Al Zawahiri e il Mondo libero

Me li sono guardati tutti. Dal 2001 ad oggi non mi sono perso un solo messaggio di “al Qaeda”. Bin Laden, poi ancora bin Laden, poi al Zawahiri, poi il fu al Zarkawi, poi di nuovo il fu bin Laden (Benazir Buhtto riferi’ che questi era stato ucciso da un agente dell’ISI pachistano, prima di essere uccisa a sua volta), poi ancora al Zawahiri… La domanda che mi sono sempre posto era piu’ o meno la

DOBBIAMO TUTTI ESSERE "OBAMACONS"?

L’interminabile maratona delle elezioni presidenziali americane si è alla fine conclusa, giorni fa, con la vittoria nettissima del primo presidente di colore della storia di quella Nazione: il democratico Barack Hussein Obama.
Francamente non ricordavo un simile coinvolgimento emotivo, da parte dei miei connazionali, in nessuno dei precedenti eventi analoghi di cui conservo cosciente memoria. Sarà per la presunta svolta epocale, e comunque per la sicura novità, rappresentata dall’ascesa alla massima carica politica del Pianeta di un afro-americano relativamente giovane e non apparentemente favorito da natali ed estrazione sociale tali da farcelo immaginare come un predestinato a simili alte vette, sarà perchè la recente, graduale e stentata, trasformazione anche del nostro sistema in qualcosa di vagamente simile alla democrazia dell’alternanza bipartitica d’oltreoceano ci ha di fatto reso più familiare ed appassionante questo genere di sfide elettorali all’ultimo voto tra due candidati, portatori di due diverse idee, alla guida di un Paese, sta di fatto che si sono viste per la prima volta, da noi, vere eproprie manifestazioni di tifo organizzato pro-Obama, con tanto di veglie, specie nelle sedi del PD, in attesa del responso delle urne e commozione fino alle lacrime all’annuncio del risultato.
Per quanto mi riguarda, ancorchè notoriamente mi riconosca nella formazione politica che, in ambito italiano, può dirsi l’omologa del Partito Repubblicano USA, ho fatto mio il pensiero espresso dal nostro ministro della Difesa La Russa, secondo il quale lo schierarsi apertamente per l’uno o per l’altro dei due candidati in un un’elezione presidenziale americana (considerarli cioè “come Coppi e Bartali o come Veltroni e Berlusconi”) fa tanto “provinciale”, e me ne sono rimasto ad assistere all’evento più o meno distaccatamente, ben conscio del fatto che lì, dopo tutto (al di là dell’innegabile influenza che hanno, sul mondo intero, gli orientamenti dell’amministrazione USA), non si stava decidendo chi sarebbe stato il “mio” presidente, e che l’America rappresenta una realtà troppo diversa da quella nostrana perchè le siano applicabili tout court i consueti criteri d’analisi validi per il panorama italiano.
In altri termini, non poteva e non doveva essere così automatico che, soltanto perchè sostenitori del PDL o del PD in Italia, lo si fosse anche, rispettivamente, di John McCain o di Barack Obama in occasione del loro confronto elettorale per la conquista della Casa Bianca.
Oltreoceano, sotto certi aspetti, si vive infatti pressochè in un altro mondo: l’esistenza di un servizio sanitario nazionale simile a quello italiano, per limitarci ad un solo esempio, qui da noi data per scontata anche dal meno progressista e d assistenzialista dei portatori di un’opinione politica, in America è appena appena timidamente propugnata dai democratici più socialmente sensibili, e figuriamoci se sfiora le menti dei più conservatori.
Se dunque, persino negli stessi Stati Uniti, complice forse il non travolgente carisma del pur onesto patriota e vecchio reduce del Vietnam McCain, si è assistito ad una vera e propria massiccia migrazione di ex repubblicani di ferro nel campo del fascinoso candidato democratico di colore – tra i quali l’ex portavoce di Bush Mc-Clellan, l’ex governatore del Massachussets Weld e l’ex segretario di stato Colin Powell, per i quali è già stato coniato il neologismo “obamacons”, cioè consevatori per Obama – a maggior ragione sono state numerose anche le personalità di destra o di centro-destra di casa nostra ad esprimere con decisione analoga preferenza: da un Francesco Storace che è andato a scrivere sul suo blog “Obama o morte”, a un Paolo Guzzanti che ha ammesso senza problemi che avrebbe votato per il candidato democratico, a un Frattini che ha dichiarato “Sarebbe un ottimo presidente”.
Con Barack Obama, certo ha vinto la voglia di cambiamento degli americani, dopo gli otto anni di un’amministrazione repubblicana non proprio priva di ombre, e si è riaffermata con vigore, nel mondo, la migliore immagine tradizionale di un’America dove tutti possono realizzare i loro sogni, per ambiziosi che siano.
Già questi ci sembrano buoni motivi per ritenerci lieti dell’esito elettorale e per guardare con fiducia al futuro.
Su un piano più concreto, il nuovo presidente promette poi di poggiare la propria futura condotta politica su cardini, per fortuna, ben distanti da certe fantasie riguardanti una sua presunta maggiore arrendevolezza o addirittura un suo quasi “pacifismo”, nelle questioni internazionali e di lotta al terrorismo, ricamate su di lui da una certa, in questo forse un po’ ingenua, sinistra nostrana, la quale è probabile che rimarrà alquanto delusa di fronte a quella che si rivelerà in seguito la realtà dei fatti.
Per fare qualche esempio, Obama è per la pace in Medio Oriente, ma considera prioritaria su ogni altra considerazione la tutela della sicurezza di Israele; non è disposto ad accettare un Iran con l’arma nucleare e non esclude l’uso della forza contro di esso; vuole andarsene gradatamente dall’Irak, ma anche dedicare maggiori attenzioni all’Afghanistan, sia sotto l’aspetto strettamente militare che sotto quello realisticamente diplomatico, ed è sua intenzione di rinforzare sensibilmente il corpo dei Marines.
Tra i maggiori vantaggi che l’elezione di Obama può portare, rispetto a ciò che ci si sarebbe potuto attendere in caso di una vittoria di McCain, ci sono senz’altro una maggior facilità di superamento di contrasti come quello creatosi recentemente con la Russia, sul piano internazionale, e qualche attenzione in più rivolta al sociale e alla sanità pubblica, su quello interno.
La domanda che ci sorge spontanea, in conclusione, è quindi se, anche per chi si considera senza vergogna un conservatore nel contesto politico della nostra Italia, questo progressista americano possa rappresentare l’uomo in cui riporre le migliori speranze di qualche futura schiarita nell’incasinatissimo mondo in cui ci si ritrova a vivere.
Allo stato attuale delle cose, credo che si possa azzardare una risposta positiva al quesito.
Può darsi che gli “obamacons” siano una categoria destinata a crescere anche in Italia.
Tommaso Pellegrino

Ieri accadde: La metafora di Orson Wells

Quando – il 30 ottobre 1938 – la CBS mando’ in onda “La guerra dei mondi”, le “masse” credettero davvero che fossero sbarcati gli extraterrestri. Solo pochi misero in relazione il fatto con la vigilia della festa di Halloween (una specie di pesce d’aprile anglosassone); pochissimi, invece, interpretarono l’evento come un esperimento su larga scala per saggiare la potenza del mezzo radiofonico,

4 NOVEMBRE: FESTA DI TUTTI GLI ITALIANI O SOLTANTO DI QUALCUNO?

Siamo uno strano popolo, forse unico: neppure le feste solenni e le date simboliche che maggiormente rappresentano tappe salienti e drammatiche del nostro cammino, durato oltre un secolo, verso le conquiste dell’unità nazionale, della totale libertà da ogni dominazione straniera e della più piena democrazia riescono ad accomunarci tutti in un sentimento (che dovrebbe collocarsi, una volta tanto, al di sopra delle meschine divisioni politiche) di celebrazione di eventi epocali che hanno cambiato il destino di ogni italiano indistintamente, e di composta riconoscenza nei confronti di quanti, in quelle circostanze, si sono inevitabilmente sacrificati di persona (trattandosi quasi sempre di fatti di sangue).
No: ognuna di queste ricorrenze deve puntualmente divenire occasione di strumentalizzazioni, per i propri fini, da parte di questo o quello schieramento politico, o di reciproche accuse, tra le fazioni, di farne delle feste di parte o di volersene appropriare in maniera esclusiva. Ne sono tipici esempi il 20 settembre, quando, nell’ultimo anniversario della conquista militare della nostra capitale, qualcuno sembra aver dato adito a sospetti di nutrire forse eccessive simpatie per i caduti di parte papalina; o il 25 aprile, che da sempre divide grottescamente gli italiani tra chi lo considera quasi esclusivamente una festa propria e chi invece non lo ritiene neppure una festa.
Ultimo “pomo della discordia” in ordine di tempo è il 4 novembre, anniversario (quest’anno il 90°) della Vittoria italiana sull’Austria-Ungheria nel primo conflitto mondiale, che fra poco si festeggerà con insolita pompa (parate, bande militari, concerto di Andrea Bocelli ecc.) e in occasione del quale il ministro della Difesa La Russa ha deciso di sguinzagliare per tutta Italia ufficiali dell’esercito con il compito di tenere lezioni sulla Prima Guerra Mondiale nelle scuole, venendo così accusato, da stampa ed illustri esponenti per lo più di sinistra, di orchestrare “la più imponente manifetazione di propaganda militare che l’Italia repubblicana abbia mai messo in piedi”, anzi: di rischiare di fare apparire le forze armate uno strumento di parte “al servizio di propaganda politica”.
In effetti, l’esperienza della partecipazione italiana alla Prima Guerra Mondiale, benchè altissima espressione di strenua lotta patriottica per la liberazione di una grossa fetta del Paese da una dominazione straniera tirannica, ha più di una carta in regola per risultare invisa alla sinistra odierna: intanto, trattasi di una guerra “classica”, simmetrica, combattuta tra nazioni (per lo pù monarchie) mandando purtroppo a farsi macellare al fronte moltitudini di coscritti arruolati in eserciti regolari, e non – diversamente, ad esempio, dalla Resistenza- di un’epopea bellica nata da un impulso di ribellione dal basso, meglio ancora se condita da velleità rivoluzionarie proletarie, di quelle guerre, insomma, che, pur sanguinosissime e con punte di crudeltà spesso sconosciute alle altre, ai nostri sinistrorsi, sempre “pacifisti”, non dimentichiamolo, nel solo senso che interessa a loro, non sono mai affatto dispiaciute. In secondo luogo, ad essere contrarie all’intervento nel conflitto ’15-18 furono principalmente appunto le sinistre “ufficiali” dell’epoca, mentre i favorevoli a quell’avventura, o almeno i più visibili e chiassosi tra essi, furono invece proprio quei simpaticoni di varia appartenenza ideologica e sociale che, qualche anno dopo, avrebbero trovato una casa comune nel vituperato fascismo, e quegli intellettuali alla Papini che soffiarono sul fuoco con scritti del genere di “Amiamo la guerra!”.
Altri elementi sono poi stati portati a sostegno dei propri punti di vista, nel dibattito scaturito negli ultimi giorni sull’argomento, da quegli autorevoli personaggi partcolarmente perplessi sull’opportunità di celebrare il 4 novembre nelle modalità decise, per quest’anno, dal governo: dall’inettitudine ed insensibilità dimostrate da comandanti come Cadorna nel mandare al macello una generazione in ripetuti, inutili e fallimentari attacchi sull’Isonzo, all’orrore delle decimazioni, alla dichiarazione di guerra all’Austria che sarebbe stata un deplorevole atto di “aggressione”, non dettato da esigenze di difesa e, per di più, perpetrato contro il volere del Parlamento.
Di tutto questo campionario di osservazioni in negativo, qualcosa è inconfutabile, come la stoltezza e la mancanza di considerazione per la vita umana propria della strategia cadorniana o il fatto delle decimazioni, che effettivamente ci furono, sebbene, sotto detti punti di vista, noi italiani non costituivamo certo un’eccezione, nel panorama di tutti gli eserciti allora impegnati nell'”inutile strage”. Su altre asserzioni è invece doveroso controbattere. E’ben vero, ad esempio, che, tra Italia ed Austria, quella che dichiarò per prima guerra all’altra fu l’Italia, ma è anche vero che, quando ciò accadde, era già in corso una guerra delle democrazie occidentali, più la Russia, contro gli Imperi Centrali, innescata proprio dall’attacco mosso dall’Austria alla Serbia quasi un anno addietro, in seguito all’attentato di Sarajevo. In base alla stessa logica, dovremmo allora considerare atti di aggressione anche i nostri recenti interventi armati in Irak (1991) e Serbia, in quanto Saddam Hussein e Milosevic non attaccarono certo per primi l’Italia, ma, rispettivamente, il Kuwait e il Kosovo, provocando reazioni internazionali cui si ritenne doveroso partecipare.
L’intervento nel conflitto europeo poteva apparire, anche ad esponenti di equilibrio e moralità indubitabili, come un’occasione irripetibile per chiudere definitivamente la partita con il grande nemico storico (malgrado l’alleanza senza amore che durava ormai da trent’anni con esso) e completare così il processo risorgimentale; una linea forse ritenibile più efficace di quella, suggerita da Giolitti, di barattare concessioni territoriali con il mantenimento della nostra neutralità.
Ad aderire all’interventismo non furono infatti soltanto futuri fascisti, esaltati nazionalisti o intellettuali in preda a “vergognoso bellicismo”, come lo definisce Angelo D’Orsi, alla Papini (le cui performances letterarie di allora non andrebbero comunque giudicate con i criteri odierni), ma anche sinceri democratici come Bissolati e Salvemini, future vittime del fascismo come Giovanni Amendola, Antonio Gramsci e Carlo Rosselli, e persino quello stesso Ungaretti che proprio il quotidiano della sinistra radicale “Liberazione” invita a leggere, come antidoto al presunto clima di esaltazione bellica, anzichè celebrare il 4 novembre.
Quanto al voto favorevole all’entrata in guerra da parte del Parlamento, infine, questo formalmente ci fu, anche se la maggioranza dei parlamentari in carica era in origine contraria ed il loro cambio di orientamento fu non poco forzato dalla virulenza delle manifestazioni di piazza pro intervento e dal clima di inevitabilità della grande prova internazionale venutosi a creare.
Fatte queste precisazioni, sia scolpito a chiare lettere, scopo degli eventi celebrativi collegati a questo 90° anniversario della Vittoria del 1918 non è quello di promuovere una propaganda militarista che esalti il ricorso alla guerra e neghi le tragedie, le negligenze e perfino i crimini che caratterizzarono tanti aspetti della conduzione di quella che passò alla Storia come la Grande Guerra.
Occorre invece che tutti gli italiani, e specie le generazioni più giovani, abbiano coscienza dell’evento colossale in grado di amalgamare per la prima volta tutti gli italiani delle più disparate provenienze regionali e sociali in uno sforzo eroico che – specie nell’ultima fase della guerra, con una fetta considerevole di territorio nazionale invasa dal nemico e quindi con la nascita di nuove spinte motivazionali e l’attenuazione delle divergenze di vedute sul conflitto tra connazionali – li fece sentire veramente una nazione e portò ad una liberazione dallo straniero in tutto paragonabile a quella che sarebbe poi avvenuta nel 1945.
Questa consapevolezza dev’essere patrimonio di tutti noi, e i ricordi commossi di enrtrambi questi eventi tanto decisivi della nostra Storia non possono essere appannaggio di una sola parte e divenire fattori più di divisione che non di unione.
Dio ci salvi dall’avere un 25 aprile festa della sinistra ed un 4 novembre festa della destra.
Tommaso Pellegrino

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