L’imbecille e la cadrega

Al mondo esistono uomini, ominicchi e quaqquaraqquà… solo pochi giorni fa, l’elisabetto nazionale superpartes diceva che si sarebbe dimesso dopo le dimissioni di Berlusconi… ma il passato è passato… secondo lui.
Quanto rideva ieri mattina Gianfranco Fini al cospetto del capo dello Stato Giorgio Napolitano. Volto disteso, guizzo negli occhi e ghigno sotto i baffi. Silvio Berlusconi è caduto, l’asse Pdl-Lega è in stallo, e il leader del Fli gongola tra le stanze del potere. Adesso ha le mani libere: vecchi avversari sono stati messi nell’angolo e lui siede ancora sullo scranno più alto di Montecitorio. Si sente un vincitore. Eppure, davanti agli italiani a cui aveva promesso di dimettersi da presidente della Camera non appena il Cavaliere avesse fatto un passo indietro, non sta facendo una gran bella figura. “Le polemiche sulle mie dimissioni appartengono a un’altra stagione. A un anno fa. Cerchiamo di guardare in avanti”. Adesso che è in piena campagna elettorale, Fini non ha certo tempo di ricordare la promessa fatta a Michele Santoro, nell’allora salotto di Annozero. “Io sono pronto a dimettermi da presidente della Camera – aveva detto – nello stesso momento in cui Berlusconi si dimette da presidente del Consiglio”. Era il 24 febbraio del 2011 (guarda il video). E adesso che fa? Archivia la questione delle dimissioni e ricorda che oggi ci si trova di fronte a “una situazione radicalmente diversa per cui non avrebbe senso rivangare il passato”.
“Lo strappo di un anno fa – continua il leader di Futuro e Libertà – fu l’ultimo anello di una catena di polemiche e rotture con Berlusconi”. A 60 minuti su Gr Parlamento Fini si dice addirittura rammaricato perché nessuno si è reso conto che la sua “non era un’azione frondista ma critica, non del tutto immotivata come dimostra quello che è successo e se il Pdl dell’epoca fosse stato più simile a quello di oggi non avremmo avuto gli esiti drammatici che abbiamo avuto”. In realtà, come ha spiegato ieri Berlusconi, “la fronda della componente finiania” ha rappresentato “il peccato originale” che ha minato “il percorso di una legislatura che avrebbe dovuto essere costituente e che si è invece incagliata nelle secche di una politica che non ci appartiene”. Queste colpe, Fini non le ammetterà mai. Anzi. D’altra parte nemmeno lo scandalo sull’appartamento di Montecarlo che dal patrimonio dell’allora Alleanza nazionale a una società off shore che è risultata essere di Giancarlo Tulliani, è riuscito a far fare un passo indietro a Fini nonostante avesse promesso agli italiani che si sarebbe dimesso qualora fosse emerso un legame tra la dismissione della casa monegasca e il fratello di Elisabetta.
Non ci penserà nemmeno ora a mantenere le promesse. Adesso ha da gustarsi la caduta del governo a cui lui, per primo, aveva voltato le spalle. “Il berlusconismo è finito? Mah… E’ finito il governo Berlusconi, accontentiamoci intanto di questo…”, ha detto settimana scorsa il presidente della Camera alla trasmissione di Santoro, Servizio pubblico. E, ora che inziata la campagna elettorale, Fini ha bisogno dell’alta carica per ottenere la massima visibilità. Proprio per questo, è interessato a far durare Mario Monti il più possibile…

Un arrivederci, non un addio

Confesso che speravo in un colpo di scena di Berlusconi, con il rifiuto a rassegnare le dimissioni dopo un voto sulla legge di stabilità e un bel “marameo” a Napolitano e alla sinistra.

Purtroppo non è stato così, dimostrando ancora una volta quanto fossero menzognere le affermazioni propagandistiche della sinistra sulle presunte giravolte nelle dichiarazioni del Premier.
Peccato perché ancora una volta il Berlusconi dipinto dai miserabili coatti antiberlusconiani non corrisponde al Berlusconi vero ben descritto da Putin … purtroppo.
Sì, perché sarebbe servito un Berlusconi anche solo lontanamente somigliante al “caimano” descritto in tanti velenosi ritratti.
Ma Berlusconi è così e bisogna accettarlo come è, con i suoi pregi e difetti.
Un pregio è anche il suo certo ritorno, dopo questo umanamente comprensibile ritiro, come dopo il dicembre 1994, come dopo il 1996, come dopo il 2006, una volta che avrà ricaricato le batterie godendosi i miliardi che ha meritatamente guadagnato PRIMA dell’ingresso in politica.
Sono quindi fuori luogo i coccodrilli dei giornali radio e della stampa, interessata a proiettare l’idea che Berlusconi non ci sarà più.
Se fosse così oggi non scriverei, davanti al camino acceso, in montagna, prima di sapere come finirà la vicenda del governo appaltato alla Goldman Sachs, questo post per il futuro ritorno del Premier, nonostante la prospettiva di un Governo del Male sostenuto da comunisti e traditori.
Scriverei invece dell’importanza di Silvio Berlusconi nella politica italiana.
Diciotto anni di cui solo, purtroppo, nove di governo, ma tutti sotto il suo segno.
Un Berlusconi che, per la prima volta nella storia, è riuscito a riunire tutto il Centro Destra (nel 2006 il capolavoro con “tutti dentro” da Forza Nuova all’Udc, o quasi e fu quel “quasi” – oltre ai ragionevoli dubbi sulle operazioni di scrutinio in certe regioni – che portarono ad una sconfitta di misura dopo che i sondaggi davano la sinistra quindici-venti punti avanti) superando individualismi tipici dell’Uomo di Destra e la fisima antifascista di alcuni centristi.
Ricordo che solo nel 1993 Buttiglione gettò al vento la possibilità di diventare sindaco di Roma, rifiutando l’alleanza con l’allora Msi e l’anno successivo fu Mario Segni a sprecare un patrimonio di credibilità negandosi, con la pregiudiziale antifascista, alla leadership di quella alleanza che poi costituì vittoriosamente Silvio Berlusconi.
Descriverei anche i successi di Berlusconi in politica estera, con l’avvicinamento da lui promosso tra Usa e Russia, ma anche la partecipazione alle missioni militari che hanno portato all’Italia credibilità e l’ammissione al “primo tavolo” tra i Grandi, suscitando l’invidia di Francia e Germania che rifiutarono la solidarietà agli Stati Uniti nell’impresa di liberare l’Iraq da Saddam.
Racconterei delle riforme (scuola, università, pubblica amministrazione, federalismo fiscale, processo civile, lavoro, pensioni) che hanno avviato un processo irreversibile di rinnovamento e soprattutto dell’insegnamento sulla politica fiscale, dimostrando che si può governare, si possono affrontare le calamità naturali senza mettere le mani in tasca agli Italiani con patrimoniali, prelievi forzosi, una tantum, anzi eliminando una delle tasse più odiose, quella sulla prima casa.
Direi che oltre alle molte luci ci sono alcune ombre.
La troppa ingenuità nei confronti di miserabili individui da lui accolti e promossi e che gli hanno voltato le spalle, l’essere troppo diverso dal caimano ritratto dalla sinistra, dall’eccesso di rispetto verso alleati e avversari tutti elementi che gli hanno impedito di sviluppare per intero la politica liberale per la quale è stato eletto.
Ma queste saranno tutte argomentazioni che verranno espresse quando Berlusconi non sarà più il Leader del Centro Destra, aggiungendo anche tutti i provvedimenti che assumerà quando tornerà a Palazzo Chigi.
Nel frattempo è diritto politico e dovere morale di tutti gli Elettori del Centro Destra, cioè della parte sana, avanzata, più matura e produttiva della Nazione, utilizzare ogni strumento, ogni occasione per fare ostruzionismo, per boicottare, per demolire un governo frutto di un complotto di palazzo e a guida Goldman Sachs, spronando in tal senso anche i parlamentari di Centro Destra.

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Se questa è la nuova Italia…!

Da il Giornale.it – Emanuela Fontana
Roma – «Ce l’abbiamo fatta! Finalmente l’abbiamo buttato giù!». I nuovi padri della patria, gli uomini che dovrebbero salvare un’Italia a precipizio, ieri erano quelli che urlavano, urlavano e si esibivano in orribili versi di approvazione o biasimo di fazione. Da questo emiciclo di guerra dovrebbe nascere un nuovo Paese in pace, ma è difficile immaginare un miracolo di risurrezione quando il vicepresidente di un partito di cui fa parte anche il presidente della Camera, Italo Bocchino, al momento del voto nella seduta che deve aprire il new deal delle larghe intese si comporta esattamente come, in altra epoca, uno spettatore del Colosseo di fronte a un uomo sbranato dal leone. «L’abbiamo buttato giù!».
In quell’esatto momento Silvio Berlusconi, al centro dei banchi del governo, stava scrivendo qualcosa su un foglietto e sul tabellone luminoso della Camera brillava il numero dei sì alla legge di stabilità: 380, una cifra che non si vede da parecchio tempo a Montecitorio, con il voto favorevole di tutto il terzo polo, Pd non votante, Italia dei valori contraria: la maggioranza che sarebbe potuta essere con un allargamento al centro dell’esecutivo sciolto ieri. L’ex opposizione su tre posizioni distinte.
E poi, nell’aula del nuovo corso italiano, si sono viste e sentite, quasi nell’ordine, le urla della Lega, gli insulti all’ex Idv Scilipoti, il battibecco dello stesso Scilipoti con Fini, l’intervento dell’ex Pdl Antonione contro il suo vecchio partito, la stizza contro il Carroccio dell’ex ministro Scajola.
Non hanno aiutato a partorire un clima di concordia neppure alcune dichiarazioni di voto. Dario Franceschini, per esempio, sembrava parlare più come un cecchino che come un servitore dello Stato: «Un anno fa ci siamo posti due obiettivi: mandare a casa Berlusconi e fare un nuovo governo: li abbiamo centrati tutti e due». Bingo. E infatti è stato proprio durante l’intervento del capogruppo Pd che dai banchi della Lega sono partite le invocazioni: «Voto! Voto!».
Scilipoti ha usato invece un cartello per manifestare la sua disapprovazione nei confronti di Gianfranco Fini: «Vergogna!». E ha attaccato duramente Mario Monti: «Oggi si sta facendo un colpo di Stato. Da domani saremo commissariati da un personaggio che appartiene alla lobby delle banche ed è stato indicato non certo per salvare l’Italia, ma per garantire un gruppo di mercenari e di delinquenti». Parole pericolose che gli hanno scatenato contro il ruggito di metà aula. Come se non bastasse, forse per un singulto dell’ ultimo minuto, l’ex Pdl Roberto Antonione ha chiesto la parola quando la seduta era ormai sciolta per lamentare gli «epiteti indegni» che avrebbe ricevuto, ovvero la nomea del «traditore». «Giuda! Buffone», gli hanno gridato dagli scranni del suo ex partito. Per qualche secondo si è rischiata la rissa, poi i più del Pdl si sono precipitati all’inseguimento di Berlusconi per stringergli la mano, per parlargli, per salutarlo.

Da senatore a vita a premier…

Prende sempre più quota l’ipotesi di un governo tecnico a guida Mario Monti. E su questa eventualità, si apprende in ambienti del centrodestra, starebbe a questo punto riflettendo anche il premier Silvio Berlusconi. Il Pdl è ancora diviso tra chi intende andare subito al voto e chi sta ragionando sull’ipotesi di un nuovo governo, tecnico ( e qualcuno parla anche di un ticket Monti premier e Amato al tesoro) o con una connotazione politica. Intanto però il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha nominato senatore a vita, ai sensi dell’articolo 59, secondo comma, della Costituzione, il professor Mario Monti, che ha illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo scientifico e sociale. Il decreto è stato controfirmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi. Il Presidente Napolitano ha informato della nomina il Presidente del Senato della Repubblica, Renato Schifani. Il Capo dello Stato ha dato personalmente notizia della nomina al neo Senatore Mario Monti, porgendogli i più vivi auguri. Mario Monti, professore di economia politica e Presidente della Università Bocconi di Milano è stato membro della Commissione europea dal 1994 al 2004 ed è autorevolmente partecipe di numerose istituzioni europee e internazionali. “La nomina è una splendida notizia per tutti gli italiani. Certamente Mario Monti è l’emblema di quei cittadini meritevoli che onorano la Patria. Da oggi rafforzerà il prestigio del Parlamento in una fase difficile della nostra vita democratica”, ha dichiarato il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini.

Il club degli esperti espertoni

Tra i grandi esperti, citati nel post precedente, metterei senza alcun dubbio anche Emma Marcegaglia, che ieri, tra le righe, ha incolpato Berlusconi di essere la causa di una prossima possibile debaclè italiana. Come la mettiamo allora sul fatto che anche la Germania pare stia perdendo colpi? Infatti alle ore 12.45 il suo indice di borsa, il DAX 40, è sceso del 2,69 %, dopo una partenza schioppettante. Atrettanto stà facendo la borsa francese, il cui indice di borsa, il CAC 30, sta scendendo del 2,57 %, dopo una partenza positiva anche per lei.
Il fatto è che la signora Marcegaglia, così come pure tutti quei tromboni della politica e della finanza, che nutrono una viscerale invidia per Berlusconi, non gradiscono la sua presenza a capo del governo; e così ogni scusa è buona, pur di saltargli addosso e di sbranarlo. Ma devono pur sapere, tutti questi tromboni stonati, che noi del Castello gli staremo costantemente addosso, e che ogni loro mossa, ogni loro dichiarazione verrà opportunemente vagliata, onde smascherare lo sporco gioco che hanno intrapreso finora per defenestrare Silvio Berlusconi, leader indiscusso ed eletto democraticamente dalla maggioranza del popolo italiano. Il volerlo far dimettere ad ogni costo, in assenza di validi e veri motivi, che non siano quelle baggianate cui ci hanno abituato, equivale al voler calpestare ad ogni costo la democrazia; quella democrazia che gli stessi sbrodolano a più non posso. Ma di tutte le loro magagne, e di tutte le loro squinternate idee, ce ne stiamo rendendo conto via via sempre di più in tanti. Quei tanti che sono la parte intelligente della nazione.

Le previsioni approssimative degli esperti

Come volevasi dimostrare.
Berlusconi ha annunciato le proprie dimissioni e ha detto che si andrà al voto presumibilmente a Febbraio, ciò nonostante la borsa di Milano sta perdendo vistosamente. Il cambio repentino di segno dal positivo di stamattina per il FTSE MIB, al – 2,45% alle 10.20, fino al – 2,70% delle 10,26 si è avuto dopo le 10,08, dopo che è stata diramata la notizia di quell’annuncio fatto da Berlusconi nel corso del programma della telefonata a Maurizio Belpietro. E non è che le borse europee stiano andando molto meglio: dall’ampia positività della borsa di Francoforte, rasentante quasi il + 2%, ora, alle ore 10,31 siamo ad un – 1,22; Parigi è ad un – 1,23%. Allora mi chiedo, cosa vogliono farci credere questi grandi esperti della finanza, i quali ora, per spiegare questa negatività di Milano dicono che essa è dovuta al fatto che l’uscita di scena di Berlusconi è troppo lenta e incerta? Praticamente credo non sappiano più cosa inventarsi.
E allora, nel chiedermi ciò, penso : Non è che per caso dobbiamo invece dubitare della loro credibilità, anzichè di quella di Berlusconi?
A confermare questo mio legittimo dubbio vi è una news di stamattina della mia banca on-line. Come di consueto viene pubblicata prima dell’apertura delle borse. In essa i così detti esperti prevedevano un’apertura in forte rialzo per le Borse europee, dopo i progressi politici e le notizie di dimissioni di Silvio Berlusconi da presidente del Consiglio dopo il voto sulla legge di stabilita’.
Cantor Index prevedeva inoltre per il Ftse 100 un guadagno di 63 punti in apertura a 5630, per il Dax 98 punti a 6059, e per il Cac 33 punti a 3176. Aggiungevano anche “La speranza e’ che l’Italia possa trovare velocemente un nuovo Governo che abbia le capacita’ di realizzare le riforme necessarie”, A rincarare la dose di ambiguità Capital Economics aggiungeva che “questo non bastera’ a salvare Roma dato che gli ultimi dati suggeriscono una recessione nel prossimo futuro”.
E ci risiamo nuovamente con il come volevasi dimostrare: adesso, alle ore 10,48 il FTSE MIB (borsa di Milano) è a – 3,20%; il DAX 30 (borsa di Francoforte è a – 1,38%; e il CAC 40 (borsa di Parigi) è ad un – 1,49%.
Aggiornamento ore 11,14: FTSE MIB – 3,65%; DAX30 – 1,41 %; cac40 – 1,94 %.

In nome di Dio, vattene…

Giusto due minuti fa, stavo seguendo un dibattito alla 7. C’era un giornalista straniero che in un italiano un pò stentato diceva che i mercati non vogliono più Berlusconi e, al suo posto “pretendono” un governo tecnico. E ora, leggo questo. Il financial times a nome di quale dio parla?
MILANO – «In the name of God and Italy, go!». In nome di Dio e dell’Italia, vattene. Il destinatario della accorata supplica è il premier Silvio Berlusconi. Autore della richiesta il Financial Times, che dedica al Cavaliere un editoriale pubblicato all’indomani del vertice del G20 di Cannes, in cui l’Italia ha chiesto il monitoraggio del Fondo monetario internazionale (Fmi) sull’applicazione delle riforme raccomandate dall’Unione europea.
«BERLUSCONI MINIMIZZA…» – Alla crisi dell’Italia, il principale quotidiano economico e finanziario del Regno Unito dedica anche la prima pagina, titolando «Berlusconi minimizza la crisi del debito» e pubblicando una fotografia che ritrae Berlusconi che parla in conferenza stampa, con accanto il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che ha la testa bassa e le mani a sistemare le asticelle degli occhiali. «Che il Fmi monitori i progressi di Roma può solo essere positivo – scrive il Ft nell’editoriale – tuttavia tutto questo rischia di essere minato dalla permanenza del suo attuale premier». Quindi, conclude il giornale della City, dopo due decenni di spettacolo inconcludente, le uniche parole da rivolgere a Berlusconi rimandano a quelle usate da Oliver Cromwell nella storica intimazione al Parlamento inglese. «In the name of God, go!».

Luca Cornero di Monteprezzemolo

“Il presidente del Consiglio deve rendersi conto che l’unica strada per salvare il paese passa oggi attraverso un governo di salute pubblica”. All’estenuante coro dell’opposizione che ogni giorno non fa che chiedere le dimissioni di Silvio Berlusconi si aggiunge anche Luca Cordero di Montezemolo che lancia un avvertimento al Cavaliere: “Se continuerà ad anteporre le proprie ambizioni al bene dell’Italia, e se la sua maggioranza lo asseconderà in questa pericolosa scelta, si concluderà nel peggiore dei modi un percorso politico che ha ombre e luci, ma che non merita di affondare nello spirito del ‘dopo di me il diluvip'”. Prende carta e penna e sceglie le pagine della Repubblica, l’ex presidente di Confindustria, per chiedere un passo indietro del premier e la formazione di un “esecutivo di salute pubblica” per un Paese “ormai al punto di non ritorno”. Il numero uno della Ferrari torna a intralciare la politica senza esporsi in prima persona: attacca il governo, poi fa un passo indietro. Secondo Montezemolo, “non c’è più un minuto da perdere”, eppure continua a tentennare, si limita ad attaccare (a ripetizione) le politiche intraprese dal governo senza mai proporre una soluzione: “Sono in gioco i risparmi degli italiani, la tenuta sociale e la permanenza dell’Italia nel sistema Euro”. Per Montezemolo sia dalla maggioranza sia dall’opposizione non “arrivano risposte adeguate”. “Il governo è paralizzato dai conflitti interni – tuona l’ad della Ferrari – l’opposizione ha una linea di politica economica confusa e non è in grado di garantire quanto richiesto dall’Europa”. E quindi? “Le elezioni non rappresenterebbero dunque una soluzione e paralizzerebbero il paese”. Tutti incapaci, insomma. Ed elezioni inutili. Da qui la necessità di un governo di salute pubblica. Guidato da chi? Questo non viene esplicitato.
Nella missiva al quotidiano di Carlo De Benedetti, Montezemolo illustra, tuttavia, cinque punti con le “misure prioritarie da adottare”. Dal taglio ai costi della politica (meno parlamentari e radicale “sforbiciata” alle Province) alla maggiore protezione per i lavoratori (attenzione al precariato e istituzione di ammortizzatori sociali per poter affrontare il nodo dei licenziamenti e introdurre più flessibilità in uscita), dalla tassa sulle grandi fortune per poter abbattere le aliquote su lavoratori e imprese all’abolizione delle pensioni di anzianità. E, infine, l’apertura dei mercati grazie alle liberalizzazioni in modo da aumentare gli investimenti e l’occupazione. Questa, a grandi linee, la ricetta dettata da Montezemolo: “Questi cinque provvedimenti, se attuati simultaneamente e accompagnati da un grande piano di rilancio dell’immagine internazionale dell’Italia rappresenterebbero un valido argine alla speculazione, ridarebbero una prospettiva di crescita al paese e opererebbero nella direzione di una maggiore equità sociale”. Quella di Montezemolo sembra una critica tout court alla classe politica. “Al contrario di quanto avviene nelle democrazie avanzate, dove l’obiettivo è la conquista dell’elettorato moderato – scrive ancora Montezemolo – in Italia la preoccupazione dei partiti e è quella di compattare la parte più populista dell’elettorato, appellandosi ad un ‘serrate i ranghi’ permanente”. Secondo Montezemolo, “dentro la destra e la sinistra stanno emergendo forze che spingono per un rinnovamento vero del proprio schieramento”. Da qui l’ennesima richiesta di un passo indietro del premier: “Il presidente del Consiglio deve rendersi conto che l’unica strada per salvare il paese passa oggi attraverso un governo di salute pubblica”.

Il ridicolo partigiano

Altro che super partes: a Ballarò show del presidente della Camera che dà il via alla sua campagna elettorale insultando premier e governo. Persino Vendola si accanisce meno anche se sarebbe più credibile di Fini e del suo Fli fermo al 4%… Quando sorride, lo fa con il sorrisetto di chi gongola. Se si fa serio, ha l’aria grave dello statista. E anche di chi lo aveva detto, lui sì e con coraggio. Non è vero, perché Gianfranco Fini il Pdl e la maggioranza e il governo li ha lasciati, erano i giorni che poi portarono all’ormai fatidico 14 dicembre scorso della rinnovata fiducia in Parlamento, per ben altre motivazioni. Chiedeva più confronto nel Partito e nel governo, che tradotto significa una fetta maggiore di potere, mica metteva in discussione la leadership e la premiership di Berlusconi. E però adesso che tira aria da avvoltoi sul cadavere, adesso vale tutto. Anche, soprattutto, mettersi sulla faccia il compiacimento per l’Ue che dà gli ultimatum, i ministri riuniti in mille vertici per trovare un’intesa impossibile da trovare, Sarkozy e la Merkel che se la ridono sull’affidabilità dell’Italia.E vale mettersi sulla faccia, oltre al compiacimento, anche l’aria di complicità persino con uno come Nichi Vendola, che il Fini di non troppo tempo fa avrebbe disdegnato non fosse altro che per l’orecchino sul lobo.
Fini poi che dopo l’addio al centrodestra e dopo la batosta della fiducia, con il suo Fli non è scomparso solo perché ancora non si è votato, fiuta la possibilità di risorgere, e non si trattiene. Un’occasione vale l’altra,ma i dibattiti e i convegni li seguono in pochi. La platea televisiva di Ballarò invece è da sfruttare al massimo, e allora eccolo, seduto accanto al governatore della Puglia, affondare la lama. «Da parte di Silvio Berlusconi c’è un deficit di autorevolezza all’interno del Consiglio dei ministri», dice dal pulpito della presidenza della Camera e dalla poltrona negli studi di Floris. Si riferisce alla gestione dei conti, appaltata in esclusiva a suo giudizio al ministro dell’Economia Giulio Tremonti.
«In tanti casi-spiega-il presidente del consiglio ha detto sconsolato “Tremonti non me lo fa fare…”:Tremonti è di fatto il dominus assoluto della politica del governo». Così non è ben chiaro se le colpe siano del premier o del ministro, né è questa la sede per discettare sul fatto che se il Cavaliere con Fini era un despota non si capisce perché poi sia un agnellino impaurito con Tremonti. Fini qui deve solo insistere e magari, già che c’è,dire due paroline buone anche sul Terzo polo, e due cattive sulla Lega, lo sapete voi che la moglie di Bossi è una baby pensionata?: «Magari la gente non lo sa», ecco, adesso grazie al presidente della Camera un altro po’ di veleno è stato versato.
Insistere, comunque, e ha voglia Maria Stella Gelmini a contestare «la terza carica dello Stato che fa politica», è la campagna elettorale, bellezza, «troppo nervosa» ironizza Gianfranco. Poi affonda ancora: «C’è un deficit di credibilità del nostro governo enorme anche a livello europeo. Ho molti dubbi che generici impegni siano sufficienti. Gli altri paesi difendono i loro interessi difendendo i nostri interessi. Il contagio minaccia tutti». E se non vara la patrimoniale, il governo, è perché «il più ricco contribuente italiano si chiama Berlusconi». Persino Vendola si accanisce meno. Solo che Vendola sarebbe stato più credibile. Fini invece ha stampato in faccia anche quel sondaggio, che dà il suo Fli al 4 per cento. Un brutto baratro.
Bastava guardarlo ieri sera, negli studi di Ballarò. Altro che presidente della Camera. Il partigiano Gianfranco Fini contro il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. Per il leader del Fli è iniziata la campagna elettorale: sia nei salotti buoni della Rai, sia a Montecitorio. Una mancanza di “terzietà” che non è passata nell’indifferenza della Camera, dove adesso la maggioranza è tornata a chiedere la testa dell’ex leader di Alleanza nazionale. “Il suo comportamento di questo giorni è inopportuno: chi presiede la Camera non può sedere in uno studio televisivo al livello di altri leader politici”, ha tuonato il leghista Marco Reguzzoni mentre i deputati del Carroccio e del Pdl urlavano: “Dimissioni, Dimissioni!”.
Una situazione senza precedenti. Mai avvenuto nemmeno nella Prima Repubblica. Un capo-popolo, un leader di partito, un fervente esponente dell’anti berlusconismo: questo è diventato Fini. Da confondatore del Pdl a presidente della Camera (grazie ai voti della maggioranza) per poi uscire dal quel ruolo istituzionale che richiede innanzitutto di essere super partes. Oggi l’ennesimo, durissimo, scontro alla Camera. Con Reguzzoni che accusa: “La Lega è una forza pacifica e responsabile, ma non tollera soprusi né ingiustizie”. Per l’esponente del Carroccio è inopportuno che Fini si faccia partecipe di dibattiti con valutazioni politiche: “Uno che fa politica non può sedere sul seggio più alto della Camera”. Poi la denuncia. Reguzzoni attacca il leader del Fli per la “caduta di stile” nell’aver coinvolto Manuela Marrone, moglie del ministro delle Riforme Umberto Bossi, nel dibattito di ieri sera a Ballarò sulle pensioni. “Ha offeso tutti quelli che hanno pensioni in regola con le leggi, giuste o ingiuste che siano, in vigore quando sono andati in pensione”, ha attaccato Reguzzoni ricordando che, quando era in vigore la legge sui baby pensionati, la Lega non era ancora in parlamento, mentre Fini sì e “non ha fatto nulla per eliminarla”. Più concisa la reazione del Senatùr che si è limitato a “mandare a quel paese” Fini.
Subito dopo si sono scaldati gli animi. E il presidente di turno dell’assemblea, Rosy Bindi, si è vista costretta a sospendere la seduta mentre parlava il vicepresidente del Fli Italo Bocchino e dai banchi dei lumbard si levava il coro “Dimissioni, dimissioni!” nonostante Fini fosse assente. Le urla sono diventate l’occasione per scatenare la rissa. Claudio Barbaro, deputato futurista, si è scagliato contro i banchi della Lega capitolando contro Fabio Rainieri. Al di là della baruffa (divenuta un classico), il problema Fini è tutt’altro che risolto. Anzi. Proprio per questo il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto ha fatto sapere che la maggioranza ha intenzione di “investire” il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano della “situazione di difficoltà istituzionale determinata dal comportamento” di Fini. Una presa di posizione, quella della maggioranza, che non è affatto piaciuta all’opposizione che, da Antonio Di Pietro a Dario Franceschini, si è schierata tutta a difesa del partigiano Fini che, per il momento, non vuole replicare. “Non è questa la sede in cui il presidente della Camera può dare risposte politiche – ha detto il leader del Fli – se lo facessi avallerei l’accusa di partigianeria nei miei confronti che ritengo insussistente. Saranno altre le sedi in cui, se lo riterrò eserciterò il diritto di replica”. Adesso il diktat delle opposizioni sarà: salvare il partigiano Fini.

Due pesi due misure…

Se un parlamentare del Pdl passa ai futuristi di Gianfranco Fini o ai centristi di Pier Ferdinando Casini, piovono gli applausi e i complimenti da un’opposizione che spera in continuazione che a Silvio Berlusconi venga a mancare alla Camera o al Senato la maggioranza. Invece, se un parlamentare di qualsiasi partito decide di passare tra le file del Popolo della Libertà, ecco che il centrosinistra lo sbrana, lo insulta e subito parla di “compravendita di maiali”. L’espressione alquanto colorita era stata coniata dal leader Idv, Antonio Di Pietro, all’indomani del voto di fiducia dello scorso 14 dicembre, quando cioè il Cavaliere sembrava ormai indebolito dalla fuoriuscita dei finiani. Non fu così. La maggioranza si rafforzò, Berlusconi sconfisse il “golpe” delle opposizioni e zittì Fini.
Non deve essere proprio andata giù a Di Pietro che, dopo aver isultato per mesi l’ex compagno di partito Domenico Scilipoti, è passato alle vie di fatto. Quale mossa migliore se non quella di chiedere una mano alla magistratura? E, così, l’ex pm ha denunciato la “compravendita di parlamentari” messa in atto nella maggioranza per mantenere i numeri necessari. Una denuncia non solo politica, ma ora documentata anche all’autorità giudiziaria, con quello che il leader dell’Italia dei valori chiama “un seguito di rapporto”, dopo le segnalazioni già presentate nel dicembre scorso. “Abbiamo depositato due notizie di reato, la prima il 10 dicembre 2010, l’altra il 13 dicembre 2010”, spiega Di Pietro. Un primo seguito di rapporto è stato trasmesso alla fine dell’estate, circa un mese fa. Un altro deve essere ancora predisposto perché, a detta del titolare di Mani Pulite, c’è “un’unicità di disegno criminoso che parte dalle settimane a ridosso del 14 dicembre e prosegue nel tentativo di fare quadrare i numeri di una maggioranza venduta, ricattata, comprata”. “Solo quando la procura renderà pubblica la denuncia – conclude Di Pietro – anche noi potremo rendere noti i contenuti”.
La pagina scritta negli ultimi mesi dai dipietristi non è delle migliori. Munnizza è l’insulto che dai banchi dell’Idv a Montecitorio è stato gridato per mesi ogni volta che Scilipoti veniva chiamato dalla presidenza della Camera. A forgiare l’insulto – dicono – è stato Franco Barbato. L’urlo significa “immondizia” in dialetto siciliano: “Così lo può capire anche Scilipoti” che è originario della provincia di Messina. Secondo Di Pietro, il “mercato delle vacche” non è finito con il peones dei Responsabili. Conversando coi giornalisti dopo la conferenza stampa per la presentazione delle 400mila firme con le quali i cittadini hanno sottoscritto una proposta di legge popolare costituzionale per l’abrogazione delle Province, l’ex pm ha assicurato di essere a conoscenza di altri nomi di parlamentari dell’opposizione che “stanno valutando se passare con la maggioranza”. “Non si tratta di eletti nelle liste dell’Idv”, assicura Di Pietro puntando il dito contro “la legge ‘porcata’ che ha prodotto questa classe parlamentare che spesso si vende al miglior offerente”.