Quando si dice della puntualità

Spesso e volentieri, magistratura, giudici e/o pm, tirano fuori di cella pericolosi mafiosi, assassini, stupratori, rapinatori perchè non hanno tempo di definire sentenze e quant’altro. Allora scadono i termini e blabla. Stavolta… sono stati solerti, in tutto. Chissà come mai però. Ah, ricordiamoci anche che la dirigenza Mps non ha fatto nulla di male. Kabobo è pazzo… gli assassini dei signori Pellicciardi rischiano di uscire, i grandi evasori restano impuniti e alcuni capi mafia sono tornati alle proprie abitazioni. E tralascio gli altri casi di stupro, stalking e omicidi stradali.

Un commento: “Dopo le ore 17,00 di ieri, quando si è diramata la notizia che la sentenza sarebbe arrivata più tardi, ho avuto la netta sensazione che il collegio giudicante stesse perdendo tempo per far apparire meditata e sofferta la sentenza che era stata già scritta da tempo. Sarebbe bello vedere i tabulati telefonici dei giudici in camera di consiglio e la cronologia delle loro visite sul web. La lettura del dispositivo ha effettivamente dimostrato le mie sensazioni. Tutto comunque procede in maniera perfettamente preordinata, troppo precisa per essere casuale. La trasmissioni già ieri sera della condanna a Milano è soltanto uno dei tasselli che compongono il puzzle. Questa mattina i giudici non avrebbero avuto niente da fare – non c’erano udienze in calendario – avrebbero quindi avuto tutto il tempo di fare quanto sopra con calma, ma vigeva un ordine superiore, che imponeva la massima rapidità. A quale scopo poi? Cara corte di cassazione, da 16 anni giace presso un tribunale una denuncia di 5 probabili infanticidi. La pratica sarebbe ancora in fase d’indagini.”

È già partita la caccia al Cav. Bruciando tutti i tempi, la procura di Milano farà consegnare a Berlusconi l’ordine di carcerazione già oggi pomeriggio di Luca Fazzo

È già partita la caccia a Silvio Berlusconi. Bruciando i tempi e surclassando in rapidità tutti i casi precedenti, la Cassazione ha trasmesso già ieri sera alla procura di Milano la sentenza di condanna a carico del Cavaliere, e la procura milanese si prepara a consegnare ai carabinieri l’ordine di carcerazione. Nel pomeriggio i militari dell’Arma dovranno localizzare l’ex presidente del Consiglio e consegnargli il provvedimento della magistratura. Insieme all’ordine di carcerazione a Berlusconi verrà consegnato il provvedimento di sospensione della pena, che gli dà trenta giorni di tempo per chiedere misure alternative alla detenzione. E non è tutto. Già nel pomeriggio partiranno dalla procura milanese anche i dispacci per il Senato perché provveda alla decadenza di Berlusconi dalla carica, in base alla legge del governo Monti che prevede la decadenza per i condannati a pene superiori ai due anni, e un provvedimento analogo partirà per la questura di Milano perché valuti se provvedere al ritiro del passaporto a Berlusconi. Quest’ultimo provvedimento è complicato dal fatto che il Cavaliere è titolare anche di un passaporto diplomatico rilasciato dal ministero degli esteri. In sostanza, accadrà che la questura di Milano provvederà già oggi alla revoca del passaporto ordinario e trasmetterà il provvedimento alla questura di Roma, dove Berlusconi risulta attualmente residente, che provvederà a farsi consegnare materialmente il documenti. Per il ritiro del passaporto diplomatico sarà invece necessario un provvedimento del ministero degli Esteri.

Si tratta di una brusca accelerazione della pratica di esecuzione della pena, perché fino a ieri si pensava che la sentenza sarebbe arrivata a Milano per posta ordinaria nel giro di qualche giorno. Invece la Cassazione ha deciso di accelerare i tempi. Tutti i provvedimenti milanesi portano la firma del pubblico ministero Ferdinando Pomarici, dell’ufficio esecuzione. In ogni caso, il termine di trenta giorni concesso a Berlusconi per presentare domanda di pene alternative decorre dal 16 settembre, quando finirà la pausa feriale della giustizia. È un termine che Berlusconi potrebbe abbreviare presentando già da subito una istanza di affidamento, che in tal caso verrebbe immediatamente trasmessa al tribunale di sorveglianza.

Riflessioni sul caso Berlusconi

Copio pari pari il post di Nessie che vale la pena di leggerlo con attenzione
Maramaldi all’assalto di Nessie

Non mi piacciono le maramalderie. Sono fatta così, non infierisco mai sull’uomo morto, come sta facendo quel buffone di Grillo in queste ore mentre strombazza scempiaggini dal suo blog. Questa sentenza dei 4 anni a Silvio Berlusconi non mi va, perché se anche fosse vera l’accusa di frode fiscale, ritengo che in galera deve andarci (e rimanerci) in primis chi ammazza, stupra e procura stragi o affama i popoli mediante lo strozzinaggio e l’usura bancaria. Non mi risulta che questo avvenga. I fatti di cronaca ci mostrano conclamati criminali in libera uscita. La magistratura ha usato l’arma (tipicamente anglosassone) dell’ “evasione fiscale” (effetto Al Capone) su un uomo che all’Erario italiano versa molto, perfino troppo denaro. Ritengo che in galera deve andarci chi ci sta procurando una crisi devastante come quella che viviamo. Nutro molti dubbi che i banksters finiscano in galera. Che una magistratura di un qualche paese indaghi su quei derivati che stanno mandando in cancrena la nostra economia. Del resto JP Morgan in Usa è uscita indenne con una sanatoria da 410 milioni., che per gente di quel calibro, sono noccioline
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/30/usa-maxi-multa-a-jp-morgan-paghera-410-milioni-per-manipolazioni-di-mercato/672059/
JP Morgan verserà nelle casse degli Stati Uniti d’America 410 milioni di dollari per porre fine alle accuse di aver manipolato il mercato dell’elettricità in alcune aree della California e del Midwest. Il colosso di Wall Street ha patteggiato la somma con la Ferc, l’autorità di vigilanza e di regolamentazione del settore elettrico negli Usa. Chi ha le leve monetarie del mondo in mano, può strangolare un popolo ma anche patteggiare per uscirne pulito. I Kabobo  pluriomicida col piccone non andranno in galera. (“Vorrei la pelle nera”, cantava Nino Ferrer).  Non andranno in galera serial killer e stupratori.

Andrà invece in galera Berlusconi, grazie alla ben nota via giudiziaria al totalitarismo sostenuta dai talebani di casa nostra. Con l’appoggio di un pallido Epifani del Pd, dei vendoliani del Sel e ovviamente di un cialtrone decerebrato come il Grillo esultante. In questo momento gli sciacalli si accaniscono contro il suo cadavere. In primis, l’omicida Beppe Grillo dal suo blog. Curioso che nessun giornale ricordi come Grillo ha distrutto una famiglia durante una gita a Limone Piemonte, mentre faceva smargiassate sulla sua auto. Eppure Vito Crimi (nomen/omen) del M5S dichiara di  vergognarsi di sedere in un parlamento che non espelle Berlusconi dai pubblici poteri. Fossi in lui, mi vergognerei di far parte di un movimento con a capo un omicida, ancorché omicida colposo. Come si vede, nessuno è perfetto.  Tranquillo Crimi: Grillo è un burattino che serve i poteri forti. Quando non servirà più, un bell’avviso di garanzia e una bella istruttoria appiccicata addosso non gliela leverà nessuno. Va da sé, che finirà la sua folle quanto futile corsa. La sottoscritta ha criticato Berlusconi in molte circostanze (in primis in politica estera, quando non seppe opporsi alla guerra libica contro il suo “amico” Gheddafi). Ma ciò non toglie che questa sentenza gridi vendetta sul piano giuridico. Un altro degli obbrobri giuridici che fanno male al nostro paese. Si vuole sconfiggere un avversario politico? Lo si faccia politicamente, non a colpo di Procure. Ora il Pdl decapitato se ha ancora un minimo di attributi, esca da questo governo affamatore di popolo che altro non è se non la continuazione del precedente governo Monti, abusivo e messo in piedi con un colpo di mano. In caso contrario, chi è causa del suo mal….

Dell’auspicare la riforma della giustizia…

Mediaset, monito di Napolitano: “L’Italia ha bisogno di coesione Ora auspico riforma giustizia”. Il capo dello Stato: “Per uscire dalla crisi in cui si trova e per darsi una nuova prospettiva di sviluppo, il paese ha bisogno di ritrovare serenità e coesione su temi istituzionali di cruciale importanza” di Luca Romano

“La strada maestra da seguire è sempre stata quella della fiducia e del rispetto verso la magistratura, che è chiamata a indagare e giudicare in piena autonomia e indipendenza alla luce di principi costituzionali e secondo le procedure di legge”. A dichiararlo pochi minuti dopo la sentenza della Cassazione in merito al processo sui diritti Mediaset è il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che poi aggiunge: “In questa occasione attorno al processo in Cassazione per il caso Mediaset e all’attesa della sentenza, il clima è stato più rispettoso e disteso che in occasione di altri procedimenti in cui era coinvolto l’on. Berlusconi. E penso che ciò sia stato positivo per tutti. Ritengo ed auspico che possano ora aprirsi condizioni più favorevoli per l’esame, in Parlamento, di quei problemi relativi all’amministrazione della giustizia, già efficacemente prospettati nella relazione del gruppo di lavoro da me istituito il 30 marzo scorso. Per uscire dalla crisi in cui si trova e per darsi una nuova prospettiva di sviluppo, il paese ha bisogno di ritrovare serenità e coesione su temi istituzionali di cruciale importanza che lo hanno visto per troppi anni aspramente diviso e impotente a riformarsi”.

Dal circo mediatico alla realtà

E daje e daje, alla fine l’hanno condannato. Ora ci credono per davvero che lui, come Mussolini e come Craxi, è il male assoluto… però… altrove è successo anche questo e nessuno se n’è accorto:
“Ieri, in Parlamento, approfittando del totale disinteresse della cupola mediatica, hanno bocciato la proposta di M5s per garantire incentivi a chi assume giovani disoccupati, e hanno immesso nel decreto del fare il dispositivo che autorizza a pagare le imprese: invece che 40 miliardi subito come garantito e assicurato lo scorso marzo, 25 miliardi a partire dal 2014 entro e non oltre il 31 dicembre del prossimo anno…” [l’articolo intero lo si può leggere qui]

Stupro di gruppo

Dicono, il carcere non automatico non è buonismo… e, bontà loro, la colpa è delle donne che si fanno stuprare e, ci spiegano perchè sia anche giusto che i giudici valutino caso per caso dopo aver letto quel mucchio di stronzate, auguro a chi la pensa come gli articolisti una sola cosa. Semplicemente di poterci passare.
Che cosa c’è dietro alla decisione della Consulta di Maria (Milli) Virgilio

Nuovamente si discute di misure cautelari coercitive che limitano la libertà personale degli stupratori prima della sentenza definitiva. Chi chiede la condanna anticipata della custodia in carcere e chi invoca la presunzione di non colpevolezza. La polemica si ripete oggi dopo la sentenza 232 della Corte Costituzionale, così come nel 2012 dopo la sentenza di Cassazione n. 4377. La Corte costituzionale infatti sta proseguendo lungo la linea di smantellare il duro e rigido trattamento delle misure cautelari coercitive previste per gli autori di violenze sessuali dal pacchetto sicurezza Maroni/ Carfagna, che nel 2009 era intervenuto con la mano pesante sull’onda della percezione del cd allarme sociale dello stupro di strada. Per raggiungere l’obiettivo e giustificare la urgenza del decreto legge il Governo non aveva messo mano a una riforma specifica e dedicata alla violenza maschile contro le donne, ma aveva operato all’interno delle norme speciali previste per i delitti di mafia.

Aveva così dovuto operare una doppia parificazione, la prima tra la violenza sessuale base (che raccoglie in una unica figura di delitto tutti gli atti sessuali violenti, nella loro ampia e differenziata gamma) e la violenza di gruppo (oltre altri reati cd. a sfondo sessuale ) e la seconda tra questi e i delitti di mafia (associazione di tipo mafioso e delitti posti in essere con metodi o per finalità mafiose). Instaurando così delle presunzioni indifferenziate e assolute –anziché relative – di adeguatezza della sola custodia in carcere, senza alcuna possibile alternativa. Da allora il giudice in tutti tali casi doveva applicare obbligatoriamente sempre e solo la custodia cautelare in carcere, senza più poter esercitare una scelta nel ventaglio delle varie misure previste dal codice di procedura penale e senza poter più graduare secondo il criterio della adeguatezza al caso concreto. La svolta fu operata in nome del bene collettivo “sicurezza pubblica”, come indica il valore dichiarato nel titolo stesso di quella legge (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori) e delle altre leggi intervenute in materia.

E pensare che faticosamente avevamo spostato la collocazione della violenza sessuale entro il bene giuridico individuale della “persona”, sganciandolo dal bene collettivo della moralità pubblica e del buon costume!
Orbene, proprio in nome della sicurezza pubblica, ogni atto di violenza sessuale, stupro semplice, stupro di gruppo, prostituzione minorile, pornografia minorile, turismo sessuale assunsero un trattamento severo, quello riservato alla mafia, giustificando la “straordinaria necessità e urgenza” –, indispensabili per scavalcare il Parlamento – con “l’allarmante crescita di episodi collegati alla violenza sessuale” (assunto indimostrato per mancanza di un Osservatorio nazionale). Non può allora meravigliare che la norma fosse presto portata alla Corte costituzionale che nel 2010 (n. 265) la dichiarò illegittima proprio nella parte in cui aveva disposto l’obbligatorietà della misura di custodia in carcere per i casi di prostituzione minorile, violenza sessuale e atti sessuali con minorenni (la sentenza si riferiva a giudizi per questi tipi di delitti).

Pur ritenendo corretto assoggettarli ad un regime cautelare speciale, riteneva tuttavia ingiusto e irragionevole averli trattati alla pari dei delitti di stampo mafioso, tanto più che altri delitti pur sanzionati con pene ben più elevate restavano assoggettati alla regola generale della custodia in carcere “soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata”. Si trattava di una presunzione assoluta di adeguatezza della misura della custodia cautelare in carcere che violava il quadro costituzionale di garanzie riservate alla libertà personale. Come non concordare!? Infatti la sentenza non provocò dissensi. Con successive sentenze lo stesso principio è stato applicato ad altri delitti inseriti nel pacchetto sicurezza dalla L.38/2009, tra cui l’omicidio volontario (sent. n. 164/2011) e ora ha investito la violenza di gruppo.

Ha senso discutere della validità di una assimilazione tra violenze sessuali e violenze mafiose per la loro pericolosità sociale? O dell’accorpamento in una unica figura di reato di violenza sessuale di una gamma assai differenziata di comportamenti violenti? Occorre andare oltre oltre il discusso tema del trattamento cautelare carcerario (prima della sentenza definitiva di condanna) e investire tutti i casi di violenza maschile, non solo sessuale e non solo di gruppo. Ma il problema è proprio qui: in termini di politica del diritto e di libertà femminile. Le sentenze fanno polemizzare, tuttavia confondendo spesso diritti e desideri. Ma con quale risultato a favore della libertà femminile? Ancora una volta la attenzione si focalizza sui delitti di violenza sessuale, occultando il più vasto l’ambito della violenza maschile contro le donne (“di genere”) che non è solo sessuale, bensì anche fisica, psicologica, economica e alligna prevalentemente nelle relazioni di prossimità e intimità, nonché trova origine nei rapporti di potere uomo/donna che nella famiglia trovano il luogo privilegiato di costruzione.

La violenza maschile contro le donne esige di trovare modi nuovi per essere affrontata, svincolandosi dalla contrapposizione tra uguaglianza e differenza, liberandosi dalla strettoia tra garantismo e giustizialismo e intraprendendo strade ad oggi inedite che sappiano contenere assieme libertà femminile e diritto.

Le specie protette: gli assassini extracomunitari

Kabobo ha ucciso tre persone a colpi di piccone. Ma per gli esperti non è capace di intendere Secondo gli psichiatri che dal 6 giugno lo seguono il ghanese sarebbe incapace di intendere e di volere. Per questo, oltre al carcere, potrebbe addirittura evitare il processo di Franco Grilli

L’orrore compiuto da Mada Kabobo, il ghanese che l’11 maggio scorso a Milano ha ucciso tre persone a colpi di piccone, è ancora davanti ai nostri occhi. Difficile dimenticare una violenza così brutale. Eppure l’autore di quella terribile strage potrebbe riuscire a evitare il carcere. Gli psichiatri che su incarico della Procura dal 6 giugno si occupano di lui non hanno ancora depositato la relazione finale, ma secondo quanto anticipa il quotidiano il Giorno, Kabobo potrebbe essere giudicato incapace di intendere e di volere. E, proprio per questo, evitare il carcere con un proscioglimento per vizio mentale. Poche ore dopo il suo arresto Kabobo disse: “Sento le voci, voci cattive”. Qualcuno pensò subito: è la prova che è pazzo. Altri commentarono: tenta di alleggerire le sue colpe e spera, spacciandosi per pazzo, di farla franca. Tra poco sapremo come andrà a finire. Le immagini delle telecamere di sorveglianza agli angoli delle strade dov’è avvenuta la strage di Niguarda mostrano un uomo che, apparentemente, non si muove come un folle.  Kabobo pare tranquillo fino al punto di provare a sbarazzarsi del piccone non appena si rende conto di essere braccato dalle forze dell’ordine. Una persona incapace di intendere e di volere potrebbe aver agito in quel modo, provando a occultare l’arma del delitto?

Le specie protette, i gay e le lesbiche

 Prima questa notizia e poi il post di Nessie.
La legge pro gay è illiberale. Perché ci serve una norma speciale a tutela dei gay, degli islamici o dei neri e non degli anziani o degli indigenti? di Marcello Veneziani

Ci sono due precise ragioni contro la legge sull’omofobia e non c’entrano affatto né l’omofobia né l’omolatria, ossia il culto dei gay, che è oggi tendenza assai più pervasiva dell’altra. La prima ragione è che quando si introduce un reato d’opinione, come è il caso di questa legge, si restringe la sfera della libertà, della democrazia e del diritto, e si introduce un pericoloso germe ideologico nella giurisprudenza. La stessa cosa vale per i reati contro il razzismo, contro le altre religioni o contro le apologie di alcuni regimi passati; anche le opinioni peggiori vanno combattute con le opinioni e non a colpi di galera. Se si colpiscono penalmente i reati d’opinione, e poi solo alcuni, si entra in una brutta spirale che è l’anticamera del dispotismo. Già è infame la legge Mancino, che punisce col carcere l’apologia di alcune ideologie totalitarie e sanguinarie e non di altre. Ora si vuole proseguire in questo passaggio dal canone ideologico al codice penale, dal linciaggio mediatico al carcere. La seconda ragione è che quando si introduce per lo stesso reato una pena più grave per alcune categorie protette anziché per altre, si ferisce l’universalità delle norme e il principio della legge uguale per tutti. Perché ci dev’essere una norma speciale a tutela degli omosessuali, degli islamici o dei neri e non degli anziani, dei malati, dei credenti in Cristo o degli indigenti? Non è ripugnante prendersela con un vecchio, un malato o un poveraccio o lo è solo se si tratta di omosex, neri, rom, ebrei o islamici? Perché non è più un reato bestemmiare, irridere, essere blasfemi verso Dio, Gesù Cristo, la Madonna, i santi, i simboli e i princìpi della religione cristiana e invece lo diventa se si compiono le stesse profanazioni verso altre religioni? Anche il femminicidio è un abominio giuridico e una violazione elementare della parità dei diritti della persona; ci sono persone che contano il doppio e persone che contano la metà?

Se omicidio è parola di sesso maschile, chiamatela uccisione, e si taglia la testa al toro e il sesso al crimine. Ma se vogliamo restare, almeno sulla carta, una civiltà del diritto, il principio di fondo su cui regge la giustizia è l’universalità della norma, senza eccezioni. Poi sarà facoltà del magistrato applicare la legge nel caso specifico e considerare eventuali aggravanti e contesti di luogo e di tempo. Ma stabilirlo a priori con una legge ideologica e ruffiana che sancisce corsie preferenziali e classi tutelate, significa violare la giustizia e la sua equità. A ben vedere, dunque, la norma sull’omofobia viola in un colpo solo i due principi tanto conclamati di giustizia e libertà. Mica male per una norma che viene venduta come necessaria, non più rinviabile, che ci verrebbe richiesta dall’Europa, dalla modernità e probabilmente anche dall’hi-tech e dal digitale. Che vi sia una fetta del centrodestra incline ad accogliere questa legge è uno schiaffo a tanti propri elettori, una resa al conformismo radical o un furbo accomodamento. Capisco che «s’ha da fa’ pe’ campà», e per far campare il cagionevole governo; ma questo mi sembra il modo peggiore per sopravvivere inserendo cellule cancerogene nella coalizione che lo sorregge. Chi si oppone a questa legge ha il coraggio del non conformismo. Ma è inutile farsi illusioni: tutto cospira in senso opposto, la battaglia è solo per tamponare e tardare. L’istinto del gregge e lo spirito del tempo uniti vinceranno. Per forza di gravità.

Stupro di gruppo… diamogli anche la medaglia

Stupro branco, si misure diverse carcere. Legittimita’ costituzionale sollevata da tribunale Salerno

ROMA, 23 LUG– No alla sola custodia cautelare in carcere per il reato di violenza sessuale di gruppo se il caso concreto consente di applicare misure alternative. Lo ha stabilito la Consulta che ha dichiarato l’illegittimita’ costituzionale dell’articolo 275, comma 3, terzo periodo, del codice di procedura penale. Richiamando precedenti decisioni si rileva che anche in questo caso le misure devono essere ispirate al criterio di ‘minore sacrificio necessario’. A sollevare la questione il Tribunale di Salerno.

Magistratura italiana

Un altro “pirata” scarcerato e mandato ai domiciliari a tempo di record. Un altro episiodio che farà discutere. Ma, soprattutto, l’ennesima dimostrazione dello strabismo della giustizia italiana. A distanza di un giorno dalla scarcerazione del marocchino che ha investito e ucciso una ragazza a Milano. Mercoledì scorso il pirata della strada, un albanese di ventidue anni, ha travolto con la sua auto un ragazzino di quattordici anni che stava tornando a casa, a Brebbia nel varesotto, in bicicletta. Lo ha investito, e trascinato per alcune decine di metri, senza fermarsi a prestare soccorso. A distanza di due giorni il giudice dell’indagine preliminare ha deciso di scarcerarlo e gli ha concesso gli arresti domiciliari. Nel frattempo il ragazzino è ancora ricoverato con prognosi riservata e in condizioni stazionarie ma, fanno sapere i medici, non in pericolo di vita. L’albanese, che è stato rintracciato e arrestato dai Carabinieri poche ore dopo l’incidente, deve rispondere di lesioni colpose gravissime, omissione di soccorso e guida senza patente in quanto quella in suo possesso non è valida per l’Italia. Il pirata della strada, la cui auto non aveva neppure la copertura assicurativa, ha altri precedenti per documenti non regolari: nel gennaio scorso era stato fermato ancora con la patente non valida perchè mai convertita. Il Gip, Stefano Sala, ha ritenuto venute meno le esigenze cautelari accogliendo la richiesta di domiciliari avanzata dal Pm Massimo Baraldo mentre la difesa aveva chiesto totale libertà condizionata al solo obbligo di firma. Il legale fa sapere che il suo assistito si è pentito per quello che ha fatto. “Va capito, in questo periodo ha problemi di depressione”. Ma non sembra che ci siano molte persone disposte a giustificarlo. A Brebbia è stata organizzata per questa sera una fiaccolata di solidarietà per il ragazzino.

Del fare pena…

Adesso il “caso Kyenge” finisce in tribunale. Il senatore Roberto Calderoli, al centro della polemica per una frase pronunciata sabato sera a Treviglio sul ministro Kyenge, paragonato a un orango, dovrà vedersela coi magistrati. Con l’accusa di “diffamazione aggravata dall’odio razziale” il vicepresidente del Senato è formalmente indagato dalla Procura di Bergamo, dopo un esposto presentato dal Codacons e al quale è stata allegata la registrazione audio del comizio di Treviglio. Il procuratore di Bergamo Francesco Dettori ha affidato il fascicolo ai due sostituti Maria Cristina Rota e Gianluigi Dettori. I magistrati dovranno valutare dal punto di vista giuridico se le parole pronunciate dal senatore leghista siano da considerare diffamatorie e dunque se Calderoli debba essere processato. “Visto che ci sono due denunce presentate contro di me – ha detto Calderoli intercettato dai giornalisti nel salone Garibaldi di palazzo Madama – ritengo sia un atto dovuto”. Sul piano politico si deve registrare la dura reazione del governatore della Lombardia, Roberto Maroni, al presidente del Consiglio Enrico Letta, che aveva definito correo il leader del Carroccio. “Non diciamo stupidaggini. Per me la questione è chiusa. Calderoli si è scusato e Letta farebbe meglio a occuparsi di altre cose” come il caso kazako visto che “la questione riguarda il Senato e non il Governo”. Il presidente del Codacons, Carlo Rienzi, fa sapere che è stata la sua associazione a presentare un esposto alla procura, da cui è partita poi l’iniziativa della procura. Nell’esposto  si legge che le dichiarazioni del vicepresidente del Senato “risulterebbero non solo lesive dell’ordine pubblico e della dignità umana, ma anche chiaramente idonee ad istigare l’odio razziale”. Rienzi aggiunge poi che si attende “un provvedimento dal Collegio dei Questori del Senato al quale abbiamo formalmente chiesto di sospendere Roberto Calderoli dai suoi incarichi istituzionali”.
Bossi su Calderoli
Sulla vicenda Calderoli-Kyenge interviene anche Umberto Bossi. Per il fondatore della Lega “Calderoli ha sbagliato. Però – prosegue – è stato strumentalizzato enormemente, ed ha fatto bene a non dimettersi”. Quanto al ministro, il leader storico della Lega osserva: “È una tirata fuori dal nulla. La sinistra ha perso i voti dei lavoratori e cerca di prendersi i voti degli extracomunitari. È il progetto rivelato dal tentativo di dare loro la cittadinanza a tutti i costi. Non a caso – conclude Bossi – Kyenge parla di eliminare la Bossi-Fini, che è l’ultima barriera, pur se debole, per fermare l’immigrazione clandestina. Dall’Africa arriverebbero cento milioni di persone e noi non saremmo in grado di sostenerle perché non ci sono posti di lavoro”.
Kyenge: ho accettato le scuse
“Si deve andare oltre i fatti personali – ha detto il ministro per l’Integrazione al videoforum di Repubblicatv -. In questo momento preferisco non dare giudizi sulle persone. Io vorrei che l’Italia andasse avanti. Quando il ministro Calderoli mi ha chiamato per farmi le sue scuse, io le ho accettate”. Il ministro fa sapere che ha accettato le scuse e i fiori che Calderoli aveva promesso di mandarle: “Sono arrivati e li ho portati alla Madonna del buon consiglio. Sono ministra – ha poi aggiunto Kyenge – richiedo rispetto come istituzione. Qualsiasi tipo di offesa razzista non tocca me, diventa un concetto. Una ferita all’Italia”.