Le guerre democratiche e umanitarie: quanto ci costano?

Questo è un lucidissimo intervento di Massimo Fini (tutto di lui si può dire fuorché sia un giornalista cortigiano e organico ai poteri forti) su come nascono le guerre “democratiche” e “umanitarie”. Sui diritti umani quale “grimaldello” per mettere i piedi a casa d’altri. Solo la  guerra in Afghanistan ci costa un miliardo di euro all’anno, ha seminato stragi e terrore  presso la popolazione civile (una vera ecatombe di 65.000 persone) e ci abbiamo lasciato sul campo tanti nostri bravi soldati. Volendo tralasciare l’immane costo delle vite umane, con una simile cifra qualche buco del nostro bilancio si potrebbe senz’altro riempire e risanare.  Ma risparmiare questi soldi e operare altre scelte non dipende da noi, dato che abbiamo perso sovranità e siamo obbedienti soldatini al servizio altrui (la cosidddetta comunità internazionale, leggi: la Nato). Quello afgano  è solo un esempio, e non è finita, poiché di missioni all’estero ne manteniamo molte….Ma ascoltate il video di Massimo Fini.

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Il ministro (non eletto) degli Esteri  Terzi Sant’Agata ha rassicurato le famiglie che i nostri marò torneranno presto a casa sani,  salvi e liberi . Ma intanto pagando profumatamente le vedove indiane per la morte dei pescatori, ci siamo accollati colpe che i marò non avevano e questo ci sottoporrà fatalmente ad altri ricatti: un fallimento per la diplomazia. Questa è la politica estera “antiitaliana” disonorevole  dei  cosiddetti tecnici .

Qui  alcuni approfondimenti della vicenda dei due marò:

Aggiornamento sui marò arrestati dal blog Euro Holocaust

Cosa si nasconde dietro al sequestro dei marò dal sito Etleboro

La speranza…

In Islanda c’è il primo caso di ex primo ministro alla sbarra con l’accusa di colpevole default: Geir Haarde (nella foto) è stato incriminato per negligenza – un evidente eufemismo per dire connivenza – nel mandato 2006-2009. Che è come dire ieri. Nessuna scusa, nessun rinvio a future storicizzazioni che fan passare tutto in cavalleria: uno degli artefici della catastrofe finanziaria della piccola isola dell’Atlantico verrà giudicato da un regolare tribunale. Del resto la legge, se non serve il popolo, che razza di legge è? Non che sia l’unico, intendiamoci. Ma in ogni caso non stiamo parlando di un capro espiatorio, perché gli islandesi hanno saputo sollevarsi dal pantano di cui, come tutti i beoti votanti democratici occidentali, erano stati essi stessi corresponsabili. Proprio dal 2009 è cominciata quella silenziosa, silenziata, pacifica ma determinata e agguerrita “rivoluzione” che, tramite referendum, cambi di governo e un’assemblea di rifondazione costituzionale, ha ridato ai 300 mila isolani la sovranità economica e la libertà politica, ripudiando il debito con le banche estere, nazionalizzando quelle di casa propria e uscendo dal meccanismo usuraio del Fmi.
La gente d’Islanda, insomma, si è riscattata. E ora, giustamente, chiede giustizia a chi l’ha governata vendendo il paese alla finanza. La tesi accusatoria è che l’ex premier non ha esercitato nessun controllo sui banksters che saccheggiavano la ricchezza nazionale, nascondendo la verità all’opinione pubblica. La pena è tutto sommato molto inferiore a quella che, personalmente, mi sentirei di dover infliggere a un politico corrotto di tal fatta: appena due anni di gattabuia. Ma importante, nel contesto internazionale di perdonismo minimizzante e assolutorio verso chi questa crisi l’ha provocata e ci ha mangiato, è la valenza simbolica del processo. Fra parentesi, ridicola la difesa di Haarde: «Nessuno di noi a quel tempo capiva che c´era qualcosa di sospetto nel sistema bancario, come è diventato chiaro adesso», ha detto al giudice. Meglio passare da cretini che da criminali, vero? Questi politicanti con la faccia come il culo…
È interessante notare che nell’orbe terracqueo esiste un altro Stato con un governo deciso a fargliela vedere ai predecessori complici dell’usurocrazia bancaria. È la tanto vituperata Ungheria, in cui l’anno scorso il premier locale, Viktor Orbán, ha presentato un disegno di legge per trascinare sul banco degli imputati i tre leader socialisti, Peter Medgyessy, Ferenc Gyurcsany e Gordon Bajnai, che dal 2002 al 2010 hanno portato il debito pubblico dal 53 all’80% del Pil, mentendo sapendo di mentire sulla situazione dei conti. Nell’Europa beneducata e manovrata a bacchetta dalla troika Ue-Bce-Fmi, Orbán viene dipinto come un pericoloso despota fascista (è invece un nazional-conservatore: discutibile finché si vuole, ma trattasi di destra nazionalista vecchio stampo, e perciò non allineata al pensiero unico global ed eurocratico come invece sono le destre liberal-liberiste stile Sarkozy, Berlusconi e compagnia).
Budapest, in realtà, sia pur “da destra”, sta seguendo lo stesso schema di liberazione che Rejkyavik sta conducendo “da sinistra”: riconquistare l’autodeterminazione e chiedere il conto ai responsabili della rovina. Il solito Corriere della Sera, quando nello scorso agosto uscì la notizia della proposta di legge, commentò con Giorgio Pressburger che il diritto non può essere retroattivo, e condì il tutto con un prevedibile, stantìo spauracchio del ritorno all’eterno fascismo. Oh bella: adesso non si può introdurre un nuovo reato se questo inguaia i servetti del sistema bancario mondiale? Cos’è, lesa maestà finanziaria? E gli islandesi cosa sono, tutti fascisti anche loro? Come sempre penosi, gli avvocati difensori dell’associazione a delinquere altrimenti nota come speculazione.

In cerca di aiuto

… ma daltronde, l’importante è risarcire le due famiglie dei due pescatori che i marò non hanno mai ucciso, no? Così il governo monti ci fa una bella figura in india…

«Sono Rosalba Ancona moglie del marò Massimiliano Latorre. E non ex moglie come erroneamente riportato sulla stampa. Sono moglie di Latorre e madre dei suoi tre figli, che hanno dodici e dieci anni, e 22 mesi di età. Sono rimasta in silenzio finora, volutamente; ho osservato in maniera rigorosa questo silenzio. Ma ora non posso fare a meno di rendere pubblica la situazione. Da quando mio marito è nella condizione di cui tutta Italia sa, al di là di tutti gli altri gravissimi problemi, affettivi innanzitutto per i tre bambini, c’è la preoccupazione di una mamma che sente il dovere di garantire il necessario ai propri bimbi. Il recente distacco della fornitura di energia elettrica è solo l’ultimo esempio cronologico dei tanti che potrei fare». Basterebbe lasciare così queste parole come sono, senza commenti, senza aggiungerne altre inutili perché da sole arrivino al cuore di chi legge e di chi soprattutto debba rispondere in fretta. Rosalba Latorre appunto, moglie di uno dei due marò imprigionato senza motivo in India, rimasta senza soldi, senza il sostentamento che il marito col suo lavoro riusciva ad assicurare alla famiglia. Rosalba si appella alla famiglia del marito «affinchè le risorse materiali necessarie non a me, ma ai bambini che sono la priorità unica di tutto ciò, siano disponibili per la conduzione normale dell’esistenza». Rosalba si appella alle «istituzioni, perché possano aiutare i miei bambini in questo momento drammatico dell’esistenza di ciascuno di loro e della famiglia». Le stesse istituzioni che da settimane, da mesi, dal 15 febbraio scorso per essere esatti, non riescono a venire a capo della kafkiana giustizia indiana. Istituzioni, rappresentate da ministri, presidenti e vertici militari, che hanno il peso e la volontà di una piuma. Ieri i due marò hanno ricevuto la visita di alcuni familiari: Latorre la sorella e il nipote, Salvatore Girone, la moglie e i genitori. «I ragazzi stanno bene» hanno detto, ma questo non ci basta.
di Carlo Nicolato

Atto di inferiorità e pagamento

MILANO – «Un atto di generosità». Così il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola – confermando le indiscrezioni della stampa indiana su una donazione in denaro alle famiglie dei due pescatori uccisi in India, per la cui morte sono sotto processo in India due marò italiani – ha commentato l’iniziativa del governo. «Che – ha affermato – non è in alcun modo legata alla giurisdizione sul caso», che l’Italia «continua a rivendicare».
«DONAZIONE» – Le famiglie dei pescatori morti il 15 febbraio al largo delle coste indiane, per il cui decesso sono stati accusati Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, riceveranno 10 milioni di rupie ciascuna come compensazione. L’accordo, spiega il Times of India, è stato possibile grazie all’intervento del ministro della Difesa italiano. Di Paola lo ha definito «un atto di donazione, ex gratia, al di fuori di un contesto giuridico», per venire incontro alle sofferenze patite dalla famiglie dei due pescatori.
LE TRATTATIVE – Secondo il quotidiano indiano, ogni famiglia riceverà l’equivalente di 146mila euro. Il giornale scrive che le trattative si sono svolte, «negli ultimi giorni», tra un team di cui facevano parte funzionari del ministero della Difesa e degli Esteri italiani e i rappresentanti delle famiglie, oltre a sacerdoti delle parrocchie di residenza dei due pescatori uccisi, Valentine Jelestine e Ajeesh Pink. Una prima offerta di risarcimento di 7 milioni di rupie, equivalenti a circa 102.000 euro, sarebbe stata rifiutata. Dopo ulteriori negoziati, nel pomeriggio di giovedì si è giunti al compromesso finale, che prevede per l’appunto l’elargizione a ciascuna delle due controparti di 10 milioni di rupie.
RISARCIMENTO – Doramma, la moglie di uno dei due pescatori uccisi – Jelastine – ha poi confermato di avere presentato una domanda di composizione immediata della vertenza all’Alta Corte di Kochi, dov’è in corso una causa per la giurisdizione, precisando che il governo italiano ha dato il suo assenso a versare un risarcimento mostrando così la sua volontà di risolvere la questione. La vedova del pescatore ha aggiunto che utilizzerà i 145.000 euro di risarcimento per garantire migliori condizioni di vita ai figli Dereick e Jean. Uno degli avvocati dei parenti dei pescatori, ha precisato che la transazione, se riconosciuta valida dai giudici, estinguerà soltanto l’azione civile per danni contro Girone, Latorre e la compagnia armatrice della petroliera Enrica Lexie, la Fratelli d’Amato Spa, a bordo della quale si trovavano i marò: lo stesso non dovrebbe invece avvenire per quella penale. Gli armatori a loro volta avevano già proposto un indennizzo di 3 milioni e mezzo di rupie, pari a oltre 51mila.
VISITE – In questi giorni, intanto, i due marò hanno ricevuto la visita di alcuni familiari: la madre, il padre e la moglie di Girone e una sorella e nipote di Latorre, giunti da Taranto. Nei prossimi giorni ci sarà una nuova visita in carcere. La custodia preventiva è stata prorogata fino al 30 aprile prossimo.
LA VICENDA – Latorre e Girone facevano parte di una squadra di sei militari incaricati della sicurezza della petroliera Enrica Lexie, e sono stati arrestati lo scorso 19 febbraio con l’accusa di aver ucciso due pescatori scambiati per pirati al largo del coste del Kerala il 15 febbraio. Da allora, i due sono in custodia giudiziaria. Secondo alcuni media, una perizia balistica ha indicato che i proiettili che hanno ucciso i pescatori sono compatibili con le armi in dotazione ai due marò. Mercoledì scorso il ministro della Giustizia Paola Severino ha detto che l’Italia ha avviato una rogatoria internazionale per ottenere copia ufficiale della perizia.
I RICORSI – Nel frattempo, si attende il pronunciamento dell’Alta Corte di Kochi sulla giurisdizione della vicenda. L’Italia sostiene infatti che i due marò siano estranei alla giurisdizione indiana perché operavano come organo dello Stato nell’ambito di una missione antipirateria a livello internazionale. Qui però, a causa di un periodo di vacanza, la prossima udienza verrà fissata solo dopo il 20 maggio. Per accelerare il giudizio sulla giurisdizione, i legali degli italiani hanno presentato un «ricorso eccezionale» alla Corte suprema indiana riguardante la legislazione da applicare (italiana o indiana) alla vicenda. La Corte suprema dell’India, inoltre, esaminerà oggi nuovamente la richiesta dell’armatore che chiede un rilascio urgente della Enrica Lexie. Secondo i Fratelli D’Amato il sequestro della nave, su cui si trovano il capitano Umberto Vitelli, 5 civili italiani dell’equipaggio, quattro marò e una ventina di marinai indiani, comporta una perdita di 500.000 euro al giorno.

Non guardate la lega… guardate il fiscal compact

Fra qualche giorno in Senato dovrà essere votata la modifica dell’art. 81 Cost. che introdurrà il cosiddetto pareggio di bilancio, e cioè l’obbligo per lo Stato di pareggiare costi e ricavi. Una norma importante, ma che nasconde un terribile effetto: la consegna definitiva del nostro paese nelle mani delle oligarchie bancarie e finanziarie, perché con il pareggio di bilancio lo Stato non sarà più in grado di controllare e indirizzare l’economia nazionale attraverso le politiche anticicliche1. La conseguenza è evidente: la nostra politica economica sarà gestita dal cosiddetto Fondo Internazionale Salvastati, dalla BCE e dalle oligarchie dei poteri finanziari mondiali che controllano i flussi di credito agli Stati tramite l’acquisto di titoli del debito pubblico (debito sovrano).
Ma andiamo indietro e torniamo al Governo Berlusconi. All’epoca c’erano parecchie resistenze per l’approvazione della norma che l’UE ci chiedeva proprio in ragione della crisi finanziaria. Già da questo dato è possibile una prima lettura del mostruoso provvedimento che sta per essere approvato. Berlusconi e il suo governo tentennavano, ma i poteri finanziari non intendevano aspettare. Ecco dunque la mossa regina: esautorare Berlusconi e sostituirlo con Monti, il quale il 2 marzo 2012 firma con gli altri paesi europei il cosiddetto Fiscal Compact, un trattato UE attraverso il quale si impongono regole più rigide nel rapporto tra deficit e PIL. In altre parole, il deficit non dovrà superare in alcun modo il 3% del PIL. Ma il Fiscal Compact comporterà anche un impegno per gli Stati membri ad abbattere l’attuale debito pubblico per ridurlo fino a raggiungere il 3% del PIL. E siccome lo Stato italiano ha un deficit stratosferico, questo impegno comporterà per il nostro paese manovre pesantissime per i prossimi anni e una previsione di crescita che è pari a zero, poiché lo Stato a questo punto non avrà più sovranità di politica economica, non potendo sforare i limiti imposti dal Fiscal Compact, pena l’applicazione di forti sanzioni.
Le opinioni degli economisti e degli osservatori politici sul punto peraltro si sprecano, e c’è chi ritiene che il Fiscal Compact determina la nostra fine come nazione e come Stato sovrano. Il che pare essere vero al di là dell’evidente pregio di una politica che tenga sotto controllo gli eccessi della spesa pubblica. Del resto, è sufficiente vedere come è stata gestita la questione. In sordina. La Camera ha già approvato la modifica dell’art. 81 Cost. con una maggioranza bulgara che scongiura già in prima battuta il referendum costituzionale. Se la norma verrà approvata nella stessa maggioranza al Senato, i cittadini non verranno consultati in merito alla consegna della sovranità politico-economica a soggetti estranei ai meccanismi democratici. In altre parole, i cittadini si ritroveranno a essere governati dalle oligarchie finanziarie e i nostri politici saranno il paravento democratico attraverso il quale queste oligarchie decideranno i nostri destini.
Nessun organo di informazione ne ha parlato. Mentre tutti si spendono nel parlare di Renzo Bossi e dello scandalo leghista, che guarda caso capita proprio a fagiolo in un contesto politico dove si sta per approvare una modifica costituzionale più che importante e che ridisegnerà gli assetti e i rapporti all’interno dell’Unione Europea a favore netto di banche e finanza e del potere politico della Germania. Non a caso, sia Gran Bretagna, sia Repubblica Ceca non hanno aderito al trattato, mentre il nostro paese, prostituto dell’UE, è il primo che si è calato le braghe e ha accettato questi vincoli di bilancio suicidi che non permetteranno politiche di finanza congiunturale. Del resto potevamo farci ben poco con la classe politica mediocre che ci ritroviamo. Siamo stati avvisati con un metodo finanziario-mafioso. Proprio ieri, alla riapertura dei mercati finanziari, lo spread (il rapporto tra BTP e Bund tedeschi) è risalito a quota 400 e la borsa di Milano ha perso 5 punti percentuali. Un vero crollo in vista della votazione della modifica costituzionale. Come a dire: votate a maggioranza dei 2/3 e approvate il Fiscal Compact, o questo è quello che vi aspetta, puttane italiane… Il default.

Vietato criticare il salvatore dell’italia

MILANO – Botta e risposta tra il premier italiano Mario Monti e il quotidiano finanziario americano Wall Street Journal. Materia del contendere la riforma del lavoro.
L’AFFONDO DEL WSJ – «Un’opportunità rara per educare gli italiani sulle riforme economiche». Così aveva definito il Wall Street Journal la missione “pedagogica” di Monti alla cloche di comando del Paese. Per evitare di «sprofondare nell’abisso-Grecia» la riforma-principe è proprio quella del lavoro – secondo il prestigioso quotidiano finanziario – e l’abbandono della concertazione con le parti sociali che sembrava l’esito sorprendente della prima bozza del disegno di legge preparata dal governo aveva fatto presagire uno spartiacque fondamentale della storia repubblicana, in direzione di una presunta funzione taumaturgica del premier-tecnico: «Se a Roma sarà risparmiato il destino recentemente toccato ad Atene, segnatevi questa settimana come il momento della svolta», aveva scritto il quotidiano Usa.
IL TOTEM – Aveva argomentato il Wsj sottolineando come le leggi italiane sul lavoro fossero «fra le più restrittive nel mondo occidentale». Con «il totem dell’articolo 18 che vieta alle imprese con oltre 15 dipendenti di licenziare, indipendentemente dagli indennizzi offerti. Monti ha proposto di sostituire questo schema del posto fisso a vita con un generoso sistema di indennizzi garantiti quando i lavoratori sono licenziati per motivi economici», aveva proseguito il giornale Usa, aggiungendo che «nella gran parte del mondo libero questa sarebbe considerata una riforma utile anche se moderata».
IL CORAGGIO – «Sfidare i sindacati italiani richiede coraggio, e non solo di natura politica. Dieci anni fa questo mese l’economista Marco Biagi fu ucciso da terroristi di sinistra per il suo ruolo nella messa a punto di un’altra riforma del lavoro. L’azione di Monti ha spinto la Cgil, il più grande sindacato italiano, a proclamare uno sciopero generale», aveva poi segnalato il Wall Street Journal, accostando così il presidente del Consiglio alla Thatcher, la Lady di Ferro, che osò sfidare le trade unions ottenendo indiscutibili successi sul fronte della flessibilità sul lavoro, tanto da essere l’icona dei liberisti ultra-convinti e temuta e odiata dai laburisti oltranzisti.
LA DELUSIONE – Ma il dietro-front del governo sul lavoro, che ha rinunciato a eliminare tout court il reintegro nel caso di licenziamento economico illegittimo, sarebbe in realtà una «resa» a coloro che vorrebbero portare l’Italia vicina all’ abisso della Grecia. Ecco che – scrive sarcasticamente il Wsj – «la migliore analogia con i britannici potrebbe allora essere con Ted Heath, lo sventurato predecessore Tory» della Lady di Ferro. Motivo del cambio di giudizio è l’aver ceduto alla sinistra della coalizione di governo sull’articolo 18. «Gli ottimisti in Italia – ebbene sì, ve ne sono ancora – dicono che una riforma limitata è meglio di niente. Forse».
LA REPLICA DI MONTI – Monti però ha deciso di non restare in silenzio e di replicare alle critiche del giornale americano. Il presidente del Consiglio ricorda che la riforma «è complessa» e merita «analisi approfondite» e non «giudizi sommari». Riforma, prosegue il premier in una lettera pubblicata proprio sul sito del Wsj che avrà un impatto «grande e positivo sull’economia italiana» e che getta le basi per «l’aumento della produttività e la crescita dell’economia e dell’occupazione». «Non ho mai cercato di essere la Thatcher dell’Italia, quindi non ho obiezioni se ritirirete quel titolo», prosegue Monti che entra nel merito delle critiche e ricorda come i maggiori costi per i contratti a termine «fossero già previsti dalla bozza (del 27 marzo) elogiata» dal Wsj la scorsa settimana. Per quanto riguarda l’articolo 18, «la riforma introduce procedure più veloci e prevedibili per i licenziamenti per ragioni oggettive economiche o di altra natura». Per il presidente del Consiglio elemento centrale è la nuova «veloce procedura extra-giudiziale», che, nel caso «la conciliazione dovesse fallire», consentirà comunque «al lavoratore di rivolgersi ad un giudice, come avviene negli altri Paesi». Solo «in casi estremi» il giudice potrà decidere per il reintegro o per l’indennizzo. In tutti gli altri casi in cui il giudice dovesse accertare che il licenziamento economico è semplicemente non giustificato, «l’indennizzo è fissato ad un massimo di 24 mensilità».

Fabio Savelli

In risposta a napolitano

Caro Presidente siamo rimasti stupiti dalla sua frase un po’ piccata su chi sventola gli striscioni in favore dei marò. Da un politico di lungo corso come lei, fin dai tempi dell’Unione Sovietica, non ce l’aspettavamo e confidiamo che in cuor suo non voleva provocare i tanti italiani mobilitati in difesa dei fucilieri di marina nelle carceri indiane. Per questo motivo cogliamo la palla al balzo e le sottoponiamo, come da sua richiesta, una serie di ideuzze che ci frullano per la testa. Idee che non possono prescindere dalla volontà di mostrare una volta tanto gli attributi e se necessario sbattere i pugni sul tavolo per far capire a tutti che non siamo la solita Italietta.
Prima di tutto ci chiediamo perchè la Farnesina non ha ancora preso in considerazione il ritiro dell’ambasciatore da New Delhi, che tra l’altro non ha combinato molto dall’inizio della crisi. Sarebbe un segnale forte e chiaro che non ci facciamo prendere a pesci in faccia dagli indiani di turno. Poi bisognerebbe cominciare a mettere sul piatto la nostra presenza a Herat con quattromila uomini e 50 caduti. Per il governo indiano il non lontano Afghanistan è una spina nel fianco manipolata dal Pakistan storico avversario. La presenza dei nostri soldati serve anche ad evitare all’India un nuovo 11 settembre come quello della strage di Mumbai. Se non vogliono mollarci i due marò, che vengano le truppe indiane a sputare sangue e sudore a Herat e dintorni al posto nostro. Non solo: la guerra con i talebani non la stiamo né perdendo, né vincendo, ma lo zio Sam ha già suonato la ritirata per il 2014. Minacciare di tornare a casa prima provocherebbe qualche mal di testa anche a Washington. Forse gli americani, sempre categorici nel processare in patria i loro uomini, compresi i cowboy volanti del Cermis, sarebbero invogliati a far maggiori pressioni sugli alleati indiani per i nostri due marò.
Se questa prima ideuzza le sembra esagerata non dimentichiamoci che siamo presenti in Libano con 1112 uomini e comandiamo la missione delle Nazioni Unite, che non si sono distinte in difesa dei fucilieri di marina nelle galere indiane. I caschi blu di New Delhi, sotto il nostro comando, sono circa 899. Molliamo la guida della missione e torniamocene a casa sempre invitando gli indiani a sostituirci. Poi staremo a vedere come si destreggeranno i caschi blu di New Delhi con gli Hezbollah. Se anche questa ideuzza suona come una rappresaglia troppo forte le ricordiamo, caro Presidente, che il 29 marzo, quasi un mese e mezzo dopo l’arresto di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, è partita da Taranto la fregata Scirocco. La nave della Marina militare andrà a schierarsi con la flotta della missione europea Atalanta, contro la pirateria, al largo della Somalia. Bruxelles non si è proprio strappata le vesti per i marò e la baronessa Catherine Ashton, che rappresenta l’Europa, aveva addirittura scambiato i fucilieri italiani per guardie private. Forse ritirare immediatamente la fregata Scirocco dallo schieramento anti pirateria farebbe capire a tutti, compresi gli alleati, che non scherziamo.
Eventualmente la Marina potrebbe solo continuare a monitorare la petroliera italiana Enrica Ievoli nella mani dei pirati somali da fine dicembre. A bordo ci sono 18 uomini di equipaggio: 6 italiani, 5 ucraini e 7 indiani. Se vogliamo mostrare gli attributi qualcuno farebbe bene ad informare l’ambasciatore di New Delhi a Roma che questa volta si occuperanno gli indiani di liberare i propri connazionali. Non come è successo con la nave precedente, la Savina Caylin, dove i 17 indiani di equipaggio sono stati addirittura liberati qualche ora prima degli italiani, per evitare che i pirati se li tenessero ancora qualche mese. Un’operazione avvenuta sotto gli occhi attenti della fregata Grecale con i marò a bordo pronti ad intervenire se qualcosa fosse andato storto. Neppure l’Onu, che pure pontifica contro la pirateria, ha preso molto in considerazione la causa dei due fucilieri italiani detenuti in India. Un motivo in più per scatenare la «guerriglia» diplomatica al Palazzo di Vetro contro l’India, che vuole da tempo diventare membro permanente del Consiglio di sicurezza. E fino a quando non mollano i marò ricordare come i caschi blu indiani in Congo, la più importante missione dell’Onu, siano noti per ruberie, stupri e amicizie con i locali signori della guerra. Il Giornale non proclama l’innocenza a priori o a qualunque costo di Girone e Latorre, ma solo il sacrosanto diritto di venir giudicati in Italia. Ci rendiamo conto che le nostre ideuzze per i marò non hanno il felpato tenore quirinalizio. Per questo auspichiamo che il capo dello Stato e delle forze armate ne smussi magari gli angoli, rendendole più diplomatiche, ma faccia qualcosa per evitarci la solita figura da Italietta. Oppure ne trovi altre per ridare fiducia a tutti i soldati che servono la patria facendo il loro dovere, come i due marò in galera in India.

Paperopoli…

Il governo Monti non sa più a che santo votarsi per liberare i nostri marò detenuti in India. L’ultima trovata “geniale” arriva dal ministro per la Cooperazione e l’Integrazione Andrea Riccardi. Si tratta di una petizione dei cittadini indiani sikh in Italia per chiedere la liberazione di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Riccardi confida molto in questa raccolta firme: “Speriamo che, anche grazie a questa iniziativa, i nostri marò siano presto restituiti dall’India alle loro famiglie”. Vista la gestione caotica del caso marò, con le missioni fallite del ministro degli Esteri Terzi e del sottosegretario Staffan de Mistura, ora il governo si affida alle 4 mila firme dei cittadini indiani nel nostro Paese. E’ di grande interesse la raccolta di firme che la comunità sikh in Italia ha promosso per chiedere la liberazione dei due marò in India – commenta Riccardi – Questo gesto mostra il livello di immedesimazione nelle nostre vicende nazionali dei sikh e degli indiani che vivono e lavorano nel nostro Paese“.
Congelata partenza Enrica Lexie – Intanto la petroliera italiana Enrica Lexie non potrà lasciare le acque indiane. A deciderlo è stata la sezione di appello dell’Alta Corte di Kochi, annullando la decisione presa la scorsa settimana dalla stessa Corte, che aveva autorizzato la partenza della nave.
De Mistura incontra i marò – Il sottosegretario agli Esteri, Staffan de Mistura, ha incontrato nel carcere centrale di Trivandrum i due marò italiani . Nella tarda mattinata ora indiana De Mistura si è intrattenuto per due ore con Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, presenti anche alcuni membri della delegazione italiana che sta seguendo il caso. Il seottosegretario agli Esteri ha consegnato ai due fucilieri del battaglione San Marco alcune lettere dei familiari e oggetti personali che i due militari avevano richiesto.

L’india e i marinai italiani

NEW DELHI – Il «chief minister» dello Stato indiano del Kerala, Oommen Chandy, ha escluso domenica che i due marò italiani, in carcere con l’accusa di aver ucciso due pescatori indiani, possano essere trasferiti in Italia per essere processati. Lo scrive l’agenzia di stampa statale indiana Pti. Chandy ha in particolare dichiarato che «la nostra posizione è molto chiara, molto aperta. (…) I due militari italiani hanno commesso un reato che cade sotto gli effetti della legge indiana (…) e devono quindi affrontare questo processo. Questa è la nostra posizione».
«ITALIA PAESE AMICO» – Le dichiarazioni del «chief minister» avvengono due giorni dopo la visita del ministro della Difesa italiano Giampaolo di Paola e mentre il sottosegretario agli Esteri italiano, Staffan de Mistura, sta giungendo a New Delhi per tentare ancora una volta di sbloccare la vicenda che coinvolge Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. «La giustizia indiana – ha sottolineato Chandy – è molto equa, molto aperta e molto indipendente» e gli imputati possono far valere le loro ragioni. Il capo del governo del Kerala ha infine detto che l’Italia è un paese amico e che le relazioni diplomatiche debbono continuare a svilupparsi in un clima positivo.
TERZI: VICENDA COMPLESSA – Intanto l’Alta Corte del Kerala ha rinviato a lunedì la decisione sul ricorso italiano in cui si sostiene che la giurisdizione debba essere di Roma, in quanto la petroliera Enrica Lexie su cui erano imbarcati i due si trovava in acque internazionali. Non solo: dopo il via libera alla partenza dato giovedì, l’Alta Corte ha bloccato fino a lunedì il rilascio della petroliera. La decisione è stata presa dai giudici Manjula Chellur e V. Chidambaresh, sulla base di un ricorso presentato dai familiari dei due pescatori uccisi. I magistrati si sono dichiarati «non soddisfatti» delle condizioni imposte sabato dal giudice P. S. Gopinathan per la partenza della nave, tra cui il pagamento di un deposito cauzionale di 440mila euro. E così anche il ministro degli Esteri, Giulio Terzi ha confermato ai rappresentanti dei partiti che sostengono la maggioranza che la vicenda è ancora complessa e la procedura per arrivare al rilascio non sarà immediata.

Le arroganti convinzioni di un arrogante

Prima qui. E qui, sul pil (nel primo trimestre 2012) dai dati di confindustria.
Con le riforme l’Italia tornerà “business friendly” e torneranno gli investimenti nel Paese. Ne è convinto Mario Monti, che lo ha ribadito durante il suo viaggio in Cina, un Paese che il premier definisce “un’importantissimo partner stragico”. E ne è convinto anche il premier cinese Wen Jiabao, secondo cui “l’Italia è un grande Paese manifatturiero, la sua economia ha basi solide e grandi potenzialità” e “riuscirà a far fronte al contesto internazionale sfavorevole e, grazie alla messa in atto di riforme, rilanciare la sua crescita”. Da convinto europeista, il presidente del Consiglio italiano, intervenendo alla scuola centrale del partito comunista, non si è limitato all’Italia, ma ha parlato anche dell’Eurozona, augurandosi che l’Europa sia una “presenza più incisiva sul piano globale”. Per quanto riguarda la crisi, Monti ha ribadito che non è finita “perchè le certezze non esistono mai”. E questo nonostante l’Italia abbia fatto i cosiddetti compiti a casa: “Quando un Paese si propone di avere un bilancio in pareggio nel 2013 e mette in atto misure già in vigore per conseguirlo, credo che difficilmente si possa parlare di nuovo contributo alla crisi da quel Paese.E per noi il pareggio di bilancio significa avere un avanzo di bilancio del 5% del Pil”. A dimostrazione di questo ci sono i tassi di interesse che scendono “più veloce che in altri Paesi, tanto è vero che lo spread è sceso sensibilmente”. E a livello europeo, aggiunge, “posso dire che rispetto allo scoppio della crisi greca l’Ue ha fatto passi avanti fondamentali”.