e poi non mantiene. Ma quel occorre impegnarsi «per ridurre il prelievo fiscale complessivo dando precedenza a lavoro e impresa», denota il sostanziale passaggio alla Fase 2, quella non attuata dal premier anche per le resistenze parlamentari e la breve esperienza temporale di Monti al timone del Paese.
I CONTI PUBBLICI – Nel testo c’è la considerazione – condivisa anche dall’ormai ex premier – degli enormi sacrifici fatti dagli italiani per rimettere in carreggiata il Paese: «L’aggiustamento fiscale compiuto quest’anno a prezzo di tanti sacrifici degli italiani ha impresso una svolta. Con l’avanzo primario raggiunto, il debito è posto su un sentiero di riduzione costante a partire dal prossimo anno. Per questo, se si tiene la rotta, ridurre le tasse diventa possibile». «Per la prossima legislatura – riporta il testo appena diffuso – occorre un impegno a ridurre il prelievo fiscale su lavoro e impresa. Anche trasferendo il carico corrispondente su grandi patrimoni e sui consumi che non impattano sui più deboli e sul ceto medio». Ecco qui l’ipotesi di una progressiva riduzione del cuneo fiscale sul lavoratore e sulle imprese, attuabile (forse) con una tassa patrimoniale di difficile applicazione e il rischio (enorme) di una fuga di capitali all’estero.
IL MERCATO DEL LAVORO – Nelle venticinque pagine anche il tema-lavoro: «La riforma del mercato del lavoro rappresenta un passo avanti fondamentale del nostro Paese verso un modello di flessibilità e sicurezza vicino a quello vincente realizzato nei Paesi scandinavi e dell’Europa del nord. Non si può fare marcia indietro. Serve monitorare l’attuazione delle nuove norme per individuare correzioni possibili e completare le parti mancanti, ad esempio quelle relative al sistema di ammortizzatori sociali, al contenuto di formazione dell’apprendistato o alle politiche attive del lavoro e all’efficacia dei servizi per l’impiego». Anche qui un sostanziale sostegno all’impianto della riforma Fornero, la necessità di verifiche costanti sull’operatività delle norme e l’ammissione di un richiamo maggiore alle politiche attive del lavoro (quelle inerenti la ricollocazione del lavoratore in esubero), finora dimenticate per rispondere all’emergenza del quotidiano. In attesa dell’Aspi nel 2015, l’assicurazione sociale per l’impiego, che diventerà l’ammortizzatore universale ampliando la platea (potenziale) di destinatari.
Fabio Savelli

Imbrogli sottaciuti…

Nei bilanci sul governo Monti passa in secondo piano una voce pur presente nell’almanacco 2012 dell’esecutivo: gli scandali. In dodici mesi i membri del governo non se li sono fatti mancare affatto, cinque indagati, ma soltanto due si sono dimessi: il sottosegretario Carlo Malinconico, dopo tre mesi (vacanze luxury pagate a sua insaputa) e l’altro sottosegretario, alla Giustizia, Andrea Zoppini, indagato per concorso in frode fiscale e dichiarazione fraudolenta. Gli altri, solo sfiorati dalle polemiche. Lo status di tecnici appoggiati da una strana maggioranza li ha forse messi al riparo dal tiro a segno che avrebbe investito ministri politici. Ma spesso più che tecnici sembrano degli intoccabili. Chiamati per salvare il Paese, pare quasi sconveniente chiedergli conto di stranezze che li riguardino. «Vedo che siamo nell’alta politica» ha risposto ironicamente il premier, in conferenza stampa, alla domanda sulla casa ai Parioli comprata a metà del valore di mercato e ad un prezzo più basso del mutuo richiesto dal ministro dell’Economia Vittorio Grilli (ieri assente). L’ombra di un pagamento in nero per un ministro dell’Economia, da cui dipende la Guardia di finanza, è un sospetto che nessun predecessore avrebbe potuto liquidare con un semplice «sono soltanto pettegolezzi, non si interferisca sulla mia causa di divorzio». Tranne Grilli, già finito nel mirino per le consulenze a Finmeccanica della prima moglie. Nemmeno un graffio, intoccabile.
Quando crollò un pezzo di Domus dei gladiatori a Pompei, l’allora ministro Bondi fu costretto alle dimissioni da un centrosinistra caricato a molla contro di lui, quasi colpevole materiale del crollo. Nel 2012, con il professor Ornaghi ministro, si sono staccati pezzi di intonaco nella Domus della Venere in Conchiglia, poi nel Tempio di Giove, ed è caduta una trave di quattro metri nella Villa dei Misteri, sempre all’interno degli scavi archeologici di Pompei. Ma nessuno si è sognato di accusare Ornaghi, che se l’è cavata con una riflessione filosofica: «Pompei è la metafora del Paese: basta un niente e viene giù qualcosa». Niente di più, anche lui intoccabile. In Procura è finita invece la casa del ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi. Un altro appartamento vista Colosseo, come quello più noto di Scajola che però si dimise, comprato a prezzo stracciato (180 mila euro per 109mq), grazie a una sentenza del Consiglio di Stato, di cui all’epoca il ministro era presidente di sezione. Patroni Griffi, nei giorni della polemica, confessò di «non dormire più», ma anche di non aver mai pensato alle dimissioni. In effetti lo scandalo si richiuse subito, dimenticato in tempi record.
Su Passera, superministro di Monti, è passato lieve come una piuma l’avviso di inizio indagini partito dalla Procura di Biella («un atto dovuto») per presunti reati fiscali commessi da amministratore di Banca Intesa. «Non c’era sentore di nulla, perché se ci fosse stata avrei preso provvedimenti» è stata invece la difesa del ministro delle Politiche agricole Mario Catania, quando è esploso lo scandalo nel suo ministero: 11 arrestati tra funzionari e dirigenti che truccavano gli appalti per avere in cambio soldi, vacanze, cibo. Anche in quel caso nessun accanimento sul ministro ignaro di tutto. Un po’ di polvere ha fatto la vicenda di Silvia Deaglio, figlia del ministro Elsa Fornero. La dottoressa, ricercatrice dell’Hugef finanziato dalla Compagnia di San Paolo (dove la madre era consigliere di sorveglianza), ha vinto un concorso per professore associato con una commissione presieduta dal presidente dello stesso Hugef, che la premiò anche per «l’ottima capacità di attrarre fondi di finanziamento per la ricerca». Poi è stata chiamata dall’Università di Torino. Dove sono professori ordinari sia la madre che il padre. Anche il viceministro Michel Martone (quello dei giovani «sfigati») è finito sotto tiro per un concorso vinto all’Università. Ma per poco. Il sottosegretario alla Salute, Adelfio Elio Cardinale, è finito tra gli indagati della procura di Bari su presunti concorsi truccati, mentre Roberto Cecchi, sottosegretario ai Beni culturali, è sotto indagine della Corte dei conti per un presunto danno erariale. Tutti però al loro posto. Sfiorati, ma intoccabili.