Benito el Drito

Recentemente da parte di numerosi giornali ci si è misurati con una citazione dal pensiero di Benito Mussolini, rinverdita (ironicamente ma non tanto da Silvio Berlusconi, in occasione delle non poche difficoltà in cui si dibatte il governo Monti, anche se quest’ultimo naturalmente ostentava e ostenta sicurezza). Mussolini fece notare con realismo e cinica arguzia che “governare gli Italiani è facile, però risulta inutile” (tutte le varianti di linguaggio sul detto del Duce, riproducono in fondo l’essenziale). Lasciamo perdere le insorgenze intellettuali antifasciste dei soliti pedanti di circostanza. Vediamo piuttosto se l’ex-dittatore e capo del fascismo non abbia colto un tratto autentico dell’esserci italiano, che finiva con il riguardare anche la stessa forma di potere che Mussolini aveva costruito. Evidentemente egli stesso percepiva che una parte del consenso che  non estorceva agli Italiani con la violenza ma gli era dato gratis et amore Dei (e non solo per entusiasmo di fanciulloni conquistati dalla propaganda a tamburo battente) ma per  ragionata simpatia nei suoi confronti, risultava più volubile di quanto non sembrasse. Egli, come dittatore, era in grado di reprimere gli avversari (inevitabilmente ostili) ma gli altri che erano favorevoli al regime si fidavano fino ad un certo punto. D’accordo l’Italia come nazione era giovane e l’amalgama in profondità non era così saldo come poteva sembrare (a livello propagandistico). La vittoria nel primo conflitto mondiale era stata un dato necessario ma non sufficiente a permettere una fusione delle mentalità e degli ideali di cui la figura del capo doveva risultare un punto fermo e solido di efficace mediazione, non solo come proiezione collettiva ma anche come contenuto interiorizzato delle coscienze.  Donde un senso latente di precarietà e frammentazione da cui la storia della penisola non era stata ancora redenta, se in fondo, dopo l’impero romano, a causa (o nonostante)  tutte le invasioni, era ritornata l’Italia preromana con virtù e vizi (dal 568 d.C al 1861). Inoltre l’impossibilità di conciliare il potere imperiale con quello papale, ha aggiunto a livello politico, frattura ad altre fratture latitudinarie di cui si fa interprete intelligentemente l’Alighieri. L’Italia è una terra caotica che viene elaborando una sua forma particolare di civiltà, facendo da battistrada alla rinnovata civiltà europea. Ma mentre altrove, in giro per il continente, la memoria del potere centrale non era spenta e qualche nucleo riusciva a rafforzarsi e a imporre se stesso (pur con difficoltà) agli altri poteri, dettando le regole (per mettere in riga la feudalità e il clero) in Italia le cose andarono diversamente. Le città, i feudatari (grandi e piccoli) e il clero erano indomabili e i fiaschi dei diversi imperatori nella penisola furono non assoluti ma vedendo con continuità la cronologia storica, insistenti e ragguardevoli. La mancanza di un potere centrale capace di mettere in riga la nobiltà di differente forza e influenza, il clero e le città ha provocato il persistere di un perenne disordine che si è sempre opposto ai tentativi di ordine (non disinteressato) che però avrebbe consentito di realizzare un insieme convenuto (con le buone e/o con le cattive) di regole universali (nella penisola) che avrebbero avviato la costruzione di una civiltà più omogenea, la cui cultura non sarebbe stata astratta ma si sarebbe manifestata come vero e autentico sentire interiore/esteriore del popolo. Mancando appunto un potere centrale forte (salvo nel periodo della repubblica e dell’impero, romani), esso ha finito, con l’essere quasi sempre nella sua frammentazione territoriale, subordinato a poteri forti al di fuori della penisola (la dimensione ecclesiastica peninsulare era talmente particolare da non poter sostituire un potere forte civile universale, ammesso che la stessa Chiesa lo avesse desiderato, anzi la Chiesa, volendo mantenere la propria libertà -anche nei confronti di potenze straniere – finiva per collocarsi in quell’orizzonte agitatorio che molto ha nuociuto ai legittimi poteri stessi italiani). L’infelice conclusione era quella che sia i poteri locali (più o meno ampi) e gli ecclesiastici non potevano sottrarsi a quelle forme di dominio che altri fuori d’Italia imponevano. La sensazione a livello popolare era (ed è quella) che la bella e sciagurata Italia fosse ripetutamente tradita non tanto dagli individualissimi traditori veri e propri (che erano e sono furbi di natura e di consumata esperienza, tali sovente da scampare alle più difficili incombenze) ma dalla stessa debolezza di cui i poteri locali (più o meno ampi) e la Chiesa erano fondamentalmente i gestori, i quali davano prova di non possedere mai quella spina dorsale che le situazioni storiche avrebbero richiesto. La Chiesa non si è mai identificata a fondo con l’Italia, considerando la penisola come un corpo, un involucro non dissimile da quello che i gnostici avevano configurato per l’Eone Cristo, Verbo o Logos che non era destinato a sopportare l’impossibile crocifissione e abbandonava uno spettacolo illusorio per raggiungere Dio Padre. E d’altra parte i difetti del livello dirigente della penisola, più o meno sacralizzato, aveva un curioso riscontro nell’incapacità del popolo italiano (o dei popoli italiani) a pensare se stesso come un universale autentico. Il problema di Machiavelli è tutto qui: da un lato la ricerca di un eroe (Cesare Borgia? Lorenzo il Magnifico?) per rimediare alle debolezze delle classi dirigenti e del popolo; dall’altro il rimpianto del popolo romano e delle sue virtù irrevocabili che non si ritrovano più nella penisola. E’ purtroppo oggi, questo problema, anche il nostro. La scena in cui viviamo ci appare  del tutto diversa, eppure quel che ci è capitato nell’avventuroso disastro del nostro paese nella seconda guerra mondiale, ha riportato  alla ribalta una realtà che è sempre stata al nostro fianco, essendo parte di noi e capace di insidiare, svelandocela, una repubblica che, lo vediamo oggi, non solo è stata portatrice della propria mediocre sudditanza alle superpotenze (U.S.A. & U.R.S.S.) ma che sta cercando anche quotidianamente di confondere il nostro paese, ancorandolo a instabili organismi internazionali. Di fronte alle rinnovate debolezze e ai poco commendevoli servilismi più che sessantennali di una dirigenza politica incredibile e tuttavia vera, non dobbiamo e non possiamo far altro che ripensare la nostra comunità alla luce del pensiero nazionale che va perseguito ed applicato senza false remore derivanti dal poco dignitoso sentimentalismo che affligge l’altrui orizzonte politico. Torniamo inflessibilmente ad un senso forte della nostra patria, e ad un senso nazionale degno di questo nome che altri, per piaggeria nella comunicazione, vuole definitivamente cancellare.

Claudio Papini

Basterebbe una cosa…

… armarsi di coraggio, prendersi la responsabilità, votare no alla fiducia e rimandare a casa questo governo NON eletto e tornare ad elezioni vere e proprie. Solo così, caro il mio B. potrai riprenderti i tuoi voti… Il fatto è che dei sondaggi non ce ne frega un cazzo. Ci interessa di strappare l’italia dalle mani dei terroristi, dei leviatani e dei poteri forti, poi si ricomincia tutto daccapo. Fuori dai coglioni i vampiri asserviti ai poteri forti.
E’ ancora indeciso se parlare domani alla Camera in occasione del voto di fiducia sulla manovra, ma di una cosa Silvio Berlusconi è sicuro: “In Italia nessuno riesce a fare quello che vuole. Anche Monti, disperato, ha capito che l’architettura dello Stato va cambiata, se ne è accorto presentando un certo decreto legge che ha poi dovuto cambiare, ma giustamente ha i giornali dalla sua parte che non lo hanno criticato”. L’ex presidente del Consiglio, alla presentazione del libro di Bruno Vespa, parla della manovra e spiega che “è molto difficile parlare in questo momento perché molte misure sono contrarie a quello che vorremmo noi da liberali veri”. Lo stesso Monti, dice il Cavaliere, “aveva proposto un provvedimento di riforma, ma poi il Professore è stato costretto a fare retromarcia su tutto. Monti è davvero disperato”. Nonostante questo, rassicura Berlusconi, il Pdl voterà la fiducia sulla manovra perché “in un’emergenza si tratta di scegliere il male minore” e “se votassimo no al provvedimento presentato da Monti e che siamo riusciti a cambiare in molti punti creeremmo un danno al Paese molto superiore all’approvazione di questo decreto che contiene molte disposizioni che potremo sicuramente cambiare in futuro quando gli italiani ridessero a noi il governo del Paese”.
Entrando nel merito dei provvedimenti, il leader del Pdl ha espresso critiche su pensioni e scudo fiscale. “Molte misure negano i principi liberali. Le pensioni, per esempio, non si possono cambiare perché si negano diritti acquisiti o fare la patrimoniale continuativa per i capitali rientrati con lo scudo fiscale. Non ne facciamo una battaglia perché gli evasori non sono simpatici, ma uno Stato non può e non deve fare queste cose. Lo Stato deve essere il primo a dire pacta servanda sunt”. Per quel che riguarda l’Ici, il Cav ha specificato che “se ce ne fossero le possibilità, sarebbe una delle prime imposte da abrogare”, perché “la casa è un bene fondamentale su cui una famiglia costruisce il proprio futuro. La prima preoccupazione di un capo famiglia è che la sua famiglia abbia una casa e si deve fare tutto ciò che si può fare per renderla inattaccabile, per far sì che chi ce l’ha non debba pagare un affitto allo Stato per essere proprietario. In una situazione eccezionale come questa è anche accettabile che venga introdotta un’imposta del genere ma se ce ne fossero le possibilità sarebbe una delle prime imposte da abrogare”.
L’ex premier ha aggiunto che “rispetto alla manovra europea mi ero già opposto diverse volte a questa volontà di introdurre come obbligo assoluto il fatto che i vari Paesi puntassero, entro il 2013, 2014 o 2015 a seconda dei Paesi, alla parità di bilancio eliminando il deficit. Questa è una cosa assolutamente assurda. E appena io non sono stato là a porre il veto è passata”. Per questa ragione, Berlusconi ha precisato di appoggiare la scelta del premier britannico David Cameron di non sottoscrivere il patto sull’unione fiscale. Sul completamento della legislatura da parte del governo Monti, Berlusconi ha detto: “Non c’è nessuna certezza che questo governo abbia di fronte a sé tutto il tempo della legislatura, che è un breve periodo ma in un momento come questo un giorno può portare a cambiamenti importanti”. E a chi gli domandava se si sentisse già in campagna elettorale, ha risposto: “Un movimento politico è sempre in campagna elettorale. Noi riteniamo di essere pronti per le elezioni in qualsiasi momento. Se non ci fosse più il consenso nostro e dell’altra parte politica circa i provvedimenti proposti da questo governo ci sarebbe lo scioglimento delle Camere. Questo può accadere domani, dopodomani…”.
Sempre convinto che la Costituzione vada cambiata “altrimenti il Paese diventa ingovernabile”, Berlusconi ha ribadito la necessità che “sia modificata l’architettura costituzionale” in modo da accelerare ad esempio l’iter delle “leggi in Parlamento”. A chi gli ha chiesto se i componenti del governo tecnico possano rimanere in politica, Silvio Berlusconi ha risposto: “È una domanda che dovete fare a loro, credo però che dopo torneranno al loro lavoro anche se Monti e i suoi ministri sono delle persone capaci e potrebbero far parte anche di un altro governo”. Al Tempio di Adriano, Berlusconi è tornato a parlare anche delle cene ad Arcore e dell’attacco giudiziario nei suoi confronti e ha precisato: “Si tratta solo di calunnie. Per queste cene del tutto eleganti e normali sono stato sottoposto ad un linciaggio da parte dell’opposizione, della stampa italiana e di una parte della stampa internazionale. Io rifarei tutto, non cambierei nulla”. E sull’asta delle frequenze tv, il leader del Pdl ha scritto sul suo proflio facebook che “l’argomento mi lascia indifferente, non me ne sono per niente interessato, ma ho una consapevolezza: con il numero incredibile di frequenze oggi disponibili ci sarà pochissima gara per occuparle”. Così come non si sente di dover chiedere scusa agli italiani, in merito alla previsione della crisi economica perché, dice Berlusconi: “Non è vero che il governo non avesse previsto la crisi, che era chiara. La verità è che il fatto psicologico era la prima causa della crisi”.
Il Cavaliere ha parlato anche della legge elettorale che “va cambiata comunque, anche se la Corte Costituzionale bocciasse i quesiti referendari”, perché “il primo punto da cambiare è il meccanismo del premio di maggioranza per il Senato: è ragionevole perché non garantisce la governabilità. Il referendum ha avuto più di un milione di firme e per questo bisogna introdurre almeno una quota di preferenze”.
Poi ha rivelato di stare “leggendo i diari di Mussolini e le lettere della Petacci. Devo dire che mi ci ritrovo in molte situazioni. Perché viene fuori come chi sta al governo del Paese non abbia veramente dei poteri”. Parlando dell’alleanza con la Lega, l’ex premier la considera non ancora persa, ha detto di “non essere riuscito a vedere Bossi”, ha osservato che al Carroccio “è tornato carattere” e che secondo lui il Senatùr lo critica perché “cerca di raccogliere voti”. Ma alla fine, dice il Cav, la Lega “non è masochista, sa che senza di noi alle prossime elezioni amministrative perde voti”. Quanto al rapporto con Tremonti, e al possibile passaggio alla Lega, Berlusconi ha rilevato che l’ex ministro dell’Economia “ha spesso partecipato alle manifestazioni della Lega, mai a quelle nostre…”. Per quanto concerne l’Udc, secondo Berlusconi il partito di Casini “sarà costretto a stare nel centrodestra perché i suoi elettori sono moderati, in gran parte cattolici, e quando l’Udc in Piemonte per le elezioni regionali ha deciso di stare con la sinistra ha perso metà dei suoi elettori”. “I sondaggi – ha aggiunto Berlusconi – dicono che se in una elezione regionale la perdita è del 50%, potrebbe essere di 2/3 alle elezioni nazionali nonostante Casini abbia il suo pubblico affezionato: quasi il 70% delle elettrici di età superiore ai 50 anni lo votano perché gli piace. Io non sono assolutamente geloso: è un bel fieu, è un bel ragazzo”.

TGcom 24, la Tv si evolve

Dal 28 novembre scorso su Sky esiste un nuovo canale, canale 51 che, basta chiamarlo o cliccarci ti risponde molto professionalmente 24 ore su 24. In effetti, si può anche cliccare sulla tastiera del nostro computer per potervi accedere in mancanza di tv a portata di mano. Questo è possibile anche grazie al fatto che, contrariamente a quello che avviene per il canale di sole notizie di Sky, le notizie di Tgcom24 saranno disponibili, gratuitamente, su tutti i tablet e gli smartphone.

Prima di analizzare le caratteristiche  precise che contraddistinguono canale 51 individuerei un’impronta di base di Tgcom24, quella della mancanza del cosiddetto “infotainment” che lo rende differente ad esempio da uno “Studio Aperto” su Italia Uno dove sono presenti spettacolo e gossip.

Tale peculiarità è stata scelta e voluta soltanto da una persona, il Direttore Mario Giordano, che Pier Silvio Berlusconi si è scelto da tempo per incrementare l’audience e gli utili dell’azienda di Mediaset da quest’ultima guidata. Difatti, del canale All News a Mediaset si parlava da anni. Ma la data del lancio è slittata più volte. Dopo due anni di lavoro in cui le redazioni del Tg4, Tg5 e  Studio Aperto sono state riorganizzate, il 28 novembre 2011 è partito finalmente, finora con molto successo, Tgcom24.

Ritorniamo al sostantivo “infotainment”. Tale termine significa letteralmente “informazione” – spettacolo (oppure “lo spettacolo dell’informazione”). E’un neologismo di matrice anglosassone e di ambito radio-televisivo nato dalla fusione della parole “information” (informazione) e “entertainment” (intrattenimento). L’obbiettivo è quello di fare spettacolo all’interno dei programmi che dovrebbero essere informativi.

Pertanto, da questo canone si distacca totalmente Tgcom24 il cui Direttore ha voluto più volte sottolineare come al contrario abbia inteso prendere spunto dall’evoluzione dei modelli americani. Da qui è nato il pensiero rivolto ad un flusso costante di informazioni aggiornate e commentate in continuazione. Lunedì 28 novembre alle ore 13.30 è pertanto nato un nuovo appuntamento con il canale di sole notizie, il Tgcom24 (canale 51 del digitale terrestre) diretto da Mario Giordano che, a partire dalla presentazione ufficiale del canale, al suo reale svolgimento non appare sullo schermo sostituito invece, dall’apertura, dal suo vice, Annalisa Spezie che, insieme ad altri quattro giornalisti forma la squadra dei volti del Tgcom24. Oltre alla Spiezie, sono presenti Benedetta Corbi, volto storico del Tg5, Ilaria Cavo, l’”esperta” in giudiziaria, autrice della celebre intervista a Misseri, il soprannominato “allievo” di Mario Giordano, Federico Novella, e Luca Rigoni, già capo degli esteri del Tg5 dagli esordi, 20 anni fa.

Giordano spiega che tali giornalisti “non saranno dei tradizionali mezzibusti ma de capiredattori inonda”, professionisti capaci di gestire l’impaginazione delle notizie, produrre gli approfondimenti, coordinare le informazioni per almeno tre ore al giorno ciascuno. Nell’arco delle 24 ore si avranno quattro fasce dove i colleghi avranno ospiti in studio e servizi aggiornati in tempo reale. Questo per quel che concerne la parte degli approfondimenti.

Per quanto riguarda i notiziari, a questi viene dedicato ampio spazio, infatti i notiziari sono 22 dalla durata di 8-15 minuti ciascuno.  Ogni mezz’ora vi è una breaking news di 60 secondi. I telegiornali veri e propri sono tre. A mezzogiorno e alle 18.00 della durata di 30 minuti, l’ultimo alle 21.00 di un’ora. Il Direttore spiega come in questo senso sia stato studiato il palinsesto in modo da non accavallarsi con gli altri tg. Questo dalle 6 alle 2. Di notte viene trasmesso un rullo con le principali notizie con la prontezza garantita di andare in diretta se ve ne fosse la necessità. La redazione composta da 130 persone, più i corrispondenti da Bruxelles, New York, Gerusalemme e Pechino, è aperta 24 ore su 24 e sempre pronta ad intervenire.

La tipologia delle notizie offerta è esclusivamente di carattere politico, di cronaca, di economia nazionale ed internazionale, Mario Giordano assicura che il gossip viene bandito dal canale, come non si tratta di telegiornali schierati. Vince la notizia, la prontezza dell’informazione, l’ambizione di fare degli scoop, la velocità, il ritmo incalzante, la voglia di non trovarsi mai indietro, anzi, di essere avanti.

Sarà anche un ritmo forsennato quello che coinvolge il telespettatore davanti a canale 51, ma è un ritmo accattivante, coinvolgente che emana sete di sapere e di informare e prima di tutto, voglia di lavorare e di produrre. Il tutto con volti giovani e propositivi.

Canale 51 col suo Tgcom24 rappresenta una fetta d’Italia che ama l’Italia e che contribuisce ad arricchirla e a migliorarne la qualità di vita.

Roberta Bartolini

L’ipocrita

Ripetiamo, Monti ci dice che: “I mercati? Bestie feroci da domare“… bella frase d’effetto. Peccato che lui è quello che sta dalla parte dei mercati… e del potere bancario. Lui che da ipocrita dice che rinuncia allo stipendio di premier (che equivale a 12,000 euro) ma non rinuncia al resto, tassa i soliti tassati e tartassati perchè, prima o poi, capiranno. Già, capiranno che gli italiani sono al cospetto delle banche sue amiche.

MILANO – Per niente tecnico e persino un po’ sentimentale: Mario Monti ha molte cose da chiarire agli italiani chiamati a sacrifici senza precedenti dalla manovra appena varata dal governo d’emergenza. «Sono qui per spiegare, non sono qui per far piacere a lei» è la premessa all’intervista e anche la stoccata al conduttore Bruno Vespa, mattatore di quel salotto tv anche detto la «terza Camera» per le ripetute ospitate di Silvio Berlusconi che tra quelle poltrone bianche firmò addirittura il «contratto con gli italiani».  Ai cittadini oggi in ansia da default, il presidente del Consiglio conferma che alla manovra non c’erano alternative: «Ho invitato tutti a considerare che questa operazione di rigore, equità e crescita chiedeva sacrifici. Ma l’alternativa non era quella di andare avanti come niente fosse ma quella di correre il rischio che lo Stato non potesse pagare stipendi e pensioni. Le proteste sono giustificate, ma i cittadini italiani capiranno». Di seguito una sintesi dei principali temi trattati nel primo intervento tv del premier, che non declina una domanda sulle donne della sua vita, la madre e la moglie.
MERCATI – «I mercati sono una bestia feroce e oggi sono imbizzarriti: noi li dobbiamo domare. Lavoriamo per i cittadini e non per i mercati, ma dobbiamo tenerne conto perchè il loro funzionamento è essenziale senza però doversi inginocchiare». Ma chi è l’uomo nero? Chiede Vespa. «Non è uomo nero, magari è uomo giallo inteso come i cinesi, o uomo bianco come gli investitori canadesi. Chi può gestire i beni sulla scacchiera mondiale può usufruire dei piccoli errori dei Paesi, ma ci sono anche gli speculatori. Noi dobbiamo domare i mercati».
FAMIGLIA – Il presidente del Consiglio respinge le critiche, avanzate per lo più dal mondo cattolico, di aver trascurato le istanze della famiglia. «Non è vero – dice – ci siamo occupati di donne e di giovani che sono elementi fondamentali della famiglia e della società. E anche se “sgravi” non è una parola che va molto di moda di questi tempi, c’è l’allegerimento del carico fiscale sul lavoro attraverso l’Irap per le imprese che assumono donne e giovani a tempo indeterminato: non diamo premio fiscale per il precariato».
CASA- «La prima casa è importante per la vita dei cittadini ma è anche qualcosa che consuma risorse pubbliche: ci vogliono infrastrutture intorno alle case, le città costano. In tutti i paesi anche la prima casa contribuisce al mantenimento dei servizi pubblici» dice Monti per motivare la reitroduzione dell’Ici sulla prima casa.
PENSIONI – «Capisco il disorientamento dei pensionati ma la spesa italiana è squilibrata sulle pensioni e equità è anche quella verso generazioni future. Non è un tema astratto ma in passato la politica per motivi di consenso ha soddifatto tutti caricando il debito sui giovani» dice.
SVILUPPO – «Le prossime iniziative riguarderanno lo sviluppo, le liberalizzazioni, misure che non chiedono sacrifici ma modificano la struttura per togliere ingessature all’economia italiana» assicura Monti.
EUROPA – Dopo una manovra che ha permesso al paese di «non deragliare dai binari» occorre che anche «le politiche economiche europee facciano i loro progressi. L’area dell’euro, insomma, deve essere ripensata rapidamente. La Ue spalanchi gli occhi, i mercati spalanchino gli occhi per guardare a quello che ha fatto l’Italia. E lo ha fatto per se stessa oltre che per le esigenze europee» ridando al paese «titolo per partecipare da protagonista e non da osservatore ai vertici internazionali».
POPOLARITA’ – Secondo un sondaggio di Renato Mannheimer il presidente del Consiglio ha perso nove punti nei sondaggi sulla popolarità dopo il varo della manovra, passando dal 73% al 64% «Solo 9 punti? Allora dovevo farla più dura…» ironizza lui.
MINISTRI – «Sono molto orgoglioso di avere in questa piccola squadra ministri che per ora sono apparsi poco, ma che presto avremo modo di far apprezzare ai cittadini nelle loro qualità»
EQUILIBRISMO – «Il mio Governo è in una situazione in cui deve fare, rispetto al mondo politico parlamentare, un equilibrismo. Ma lo faccio molto volentieri e credo ci riusciremo. Metà del parlamento vuole una continuità rispetto al governo Berlusconi, l’altra metà una discontinuità». Sul fronte della continuità, Monti assicura il rispetto degli «impegni che il presidente Berlusconi ha preso, molto responsabilmente, nei confronti dell’Ue; la discontinuità cerchiamo di metterla nel dare più accento sociale e nel tirare fuori l’Italia da questo guaio».
LA FRASE «Quando ieri sono andato alla camera e in senato a spiegare le nostre decisioni un senatore ha usato, rivolgendosi direttamente a me nell’Aula, l’espressione che mi ha colpito: “A lei abbiamo chiesto di salire su un treno in corsa che stava per deragliare”. Credo sia stato mio dovere fare quello che con l’appoggio grandissimo dei miei ministri abbiamo fatto».
LE DONNE – «Le donne nella mia famiglia hanno un rapporto particolare con la politica. Il motto di mia madre era: alla larga dalla politica. Io sono stato fedele a quel motto, poi la politica è venuta a me. O la tecnica, perchè il mio è un governo tecnico». «Mia moglie mi ha molto incoraggiato, quando ottenni la nomina a Commissario europeo, ad accettare sostenendo che era meglio andare da Milano a Bruxelles, fare questa esperienza in Europa, perchè prima o poi mi avrebbero chiamato a Roma. Ora mia moglie fa la sua parte nel sostenermi, anche se non credo sia molto contenta degli orari che faccio e faccio fare ai miei colleghi».
Paola Pica

Processo Mills: e l’economia processuale?

In verità non esiste uno straccio di norma nel nostro ordinamento processuale che preveda che quando per un reato è imminente la prescrizione – tenuto conto delle attività processuali ancora da svolgere – il giudice deve sospendere il procedimento fino alla data in cui il reato cesserà di essere tale. I motivi della inesistenza di questa norma sono – ritengo – due. Il primo di ordine sistematico: esiste una lacuna che ancora non è stata colmata dal legislatore, e mi chiedo se mai verrà colmata. Il secondo di ordine pratico e culturale: i nostri giudici hanno un eccessivo potere discrezionale, tale che possono manipolare il diritto secondo le loro idee e i loro punti di vista, cosicché se il procedimento non è rilevante o non dà il giusto risalto mediatico, è probabile che la sospensione verrà attuata (con rinvii a lungo termine), altrimenti si procede per tappe forzate (con rinvii a breve scadenza), pur consapevoli che anche queste strategie sono del tutto inutili dinanzi a un meccanismo prescrittivo ormai alle porte. Nel processo Mills abbiamo un imputato – Silvio Berlusconi – che certo non è l’ultimo degli imputati. Già questo permette di prendere le misure dell’atteggiamento dei giudici, poco disponibili a lasciare andare un processo che comunque vada, finirà nel macero dei processi inutili. Lo dimostrano le tappe forzate, i passi di marcia di una giustizia che in altri ambiti e con altri imputati (meno famosi) rimane decisamente più blanda, menefreghista e per niente preoccupata di rendere giustizia a loro (se sono innocenti) e alla collettività (se sono colpevoli). Così stride l’efficientismo dimostrato dai giudici di Milano nel processo Mills davanti alle lentezze esasperate che opprimono la macchina giudiziaria nel suo complesso. Questo ci comunica ancora una volta che per la giustizia italiana ci sono processi di serie A e processi di serie B (bisognerà poi stabilire quali sono quelli di serie A e quelli di serie B, perché dipende sempre dai punti di vista). Comunque sia, è sotto gli occhi di tutti che un processo che sarà destinato a non avere alcuno effetto giuridico non dovrebbe essere più celebrato. Il giudice dovrebbe prendere atto che – vista la mole delle attività processuali ancora da svolgere – il processo è solo un inutile dispendio di soldi del contribuente. Perché è ovvio che se la macchina giudiziaria si concentra su un procedimento che finirà inevitabilmente nel macero, il denaro dei cittadini lo seguirà a ruota, creando un danno – seppur non evidente – alla collettività: perché quei giudici potrebbero occuparsi di altri processi e di altri imputati, rendendo meglio efficiente la macchina giudiziaria. E invece nisba. Ostinatamente i magistrati proseguono con un processo destinato a prescriversi, e lo fanno persino con una efficienza che lascia disarmati. E allora è chiaro che dobbiamo chiederci il perché. E il perché non può che essere ricercato in un obiettivo: ottenere comunque l’acclaramento di responsabilità penale del(l’ex) Premier con subitanea dichiarazione di prescrizione del reato. In altre parole, l’obiettivo processuale è comunque definire responsabile il Cavaliere e infrangere il suo incredibile primato: più di duecento processi e nemmeno una condanna. L’utilità sostanziale di questo risultato non è certamente giuridica: se il reato è prescritto, il Cavaliere non subirà alcun tipo di effetto penale da questa ipotetica “condanna”. Ma questo aspetto non è davvero importante: esiste un’altra utilità, ed è quella politica/mediatica. Il Cavaliere condannato (seppur di un reato prescritto) è comunque un Cavaliere condannato per un reato odioso come la corruzione. Sul piano dei consensi politici, soprattutto in questo periodo di grave debolezza politica, questa condanna potrebbe avere il suo dirompente effetto. Da questa verità non si fugge. Ed è una verità che – davvero – lascia perplessi, perché dalla giustizia ci si dovrebbe aspettare non solo giustizia ma anche realismo ed efficientismo. Soprattutto perché i soldi che i giudici usano per celebrare i processi sono i nostri. Ecco dunque che il magistrato dovrebbe avere l’accortezza e la sensibilità di andare oltre l’utilità politico/mediatica di una condanna basata su un reato ormai prescritto (la prescrizione del reato di corruzione nel processo Mills – ricordo – interviene a febbraio 2012), valutando esclusivamente la sua concreta utilità giuridica. E va da sé – ripeto – che questa utilità, nel processo al Cavaliere, non esiste più da tempo.

By Rischiocalcolato -Fonte: Adnkronos

Berlusconi lo vorrei sempre così

Al convegno del movimento di Carlo Giovanardi, ha fatto il suo esordio da Premier Emerito il Presidente Silvio Berlusconi.
Come sempre in queste circostanze Berlusconi ha detto quello che mi piacerebbe ascoltare (e veder nei fatti realizzato …) da miei rappresentanti politici.
Berlusconi ha ricordato come la sua discesa in campo derivasse dalla volontà di impedire la deriva comunista della Nazione.
Berlusconi ha ricordato come la sinistra, per quanti lifting faccia, resta sempre comunista nell’animo e nei comportamenti.
Berlusconi ha ribadito il suo netto “no” alla patrimoniale che sarebbe un esproprio su beni già tassati.
Berlusconi ha denunciato come abbassare a 300 o 500 euro il limite per l’uso del contante sia un aberrante limite alla libertà individuale e creerebbe uno stato di polizia tributaria e fiscale.
Adesso Berlusconi (e il Pdl) dovranno solo essere coerenti votando contro ogni provvedimento che limitasse l’uso del contante, che imponesse una patrimoniale (e tale è anche l’ici) e che accogliesse l’impostazione comunista dei soprusi dello stato sulla nostra vita e sui nostri risparmi.

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Le elìtes e il voto

Il diritto a votare va certamente difeso e quindi la manifestazione  a favore del 25 p.v. è la benvenuta, dato che secondo l’art. 1° della Costituzione (comma 2°) “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Ora, questo vuol dire che la sovranità è un bene, come si dice, non disponibile e dunque non alienabile. Dunque risulta pertanto che nelle situazioni particolarmente difficili della vita istituzionale del popolo stesso, la parola debba ritornare ad esso onde, questo medesimo, si possa pronunciare nelle forma legittime previste dalla Costituzione stessa cioè attraverso regolari elezioni. E questo effettivamente non è avvenuto nelle circostanze che stiamo vivendo, circostanze che si sono realizzate coagulando in una situazione che dire anomala è dir poco (date le implicazioni che essa comporta). Fermo restando questo punto la cui chiarezza non dà adito a dubbi, mi pare però che si stia trascurando un punto importante intorno al quale il centrodestra deve venire ragionando. Non so se nella stessa manifestazione o, meglio, in altra sede ma comunque lo si dovrà fare e fare a fondo. E’ accaduto infatti che a causa di una crisi economica globale, della quale si è abbondantemente approfittato sotto il profilo politico, un primo ministro è stato costretto ad abbandonare il suo ruolo, senza nemmeno essere stato sfiduciato in Parlamento (avendo per giunta una maggioranza forte in Senato e una maggioranza incerta – se non ballerina – alla Camera dei Deputati). Ora, mi pare, che tutto ciò certifichi in maniera inequivocabile che il ruolo del Presidente del Consiglio è significativamente debole nel dettato Costituzionale, come d’altra parte lo stesso Silvio Berlusconi aveva già ripetutamente affermato, mirando ad arrivare a delle modifiche fondamentali di determinati articoli della Carta costituzionale. Certo, Silvio Berlusconi si è momentaneamente ritirato dal suo ruolo in via amichevole, senza che siano accadute lacerazioni potenti nella vita politica. Ciò non toglie che l’anomalia verificatasi sia stata colta assai bene dai commentatori attenti al di qua e al di là delle belle parole che si sono sprecate sui mass media per far apparire un nonnulla quello che è davvero accaduto. Abbiamo infatti assistito ad una curiosa dimostrazione di quanto l’investitura popolare non conti poi tanto, laddove una carica di rilievo appaia piuttosto debole (anche se supportata da una rappresentanza parlamentare forte) a fronte di giochi di élites economiche toste (i famosi poteri forti) supportate da un atteggiamento “sovversivo” di parte della forza parlamentare di opposizione e di segmenti dello Stato (cfr. un certo numero di Pubblici Ministeri), aiutati dai mass media e da ripetute agitazioni sindacali. A questo punto vale riconoscere una cosa semplicissima: da quando il governo Berlusconi ebbe ad insediarsi 3 anni fa fu fatto oggetto di attacchi ripetuti, soprattutto nella persona dello stesso Presidente del Consiglio. Fecero da battistrada i P.M. attraverso una serie di accuse e di inchieste, una più fasulla dell’altra, coadiuvati da un giornalismo, vile e mendace quant’altri mai. Tale ignobile orchestra aveva uno scopo semplicissimo: riuscire a bloccare l’attività di governo, visto che questo stesso lavorava anche troppo bene e quindi era suscettibile di riuscire ad arrivare alla normale scadenza elettorale (2013) rischiando in positivo di farsi rieleggere. Il timore che questo avvenisse affliggeva l’opposizione parlamentare e quella del mondo del lavoro che si sforzavano di agitare le acque, secondo quelle consuetudini che sono sempre state loro proprie da più di 66 anni a questa parte. Inoltre vanno significativamente individuati come facenti parte di una precisa congiura (di cui si dovrà certificare il fondamento e la complessità delle spinte perché andasse in porto) quegli eventi come la secessione promossa da Gianfranco Fini (guarda caso tuttora presidente della Camera dei Deputati) al fine di togliere la maggioranza parlamentare al P.d.L.. proprio in modo da interrompere l’azione di governo o comunque da fiaccarla. In quel contesto hanno cominciato a muoversi i cosiddetti poteri forti che nella magistratura inquisitrice hanno trovato una facile sponda e, diciamolo pure, una “corrispondenza d’amorosi sensi”. In questo indubbiamente difficile quadro, Silvio Berlusconi ha mostrato sufficiente self control e atteggiamento “buonista”: forse era meglio rispondere colpo su colpo (non limitandosi all’attività, e allo scudo che ne derivava, dei suoi fedeli avvocati). E’ questo il problema di fondo del centrodestra: per non rischiare l’accusa di neofascismo si è mostrato sempre troppo generoso nei confronti di quelle élites (in parte scalcagnate) che invece ricercano spudoratamente il governo, il sottogoverno e i poteri collegati, non avendo ritrosie nel perseguire i propri disegni con il cercare di sovvertire ciò che è divenuto istituzionale per volontà di popolo (attraverso il regolare confronto elettorale). Chi vuole mettere il guinzaglio a questa marmaglia che si sforza di agitare a personale profitto il panorama italiano deve avere un polso fermo tale da colpirli senza tregua. Mi pare che sia questa la lezione che va da Machiavelli a Vilfredo Pareto: con le volpi e i pescicani non si scherza ed occorre avere sempre le armi pronte per intimorirli. I buoni (ahiloro!) sono destinati a ruinare. Oggi come oggi nulla è ancora perduto per il P.d.L. e per il suo leader ma è facile prevedere che, da qui al 2013 (ammesso che Mario Monti riesca ad arrivarci!) e ne possiamo star certi, che le insidie si moltiplicheranno.

Claudio Papini

Ci ricorda tanto Ciampi…

MILANO – Il primo test parlamentare è stato un successo. Il nuovo governo formato da Mario Monti ha incassato al Senato 281 sì su 306 votanti (un record per l’insediamento di un esecutivo nella storia della Repubblica) e si appresta a bissare il risultato alla Camera. Dalle 10 è in corso il dibattito sulle comunicazioni del governo.
IL DIBATTITO – Il primo a prendere la parola è stato Dario Franceschini. Il capogruppo dei deputati del Pd ha voluto ringraziare il neo-presidente del Consiglio augurandosi che il suo mandato duri «fino alla fine della legislatura». «Grazie – ha affermato Franceschini – per aver messo la sua credibilità internazionale e le sue competenze al servizio del paese. Ci ricorda tanto Ciampi che si assunse l’onere di mettere a disposizione la sua credibilità internazionale per far uscire l’Italia da un momento di crisi». «L’Italia ha bisogno di una legge del buon esempio», ha voluto specificare il capogruppo Idv Massimo Donadi, mentre la Lega con Pierguido Vanalli ha ribadito il suo «no» al governo Monti. «Senza la disponibilità del Pdl e di Silvio Berlusconi ad appoggiare il governo Monti, ora ci sarebbero state le elezioni anticipate», ha sottolineato con forza nel suo intervento il presidente dei deputati Pdl, Fabrizio Cicchitto. «Berlusconi – ha aggiunto – ha fatto due atti di responsabilità: ha dato le dimissioni e ha deciso di dare l’appoggio a questo governo e senza questo appoggio non staremmo a discutere qui ma a preparare le elezioni. Quindi rivendichiamo un ruolo di responsabilità».
«L’EX PREMIER NON PARLA» – Alle 12 è prevista la replica del premier Monti e a seguire, e fino alle 14, le dichiarazioni di voto dei gruppi. Si era parlato di un intervento dello stesso Silvio Berlusconi per il Pdl. In mattinata però il deputato Osvaldo Napoli ha annunciato al Tgcom24 che la dichiarazione di voto verrà fatta da Angelino Alfano, «mentre Berlusconi non parlerà». «Nelle parole di Monti ho visto passione civile e orgoglio italiano, la voglia di unire equità e crescita», ha detto Pier Luigi Bersani commentando il discorso di Monti al Senato. Il segretario dei democratici, come il Cavaliere, interverrà a Montecitorio durante il dibattito sulla fiducia.
I SALUTI, LA FASCIA NERA, GLI APPUNTI – «Traffico» di saluti ai banchi del governo e qualche nota di colore durante la seduta. Domenico Scilipoti si è presentato a Montecitorio con una vistosa fascia nera al braccio. Molti deputati si sono avvicinati ai collega per chiedere il perché di quella fascia. Scilipoti non ha risposto ma ha consegnato a tutti un volantino che riproduce un manifesto mortuario in è rappresentata una croce nera con sotto scritto «oggi è morta la democrazia parlamentare. Il popolo Sovrano ne dà il triste annuncio al Paese». Durante la discussione, il premier Molti ha mostrato molta attenzione e ha preso appunti, probabilmente per prepararsi alla replica.
«NON SIAMO I POTERI FORTI» – Giovedì al Senato Monti ha ottenuto una larga maggioranza su un programma ambizioso e articolato, annunciando numerose misure su temi quali Ici, pensioni, lavoro. Lega a parte, ha avuto il sostegno di tutti i partiti. In Aula Monti ha anche respinto l’accusa di essere a capo di un «governo dei poteri forti» servitore della multinazionali e compiacente con l’asse franco-tedesco. «Restiamo uniti o falliremo», l’appello del neo-premier a tutte le forze politiche.
INCONTRO CON IL PAPA – Primo incontro tra il nuovo capo del governo e il Pontefice venerdì mattina all’aeroporto romano di Fiumicino. Monti ha accolto Benedetto XVI direttamente sotto la scaletta dell’elicottero con cui il Papa è arrivato alle 8.42 dal Vaticano. Una lunga stretta di mano e uno scambio di saluti ha suggellato l’incontro, particolarmente cordiale. Il nuovo presidente del Consiglio ha poi accompagnato il Santo Padre fino alla scaletta dell’aereo, un Airbus A330 dell’Alitalia, che lo condurrà in Benin.
«FIDUCIA PER IL PAESE» – Dopo il sì al Senato intanto, il professore nominato premier incassa anche la benedizione della Sir, l’agenzia dei vescovi. Bisogna «tradurre la fiducia» ottenuta nelle aule parlamentari «in un’iniezione di fiducia per il Paese tutto», «che non solo ne ha bisogno, ma anche la desidera. A partire dai giovani», ha scritto l’organo della Conferenza episcopale.
MARTEDÌ A BRUXELLES – Martedì prossimo il premier sarà a Bruxelles per presentare il suo piano di riforme al presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy.

Tradimenti

Aggiungiamo Silvio Berlusconi al lunghissimo elenco dei governanti traditori dell’Italia. Dispiace, dispiace molto, ma la conclusione è purtroppo soltanto questa. Avrebbe potuto almeno, una volta deciso di uscire di scena, fare un grande gesto per rimanere alla storia, cosa che viceversa non succederà perché nulla ha fatto che possa interessare la storia. Avrebbe potuto, perso per perso, invece che inginocchiarsi davanti ai banchieri, ribellarsi al colpo di stato ordito dal Presidente della Repubblica e affermare, com’era suo dovere, che avrebbe difeso i diritti democratici degli Italiani. I motivi per prendere questa decisione erano due, e tutti e due talmente evidenti che nessuno, salvo che i suoi miserrimi nemici, avrebbe potuto contestarli.
Il primo non era opinabile: difendere la Repubblica dal colpo di stato di Giorgio Napolitano era un preciso dovere del Capo del Governo, sia nella sua qualità di Capo del governo che in quella di Capo del partito di maggioranza presente in Parlamento. Invece, non soltanto non ha fatto neanche il più piccolo gesto di resistenza e non ha dato come giustificazione delle sue dimissioni la volontà di tener fede al giuramento di fedeltà alle leggi della Repubblica, ma si è addirittura vantato, nel suo ultimo discorso televisivo, di non essere mai stato “sfiduciato”, di essersi sacrificato per il bene dell’Italia. Quanti ne ha conosciuti l’Italia, lungo il passare dei secoli, di traditori delle Leggi e delle Costituzioni, che sono venuti meno ai loro giuramenti “per il suo bene”! Tragico destino degli Italiani! Essere stati sempre odiati, traditi, dai loro governanti. Non c’è stato né Papa né Re né dittatore né generale in fuga che non si sia giustificato così. Neanche un minimo soprassalto di orgoglio, di dignità, di rispetto per la verità: nulla. Berlusconi ha dunque avallato, con la sua vigliaccheria, l’azione eversiva con la quale è stato installato a capo del governo un banchiere, firmando per giunta la sua repentina nomina a senatore a vita, espediente truffaldino messo in atto dal Presidente della Repubblica per fingerne l’appartenenza “politica”. Una messa in scena atroce che ricorda agli Italiani i peggiori momenti della loro storia e che li ha colti tanto di sorpresa da lasciarli incapaci di capire, di parlare, di ribellarsi. Avevano riposto fiducia e ammirazione in Giorgio Napolitano come nel migliore dei loro Presidenti. Non riescono ancora a rendersi conto di quanto è successo. Ma il risveglio arriverà presto, prestissimo. Arriverà a causa della macroscopica menzogna con la quale è stata giustificata tutta l’operazione. E’ il secondo motivo di cui parlavo all’inizio: il fallimento dell’unificazione europea.
Il progetto di unificazione europea ha dimostrato nel modo più evidente che era sbagliato fin dall’inizio e che è fallito. Nulla di quanto si voleva realizzare è andato a buon fine. L’Europa unificata, che doveva diventare il mercato più ricco del mondo, è viceversa molto più povera e la moneta unica sta per far andare in fallimento molti degli Stati che l’hanno adottata. Il costo di quanto è stato fatto non è in pratica calcolabile. Sarà, però, sufficiente pensare agli ordini che sono stati dati da un Parlamento europeo in preda all’isterismo di un immenso potere privo di limiti, ed eseguiti in timore e tremore dai poveri agricoltori europei, per averne almeno un’idea. Distruggere le migliori produzioni di frutta e di verdura, ammazzare magnifiche mucche e splendidi maiali, gettare a mare, sotto lo sguardo irato del Dio dei poveri e degli affamati, fiumi di latte, di vino, di olio, è soltanto una delle innumerevoli prove di quale oscura e profonda palude di non- senso un’ Europa allucinata sia stata costretta ad attraversare. Così del resto hanno fatto i rivoluzionari bolscevichi per ridurre alla “giusta” pianificazione le produzioni dei kulaki; così hanno fatto i Kmer rossi per distruggere il capitalismo stracciando tutte le banconote che lo rappresentano. In Europa non c’è stato bisogno, ameno fino ad ora, di fucilare nessuno (non illudiamoci: presto arriverà anche l’uso della forza) perché tutti hanno obbedito, incapaci di credere che la democrazia potesse diventare, come, di fatto, è diventata, la più folle delle dittature. Ma adesso, forse, siamo al dunque. La crisi economica imperversa, innestata da banchieri di primissimo piano in preda all’incontinenza dostojesckiana dei giocatori d’azzardo e che, in premio delle migliaia di miliardi che hanno mandato in fumo, adesso guidano da par loro, nel peggiore dei modi, l’economia dei singoli Stati. L’unificazione politica, poi, che era lo sbandierato scopo di tutta l’operazione, si è rivelata talmente fuori dalla realtà che, com’era logico aspettarsi, Francia e Germania hanno preso il comando a viso aperto, senza remore nel decidere per tutti le guerre e le alleanze, manifestando con assoluta sicurezza la loro superiorità e il loro potere sulle nazioni suddite.
Di fronte a questo quadro qualsiasi persona fornita di buon senso penserebbe di dover abbandonare la vecchia strategia e di doverne inventare una nuova. Invece governanti e banchieri insistono nel non voler prendere atto del fallimento e dicono il contrario: non si tratta di fallimento, ma di non aver ancora fatto tutto quello che si doveva fare. Evidentemente settanta anni di sforzi, di prove, di perdite, di sconfitte, non bastano. Non bastano perché – è questo il punto – non siamo ancora falliti del tutto, non si sono ancora impadroniti di tutto. Lo scopo vero, infatti, era questo: la distruzione dell’Europa. La distruzione degli Stati nazionali e la consegna di tutto il potere, incluso quello politico, ai banchieri. Pensate forse che quello che riusciamo a capire noi che non siamo degli specialisti dell’economia, non potevano capirlo coloro che hanno ideato questo progetto? Credete forse che lo sfacelo attuale non lo avessero previsto? Suvvia! I signori Ciampi, Prodi, Monti, Draghi, saranno pure più bravi di noi nel far di conto. E nel caso avessero davvero sbagliato, perché mai dovremmo affidarci a loro per salvarci? Non vedete, dunque, cari Italiani, che è tutto fuor di senso?
Un’accelerazione sulla strada della consegna totale del potere ai banchieri l’ha data il Presidente della Repubblica italiana. Non meravigliamoci: come già detto, i governanti italiani sono i migliori complici delle nostre sfortune. E’ stato, però, così rotto il patto, il patto della democrazia. Non siamo più tenuti, quindi, neanche noi, i cittadini, a tenervi fede. I parlamentari potrebbero ancora, però, non votando un governo illegittimo e pretendendo di andare alle elezioni, salvare almeno le forme della democrazia. I parlamentari del Pdl in particolare non hanno nessun obbligo di obbedienza nei confronti di Berlusconi, dato l’enorme errore che ha compiuto. Sarebbe l’unico modo anche per fermare la crisi economica: dire ad alta voce a coloro che ci stanno strangolando che non staremo più al gioco; che, non appena eletto il nuovo parlamento, ci sottrarremo al cappio dell’euro, riprendendoci la sovranità monetaria e l’indipendenza. Non ci sono altre strade di salvezza. Qualche parlamentare vorrà alzare la testa e ricordarsi di essere italiano?

Ignoranza e stupidità

Dietro certe cattedre il Sessantotto non è mai passato. Dietro certe cattedre all’insegnamento si preferisce l’ideologia. E, se durante gli anni di Piombo, c’era quella comunista, oggi è stata sostituita da quella antiberlusconiana. Per questo non deve stupire se in un’aula del liceo scientifico Agnesi di Merate sono spuntate le torte e lo spumante per festeggiare le dimissioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Non deve stupire, ma sicuramente dovrebbe ugualmente indignare un Paese che, dagli anni Sessanta, è abituato a vedere la scuola usata come luogo di indottrinamento. Quando Berlusconi lo disse per la prima volta si attirò le ire della stampa progressista. “Bisognerebbe poter educare i figli liberamente – disse il Cavaliere – e liberamente significa non essere costretti a mandarli a studiare in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare dei principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono per i propri figli educandoli nell’ambito della famiglia”. Una denuncia, quella lanciata nel febbraio scorso dal premier, tanto vera quanto dolorosa. Non mancano certo gli episodi spiacevoli. Non da ultimo quello denunciato dal Giorno nell’edizione di Lecco. A organizzare il brindisi di addio al Cavaliere e al governo non ci hanno pensato soltanto alcuni ragazzi, ma in una classe se ne sono occupati direttamente i professori. Sono stati, infatti, i docenti della quinta scientifico a invitare gli studenti più giovani a esultare per le dimissioni di Berlusconi. La a preside Maria Teresa Rigato assicura di non saperne nulla. Eppure le manifestazioni, pur non essendo state autorizzate, non sono state affatto improvvisate. I docenti le hanno organizzate con cura il giorno precedente: grazie al passa parola e al bailamme sulla pagina Facebook dell’istituto superiore di via dei Ludovichi la “festicciola” è stata tutt’altro che un fiasco. Torta e Coca Cola? Macché. Una vera e propria festa alcolica. Dalla Bonarda alla birra. Fiumi di vino anche per i docenti che, sempre soprannominati, non possono essere riconosciuti. Non sono mancate le fotografie con bottiglie in bella mostra sulla cattedra e sui banchi. “Io non ne sapevo nulla e non mi risulta niente del genere – ha spiegato la dirigente scolastica al Giorno – se comunque qualcosa è avvenuto in tal senso assicuro che da parte mia non c’è stata alcuna autorizzazione”. Adesso ci saranno le verifiche del caso. La Rigato, ad ogni modo, ha condannato l’accaduto parlando di vere e proprie “manifestazioni di partigianeria”. La scuola di Merate non è certo la prima che inserisce l’anti berlusconismo tra le materie da insegnare. Gli esempi si sprecano. Dalla professoressa di prima media a Spoleto che chiede agli alunni di disegnare “un carro di Carnevale prendendo spunto dai festini di Berlusconi ad Arcore” ai bambini usati per cantare una canzone contro il Cavaliere. Quello di Merate è solo l’ultimo esempio di una scuola ancora da riformare.