Partito Nazionale Federalista

Leggo che Silvio Berlusconi pensa di cambiare il nome al Pdl.
Credo sia una scelta opportuna per evitare contestazioni e sofismi giuridici da parte del “cofondatore” Gianfranco Fini trasmigrato su altre sponde e che si è palesato come “affondatore” di partiti.
Leggo che Berlusconi si dice aperto ai contributi di tutti: ecco il mio.
Vorrei un partito che unisse tutte le anime della Destra (Centro Destra) Italiana:
liberale
cattolica
federalista
fascista
sociale
nazionalista.
E non sarebbe una contraddizione, perché la Destra (il Centro Destra) nella sua unità rappresenta la risultante di forze che tendono ad un unico scopo, pur puntando su priorità differenti.
Non vi è alcuna contraddizione, ad esempio, tra federalismo e nazionalismo, perché le autonomie, il decentramento e anche la devoluzione, responsabilizzando tutta una nazione per lo sviluppo del territorio e dei servizi che su di esso insistono, rafforzano la coesione nazionale necessaria nei momenti di emergenza e consentono a tutti di produrre per uno scopo comune, evitando che siano soli alcuni a produrre ed altri a incassare e consumare lasciandosi trascinare dai primi ed alimentando comprensibili e condivisibili reazioni ostili.
Ugualmente non vi è contraddizione tra l’essere liberali e sociali, perché con una economia liberale si liberano energie e inventiva che si trasformano in iniziative economiche produttive che, a loro volta, consentono di avere più disponibilità per una politica solidaristica che non è certo assistenzialista.
Un partito, quindi, che si basi su quei valori già in pratica tradotti da questo Governo Berlusconi che:
non ha autorizzato la manipolazione genetica;
non ha fatto una legge che legittimi l’eutanasia;
non ha elevato a dignità di legge i capricci degli omosessuali
non ha liberalizzato la droga erroneamente definita “leggera”
non ha concesso cittadinanza e voto agli immigrati
non ha ampliato le possibilità di aborto
non ha ridotto i tempi per facilitare il divorzio.
Su questi Valori da tradurre in positivo (non più solo politica difensiva) un programma di riforme che, imprescindibilmente, deve comprendere
la riduzione delle tasse,
l’abbattimento della spesa pubblica,

il completamento del federalismo non solo fiscale,
la riforma della giustizia e
la semplificazione istituzionale e costituzionale
.
Resta il nome, ultima scelta.
E se fosse chiamato Partito Nazionale Federalista ?

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Berlusconi, che dice, sono un nostalgico?

<I nostri programmi sono decisamente rivoluzionari, le nostre idee appartengono a quelle che in regime democratico si chiamerebbero di sinistra. Su ciò non può esserci alcun dubbio: NOI siamo i proletari in lotta contro il capitalismo. Se questo è vero, rivolgersi alla borghesia agitando il pericolo rosso è assurdo. Lo spauracchio vero, il pericolo autentico, la minaccia contro cui lottiamo senza sosta viene da destra>. (Benito Mussolini) E chi vuol capire, capisca…

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Qualche giorno fa ha dichiarato Silvio Berlusconi: <Con la manovra approvata nei giorni scorsi abbiamo posto le premesse perché l’Italia raggiunga il pareggio di bilancio entro il 2013 raggiunto per la prima volta nella storia a partire dal 1876>.

Premessa. L’ho già scritto: Una mezza verità è una menzogna intera!

Prego i lettori di seguirmi con pazienza. È vero o non è vero che nella storia d’Italia il famigerato Ventennio è di damnazio memoriae? Non è vero che ho ripetutamente scritto che gli anni Venti e Trenta ci hanno fornito dei miracoli irripetibili? Furono gli anni in cui lo Stato realizzò leggi e istituzioni fondamentali e, liberatosi dalle pastoie del vecchio sistema dei partiti (sistema oggi riproposto e di cui vediamo tutti i difetti), dimostrò la sua straordinaria efficienza. <Mussolini riuscì ad operare un miracolo: quello di unire gli Italiani come non erano mai stati dalla caduta dell’Impero Romano>. È il giudizio di Giuseppe Prezzolini. Vorremmo chiedere adesso ai tanti capiscioni come in un breve lasso di tempo, dal 1923 al 1940, si sia potuto fare tanto. Allora non era necessario inventarsi manovre o manovrine come oggi, la risposta è semplice: non c’erano dispersioni di energie, non sperperi di denaro, non smanie speculative, ma capo di una NAZIONE era un uomo incorruttibile, che disprezzava il vile denaro, una coordinata unità d’intenti. In pochi anni l’Italia, tutta intera, immune dall’infezione del dollaro, precorse, prima nel mondo, la via della civiltà, la via del progresso, soprattutto sociale.

Cosa è stato scritto poco sopra? <(…). Il pareggio di bilancio entro il 2013 (sarà) raggiunto per la prima volta nella storia a partire dal 1876>. Il gioco è sempre il solito: ingannare gli italiani.

Anni fa lo storico del Fascismo, Renzo De Felice, nel corso di un’intervista al Corriere Della Sera del 27 dicembre 1987, disse: <Certo, la classe dirigente fascista era illiberale. Ma siamo sicuri per tutto il resto, tanto peggiore di quella attuale?>. E allora un po’ di storia, così da consolarci con il passato. Negli anni immediatamente successivi all’unità d’Italia, durante il governo della Destra storica (altro che assimilare il termine Destra al fascismo), il debito dello Stato raggiunse livelli vertiginosi, forse inferiori a quelli attuali; infatti il debito pubblico superò largamente il novanta per cento del prodotto interno lordo. Se è vero che nel 1876 Marco Minghetti raggiunse il pareggio del bilancio, ma per ottenere ciò si dovette avvalere dell’aumento delle imposte indirette, colpendo maggiormente i ceti meno abbienti, della tassa sul macinato (macinazione dei cereali), introdotta nel 1868 e del complesso di dazi comunali, delle tassazioni sulla proprietà fondiaria, dei balzelli che scatenarono proteste popolari con assalti ai mulini, distruzione dei contadi, invasioni dei municipi. Al termine di questa rivolta contadina si contarono molti arresti, feriti e morti. Questi provvedimenti, considerati insensati e odiosi al punto che Minghetti fu costretto a cedere il governo alla Sinistra Storica. È questo a cui aspira Berlusconi con la sua strampalata uscita: <Abbiamo salvato il Paese (?), sarà il primo pareggio di bilancio dal 1876>. E poi si vada a leggere la Storia: non per nulla gli anni che vanno dal ’25 al ’30 (anni del mai sufficientemente deprecato Ventennio) fecero registrare attivi da primato nella storia dei conti nazionali. Ma questo non è nulla: al termine dell’articolo presenteremo qualcosa di volutamente taciuto, ma che ha dell’incredibile.

Torniamo al tema. Del fascismo si potrà dire tutto – c’è la libertà, anche quella di mentire e di rubare – ma non che mancasse di senso dello Stato, di rigore morale, di tensione verso l’efficienza. Tanto che anni fa, Michele Tito su il Corriere della Sera scrisse: <Mai prima d’ora s’era visto come tra le due guerre il nostro fosse un Paese straordinariamente vitale>. Presentare anche un minimo elenco di realizzazioni impostate e concluse dal Fascismo, in questa sede è semplicemente impossibile. Ma su un punto desideriamo soffermarci e ci avvaliamo di un libro del giornalista Franco Monaco, Quando l’Italia era ITALIA, pag. 33: <L’anno 1923 mandò finalmente all’aria, insieme ai progetti stilati dal 1860 in avanti e messi a marcire nei cassetti ministeriali, anche il semplicistico  concetto di tutti gli aspiranti bonificatori (Papi, principi e Garibaldi) secondo i quali per risanare una terra bastava eliminare il disordine idraulico. Ogni opera di bonifica è, invece, inutile se non la si rende stabile, cioè se sulla terra bonificata non si insedia l’uomo che la riscatti giorno per giorno con il lavoro. Non basta convogliare acque stagnanti: bisogna poi vivere sul posto con case, strade, pozzi, macchine. Questa fu la “bonifica integrale”: in altri termini una coordinata esecuzione di opere fondiarie (idrauliche, viarie, edilizie, agricole, forestali) per adattare la terra ad una produzione intensiva tale da assicurare lavoro ad una densa popolazione agricola>. Volutamente abbiamo citato (citato, perché di opere simili il fascismo ne attuò a decine, sia in Italia che nelle colonie) questo esempio in quanto recandoci con una certa frequenza in quelle aree, abbiamo notato il prima e il dopo. Infatti la sorte della Bonifica Pontina è stata catastrofica. Durante la guerra i bombardamenti terroristici dei liberatori distrussero completamente Aprilia (una delle decine e decine di nuove città sorte dal nulla ad opera  del Regime malefico). Dopo il 1945 tutto l’Agro fu stravolto dallo scempio urabanistico. Decine di aziende agricole sono state chiuse, migliaia di lavoratori sono diventati cassaintegrati (anche la cassa integrazione fu opera dell’infame Ventennio). I tentacoli della mafia sono arrivati anche qui. La bella, ordinata Littoria, degli anni Trenta è sparita: costretta a cambiarsi il nome, diventata Latina, è stata malamente gonfiata e sfigurata dai palazzinari della repubblica.

Anni fa ascoltammo le lamentele di un giornalista antifascista tutto d’un pezzo che si scagliò contro la tirannide fascista che aveva costretto le zanzare, povere bestiole a soccombere o trasmigrare.

Per concludere. Poco sopra avevamo accennato ad una notizia volutamente taciuta che sintetizza per tutto e per tutti come Benito Mussolini concepiva la buona amministrazione. Ebbene dopo cinque anni di guerra disastrosa, ecco come la commissione del parlamento degli Stati Uniti, presieduta dal senatore Winkersham, ratificò, con la dichiarazione pubblicata il 25 agosto 1945 <esser stata la Repubblica Sociale Italiana, unico stato europeo, nel pieno della sua sovranità, ad aver creato bilancio statale attivo e fatto trovare floridezza monetaria ed economica assai diffusa malgrado la guerra e i disastri conseguenti> (Ezra Pound, di Antonio Pantano, pag. 145). E aggiungiamo e ripetiamo: nonostante i cinque anni di guerra disastrosa, il bilancio dello Stato si chiuse con un attivo di diversi milioni (del valore di allora). Altro che Minghetti e il suo 1876.

Allora, dottor Berlusconi? Che dice: <Che sono un nostalgico?>. Accidenti, non me ne ero accorto!

Filippo Giannini

La strana coppia

Mentre anche lo scarpaio fiorentino Della Valle si iscrive alla lunga lista dei pretendenti alla successione di Berlusconi cercando, pur se in modo molto ruspante, di ripercorrerne le orme (nel calcio come nel messaggio pubblicitario prodromico alla “discesa in campo”) si profila una strana coppia al comando delle operazioni antiberlusconiane: Giorgio Napolitano ed Emma Marcegaglia.
Vecchio comunista lui, sostenitore della invasione sovietica in Ungheria, pessimo ministro degli interni tanto da essere sostituito – per volontà dei suoi stessi compagni – dalla Iervolino (ed è tutto un programma !), meridionale, alla senile, tardiva e non credibile scoperta del Tricolore e della Patria.
Figlia non più giovanissima di un magnate industriale lei che, dopo aver trascorso praticamente tutta l’esistenza negli uffici del sindacato degli imprenditori, tanto da meritarsi l’inclusione ad honorem nella schiera dei funzionari di partito e di sindacato, è in cerca di una nuova collocazione per quando scadrà il mandato da presidente della confindustria.
Ambedue protesi ad eliminare dal gioco Silvio Berlusconi cui, con ogni evidenza, i poteri forti internazionali hanno ormai dichiarato guerra totale con l’obiettivo di mettere in ginocchio l’Italia e riportare, tramite un governo “amico”, questa nazione nel circuito degli affari lucrosi per loro, ma dannosi per gli Italiani.
Ecco che mentre Napolitano attacca la Lega dimostrando una paura manifesta del Popolo, per attaccarsi ai formalismi ed evitare un democraticissimo voto sulla secessione delle regione (o di singole regioni) del Nord, Marcegaglia partorisce un topolino di programma dopo aver passato un mese a strombazzare ai quattro venti l’annuncio delle proposte delle associazioni datoriali.
Le banalità di Napolitano (non a caso enunciate a Napoli) ci dicono che:
i comunisti cambiano nome, ma non la mentalità (veggasi il Napolitano che nel 1956 elogiava l’intervento sovietico che reprimeva l’anelito di libertà dell’Ungheria e il Napolitano che minacciosamente proclama l’inesistenza della Padania e ricorda come altri movimenti secessionisti furono colpiti dalla repressione e dalla galera per i loro capi);
i comunisti non hanno ancora capito che una legge, per quanto “costituzionale” è solo una legge, il Popolo è invece la fonte assoluta della legittimità di uno stato e rifiutarsi di chiamarlo a votare sulla base di sofismi giuridici dimostra solo una mentalità da politburo;
i comunisti sono il partito delle tasse per uno stato spendaccione e assistenzialista, che toglie a chi produce, per elargire, con finalità elettorali a chi si limita a spendere;
i comunisti hanno ben capito che per vincere devono agire sulla legge elettorale che trasformi artificiosamente una minoranza in una maggioranza.
Il topolino partorito da Marcegaglia, invece, è stato bruciato dal Ministro Brunetta quando ha detto che è in gran parte condivisibile, tanto che il Governo ne ha già realizzati alcuni punti.
Marcegaglia, dopo tanti annunci, ha proposto cinque striminziti punti, ben al di sotto del programma suggerito dal proprio quotidiano Sole 24 ore.
La patrimoniale e la solita liturgia sulla lotta contro l’evasione rappresentano il contentino alla sinistra, tanto che il pci/pds/ds/pd ha già aperto alla discussione.
Liberalizzazioni, privatizzazioni, vendita degli immobili dello stato, rinnovamente del mercato del lavoro, riduzione della burocrazia amministrativa, sono tutti progetti già contemplati dal Governo.
Con la cautela (doverosa) di non svendere i beni dello stato sotto costo, aspetto non secondario che sembrerebbe invece non essere preso in considerazione nel compitino confindustriale.
La riforma fiscale con meno tasse sui lavoratori e sulle imprese è l’essenza stessa dell’impegno politico di Berlusconi che, pure, aveva iniziato a ridurre le aliquote (2003 e 2005) salvo poi Prodi e Visco aumentarle con la controriforma del 2006.
Il capitolo pensioni, poi, rappresenta la ciliegina dell’insipido compitino di Marcegaglia.
Per lei tutto si riduce a mandare in pensione a 65 dal 2012 le donne anche nel privato e iniziare sempre da tale data ad adeguare l’età alla aspettativa di vita.
Con quale maggioranza di proporrebbe di realizzare tale riforma ?
La Lega ha già detto di no (sennò sarebbe già legge perchè è nelle corde del Pdl) e la sinistra vi si oppone strenuamente, perchè se non lo facesse il pci/pds/ds/pd scomparirebbe per far crescere a dismisura chi ancora si proclama comunista e non ha neppure il buon gusto di cambiare almeno il nome visto che la testa risulta impossibile modificarla in meglio.
Così si forma una strana coppia (il vecchio comunista e la capitalista di seconda generazione) che traina una opposizione senza idee e senza leaders all’assalto del Palazzo d’Inverno.
Ancora una volta si dimostra che l’alternativa a Berlusconi è peggio di quello che abbiamo.
E non potranno certo essere le firme raccolte per l’ennesimo referendum (da fissare a giugno 2012 e vedere se riesce a fare il quorum senza una Fukushima che ne spiani la strada) che vorrebbe riportare l’Italia indietro di venti anni a far cambiare l’unica strategia possibile che è quella del sostegno a questo Berlusconi che c’è, per evitare di perdere tempo ad inseguire farfalle e ritornare ad un passato da compromesso storico che ha saputo solo regalaci 1900 miliardi di euro di debito pubblico.

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Il soldato napolitano

Roma – Che da giorni il Quirinale fosse piuttosto irritato Silvio Berlusconi lo sapeva bene. E questa volta senza che servissero i buoni uffici di Gianni Letta. Il timore del Cavaliere, però, è che l’affondo arrivato ieri da Giorgio Napolitano non sia legato solo alle recenti frizioni sulla Banca d’Italia ma sia invece il segnale di una vera e propria «discesa in campo del Colle». Un’uscita «a gamba tesa destinata a destabilizzare il quadro politico». Perché – ragiona il premier con chi ha occasione di vederlo nel corso della giornata – che Napolitano fosse su tutte le furie per la frenata sulla nomina di Fabrizio Saccomanni alla guida della Banca d’Italia non è certo un mistero ma un «attacco» di queste proporzioni fa «presagire altro». Il tentativo, spiega più d’un ministro, di «dividere la maggioranza» in un momento già delicatissimo. Perché, racconta un importante dirigente del Pdl, «ormai il Quirinale ha fatto la sua scelte e nelle prossime settimane si muoverà direttamente sul governo». Per metterlo all’angolo e cercare di favorire la nascita di un esecutivo tecnico che arrivi a fine legislatura. Napolitano, insomma, avrebbe deciso che è arrivato il momento di staccare la spina. Ed è chiaro che se in una situazione così complicata si aggiunge anche la fronda del Colle per il Cavaliere la vita rischia di diventare davvero dura.
Certo, la vicenda Bankitalia non ha aiutato affatto. Perché per Berlusconi il nome di Saccomanni (gradito anche al presidente in pectore della Bce Mario Draghi) non è mai stato un problema. Anzi, fosse stato per il premier il nodo sarebbe già stato sciolto giorni fa. Il punto, però, è che s’è messo di traverso Giulio Tremonti. Che ha alzato le barricate su tutti i fronti. Non solo quello interno alla maggioranza trovando la solita sponda di Umberto Bossi ma anche quello del mondo bancario. Già, perché a fare andare su tutte le furie il Colle sarebbe stato il giro di telefonate informali fatto qualche giorno fa ai vertici degli istituti di credito italiani per sondarli su Saccomanni. La risposta – a cominciare da Banca Intesa – sarebbe stata piuttosto freddina con rilancio sul nome di Vittorio Grilli, l’attuale direttore generale del Tesoro sponsorizzato dal ministro dell’Economia. Una risposta – questo pensano al Quirinale – che sarebbe stata «imposta» dallo stesso Tremonti dopo fortissime pressioni sulle banche. Di qui l’irritazione verso il ministro dell’Economia e verso la Lega. Ma in qualche modo anche verso Berlusconi che pur preferendo Saccomanni – se non altro per evitare che Tremonti controlli non solo la Consob ma pure la Banca d’Italia – non riesce a sbloccare l’impasse.
Come detto, però, lo scontro su Bankitalia sembra essere solo la punta dell’iceberg. Perché l’affondo di Napolitano di ieri è stato durissimo. Con tanto d’invito a rivedere la legge elettorale che a Palazzo Grazioli interpretano come una spinta affinché la Consulta dichiari il referendum ammissibile. Altro elemento, questo, che per mille ragioni diverse contribuirebbe a rendere ancor più agitate le acque in cui navigano maggioranza e governo. Ecco perché sono in molti a pensare che Napolitano abbia deciso di «scendere in campo». Un’ipotesi concreta se sembra che il Pd abbia deciso di rompere ogni dialogo con la Lega sul federalismo. Francesco Boccia fa infatti sapere che lascerà la Bicamerale e sembra che Pier Luigi Bersani si stia preparando per un affondo in questo senso con l’obiettivo di «isolare» il Carroccio. Che se salta la Bicamerale sul federalismo perderebbe davanti al suo elettorato l’unica vera ragione per restare al governo con il Cavaliere.

No cardinale Bagnasco, io non ci casco!

Il “nostro caro angelo”, come dice una nota e vecchia canzone di Lucio Battisti che Massimiliano Lussana ha recuperato volendo parlare del cardinale dell’arcidiocesi di Genova, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha fatto la ramanzina al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per i suoi comportamenti licenziosi (pur senza nominarlo). La Chiesa bacchettona, ovunque può, bacchetta: nulla di strano per la verità. In fondo se non fa queste cose, navigando con l’onda della politica, in questo momento nella nostra penisola che ci sta a fare? A parte il solito sostegno (a fianco della sinistra), agli extracomunitari, non può far altro che predicozzi (ai peccatori, ammesso che li vogliamo considerare tali). Certo il moralismo è ad ampio raggio, vista la marea di vizi anche ripugnanti che affliggono la democrazia di espressione parlamentarista. Per questo aspetto, mi pare che Silvio Berlusconi sia ancora una persona del tutto normale. Ama le donne, beh! E che c’è di male? Se esse sono consenzienti e l’amore lo fanno per passione o per denaro (o per altri sperati e sperabili cadeaux futuri) non si vede che cosa ci sia da stupirsi. E’ sempre accaduto che intorno al potere politico, economico, sociale e religioso circolino uomini e donne (e anche soggetti ambigui rispetto alle due sponde) che sono disposti a scendere a compromessi “di letto”(personalmente o per interposta persona) per poter beneficiare di determinati favori (e questo è accaduto altrettanto sovente fuori dei confini del nostro paese). Certo esistono i “moralisti” di professione che non possono far altro, vista la loro stitichezza sessuale, che inveire contro coloro che hanno, per fortuna, un senso della vita ben diverso dal loro. Eccoli dunque, questi Gerolamo Savonarola in sedicesimo, alzarsi e tuonare, accompagnati da quella miriade di finti rivoluzionari, finti socialisti, finti socialcomunisti e cattolici di facciata, di cui l’Italietta è piena,e la cui moralità peraltro consiste nel collezionare, ricercandole insistentemente, prebende, e nel lavorare come lime sorde, ad accaparrarsi redditi di varia provenienza. Dei predicozzi (come degli articoli di giornale della cosiddetta opposizione) ci sarebbe da ridere (pur non trascurando naturalmente il peso di tale avversa propaganda tesa a conquistare la maggior parte delle donne che come è noto invidiano le api regine, ancorché di dubbia moralità, così come gli uomini cui càpita astinenza e i digiuni mal sopportano i godimenti altrui in fatto di sesso) se non che essendo la Chiesa Cattolica Apostolica Romana una potenza politicamente e ininterrottamente trescante (senza allusioni ai vizi veri e propri dei consacrati che pure esistono robusti e vigorosi), nasce inevitabilmente il sospetto di manovre a più ampio raggio. Staremo a vedere! E tuttavia se così fosse non ci sarebbe da stupirsi, la Chiesa non persegue l’utile di tutti – che è comunque cosa difficile da raggiungere da parte di chiunque – ma innanzitutto il suo “particulare”. Già in altra circostanza ebbi a riferire un episodio che si può definire classico ed è opportuno ripetere in questa circostanza. Il contesto non è italiano e non rientra nell’Europa di questi anni ma è significativo in relazione alla tenacia dell’organizzazione ecclesiastica nel cercare di mantenere il proprio potere così come nel reiterare un preciso antinazionalismo ai danni di quelle patrie che, a parole, vuole difendere.
James Joyce, “aveva sette anni quando il 24 dicembre 1989 il capitano O’Shea accusò sua moglie di una relazione con Joseph Parnell, il grande tribuno dell’indipendenza irlandese. Il popolo irlandese, profondamente cattolico, scoprì allora inorridito come un nuovo infame volto del suo eroe nazionale. Il clero, i fedeli delusi e scandalizzati lo abbandonarono. Parnell dovette lasciare la terra della quale era divenuto il simbolo e l’idolo e chiedere l’ospitalità alla grande nemica: l’Inghilterra. Due anni dopo, moriva di vergogna e di dolore a Brighton. In casa Joyce si veniva educati a un vero culto per Parnell: era il re, il santo (Dedalus, 29s). La sua caduta rovinosa divise la famiglia e gli amici. Erano d’accordo soltanto nel riconoscere che era stato un fattore morale-religioso che aveva infranto la sua carriera di salvatore dell’Irlanda. Si sentivano “una razza in mano ai preti” ( Dedalus, 48).
Sua sorella Dante vi vide un onore per il paese:
-”Se noi siamo una razza in mano ai preti, dovremmo esserne orgogliosi! Essi sono la pupilla dell’occhio di Dio” (ibid.)
L’amico di famiglia Casey ribatte: “E non possiamo amare il nostro paese allora?” (…).
“Non dobbiamo seguire l’uomo che è nato per guidarci?”
– “Un traditore del suo paese” rispose Dante. “Un traditore, un adultero! I sacerdoti hanno avuto
ragione ad abbandonarlo. I sacerdoti furono sempre i veri amici dell’Irlanda. (…)”
– Dante si piegò attraverso la tavola e gridò al signor Casey
– “Sì!Sì! Hanno sempre avuto ragione! Dio, la morale e la religione innanzi a tutto” (…)
Il signor Casey levò il pugno serrato e lo piombò sulla tavola con uno schianto.
– “ E va bene allora, urlò raucamente, se è così niente Dio per l’Irlanda!” (…)
– “Niente Dio per l’Irlanda! Gridò. Ne abbiamo avuto troppo di Dio in Irlanda. Basta con Dio! (…)
– “Basta con Dio, vi dico!” (…)
Il signor Casey, (…)piegò improvvisamente la testa sulle mani con un singhiozzo di dolore.
– “Povero Parnell! Pianse forte. Mio morto re!”
Singhiozzava forte e amaramente. Stephen levando la faccia atterrita, vide che gli occhi di suo padre erano pieni di lacrime.” (Dedalus, 49s).

Dobbiamo pensare alla precocità geniale di Jimmy immerso nel clima rovente e passionale in cui si dibatteva l’anima irlandese sconquassata dal crollo del mito Parnell per comprendere l’insanabile trauma interiore che veniva a ferire una vita e una coscienza di bimbo.
La mamma fa osservare al marito che sta sferzando con un aggettivazione anatomico-vegetativa irripetibile i principi della Chiesa che hanno condannato l’adultero Parnell

“Sul serio, Simon, non dovresti parlare in questo modo davanti a Stephen. Non è bello.”
-“Oh, ricorderà tutto questo quando sarà cresciuto, disse Dante accesa. Le parole che ha sentito nella sua casa contro Dio, contro la religione e i sacerdoti”.
-”E che ricordi anche, le gridò il signor Casey attraverso la tavola, le parole con cui i sacerdoti e i loro scagnozzi spezzarono il cuore di Parnell, perseguitandolo fino alla tomba. Che ricordi anche questo quando sarà cresciuto”.
– “Farabutti! Esclamò il signor Dedalus (padre di Joyce). Quando cadde, gli si rivoltarono addosso a tradirlo e farlo a pezzi, come topi in una fogna. Cani mal vissuti!…”(Dedalus, 42).
(Luigi Bini, James Joyce esule ribelle, p. 176, in Letture, Milano, 1961 /XVI, n. 3, marzo).
Pensare che i consacrati non facciano politica è davvero una grossa ingenuità. Quando essi parlano, non parla Dio. Parlano degli uomini con i loro limiti. Si tratta dunque di vedere, udire e non credere ma capire perché certe cose vengono dette. Gli Ateniesi che amavano le loro divinità si guardavano talora bene dal prendere sul serio gli oracoli delfici, avendo almeno in un’occasione inteso che il re di Persia, Serse, aveva comprato con doni munifici i sacerdoti dell’oracolo. Guarda caso,i responsi di quegli oracoli erano influenzati da quei donativi. Gli Ateniesi mossero guerra e vinsero i Persiani dando prova di un acume notevole. E’ quello che nell’attuale situazione del nostro paese è richiesto anche a noi.

Claudio Papini

Ah, bhe allora…

Si può anche concedere che Barack Obama sia stato sgarbato con l’Italia. Ringraziare davanti all’Assemblea delle Nazioni unite Lega araba, Egitto, Tunisia, Francia, Danimarca, Norvegia e Gran Bretagna per il ruolo svolto in Libia contro il regime di Gheddafi, dimenticando il governo di Roma, è un’amnesia singolare. Ma sottolineare l’omissione di un presidente degli Stati Uniti che vive lui stesso un momento di seria difficoltà non basta a eludere una domanda di fondo: perché l’inquilino della Casa Bianca non sente il bisogno di dire grazie anche a un’Italia immersa nel Mediterraneo?
Trovare una risposta confortante non è facile. Riesce impossibile sfuggire alla sensazione di un isolamento crescente del nostro Paese, che tende a essere trattato come il comodo capro espiatorio dei problemi dell’Occidente; e in particolare dell’Europa. Non ci si può non chiedere se un simile atteggiamento sia favorito anche dagli errori del governo di Silvio Berlusconi: dalle oscillazioni sull’operazione in Libia a quelle sulla manovra economica, fino alla tesi autoconsolatoria di un complotto anti-italiano. La verità è che dopo la perdita di ruolo che la Guerra fredda regalava all’Italia, certi atteggiamenti non le sono più consentiti. E in una fase come l’attuale diventano imperdonabili. Quando si accredita un nostro ruolo in politica estera superiore alla realtà dei rapporti di forza, alla lunga il risveglio è brusco. Molto meglio guardare in faccia l’isolamento e individuarne l’origine; e smetterla di fingere che esista ancora una maggioranza politica e di fare piani per l’eternità: perfino nel centrodestra ormai c’è chi misura l’eternità del governo in termini di mesi ma anche di giorni. Il convulso tramonto del berlusconismo e l’involuzione della Lega non sono meno vistosi solo perché per Pdl e Carroccio non esistono alternative alla loro alleanza.
Purtroppo è vero che l’opposizione non offre molto. E l’evocazione lugubre di Antonio Di Pietro, secondo il quale se Berlusconi non getta la spugna «ci scappa il morto», non contribuisce ad alzarne le quotazioni: lo ammette anche il Pd, spaventato da un suo alleato che semina i germi di una guerra civile strisciante. Ma questo non basta a cancellare il sospetto che, comunque vada oggi la votazione segreta del Parlamento sull’arresto di Marco Milanese, ex braccio destro del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il governo sta concludendo la sua traiettoria. Lo scontro virulento fra Palazzo Chigi e magistratura contribuisce a offrire all’opinione pubblica italiana e internazionale l’immagine di un’Italia immobilizzata e sfigurata dalle proprie faide interne. Somiglia a una sorta di conflitto tribale, nel quale l’istinto di sopravvivenza del centrodestra finisce per apparire insieme una risorsa e un limite: quasi un alibi per scansare i veri problemi. Protrarre nel tempo una situazione così tesa mentre la crisi finanziaria morde i risparmi, tuttavia, è rischioso. Più la conclusione sarà rinviata, più il «dopo» segnerà una rottura. E, alla fine, la realtà potrebbe prendersi una rivincita traumatica per tutti.
Massimo Franco

Gli avvoltoi

MILANO – «Il premier si dimetta». È compatta la reazione delle opposizioni di fronte ai nuovi dettagli riguardanti Silvio Berlusconi, emersi dall’inchiesta su escort e appalti della Procura di Bari.
PD: UMILIANTE DEGRADO CIVILE- «L’Italia, con i suoi gravi problemi, non si può permettere un esecutivo che governa a tempo perso. Le parole sono finite. Berlusconi si rechi al Quirinale e rassegni le dimissioni» attacca Davide Zoggia, responsabile Enti locali del Pd, parlando a nome della segreteria del partito. «Continuano a emergere comportamenti di Silvio Berlusconi che confermano un reiterato e intenzionale tradimento dei suoi doveri e delle sue responsabilità» continua il senatore Luigi Zanda, vicepresidente del gruppo del Partito democratico al Senato. «Le cose sono arrivate a un punto tale che i parlamentari della maggioranza che dovessero continuare a sostenere Berlusconi – conclude Zanda – si renderebbero personalmente corresponsabili del discredito internazionale e dell’umiliante degrado civile che stanno travolgendo l’Italia».
IDV: SCENARIO SQUALLIDO E INQUIETANTE – Duro attacco al premier dall’Italia dei Valori. «Ci sono tutte le condizioni per parlare di circonvenzione di incapace. Con questo premier inebetito siamo un Paese a rischio – dice Felice Bellisario, capogruppo dell’Idv al Senato -. Le ultime intercettazioni sui baccanali del premier svelano uno scenario squallido e inquietante: Berlusconi è nelle mani di lenoni e meretrici che lo sfruttano per ottenere appalti e ruoli di prestigio in aziende pubbliche. Il Presidente del Consiglio, come ebbe a dire la sua ex moglie, è un uomo malato: dovrebbe essere allontanato da Palazzo Chigi e spedito in qualche struttura di cura». E il leader Antonio Di Pietro interviene anche sull’eventuale post Berlusconi: «Noi dell’Idv ieri sera (sabato, ndr) con Sel e Pd abbiamo posto le basi per una coalizione politica e di programma, perché per vincere le elezioni non bisogna solo mettersi insieme per fare numero ma costruire un Paese diverso da quello di Berlusconi».
UDC: GOVERNO DI RESPONSABILITA’ NAZIONALE – Richiesta di dimissioni, ma diverso scenario sul dopo Berlusconi, invece, per il segretario nazionale dell’Udc, Lorenzo Cesa: «Il presidente del Consiglio faccia subito un gesto di generosità nei confronti degli italiani e si dimetta dal suo incarico. Si difenda nel modo migliore ma spinga il suo partito a iniziare una nuova fase politica dando l’occasione di arrivare a un governo di responsabilità nazionale».
SEL: SMOTTAMENTO DEL CENTRODESTRA «L’auspicio è che abbia ragione Bossi nel ritenere che si stia esaurendo il tempo del governo Berlusconi» interviene il leader di Sinistra Ecologia Libertà Nichi Vendola, riprendendo la dichiarazione del leader del Carroccio, Umberto Bossi, secondo il quale il traguardo di fine legislatura, nel 2013, sarebbe «troppo lontano». Per Vendola, «lo smottamento del centrodestra è evidente anche dalle parole di Bossi» e «spero – ha detto – che tra le cose che metteremo in archivio ci possa essere anche quel linguaggio, quella volgarità istituzionale». «Naturalmente», precisa, Bossi «ha torto marcio quando immagina che la crisi dell’Italia, di cui lui è uno degli artefici principali, possa esser affrontata in termini di secessione».
FINI: NUOVO GOVERNO CON UN NUOVO PREMIER – Interviene anche Gianfranco Fini: «Io non giudico, io dico che purtroppo l’immagine dell’Italia a livello internazionale si aggrava giorno per giorno e nessuno capisce quello che sta accadendo nel nostro Paese» dice il presidente della Camera commentando l’intercettazione telefonica in cui Berlusconi afferma di fare il premier a tempo perso. Poi attacca: «Personalmente spero che, anche nell’ambito della maggioranza, finisca per prevalere il buon senso e la decisione di dare vita a un altro governo che abbia maggior credibilità internazionale, che si occupi dei problemi dell’economia e faccia uscire il Paese da questa crisi». Quindi precisa: «Un altro governo presuppone, almeno per me, un altro presidente del consiglio».

11 settembre dieci anni dopo

L’11 settembre 2001 il mondo cambiò.

Il 20 gennaio 2001 George W. Bush si era insediato come nuovo Presidente degli Stati Uniti, riportando i Repubblicani al potere sull’onda di una reazione conservatrice e liberista al radicalismo dei democratici.
Il 19 maggio 2001 anche in Italia veniva sconfitta la sinistra e Silvio Berlusconi entrò stabilmente, con una breve ed oscura – nella sua genesi – parentesi tra il 2006 e il 2008, a Palazzo Chigi.
Anche in Italia la parola d’ordine era “meno tasse per tutti” che sintetizzava una rivoluzione conservatrice nei Valori e liberale in economia.
Le cancellerie europee temevano il nuovo presidente americano per le sue parole in campagna elettorale che portavano a rivolgere un interesse esclusivo alle questioni interne degli Stati Uniti e paventavano un disimpegno che le avrebbe lasciate, dopo quasi sessanta anni, con tutti gli oneri della gestione politica, militare ed economica delle vicende continentali.
Anche in Italia l’avvento di Berlusconi era temuto da una sinistra affranta dalla sconfitta e ancor più dal fallimento dei suoi anni di governo.
L’attentato islamico a Washington e New York cambiò radicalmente tali prospettive.
Le borse crollarono (…) e le economie occidentali furono attraversate da una ondata di panico e pessimismo che trasformò l’alba di un nuovo ordine mondiale, nell’incubo che ancora oggi viviamo.
Il Presidente Bush reagì con forza e costrinse i terroristi musulmani sulla difensiva, liberando prima l’Afghanistan e poi l’Iraq.
Purtroppo la criminalità terrorista ebbe modo di manifestarsi ancora due volte a Londra e a Madrid, oltre a innumerevoli attentati alle truppe Occidentali di stanza nei due stati islamici.
Dopo l’11 settembre, però, tutto fu più difficile.
Le borse non si ripresero mai completamente e le crisi finanziarie cicliche hanno portato alla attuale situazione economica.
Un bel sogno di restaurazione di Valori Morali e di Libertà economica fu interrotto dal terrorismo.
La sinistra al governo fallisce e fallirà perchè è intrinsecamente sbagliata la sua impostazione statalista, assistenzialista e repressiva delle libertà individuali.
La Destra al governo può solo rimandare il conseguimento dei propri risultati a causa di eventi esterni, violenti e criminali, che impediscono il dispiegarsi della sua politica.
Il miglior modo per onorare le vittime dei terroristi musulmani è non solo continuare a combattere i criminali terroristi, ma anche riprendere con pazienza e costanza il filo del discorso interrotto l’11 settembre e che ci porti al ripristino dei tradizionali Valori morali e alla liberazione delle forze sane dell’economia dai lacci di una asfissiante e repressiva legislazione statalista, fondata sull’esproprio ai cittadini, tramite balzelli di vario genere, dei propri redditi e dei propri risparmi.

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Che succede?

Che succede? Il comunicato del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, diramato alle 21.30 di lunedì è tagliente: «Nessuno può sottovalutare il segnale allarmante rappresentato dall’impennata del differenziale tra le quotazioni dei titoli pubblici italiano e quelli tedeschi» e, dopo quattro righe, chiede «misure capaci di rafforzarne l’efficacia e la credibilità». Il comunicato del Quirinale,conseguiva alla telefonata allarmata di Mario Draghi a Napolitano, che ha convocato il suo staff per bacchettare il governo sulla manovra annacquata e l’opposizione per le strizzate d’occhio alla Susanna Camusso. Napolitano gioca anche un’altra partita che si concluderà nel 2013, con l’elezione del presidente della repubblica ed è evidente che non faccia nulla per favorire Romano Prodi, mancando sul fronte del governo qualunque credibile concorrente. Prodi, pupillo del Financial Times e della City contro Silvio Berlusconi, è specialista a cavare sangue alle finanze italiane. La svendita, fra il 1992 e il 1993, del fior fiore delle industrie dell’Iri a prezzi di saldo, recò almeno 60 miliardi di euro ai potentati francesi e anglo-olandesi, mentre i tedeschi si accontentarono di speculazioni usuraie nel cambio lira-marco. Alla fine di quel gioco, la vendita delle nostre industrie ci sottrasse plusvalenze, portò altrove le imposte che esse pagavano e consentì alle catene di supermercati francesi di colonizzarci capillarmente.
Una colonizzazione di cui i potentati europei non sono tuttavia ancora soddisfatti. Adesso mirano ai nostri risparmi (i più cospicui della Ue) ai due assetti strategici, Eni e Finmeccanica, sfuggiti alla razzia del 1992 e all’oro della Banca d’Italia, al quarto posto nel mondo. Come faranno? Lo spiega Prodi, il 23 agosto, sul Sole24Ore, proponendo come garantire gli Eurobond: «L’Italia dovrebbe conferire 180 miliardi di euro in totale di cui 79 milioni di once in riserve auree, valutabili oggi a circa 101 miliardi di euro, più altri 79 miliardi di euro che a nostro avviso dovrebbero essere azioni di società detenute dal ministero dell’Economia (Eni, Enel, Finmeccanica, Poste ecc). Società che oggi non sono privatizzabili, dati i prezzi di mercato». Per pura coincidenza la stessa proposta fu avanzata sul Financial Times nel Dicembre 2010 da Jean-Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo. Nel 1991 George Soros attaccò l’economia italiana, attraverso Deutsche Bank e Goldman Sachs, il cui senior advisor era Romano Prodi. Giuliano Amato era capo del governo, oggi è a senior advisor di Deutsche Bank. Oggi Soros non specula contro l’euro ma gioca con le docce scozzesi sui titoli bancari e di stato, dopo essersi disfatto dei clienti privati, ai quali avrebbe dovuto rendere conto nei suoi giochi al ribasso.Ricapitoliamo. Prodi elenca che cosa recherebbe in dote se ascendesse il Colle. Soros e Amato sono riposizionati nei punti giusti. L’economia italiana deve essere tenuta a mezz’acqua fino a che la proposta di Prodi e Junker non appaia obbligata. Angela Merkel dirà no finché il prezzo non le aggrada. In tal caso sarà uno scherzo deprezzare i Btp anche del 20 o 30% rispetto agli Eurobond. Così i risparmi degli italiani saranno depredati. A meno che Napolitano…

Schizofrenici (d’opposizione e di lobby) e vermi

Perchè si, l’attuale governo risulta essere schizofrenico coi cambiamenti continui alla manovra… ma ci sono altri schizofrenici forse peggiori del governo… una è lei che oltretutto non riesce manco a mettersi daccordo con se stessa.
Cernobbio, Casini, Marcegaglia. Ecco chi prepara il ribaltone di Adalberto Signore
Roma – Chi lo conosce da tempo giura che Silvio Berlusconi non ne voglia neanche sentir parlare. Tanto che nonostante l’ipotesi di un governo tecnico conti­nui da giorni a rimbalzare dai ca­pannelli di Montecitorio fin sui giornali pare che la questione il premier l’abbia affrontata davvero solo ieri mattina. E peraltro in maniera piutto­sto sbrigativa visto che nella testa del Cavaliere non esisto­no alternative possibili a quel­la di continuare a governare fi­no al 2013. Anzi, ad essere preci­si un’alternativa c’è: tornare alle ur­ne. Un concetto che in serata ha ribadi­to in chiaro alla festa di Atreju.
Eppure non c’è giorno in cui questo o quello rilanci la via dell’esecutivo di tran­sizione, declinato- ovviamente- a secon­da delle sfumature e degli obiettivi. Con un deciso cambio di passo nelle ultime due settimane, segnate da una sterzata dell’ establishment finanziario-editoria­le che all’appuntamento del workshop Ambrosetti è sceso ufficialmente in cam­po. A Cernobbio non si parlava dall’altro – in nome della «credibilità» del «bene» del Paese – e più d’uno ha deciso di met­terci la faccia (con il Corriere della Sera a far da vetrina). Prima Montezemolo, poi Passera e Profumo. Ieri anche la Marcega­glia che chiede al governo di «agire o trar­re le conseguenze». Affondo un po’ fuori sincrono considerando che mentre l’Ue promuove (seppure con qualche riser­va) la manovra del governo ci si mette il presidente di Confindustria a menar giù duro. Ma, per dirla con le parole di un mi­nistro vicino al Cavaliere, «ormai tutto quel mondo che fa parte del club di Cer­nobbio ha deciso che bisogna cambiare pagina». Ed è questo che comincia a preoccupa­re seriamente la maggioranza. Anche perché negli ultimi giorni sembra che cer­te spinte arrivino anche dall’estero. Non solo l’Ue o la Bce, ma anche alcuni part­ner di peso iniziano infatti a temere che la debolezza del governo italiano potrebbe mettere a rischio l’euro. Se salta l’Italia, infatti, salta anche la moneta unica. E a certificare quanto sia alto il livello di ten­sione ieri sono arrivate le dimissioni di Juergen Stark, il membro tedesco della Banca centrale contrario all’acquisto dei bond. Fatte filtrare a mercati ancora aper­ti con conseguenze pesantissime sulle borse e su Piazza Affari in particolare. A tutto ciò si aggiungono le pressione delle opposizioni. Comprese quelle di un Udc che fa sponda con le gerarchie va­ticane (una buona parte della Cei) e con la Cisl di Bonanni.
Al punto che Casini nelle sue conversazioni private non na­sc­onde di essere pronto a tornare nel cen­trodestra appena Berlusconi avrà ceduto la mano. Di qui la proposta del cosiddet­to «salvacondotto» lanciata giovedì da Buttiglione dalle colonne di Avvenire , il quotidiano dei vescovi. Una via difficil­mente percorribile, soprattutto davanti ai riflettori dei media. Se della questione è magari capitato che Confalonieri ne ab­bi­a parlato con Fini piuttosto che con Ca­sini, quando Bocchino la rilancia nuova­mente sulle agenzie di stampa non fa che bruciarla definitivamente. Tutti ragiona­menti, questi, che non tengono conto di quanto il Cavaliere su questo fronte conti­nui a non sentirci. Il movimento è comunque imponen­te. Che ha smosso le acque anche all’in­terno del Pdl dove sono in molti a ipotiz­zare una sorta di soluzione intermedia: un passo indietro del Cavaliere per un nuovo governo sostenuto dalla stessa maggioranza. Un passaggio di conse­gne, dunque, a favore di Schifani o di Al­fano. Una soluzione che off the record s ormai appoggiano in molti nel Pdl (so­prattutto i cattolici e i più vicini al segre­tario pidiellino). In questo modo, infat­ti, Berlusconi darebbe il via alla transi­zione e si tirerebbe fuori anche dalla stretta giudiziaria che, lasciando la pol­trona di Palazzo Chigi, si farebbe inevita­bilmente meno stringente. Se ne parla nei conciliaboli alla Camera e nelle tele­fonate tra ministri e big del Pdl. Anche se per il Cavaliere la questione non è all’or­dine del giorno.