Sui preti pedofili… i vescovi non sono pubblici ufficiali…

Non deve stupire che nelle nuove «Linee guida» sulla pedofilia che la Conferenza episcopale italiana ha approvato nelle scorse ore durante l’annuale assemblea generale in corso a Roma non è contemplato per i vescovi l’obbligo di denuncia alla magistratura del prete sospettato di pedofilia. La Chiesa cattolica, infatti, si è semplicemente adeguata alla legge italiana: nei Paesi dove quest’obbligo è previsto per legge – non è il caso dell’Italia – esso viene recepito nelle «Linee guida» della Chiesa locale, mentre laddove l’obbligo non esiste non viene inserito. Certo, eccezioni ce ne sono. Tra queste l’Irlanda dove, nonostante non vi sia l’obbligo di denuncia, i vescovi hanno voluto inserire la norma. Troppo grande è stato lo scandalo pubblico della pedofilia nel clero perché la chiesa irlandese non desse un segnale forte. Per tutto il 2010 e anche per il 2011 i vescovi locali sono stati messi sul banco degli imputati da parte dell’opinione pubblica indignata dal fatto che i preti colpevoli al posto di essere denunciati sono stati semplicemente spostati di diocesi in diocesi.
Ieri il segretario della Cei monsignor Mariano Crociata ha invece spiegato che la Chiesa italiana non può «chiedere al vescovo di diventare un pubblico ufficiale». E ancora: «Non possiamo chiedergli di prendere l’iniziativa» di denunciare un caso di abusi su minore commesso da uno dei suoi preti di cui fosse venuto a conoscenza perché «contrasta con l’ordinamento», anche se naturalmente «non gli viene impedito». Ma attenzione: il fatto che non gli venga impedito non significa che il vescovo possa infrangere il segreto confessionale. Per la Chiesa in nessun caso i peccati confessati nel sacramento penitenziale possono essere denunciati. I vescovi, in sostanza, possono denunciare il prete colpevole solo se sono venuti a conoscenza dei suoi misfatti fuori dal confessionale. Perché il segreto del confessionale non può essere infranto? Nel XIII secolo fu il chierico inglese Tommaso di Chobham a spiegarne in un Manuale il motivo: «Il sigillo della confessione deve essere segreto perché lì il confessore siede come Dio e non come uomo». Dunque nessun obbligo di denuncia, ma cooperazione sì. Ha detto, infatti, Crociata: se per gli illeciti commessi da membri del clero «sono in atto indagini o è aperto un procedimento penale secondo il diritto dello Stato, risulterà importante la cooperazione del vescovo con le autorità civili, nell’ambito delle rispettive competenze e nel rispetto della normativa concordataria e civile».
Crociata ha ieri spiegato che le linee guida della Cei hanno avuto «un passaggio informale ma autorevole» dalla Congregazione per la Dottrina della fede, che «ha preso atto che la Conferenza episcopale italiana ha recepito debitamente» quanto richiesto dal Vaticano nel 2010, quando una Lettera Circolare dell’ex-Sant’Uffizio aveva chiesto a tutte le conferenze episcopali del mondo di dotarsi di linee guida per affrontare in modo adeguato i casi di abuso. Quando poco dopo essere stato eletto al soglio di Pietro Benedetto XVI nominò prefetto della Dottrina della fede l’americano William Joseph Levada lo fece anche per la sua competenza in materia di pedofilia. Negli Stati Uniti aveva vissuto in prima persona il problema tanto che nel nel 2006 fu chiamato a testimoniare a San Francisco in merito ad abusi commessi da alcuni preti quando, prima del 1995, era vescovo a Portland. Sono 135 i casi di pedofilia tra il clero in Italia che riguardano il periodo 2000-2011 e che sono emersi nell’ambito di una ricognizione effettuata dalla stessa Cei in vista della pubblicazione delle linee guida. «Di questi casi – ha spiegato ancora Crociata – 77 sono le denunce che risultano alla magistratura, 22 sono stati condannati in primo grado, 17 in secondo, 21 hanno patteggiato, 12 i casi archiviati, 5 assolti».

Sacri pulpiti

Il cardinale Angelo Bagnasco dà una mano a Mario Monti e bacchetta i partiti che sembrano volersi «ritrarre» dal sostegno al governo. Il presidente della Cei ha aperto in Vaticano l’assemblea generale di primavera – il «parlamentino» dei vescovi italiani – con una prolusione che, in una fase di incertezza segnata dalla crisi dell’euro, dal terremoto in Emilia-Romagna e dall’attentato di Brindisi, pungola il mondo politico. È «importante» che le riforme «necessarie» siano «ora completate col massimo dell’equità e del consenso», ha detto Bagnasco all’assise. «Stupisce l’incertezza dei partiti che, dopo una fase di intelligente comprensione delle difficoltà in cui versava il Paese, ma anche delle loro dirette responsabilità, paiono a momenti volersi come ritrarre», ha scandito l’arcivescovo di Genova. «Non ci sarebbe di peggio che lasciare incompiuta un’azione costata realmente molti sacrifici agli italiani». Se nei mesi scorsi la Cei si era distinta dalla Santa Sede per un sostegno meno entusiastico al governo, ora Bagnasco è netto: «Si doveva cambiare. Si deve cambiare. Di qui l’iniziativa governativa di messa in salvo del Paese, in grado di scongiurare il peggio». Quanto ai partiti, l’astensione delle Amministrative è «un messaggio chiaro da prendere sul serio» e – quasi un cenno a Beppe Grillo – i risultati «non possono incentivare involuzioni del quadro della responsabilità politica, n´ demagogie e furbizie, grossolane o sottili». Soprattutto, sono i partiti a non doversi lasciare andare a «latrocinio» e «pratiche corruttive» che li porta a essere considerati «traditori della politica».

Il Dio degli uomini lo è anche degli animali?



Oggi ci promuoviamo a sito filosofico, toh!
La domanda ci è sorta spontanea ieri mentre scrivevamo l’articolo “Quando Dio pensò l’uomo“.
Ed è la seguente: “Ma il Dio degli uomini, che è anche il Dio di tutto l’universo, è anche il Dio degli animali?”.
Perchè questa domanda?
Perchè ammesso che si possa dire che la specie umana abbia un Dio, e non sia piuttosto solo un mero desiderio dei più deboli per sperare in un riscatto nell’altra vita – cosa che man mano che mi passano gli anni, purtroppo, credo sempre più verosimile – ma questo Dio degli umani, sarebbe per caso lo stesso Dio che permette i viaggi in condizioni incredibilmente crudeli sui camion che attraversano l’Europa dei cavalli e dei bovini che arrivano a destinazione distrutti senza poter reggersi sulle zampe e quando li trascinano fuori dai camions è soltanto per mandarli al macello sparandogli prima un colpo di pistola in fronte, in mezzo agli occhi?
Ed è anche lo stesso Dio che ha creato i polli, i conigli, che vengono cresciuti a mangime di dubbia qualità in campi di concentramento per poi, quando ben pasciuti, potergli tirare il collo affinchè soddisfino la nostra fame di mangiatori di bestie?
Ogni tanto guardo il mio gatto per il quale nutro un grande affetto, e lo faccio giocare e dormire con me come se fosse un cristiano, e mi domando se, per caso, lui, non possa sperare in altro Dio che non sia il mio affetto.
Scusate la divagazione.
IL CRONISTA

Preghiamo per quei 94 bambini morti tragicamente in questi giorni.

94 bambini non vedranno la luce, non godranno della vista delle albe e dei tramonti, non si innamoreranno, non conosceranno la gioia di avere una Famiglia, non conosceranno la pittura, la poesia, la musica e l’ arte in genere. Questo a me interessa, piuttosto che sentire bestemmie come “gli Embrioni danneggiati hanno perso la propria utilità” o l’ annuncio di richieste di risarcimento legale. Nessuno ridarà la Vita a quei 94 Embrioni morti all’ Ospedale San Filippo Neri di Roma, vere Persone con Anima fin dal primo concepimento, anche se avvenuto in maniera non naturale. Che l’ uomo si fermi, adesso.

In paradisum deducant te Angeli; in tuo adventu suscipiant te martyres, et perducant te in civitatem sanctam Ierusalem. Chorus angelorum te suscipiat, et cum Lazaro quondam paupere æternam habeas requiem.

Povera Spagna:il Real Madrid toglie la Croce dallo stemma per accontentare gli arabi.

Ma se l’ Italia di Monti Mario è calpestata nel mondo da un paese con mille problemi come l’ India, l’ Europa, che ha rinnegato le proprie Radici Cristiane, meglio non sta. E’ notizia freschissima che il Real Madrid, per compiacere il proprio socio in affari nella costruzione di un lussuoso resort negli Emirati Arabi, ha tolto la Croce che campeggiava da sempre nel proprio stemma. Cosa non si fa per i trenta denari del politicamente corretto !

http://www.ilgiornale.it/esteri/per_fare_affari_emiri_real_madrid_si_toglie_croce/31-03-2012/articolo-id=580434-page=0-comments=1

Allora io, come scrissi ai tempi in cui l’ Inter fu criticata da turchi ed altri muslìm per la Maglietta Crociata del Centenario, proporrei alla beneamata, Moratti permettendo, l’ uso della maglietta Crociata con al centro un simpatico stemma; quella del 1928:

http://santosepolcro1.blogspot.it/2008/01/i-crociati-terrorizzano-la-turchia.html

In culo alla religione

«Il governo ha portato il Paese al sicuro». Bagnasco chiede: «Equità e rigore». Il presidente della Cei apre il consiglio permanente
MILANO – «Con i provvedimenti adottati è stato portato al sicuro il Paese». Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, apre i lavori del Consiglio episcopale permanente con un plauso all’esecutivo Monti. Ma non lesina in auspici e raccomandazioni: «Bisogna che si approfitti il più possibile di questa stagione, in cui si è costretti a dare una nuova forma ai nostri stili di vita: uscire dall’immobilismo; cominciare a fare manutenzione ordinaria del territorio; continuare nella lotta all’evasione fiscale; semplificare realmente alcuni snodi della pubblica amministrazione; dotarsi di strumenti pervasivi e stringenti nel contrasto alla corruzione e al latrocinio della cosa pubblica».
EQUITA’ E RIGORE – Secondo Bagnasco le aspettative nei confronti del governo sono alte perché prospetta «soluzioni sospirate da anni. Come vescovi – avverte però – chiediamo di tenere insieme equità e rigore. La congiuntura ci deve migliorare, non appiattire e ancor meno schiacciare». Alla sua analisi non sfugge un richiamo all’attualità. Il cardinale di Genova ricorda che «il modello economico perseguito lungo i decenni dal nostro Paese è stato ed è una prodigiosa combinazione tra famiglia, impresa, credito e comunità, un insieme che va reinterpretato e rilanciato, recuperando stima nelle imprese familiari e locali, a cominciare da quelle agricole e artigianali». Nella prolusione Bagnasco esalta così «l’energia scaturente dai vincoli familiari, supporto indispensabile nelle emergenze, sostegno che mentre dà educa, e mentre educa non lascia mai soli».
I GIOVANI – Il presidente della Cei si è poi rivolto alla vasta platea dei giovani penalizzati dal sistema economico. «Siamo profondamente persuasi che i giovani di oggi – ha invece osservato Bagnasco – siano in grado di dare una spinta decisiva al cambio di passo del nostro Paese. La conoscenza che abbiamo di loro – continua – e del loro entusiasmo, la consuetudine con i loro ragionamenti, la partecipazione alle loro mortificazioni, l’ascolto della loro rabbia, ci inducono a ricordare che non si possono tradire: sono indispensabili oggi, non solo domani».
CREARE LAVORO – «Mentre la crisi perdura, chiediamo che sollecitamente si avvii la sospirata fase di ripresa e degli investimenti in grado di creare lavoro, che è la priorità assoluta». Il leader della Conferenza episcopale ha quindi affrontato il tema cruciale della crisi economico-finanziaria. L’unico antidoto per il cardinale è la ripresa fondata del lavoro: «L’approccio finanziario, infatti, senza concreti e massicci piani industriali- osserva- sarebbe di ben corto respiro. Solamente ciò che porta con sè lavoro, e perciò coinvolge testa e braccia del Paese reale, ridà sicurezza per il presente e apre al futuro».

Le Cei e la riforma del lavoro…

Un commento: “Mi arrendo. Non volevo crederci ma, dopo aver letto che il Presidente della Cei accoglie a braccia aperte l’art. 18 di ispirazione marxista-leninista; che persino i Vescovi, dunque il Vaticano, si sono arresi al pensiero (moderno?) di coloro per i quali “la religione è l’ oppio dei popoli”. Se ciò va bene a loro : così sia. A me non va bene per niente: che i lavoratori siano considerati MASSA informe, tutta uguale, e che gli imprenditori siano un branco di ladri sfruttatori. Preferisco che tutti i lavoratori vengano considerati persone dotate di un loro libero e autonomo pensiero, mai da massificare e da proletarizzare, ma da considerare in base al proprio valore e merito, non alla finta compassione dei potenti, anche se Vescovi. Preferisco che gli imprenditori vengano, con Calvino, considerati persone meritevoli in quanto rischiano i propri beni impiegandoli per la produzione di benessere, a vantaggio di tutti.”
Mons. Bregantini (Cei): “L’articolo 18 va esteso Sbagliato escludere Cgil”. Il presidente della Commissione episcopale per il lavoro sviscera a Famiglia Cristiana gli aspetti positivi e negativi della riforma di Lucio Di Marzo

“La modalità con cui è ipotizzato il licenziamento economico potrebbe rivelarsi infausta”. La Cei affida alle parole di monsignor Giancarlo Bregantini, capo-commissione per il Lavoro, il commento alla riforma sul lavoro in via di definizione. L’arcivescovo, dalle pagine di Famiglia Cristiana, fa presente il rischio di portare il Paese a “un clima di paura generalizzata”, data dal fatto che “nemmeno il giudice” avrà il diritto di intervenire sulla questione dei licenziamenti legati a motivi economici. Bregantini si dice comunque felice del fatto “che i licenziamenti discriminatori vengano contemplati per tutti, anche nelle aziende con meno di 15 dipendenti”, fattore che giudica assolutamente positivo, come lo è “anche la triplice distinzione dei licenziamenti in discriminatori, economici e disciplinari”. Se Bregantini è piuttosto tiepido sulla riforma in materia di licenziamenti, è altrettanto critico nel ragionare sulle tempistiche dei lavori.
“Ci voleva un pò più di tempo per mettere in atto una riforma così importante”, commenta, sottolineando come la fretta non fosse necessaria e come anche le parole del premier Monti, che ha definito chiusa la questione, siano state affrettate. E attacca: “Si poteva dire: la questione è posta, ora dialoghiamo, nelle fabbriche, negli uffici, in Parlamento, nella società civile, perchè il lavoro è il tema cruciale del nostro Paese”. Il presidente della Commissione Cei per il lavoro tende anche una mano alla Cgil. “Lasciarli fuori”, sottolinea, “sarebbe una perdita di speranza notevole, un grave errore, quasi che il primo sindacato italiano per numero di iscritti non sia una cosa preziosa per una riforma del lavoro”. Il rischio, spiega, è che “questa parte sociale, con i suoi milioni di iscritti, resti disillusa, arrabbiata, ripiegata su atteggiamenti difensivi”. Bregantini rivolge un invito affinché il lavoratore non sia trattato come una merce, “un prodotto da dismettere per motivi di bilancio”. Il rischio è che “l’aspetto tecnico” diventi “prevalente sull’aspetto etico. Leone XIII lo scrisse nella pietra miliare del cattolicesimo sociale, emanata nel 1891, più di un secolo fa”. Infine un commento anche sul tema dell’articolo 18. “Bisogna fare in modo di vincere la precarietà, non di aumentarla”, spiega Bregantini. Motivo per il quale “l’articolo 18 non va tagliato, ma esteso come elemento di dignità”.

Oriana Fallaci aveva previsto la censura di Dante Alighieri.

” …..E sai cosa significa questo? Significa che nei programmi delle altre-materie dovremmo evitare riferimenti alla religione di cui la nostra cultura è imbevuta, cioè il Cristianesimo. Significa che nei programmi di letteratura non dovremmo includere la Divina Commedia. Poema scritto da un cane-infedele che della vita terrena ed extra-terrena aveva una visione alquanto Cattolica, che all’inferno e per l’esattezza nel Canto Ventottesimo ci sistema Maometto, e che il Paradiso lo affolla di donne. Eroine del Vecchio Testamento, Sante del calendario. Nonchè la signora di cui era innamorato, Beatrice Portinari e la < Figlia di suo Figlio> cioè Maria Vergine. A pensarci bene, nei programmi di letteratura non dovremmo includere nemmeno il Cantico delle Creature di San Francesco e gli Inni Sacri di Alessandro Manzoni. Nei programmi di storia non dovremmo parlare né di GESU’ né dei suoi Apostoli, né di Barabba né di Ponzio Pilato, né dei Cristiani né delle Catacombe, o di Costantino e el Sacro Romano Impero. Dovremmo inoltre eliminare le lotte tra Guelfi e Ghibellini, le resistenze opposte dai siciliani e dai romani e dai campani e dai toscani e dai veneziani e dai friulani e dai pugliesi e dai genovesi alle invasioni islamiche. Dovremmo passare sotto silenzio Carlo Martello e Giovanna d’Arco, la caduta di Costantinopoli e la Battaglia di Lepanto. E dai programmi di filosofia dovremmo cancellare le opere di Sant’Agostino e di Tommaso d’Aquino, di Lutero e di Calvino, di Cartesio e di Pascal. Dai programmi di Storia dell’Arte dovremmo spazzar via tutti i Cristi e le Madonne di Giotto e di Masaccio, del Beato Angelico e di Filippo Lippi, del Verrocchio e del Mantegna, di Raffaello e di Leonardo da Vinci e di Michelangelo. In musica dovremmo eliminare tutti i Canti Gregoriani, tutti i Requiem di Mozart o quello di Verdi, e guai al maestro o alla maestra che fa cantare in classe l’Ave Maria di Schubert…Sembrano paradossi, vero? Sembrano battute di spirito, esagerazioni grottesche. Invece no…..” (La Forza della Ragione – Oriana Fallaci)

Libertà per i Nostri Soldati: il Colonialismo Indiano ed il Nagaland.

Prosegue il mio personale stato di guerra contro l’ India, da molti erroneamente vista come una grande democrazia patria di Gandhi, di santi e santoni; e dopo il Sikkim, i miei ricordi personali mi portano a parlare del Nagaland.
Stato annesso dall’ India anni fa che, come recenti restrizioni nell’ accesso fanno supporre, non è ancora pacificato. Quando lavoravo importando mobili ed oggetti dall’ India, arrivare nel Nagaland era praticamente impossibile, occorrevano visti e permessi speciali. Questo perchè era in corso una violenta guerra tra Delhi e gli indipendentisti di uno stato completamente Cristiano (oltre il 90 % della popolazione, a maggioranza protestante, ma anche con molti Cattolici concentrati nella capitale, Kohima), con massacri sanguinosi sia da parte del Governo Federale che da parte delle diverse etnie di origine tibeto/birmane. Già, perchè in questo territorio ben poco vi è di indiano.
Dopo il ritiro delle truppe inglesi, i guerrieri di questo territorio furono tra i primissimi ad insorgere contro il Governo Centrale, attraverso una figura semi leggendaria, Angami Zapu Phizo, che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva fattivamente collaborato con l’ Armata Imperiale Giapponese dietro la promessa della futura indipendenza del Nagaland, diventando così un eroe per il proprio paese. Nell’ immediato dopoguerra fu tra i fondatori del Consiglio Nazionale Naga (NNC), che il 14 Agosto 1947, un giorno prima che l’ India lo imitasse, proclamò l’ indipendenza del Nagaland. Da allora lo scontro si intensificò nel corso degli anni, nonostante anche incontri tra Phizo ed il Pandit Nehru, celeberrimo successore di Gandhi nel 1951 e 1952. Con violazioni dei diritti umani e massacri sulle popolazioni da parte degli indiani, alle quali i Naga risposero rispolverando una loro antica specialità, essendo da secoli Cacciatori di Teste. Phizo dovette nel 1956 rifugiarsi prima in Pakistan eppoi a Londra. Senza il loro leader, stroncati da massacri e segregazioni che affamavano la popolazione, i rimanenti vertici del NNC firmarono nel 1975 l’ accordo di pace di Shilong, che prevedeva la resa degli indipendisti. Ma la maggior parte del popolo Naga non accettò la sconfitta, e sciolto il moderato e Cristiano NNC, sorse il Consiglio Nazionalsocialista del Nagaland (NSCN), un confuso gruppo nazimaoista ispirato sia ad Hitler che a Mao, da parte di Thuingaleng Muivah, Isaac Swu e S. Kaplang, che continuarono la lotta tra alterne fortune. Tale partito poi, con l’ uscita di Kaplang, si divise in 2 fazioni, dando inizio ad una guerra fratricida, favorita dagli agenti segreti indiani. Nel 1993 l’ NSCN (IM -Isaac-Muivah), venne ammesso nell’ Organizzazione Internazionale delle Nazioni non rappresentate (UNPO), l’ ONU degli indipendentisti di tutto il mondo.
Nonostante vari accordi di cessate il fuoco nel 1997 e 2000 strombettati dal Governo Indiano negli organismi internazionali, la guerra contro New Delhi continua, soprattutto nelle colline. E, nonostante la confusa ideologia degli indipendentisti odierni rispetto a quella originaria di Phizo, il Nagaland ha diritto alla propria indipendenza.

Libertà per i Nostri Soldati ! Libertà per il Nagaland !

Imbecilli per vocazione

Qualche notizia riguardo lo ius soli e lo ius sanguinis, qui.
CITTA’ DEL VATICANO – “Garantire la cittadinanza italiana a chiunque nasce nel nostro Paese sulla base dello ius soli è un diritto di civiltà. Un sacrosanto diritto che va riconosciuto a tutti, a partire dai figli degli immigrati che vengono al mondo in Italia, ma nello stesso momento è un diritto che riguarda soprattutto noi italiani”. Parla monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, giurista, presidente emerito del Consiglio per gli Affari giuridici della Cei (Conferenza episcopale italiana), presule tra i più impegnati sul fronte dell’antimafia e dell’accoglienza ai migranti che arrivano nel nostro Paese per sfuggire a fame, guerre e persecuzioni. Uno dei pochi vescovi che, comunque, ha sempre condannato senza esitazioni la politica dei respingimenti adottata dal precedente governo Berlusconi definendola “immorale e che non va assolutamente assecondata”. Condanna ribadita proprio oggi, a Pantelleria, alla presentazione del suo nuovo libro ”La Chiesa che non tace”.
“Occorre fare subito e bene”. Con altrettanta determinazione, Mogavero si schiera a favore della campagna di sensibilizzazione che sta portando avanti Repubblica.it per la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia, facendo notare che “su questo tema, come ha anche sollecitato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, occorre fare subito e bene perché l’Italia è in grave ritardo rispetto ad altri paesi occidentali, come la Francia dove lo ius soli è in vigore da tanto tempo”. “Senza questo diritto di civiltà – specifica il vescovo di Mazara del Vallo – il nostro Paese rinuncerebbe a svolgere quel ruolo di avanguardia mediterranea che lo contraddistinguerebbe nel favorire il dialogo e la conoscenza con i paesi delle altre sponde”.
“Abberrane negare il diritto di cittadinanza”. Chi viene in Italia, assicura ancora Mogavero, “lo fa perché vuole vivere, vuole lavorare con dignità e abnegazione. Nessuno ci vuole aggredire e tantomeno imporci religioni e culture diverse dalle nostre. Ma i figli degli immigrati che nascono sul suolo italiano hanno tutto il diritto di avere la cittadinanza italiana, se lo vogliono. E’ aberrante, non andare in questa direzione se gli immigrati che lavorano in Italia pagano le tasse, mandano i loro figli a scuola, hanno diritto all’assistenza medica”. Purtroppo, ammette il vescovo, “tra i politici non tutti la pensano così, come pure nelle gerarchie ecclesiastiche, mentre tra la base cattolica, tra le migliaia di parroci che vivono accanto alla gente comune, l’attenzione a questi diritti è pressocché unanime”.
“E se questo significa essere comunisti….”. “Non è la prima volta che mi esprimo in questi termini e per questo – ricorda Mogavero – mi accusano di essermi schierato. Certo che mi sono schierato. Dove c’è l’uomo c’è Dio. Specialmente dove c’è l’uomo sofferente ed indifeso. Chi me lo fa fare? La mia dignità di vescovo. Ci chiamano i vescovi rossi – aggiunge – perché ci mettiamo dalla parte della giustizia, della verità, della condanna dell’oppressione, se questo è essere comunista io sono il primo, la spiritualità non deve far perdere di vista la dolorosa vita di chi è oppresso”. Il Mediterraneo ”sopravviverà a tutti i potenti – continua il vescovo – la politica, invece, non dura, dobbiamo mettere da parte l’angoscia distruttiva e il pensiero di una ripresa della guerra santa. Chi arriva nel nostro Paese non mette a richio la nostra identità; è sbagliato, ad esempio, pensare che l’Islam voglia togliere le nostre radici cristiane, ci ricordiamo del nostro cristianesimo solo quando sentiamo il pericolo di invasione. Dobbiamo guardare alla ricchezza culturale del Mediterraneo e farci terminale privilegiato di dialogo e di convivenza”.