Sull’illegittimità

Italia illegittima di Carlo Bertani

E così siamo tutti illegittimi… anzi, sono loro ad essere illegittimi..tutti: da Grillo a Letta ad Alfano. Ed illegittimo è anche il decadimento di Berlusconi, un bel rompicapo. Illegittimo è anche – oltre ai vari nomi che potete leggere sulla stampa mainstream, sui quali non mi dilungherò – il governo Monti e tutti gli atti che ha prodotto, come sono da invalidare tutti gli atti del governo Berlusconi e di quello precedente, ossia del secondo governo Prodi. Viene da chiedersi come la medicheranno e spunta il sospetto che “qualcuno” abbia desiderato il colossale rimescolamento di carte, perché questo è/può essere il crollo di una prima-seconda-terza Repubblica, come preferite. Attenzione: non crolli finti come i precedenti che hanno generato le macchiette della seconda o terza repubblica bensì crolli veri: come le “repubbliche” francesi, tanto per capirci, che ci hanno messo quasi due secoli per compiere il loro ciclo. E in Italia? Come è potuto accadere tutto ciò?

Prima di passare al “come”, vediamo quale può essere uno sviluppo futuro: qualcuno afferma che la Consulta abbia “dato tempo” al governo per elaborare ed approvare una nuova legge elettorale. In sostanza: quello che per anni non è stato mai fatto. Ma questo esula dai compiti della Corte e nemmeno nelle motivazioni della sentenza può esserci traccia di un tale “consiglio” giacché sarebbe illegittimo due volte: primo, perché anche parte della Corte – nominata negli ultimi 7 anni – è illegale, almeno per i nuovi membri ma, e soprattutto, perché la Corte (illegittima) mai potrebbe entrare così a gamba tesa in politica, dando “consigli” ad un altro potere, quello legislativo (illegittimo). Dilettanti allo sbaraglio – verrebbe da dire – e non cospiratori internazionali di larghe vedute: mezze tacche, galoppini del seggio, lacché del potere, ecco cosa capita agli sprovveduti. Vediamo un attimo com’è nata questa legge.

Se ben ricordate, la legge fu licenziata ancora da Ciampi e fu, ovviamente, precedente al referendum costituzionale (come norma prevede) che si svolse nel Giugno del 2006 e dal quale uscì bocciata dagli elettori la riforma costituzionale preparata dal governo di centro-destra. Quella riforma trasformava il Senato in organo consultivo quasi “territoriale” – ossia una sorta di Parlamento delle Regioni, sul modello del Bundesrat tedesco – e per questo motivo Calderoli creò la porcata: il premio di maggioranza assoluta per un solo voto di scarto è un abominio. La bocciatura della riforma, però, condusse ad un altro risultato: rimanendo il Senato assemblea legislativa quanto la Camera – ma con una legge elettorale pensata per una diversa architettura istituzionale – successe che ogni tornata elettorale contava solo più per le votazioni al Senato, essendo la Camera assegnata con il premio di maggioranza. Solo il governo Berlusconi (2008-2011) ebbe una maggioranza chiara, tutti gli altri risicarono e rosicarono voto su voto, e sempre solo al Senato. Chiarito questo passaggio, veniamo al successivo: può, questo Parlamento, legiferare in materia di legge elettorale? No, evidentemente, essendo illegittimo. La soluzione, quindi, è semplice e Beppe Grillo l’ha indicata: non bisogna essere dei costituzionalisti per capire che l’ultima legge elettorale valida è stata il cosiddetto “Mattarellum” e da questo non si può sgarrare. Ogni altra soluzione, che coinvolgesse l’attuale parlamento, sarebbe inutile perché subito cassabile da un ricorso alla Corte.

Non dimentichiamo la portata dei provvedimenti che – a norma di legge – hanno perso legittimità: il 5 per mille per il volontariato, tutte le norme in materia di lavoro delle ultime tre legislature, la riforma Gelmini, la riforma del mercato dell’acqua, la riforma Fornero delle pensioni insieme alla precedente riforma Damiano, gli aumenti dell’IVA del 2%, quelli sulle accise sui carburanti… insomma, dal 2006 tutto cancellato e da rifare. Viene da chiedersi come mai la Corte abbia osato tanto. Una traccia c’è, poi si dovrà valutare se è valida, ed è una traccia europea. Da molti anni – ossia dal caso Rete4/Europa7 – l’Italia è il Paese che più ricorre in sede europea: alla Corte di Giustizia Europea ed al Tribunale per i Diritti dell’Uomo. Quest’ultimo, addirittura, circa un anno fa se ne lamentò chiaramente: non è possibile – dissero i giudici europei – che metà del tempo sia assorbito dall’Italia e da fatti italiani! E che, una volta emanate le sentenze, nessuno in Italia le applichi! Di certo questa sentenza non gioca a favore dei potentati finanziari internazionali sorretti da tutti i governi in carica, soprattutto negli ultimi anni, che hanno messo in un angolo proprio la Costituzione (addirittura il Presidente!) ed ogni legge di garanzia. Per loro, di meglio che le garanzie del Porcellum è difficile trovare ed è anche faticoso pensare ad una riscrittura di un corpus legislativo così copioso da parte di un nuovo Parlamento eletto con il Mattarellum: che la rivoluzione l’abbiano fatta i giudici? Mah…

Quindi? Tutto illegittimo?

Porcellum fuori legge: il Parlamento è abusivo. La Consulta boccia l’attuale legge elettorale: incostituzionali liste bloccate e premi di maggioranza. Incertezza sulle conseguenze fino alle motivazioni di Anna Maria Greco

Il Porcellum è illegittimo, dice la Corte costituzionale. Bocciato il premio di maggioranza, bocciate le liste bloccate. Si ritorna al proporzionale con soglia di sbarramento. Ma non rivive il Mat­tarellum, come voleva un drappello di giudici costituzionali, perché la Consulta indica la necessità delle preferenze, non previste nel vecchio sistema. Accoglie in toto il ricorso contro la legge elettorale del 2005, l’Alta Corte. Ma nella lunga camera di consiglio è battaglia. Perché dopo il voto unani­me sull’ammissibilità del ricorso e poi sull’eliminazione del premio di maggioranza, sulla terza questione ci si spacca 7 a 8.

Sembra che i giudici più vicini alla sinistra, dal presidente Gaetano Silvestri a Sabino Cassese e Giuliano Amato (di nomina presidenziale), allo stesso Sergio Mattarella (scelto dal parlamento e padre del sistema precedente), volessero che l’Alta Corte affermasse che abolite le liste bloccate ci fosse la «reviviscenza» del vecchio sistema. Ma la manovra non sarebbe riuscita perché si sarebbero opposti lo stesso relatore Giuseppe Tesauro, il vicepresidente Sergio Mattarella, i giudici Paolo Maria Napolitano, Giuseppe Frigo e altri scelti da Cassazione e Consiglio di Stato. La sentenza è una batosta pesante che colpisce il parlamento inefficiente, i partiti divisi e la Casta dei politici che non hanno finora trovato un accordo sulla riforma. La Consulta dà, in sostanza, tre settimane alle Camere per correre ai ripari: il tempo necessario di solito per il deposito delle motivazioni della sentenza, perché solo da quel momento ne decorreranno «gli effetti giuridici». E agli occhi di tutti apparirebbe l’illegittimità dei mille eletti con un sistema incostituzionale. Una lunga discussione in camera di consiglio, iniziata in mattinata e proseguita, dopo una breve pausa, nel pomeriggio fino a poco prima delle 18, porta la Consulta a una decisione dai pesanti effetti politici sulla composizione delle Camere, sull’entità della maggioranza e sullo stesso governo.

Un verdetto che per alcuni accorcia le prospettive di questa legislatura e avvicina un voto anticipato, per altri potrebbe congelare il quadro in attesa della riforma. Crea comunque instabilità e incertezza. La Consulta dichiara l’illegittimità costituzionale delle norme sul premio di maggioranza, per Camera e Senato, attribuito alla lista o alla coalizione che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e non abbiano avuto almeno 340 seggi a Montecitorio e il 55 per cento dei seggi assegnati a ogni regione, a Palazzo Madama. Contrarie alla Carta anche le norme sulle liste «bloccate», perché non consentono all’elettore di dare una preferenza. Nel comunicato stampa la Corte precisa che «nelle prossime settimane» si conosceranno le motivazioni del verdetto, che avrà solo allora i suoi effetti. E sottolinea, per non dare l’impressione di un’usurpazione di poteri, un’ovvietà: «Resta fermo che il parlamento può sempre approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali». Scelte che, in teoria, potranno essere diverse dall’orientamento della Corte. Sarà la politica a dettarle. Esulta l’avvocato Aldo Bozzi, legale dei cittadini che hanno promosso il ricorso trasmesso dalla Cassazione: «Quattro anni di battaglie andate a buon fine – dice -. Siamo tornati a essere cittadini e non dei sudditi. E adesso non si crea nessun vuoto giuridico». Per Bozzi, si potrebbe tornare al Mattarellum e andare a votare «in estate». Ma non è d’accordo l’altro avvocato dei ricorrenti, Felice Carlo Besostri: «Se la politica non interverrà con una nuova legge elettorale -­ spiega -, farà sì che alle prossime elezioni si andrà a votare con una legge proporzionale con soglie di accesso e la possibilità di dare una preferenza». Ma decadranno i 148 deputati Pd «abusivi», come li definisce Forza Italia, che non hanno avuto ancora la convalida? Per Besostri, questa prospettiva è «puro terrorismo». Quanto alla cancellazione delle liste bloccate, sulla scheda ora «sarà possibile scrivere i nomi dei candidati».

Sovraffollamento carceri e mancati rimpatri

Carceri sovraffollate? E’ perché l’Italia non rimpatria gli stranieri. Nonostante la legge. Lo prevede la convenzione di Strasburgo del 1983 che il nostro Paese ha sottoscritto. Con l’attuazione di questa norma si risparmierebbero anche 500 milioni. Ma a distanza di 24 anni dalla ratifica nessuno incentiva questo strumento. In più, non ci sono accordi bilaterali con Marocco, Tunisia e Romania che sono in cima alla classifica delle presenze di Thomas Mackinson

Mentre ancora si parla di indulto e amnistia, l’Italia spende un miliardo all’anno per tenere nelle patrie galere detenuti stranieri che in buona parte potrebbero scontare la pena nei loro paesi d’origine. Il piano è pronto da decenni. Gli accordi per lo scambio ci sono, multi e bilaterali, stretti con quasi tutti i Paesi del mondo. Ma nessuno incentiva questo strumento per svuotare le carceri e i detenuti trasferiti, alla fine, sono così pochi che non vengono neppure conteggiati nelle statistiche sulla giustizia italiana. Percorrendo tutte le vie “ufficialissime” dei ministeri competenti – Interno, Giustizia ed Esteri – è materialmente impossibile avere un dato su quanti abbiano usufruito di questa possibilità e diritto, come prevede la convenzione di Strasburgo del 1983, che l’Italia ha ratificato e inserito nel proprio ordinamento dal 1989 e via via allargato con una serie di accordi bilaterali.

Una beffa. Perché questa strada avrebbe potuto, almeno sulla carta, segnare la svolta sulla questione carceri prima che diventasse emergenza nazionale. Lo dicono i numeri. Nelle celle italiane, secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), si contano oggi 22.770 detenuti stranieri, un terzo della popolazione carceraria. Tanti, troppi. E ci sarebbero motivi di mera convenienza, oltre che di civiltà, per incentivare a diminuirne il numero. Il costo medio per detenuto calcolato dalla Direzione bilancio del Dap è di 124,6 euro al giorno. Lo Stato, nel 2013, spenderà dunque 909 milioni di euro, quasi un miliardo l’anno. Ma quanto risparmierebbe se desse seguito agli accordi di rimpatrio? Per saperlo bisogna moltiplicare quel costo unitario per i 12.509 detenuti stranieri che scontano una condanna già definitiva, i soli sui quali può ricadere l’ipotesi di un trasferimento. Il costo reale del mancato rimpatrio, o se si vuole il conto del risparmio virtuale, arriva dunque a 568 milioni di euro l’anno, un milione e mezzo al giorno.  Un bella cifra nel conto dello Stato che potrebbe essere destinata a costruire nuove strutture, ammodernare quelle esistenti, incentivare forme di rieducazione e reinserimento. Per contro, i detenuti italiani all’estero non superano le tremila unità. Una differenza che rende evidente quanto il saldo degli “scambi” sarebbe a favore dell’Italia (e degli italiani). “Non si possono fare deportazioni di massa”, ammoniscono gli esperti di procedura penale, mettendo in guardia da operazioni di macelleria detentiva.

Ma a chi oppone a ogni ragionamento questioni di ordine etico-morale va ricordato che dal 2002 nessuno ha sbarrato la strada ai voli di Stato per il rimpatrio dei clandestini che la Bossi-Fini ha reso – almeno per le modalità operative – del tutto simili alla deportazione coatta, per di più espulsi non per aver commesso un reato penale ma amministrativo (l’ingresso in Italia senza permesso di soggiorno o contratto di lavoro a supporto del reddito). Idem per il reato di clandestinità introdotto nel 2009 col decreto sicurezza. Ci sono poi ragionevoli argomenti per ritenere che in quel terzo di popolazione carceraria composta da stranieri ci possa essere chi preferirebbe – vista anche la condizione dei penitenziari nostrani – ricongiungersi ai propri parenti e scontare la pena nel proprio Paese. Peccato che non succeda mai, salvo rarissimi casi. A 24 anni dalla convenzione di Strasburgo gli accordi sul trasferimento sono rimasti lettera morta, con buona pace del tempo e delle risorse che l’Italia ha dedicato per dibattiti parlamentari, mandati esplorativi di funzionari della giustizia, riunioni e servizi d’ambasciata da una capo all’altro del mondo.

Il paradosso degli accordi all’italiana – Il paradosso è che incentivare lo scambio e la detenzione all’estero non sarebbe una politica di destra o di sinistra ma di buona amministrazione, per di più ancorata e supportata nella sua applicazione da convenzioni e accordi. Con alcune bizzarrie e illogicità di fondo, però. L’Italia, si è detto, ha aderito alla convenzione di Strasburgo dell’83 insieme a 60 Paesi (gli ultimi sono la Russia e il Messico nel 2007). Ha poi stretto accordi bilaterali con altri sette che erano rimasti  fuori dalla convenzione. Ma – attenzione – non con quelli che più pesano sul conto delle carceri. Ricapitolandoli: nel 1998 abbiamo firmato un accordo con l’Avana quando i detenuti cubani sono una cinquantina e poco più, nel 1999 con Hong Kong a fronte di popolazione carceraria prossima allo zero, nel 1984 con Bangkok (ancora oggi si contano due soli detenuti thailandesi). Mancano all’appello, per contro, proprio i Paesi che per nazionalità affollano maggiormente le nostre celle: il Marocco, su tutti, visto che con 4.249 detenuti occupa il secondo posto nella classificazione delle presenze straniere (18,7%). La Romania che occupa il secondo con 3.674 detenuti (16,1%). La Tunisia, al terzo posto, con 2.774 (12,2%). Altri sono pronti da vent’anni, ma per l’inerzia del Parlamento restano lettera morta. Emblematico il caso del Brasile, dove l’accordo è firmato e manca solo il passaggio in aula. Siamo riusciti invece ad accordarci con l’Albania (2.787 detenuti, 12%). Quando è stato sottoscritto, nel 2002, nelle carceri italiane c’erano 2.700 detenuti albanesi, di cui 960 condannati in via definitiva. Trecento dovevano scontare una pena residuale superiore ai tre anni e sarebbero stati i primi a lasciare l’Italia per scontare la pena nelle patrie galere. Un modello che doveva essere, secondo il Guardasigilli di allora Roberto Castelli, esportato in Marocco, Algeria e Tunisia. Cosa mai avvenuta, a distanza di un decennio. Ma quanti albanesi sono stati  poi trasferiti? Impossibile saperlo, come per tutti gli altri detenuti stranieri in Italia. 

Il mistero sui numeri: “Non abbiamo il sistema informatico” – I trasferimenti autorizzati  sulla base di quegli accordi sono irrilevanti al punto che non vengono neppure monitorati a fini statistici. Sapere quanti siano è un’impresa impossibile. Le interrogazioni parlamentari sulla questione non hanno mai avuto risposta e anche per le fonti giornalistiche la strada porta dritto a un muro di gomma che fa rimbalzare da un ministero all’altro. Dovrebbe averli il ministero degli Interni ma non è così. “Sono numeri molto modesti a fronte di procedure complesse, per questo non sono sottoposti a monitoraggio statistico e vanno a finire nelle diciture “altro” degli annali giudiziari”, premettono imbarazzati i funzionari del Viminale. “Il detenuto fa domanda al direttore del carcere che la gira al magistrato di sorveglianza che fornisce il suo giudizio e lo trasmette al ministero. Dovrebbero però averli al ministero di Grazia e Giustizia che amministra le pene”. Ma si bussa lì senza maggior fortuna. Il direttore dell’ufficio Affari penali Antonietta Ciriaco fa sapere che il suo ministero non ha neppure il sistema informatico necessario a estrapolarli quei dati, che non si tratta di estradizioni, per cui “una volta che c’è l’accordo internazionale e una sentenza favorevole della Corte d’Appello al trasferimento, è materia del Dap”. Ma anche al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria cadono dalle nuove. “Noi abbiamo solo dati rispetto a detenzione e scarcerazione, questa storia di chi ha i dati sui trasferimenti va avanti da anni e alla fine le richieste arrivano sempre qui, ma noi non li abbiamo. Avete provato al ministero degli Interni?”. E si ricomincia.

Il saldo delle carceri: 20mila restano, 200 (forse) vanno – Qualche barlume, alla fine, illumina almeno il passato. A margine di uno dei tanti trattati bilaterali il ministero degli Interni nel 2008 fornì, con parsimonia, qualche cifra: nel 2005 il trasferimento delle persone straniere condannate è stato pari a 216, 46 nel 2006, 111 nel 2007 e 87 nel 2008. Si presume che da allora le cose non siano cambiate e che a prendere la frontiera per la carcerazione all’estero siano grosso modo un centinaio di detenuti all’anno. Numeri che rendono bene l’idea di come siano stati tradotti nel nostro Paese la convenzione di Strasburgo e tutta la congerie di accordi bilaterali che negli ultimi vent’anni sono stati annunciati, sottoscritti e celebrati in pompa magna tra convegni, delegazioni e voti in Parlamento.

Alla fine del giro tocca chiedersi anche se la resistenza a fornire dati sul trasferimento – insieme al disinteresse per tracciarli, recuperarli e renderli pubblici – sia del tutto casuale, il frutto accidentale della sovrapposizione di competenze e burocrazie, o se sotto ci sia altro. Il sospetto è che non vengano divulgati perché la loro stessa inconsistenza sarebbe fonte d’imbarazzo per le istituzioni italiane. Rivela come per vent’anni lo stesso ceto politico che alzava la voce sull’emergenza carceri non è stato capace di utilizzare lo strumento del rimpatrio per alleggerirle. Ancora oggi, del resto, sembra baloccarsi con fantomatici “piani carceri” per i quali non riesce a reperire le risorse e alla fine – messo con le spalle al muro dalla condizione ipertrofica delle celle – si affida all’unico “svuotacarceri” che non comporta costi diretti: un atto di clemenza che consenta alla politica di non fare i conti con la propria storica inerzia. E poco importa se amnistia e indulto alimentano il senso di ingiustizia tra i cittadini incensurati.

Operazione di recupero (costosa)

Il premier invia una task force: “Più navi e aerei, sarà costoso”. Così il premier vuole affrontare la tragedia di Lampedusa: “Abolirei la Bossi-Fini”. E nei processi contro gli scafisti i giudici non riescono nemmeno a condannarli di Bebi Castellaneta

«Lunedì daremo il via a una missione umanitaria italiana navale e aerea che dovrà rendere il mediterraneo il mare più sicuro possibile». Così il premier Enrico Letta annuncia la nuova mossa italiana nello scacchiere internazionale per tentare di arginare le tragedie dei barconi, lasciati alla deriva verso le coste siciliane e inghiottite durante il viaggio. Il presidente del Consiglio avverte che l’iniziativa «costerà, perché saranno messe in campo tre volte le navi attualmente utilizzate e gli aerei», ma sottolinea che «è indispensabile per affrontare l’emergenza». Il tema sarà al centro del Consiglio europeo che si riunirà il 24 e 25 ottobre. «Noi non scarichiamo la colpa sull’Europa – precisa Letta – ma facciamo in modo che se ne occupi». Il capo del governo spiega che «nei giorni successivi al naufragio di Lampedusa si è iniziato a ipotizzare un’iniziativa, la costituzione di una missione militare umanitaria italiana: non è possibile che il mediterraneo sia diventato una tomba». Il premier guarda alla diplomazia internazionale, dichiara che «c’è bisogno di Frontex e di discutere il regolamento di Dublino». Ma, anche se le sue attenzioni sono rivolte a Bruxelles, Letta non rinuncia a un cenno su quanto accade a Palazzo Chigi. E dichiara: «Da cittadino e da politico abolirei la Bossi-Fini e ho sempre ritenuto sbagliato il reato di clandestinità. Siamo una grande coalizione, ce ne sono parecchi di punti di contraddizione, il tema dell’immigrazione – – aggiunge non risparmiando una stoccata alla Lega – è fondamentale e non per fare le campagne elettorali come hanno fatto partiti che sulla base della paura del diverso hanno preso tanti voti».

Intanto, il capo dello Stato auspica che il governo invii rappresentanti a Lampedusa per aiutare le autorità a gestire l’emergenza sbarchi, dopo le tragedie degli ultimi giorni. E poi, «ugualmente urgente – recita la nota del Colle – il problema del trasferimento in altri centri siciliani dei sopravvissuti a cui l’isola non più ulteriormente garantire una civile assistenza».

Gli investigatori tentano di spezzare le leve degli ingranaggi criminali che alimentano l’esodo a pagamento facendo però i conti con un muro di gomma. Accade a Bari, dove 5 egiziani tra i 28 e i 38 anni, arrestati perché riconosciuti come scafisti da un gruppo di immigrati sbarcati in Puglia il 16 luglio del 2012, sono stati assolti «per non aver commesso il fatto». Erano a bordo di un peschereccio con 127 nordafricani partito da Alessandria d’Egitto: contro di loro puntarono l’indice diversi clandestini; ma sono stati scagionati al termine di un processo durato un anno. Il motivo: i testimoni hanno ritrattato, assicurando di essersi inventati tutto nella speranza di ottenere il permesso di soggiorno. Stessa sorte per il processo che riguarda uno sbarco di clandestini avvenuto il 19 novembre del 2011 in provincia di Bari. Erano imputati 8 egiziani, ma anche loro sono stati assolti. Le testimonianze di altri immigrati alla polizia giudiziaria furono «certamente condizionate – è scritto nella motivazione della sentenza – dalla prospettazione fatta loro di poter facilmente ottenere il permesso di soggiorno». Le indagini sull’esodo vanno avanti. La Direzione distrettuale antimafia ha aperto un’inchiesta su un clan internazionale con base in Egitto e ramificazioni italiane, una cupola criminale che gestirebbe il flusso dei barconi. I collegamenti sarebbero assicurati da fiancheggiatori infiltrati nei Centri accoglienza richiedenti asilo in Puglia e Sicilia.

Magistrati, sinistra e politica

Gronda sangue da tutte le parti, il sansebastianizzato Berlusconi. I nemici lo hanno morso con tutti i denti che avevano in bocca. I magistrati che sappiamo. I sindacati che da sessant’anni sono un feudo personale di Karl Marx. I banchieri che in barba al Popolo custodiscono i miliardi dell’ex Pci. I giornali che sognano di vederlo penzolare a capo in giù da un gancio di piazzale Loreto. Le televisioni che egli possiede invano. (…)

L’Olimpo Costituzionale che, non avendo con lui debiti di gratitudine, ha sempre fatto di tutto per dimostrare che non lo può soffrire. E la stessa Confindustria che al solito va dove la porta il vento dei suoi calcoli finanziari, sicché non meravigliarti se il suo presidente si presenta come un Agnelli alla festa che la Cgil ha organizzato a Serravalle Pistoiese e gli operai lo applaudono nel modo in cui applaudivano Togliatti o Berlinguer. Ferito, infine, dal fatto di non appartenere alla mafia politica e d’essere in quel senso un parvenu. I parvenus, cioè i new-comers, i self-made men, piacciono in America dove la moderna democrazia è stata inventata. Non in Europa dove neanche la Rivoluzione Francese servì a spengere l’asservimento psicologico al concetto di aristocrazia. D’accordo, la storia d’Europa è colma di parvenus e new-comers e self-made men giunti al potere.
 

***
Ha ragione Bill Kristol quando sul suo Weekly Standard chiede al Congresso di condurre un serio dibattito per distinguere l’indipendenza dei giudici dall’arroganza del potere giudiziario. (…)

Pensi all’Italia dove, come ha ben capito la sinistra che se ne serve senza pudore, lo strapotere dei magistrati ha raggiunto vette inaccettabili. Impuniti e impunibili, sono i magistrati che oggi comandano. Manipolando la legge con interpretazioni di parte cioè dettate dalla loro militanza politica e dalle loro antipatie personali, approfittandosi della loro immeritata autorità e quindi comportandosi da padroni come i Padreterni della Corte Suprema statunitense… Chi osa biasimare o censurare o denunciare un magistrato, in Italia? Chi osa dire che per diventar magistrato bisognerebbe essere un santo o almeno un campione di onestà e di intelligenza, non un uomo di parte e di conseguenza indegno d’indossare la toga? Nessuno. Hanno tutti paura di loro. Anche quando subiscono un torto palese, una carognata evidente, si profondono in inchini di deferenza reverenza ossequio. «Io-ho-fiducia-nella-Legge. Io-ho-fiducia-nella-Magistratura…».

Scarcerati 6 mafiosi

Mafia, sei boss palermitani scarcerati in anticipo. Scarcerati dalla corte d’appello che ha ricalcolato la pena inflitta escludendo la recidiva: una rideterminazione, imposta dalla Cassazione di Luca Romano

Porte del carcere spalancate per sei boss palermitani, scarcerati in anticipo dalla corte d’appello che ha ricalcolato la pena inflitta escludendo la recidiva. Il tutto è frutto di una rideterminazione, imposta dalla Cassazione. Hanno lasciato il carcere Salvatore Gioeli, Nunzio Milano, Settimo Mineo, Rosario Inzerillo, Emanuele Lipari e Gaetano Badagliacca. Ma la stessa sorte potrebbe toccare, a breve, ad altri imputati del processo Gotha. Si tratta di personaggi di spicco dei clan del capoluogo condannati a pene pesantissime – superiori a 10 anni – nel processo Gotha, l’atto d’accusa contro i padrini delle famiglie palermitane nato da mesi di intercettazioni nel box in cui Nino Rotolo, padrino all’epoca ai domiciliari, riceveva gli uomini d’onore. Il primo a impugnare la condanna è stato Salvatore Gioeli, condannato nel 2010 a 15 anni di carcere per mafia. La pena definitiva era il cumulo dei dieci anni inflittigli per l’associazione più cinque per la recidiva. Un calcolo contestato dai suoi avvocati che hanno citato una sentenza della stessa Cassazione secondo la quale “la recidiva è circostanza a effetto speciale quando comporta un aumento di pena superiore a un terzo e, pertanto, soggiace, in caso di concorso di circostanze aggravanti dello stesso tipo, alla regola dell’applicazione della pena prevista per la circostanza più grave”. Ragionamento che in questo caso prevede l’esclusione dell’aumento di pena per la recidiva e quindi condanne meno pesanti. I sei scarcerati sono tutti fedelissimi del boss Nino Rotolo.

La colpa di tutti… tranne che dei genitori

Cercasi colpevoli per la morte di Tito. Il 12enne scalatore è caduto nel vuoto. Nel mirino chi ha prodotto l’attrezzatura, ma anche chi l’ha assemblata di Simona Lorenzetti

Torino – Una «grave carenza tecnica» e tanta «superficialità» avrebbero provocato la morte di Tito Traversa, il dodicenne campione di free-clymbing, precipitato il 2 luglio scorso da una parete di roccia alta 20 metri ad Orpierre, in Alta Provenza. Ne è convinto il procuratore Raffaele Guariniello che ha indagato cinque persone per omicidio colposo. L’avviso di garanzia presto verrà notificato al titolare della ditta che produce i gommini di plastica che si sono spezzati durante la scalata, al titolare del negozio che ha venduto i gommini, al titolare della palestra B-Side che avrebbe organizzato la scalata e ai due istruttori che accompagnavano i ragazzi.

Ma la lista degli indagati è destinata ad allungarsi nei prossimi giorni, non appena verrà fatta luce su chi materialmente quel giorno assembló l’attrezzatura usata dal giovane talento: chi lo ha fatto avrebbe eseguito il montaggio senza le necessarie istruzioni e competenze. Si tratterebbe di un parente della bambina a cui apparteneva l’attrezzatura, che nell’occasione l’avrebbe prestata a Tito chiedendogli di prepararle la strada lungo la parete. L’iscrizione nel registro degli indagati è maturata dopo che in procura è giunta la prima relazione della gendarmeria francese sull’incidente. Secondo il magistrato, infatti, il ragazzino sarebbe morto perché i ganci e i moschettoni usati per ancorarsi alla parete non erano assemblati in modo corretto. Nel gergo tecnico vengono chiamati «rinvii» e sono l’unione di due moschettoni e una fettuccia fermata da un gommino in plastica. I rinvii di Tito però erano stati montati in modo errato: in particolare sembra che la fettuccia, invece di passare nei moschettoni e di essere fissata con i gommini, fosse stata inserita solo nei gommini, a loro volta poi agganciati ai moschettoni. Non appena il giovane ha iniziato la discesa i gommini non hanno retto al peso e si sono spezzati uno dopo l’altro. Su dieci rinvii otto sono risultati difettosi, gli unici che non si sono spezzati erano quelli montati in modo corretto e ancorati nel punto più basso della discesa.

Da qui i cinque indagati: la ditta milanese che ha prodotto i gommini e li ha messi in commercio senza istruzioni sul loro utilizzo e il proprietario del negozio che li ha messi in vendita. Con loro sotto accusa il titolare della scuola e i due istruttori che hanno accompagnato i ragazzi a scalare, per non aver preso tutte le misure necessarie per garantirne la sicurezza. Istruttori che, secondo la procura, non erano preparati per scalate in parate in esterna, ma solo per le cosiddette scalate indoor, ossia in palestra. L’indagine è ancora in corso e rimangono alcuni punti da chiarire. Resta il fatto, secondo il magistrato, che l’intera giornata ad Orpierre, per la scalata, era stata organizzata in maniera superficiale. Il padre di Tito, Giuseppe Traversa, per voce del suo legale Michele Chicco fa sapere che il suo interesse è che si restituisca verità al dramma che li ha travolti. «Da troppe parti – spiega il legale – sono stati espressi giudizi improvvisati e disinformati. Abbiamo assoluta fiducia nel lavoro della magistratura. Siamo certi che il procuratore Guariniello e i suoi collaboratori riusciranno a fare luce su quanto è successo e sulle rispettive responsabilità».

Congratulazioni al pedofilo (e al giudice, soprattutto)

Roma, il giudice rimanda a casa il vicino-pedofilo. Così Francesca (13 anni) torna a vivere l’incubo. La Corte d’appello revoca il divieto di dimora per l’uomo da cui era stata a lungo abusata. “Avevi promesso di mandare via l’orco”, urla alla madre dopo averlo rivisto sulle scale di Attilio Bolzoni

ROMA – Lo “zio” Pino è tornato. E sta ancora lì, nella casa sopra quella della bimba che per lungo tempo ha sofferto le sue violenze. In nome della legge, lo “zio” Pino l’hanno riportato sul luogo del delitto. Accanto a lei, la piccola Francesca. È uno dei piccoli grandi “capolavori” della giustizia italiana. Il carnefice e la vittima uno vicino all’altra in un palazzo della Roma borghese, quartiere a nord della città, un condominio silenzioso dove dal 2005 al 2010 – è allora che Francesca (oggi ha 13 anni, il nome è di fantasia) ha avuto il coraggio di raccontare tutto – un militare in pensione “costringeva la minore, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, a subire atti sessuali”. Faceva finta di “giocare”, la prima volta Francesca non andava ancora a scuola. Lo “zio” Pino, in primo e secondo grado è stato condannato a tre anni di reclusione. E fin qui è “solo” la spaventosa storia di Francesca violata nella sua intimità. Al resto ci hanno pensato in queste settimane i giudici della Corte di Appello che hanno graziato il vecchio orco riaprendogli le porte di casa – senza nemmeno avere un solo piccolo dubbio sugli effetti psicologici patiti dalla bimba – , quella stessa casa dove lui aveva scatenato la sua crudeltà e dove ancora Francesca vive al piano di sotto con la madre. Tre righe di provvedimento per trascinare un’altra volta una vita in un tormento, tre righe dettate dal codice ma senza buonsenso. Vi raccontiamo i fatti, che cominciano otto anni fa. Francesca ha perso il padre, la madre Emilia lavora fino a tarda sera e qualche volta anche la domenica. Così ogni tanto lascia Francesca dallo “zio” Pino e da sua moglie Wanda, che abitano un piano più su. Passano alcuni mesi e Francesca inizia a stare male, tachicardia parossistica. La bambina cerca ogni scusa per non farsi portare dallo “zio” Pino, capisce però che è inutile. Passano altri mesi e passano anche gli anni fino a quando Francesca, più grande – è il 22 aprile 2010 – confessa alla madre i “giochi” con il vicino di casa. Emilia ne parla a una psicologa, poi presenta una denuncia contro l’orco del piano di sopra. Parte un’indagine per verificare l’attendibilità della bimba, la testimonianza è credibile, gli esperti escludono che il suo racconto sia influenzato da notizie su abusi di minori ascoltate in tivù. “Il fatto non me lo dimenticherò mai”, confida Francesca alla madre. Finisce un incubo.

Lo “zio” Pino viene processato con rito abbreviato e condannato, il 21 dicembre del 2011, a tre anni di reclusione. Già sei mesi prima, un giudice aveva ordinato il “divieto di dimora” del militare nell’appartamento che ha in affitto nel quartiere a nord di Roma “e nelle vie vicine”. Lo “zio” Pino viola la disposizione giudiziaria e il provvedimento di “divieto di dimora” viene così esteso in tutto il Lazio “ad esclusione di Vitinia”, dove lui ha una casa di proprietà. Meno di due anni dopo, il 9 maggio 2013, la condanna in primo grado a tre anni di reclusione viene confermata in secondo grado. Ma a luglio, il 4, la Corte di appello – con il parere negativo della procura generale – revoca il “divieto di dimora” e fa tornare il carnefice a un passo dalla sua vittima. Divieto di dimora revocato per “il tempo trascorso dall’adozione della misura” e divieto di dimora revocato per “l’età avanzata dell’imputato”. Sono cadute le esigenze cautelari. Lo “zio” Pino non può più fare male a Francesca. Fisicamente. Solo fisicamente. Ricomincia l’incubo. È il 20 luglio quando Francesca se lo trova improvvisamente davanti. Poi comincia a sentire i rumori che hanno trasformato la sua vita di bambina in un inferno – la sedia a dondolo che si muove, la televisione accesa fino a tarda notte, i rintocchi dell’orologio a pendolo – e ritorna l’angoscia degli anni prima. Francesca si sente spiata. Le finestre al primo piano della casa del militare in pensione affacciano sul giardino della casa della bambina, il balcone dello “zio” Pino è proprio di fronte all’appartamento di Emilia. “Mi avevi promesso di mandare via l’uomo cattivo”, grida alla madre. Emilia chiama subito i suoi avvocati. Sono i primi di agosto. Emilia è disperata, porta sua figlia lontano da Roma. “Il rientro a casa del … che abita proprio sopra il suo appartamento, ha portato ad un nuovo, improvviso e grave peggioramento del suo stato emotivo … si rifiuta di uscire da casa, ha disturbi del sonno, ha paura di vederlo e di incontrarlo nel timore che possa farle ancora del male…”, scrive in una memoria la neuropsichiatra che dopo le violenze ha in cura Francesca da due anni e mezzo.

Ma la legge è legge. La parola passa un’altra volta agli avvocati che, ai primi di agosto, presentano un’istanza al procuratore generale presso la Corte di Appello di Roma. Chiedono che presenti un’impugnazione contro l’ordinanza che ha permesso allo “zio” Pino di tornare sul luogo del delitto, spiegano che la decisione dei giudici “si pone in evidente contrasto con la politica giudiziaria e con le norme espressamente disposte in relazione ai reati di natura sessuale”, raccontano come Francesca sia stravolta per la decisione presa dai giudici, impaurita, consapevole “dell’inutilità della sua sofferta denuncia”. Dopo le violenze. E nonostante la condanna di colpevolezza di primo e secondo grado dello “zio” Pino. Ma il 9 agosto la Corte di Appello rigetta il nuovo ricorso della procura generale. “Non emergono, neanche dall’istanza del difensore della parte civile allegate alla richiesta del procuratore generale, elementi per ritenere la sussistenza del concreto pericolo di reiterazione del delitto oggetto di condanna”. In sostanza, i giudici non vi ravvisano sopravvenute esigenze cautelari rispetto alle decisione di un mese prima. È considerato del tutto normale che “l’uomo cattivo” stia accanto alla piccola. Lo “zio” Pino può tornare.

I fallimenti della magistratura e nuove leggi già fallite

 Alcuni commenti: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. NON LO DICO IO, STA SCRITTO NELL’ARTICOLO 3 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA (troppe volte invocata tanto per fare scena ed ora calpestata come una mosca) Significa che se io do un ceffone a mia moglie subisco un certo tipo di pena, se mia moglie da un ceffone a me ne riceve (forse) una minore. DOV’E LA CONCLAMATA UGUAGLIANZA? Incidentalmente, “femminicidio” non appare neppure sul dizionario della lingua italiana ma é solo un neologismo creato da minoranze arroganti ed in cerca di visibilità per scopi totalmente differenti dal contesto del soggetto. Basterebbe che le leggi vigenti fossero applicate con cura oppure, se insufficienti, venissero cambiate per aderire ai tempi correnti, ma applicabili a tutti i soggetti, non solo ad una parte di essi. Mi domando se qualcuno solleverà ufficialmente una questione di incostituzionalità.”

“OMICIDIO, FEMMINICIDIO – Quanto sessismo nei sostantivi. Non basterebbe ASSASSINIO?”

“Femminicidio, termine inesistente e quantomai idiota. La PERSONA è l’entità giuridica, senza discriminazione di sesso. Non sarà l’inasprimento delle pene a fermare il “femminicida”, caso mai la CERTEZZA della pena, da scontare fino in fondo. Infatti basterà che l’avvocato gli consigli di dire che è stato il diavolo a ordinare di uccidere e che il reo sente voci dall’aldilà. In questo modo, seminfermità mentale e il gioco è fatto. ALTRO CHE “femminicidio”.”

“Il termine “Femminicidio” (mi piacerebbe conoscere il nome dell’imbecille che l’ha introdotto), coniato per analogia con “Omicidio”, denota un’ignoranza crassa e supina. “Omicidio” ha come radice “Homo”, che è un appartenente al genere umano, senza specifica di sesso, per cui si può tranquillamente dire che “la signora tal dei tali è stata vittima di omicidio”. Può darsi che l’equivoco sia nato perché in qualche modo si è collegata l’etimologia di “omicidio” alla radice “Omo” (=uguale), e si sia perciò inteso attribuire al termine omicidio l’uccisione di un uomo da parte di un altro uomo, cosa che dimostra, appunto, un’abissale ignoranza.”

“Perché fare leggi quando basta un solo farabutto togato ad ignorarle e calpestarle a suo piacimento? Strappiamo tutti i codici e tutte le leggi, in Italia con queste toghe criminali sono inutili!”

“”misure sempre più urlate”. Ecco è proprio come le famose “Grida” manzoniane. Si aumentano le pene a fronte di reati o si inventano altri reati, quando già ci sono le leggi, ma non le sia applicano e soprattutto non se ne viene a capo nel trovare i colpevoli. Poche regole e pene ma certe. Tanto più i governi sono deboli e la giustizia debole e farraginosa tanto più si ricorrono a trovate pseudo giustizialiste. Ora come allora al tempo del governo spagnolo in Lombardia. E poi come sostiene Giovanna Maglie questa nuova legge può diventare una sanatoria mascherata per donne clandestine.”

Leggi speciali come questa provano il flop della giustizia. Le norme ci sono già, ma in procura molto spesso finiscono nel cassetto Replicarle “al femminile” è solo un passo indietro dello Stato di diritto di Stefano Zurlo

Un decreto perfetto per fare titolo sui giornali: «Lotta senza quartiere al femminicidio». La realtà, però, non procede per slogan. E non per voler essere cavillatori a tutti i costi. Si inaspriscono le pene, si introducono le aggravanti come quella della violenza sulle donne in gravidanza in un’ orgia di proclami che ricorda purtroppo le grida manzoniane. Prima è stato varato lo stalking, ma botte e umiliazioni non sono diminuite. Anzi. E allora via con un altro giro di vite politically correct e si dà il via anche all’arresto obbligatorio in flagranza per i maltrattamenti in famiglia e lo stalking. A parte il fatto che si tratta di due situazioni diverse, ci si chiede: come si farà a beccare sul fatto questi turpi soggetti? Si metteranno telecamere, pure quelle obbligatorie, in casa? O forse, chissà, si pasticcerà sulla flagranza e magari si farà ricorso alla flagranza differita, già sperimentata per i facinorosi da stadio. Il punto è, che comunque la si tiri, la coperta è sempre troppo corta. E questo per un’altra ragione su cui il tanto apprezzato decreto sorvola: il nodo fondamentale non è l’entità della pena, ma la sua certezza. Che dipende, in buona sostanza, dalla lentezza esasperante delle nostre indagini e dei nostri procedimenti. I Pm, che non ne vogliono sapere di toccare quel tabù chiamato obbligatorietà dell’ azione penale, sono ingolfati di denunce. Le denunce vengono impilate nei cassetti delle procure, i carabinieri e la polizia fanno quello che possono, le professionalità poi non possono essere improvvisate. Risultato: molti femminicidi, come vengono chiamati oggi gli omicidi di donne, sono preceduti e annunciati da numerosi esposti e querele che prendono la polvere per troppo tempo. E che vengono trattati burocraticamente con la stessa macchinosità riservata a storie molto, molto meno gravi. La soluzione adottata dal governo è furba, ma sul piano dell’efficacia dovrà essere valutata con attenzione.

E questo non per alimentare il solito benaltrismo all’italiana, ma perché si è deciso di colpire con la scure di misure draconiane tutti quei comportamenti che potrebbero, il condizionale è d’obbligo, suonare come sinistri avvertimenti di un futuro luttuoso. In questo modo lo Stato di diritto viene compresso, ma mettere in cella per un po’ di tempo per quanto poi? un ex fidanzato o marito che ha minacciato l’ex partner o l’ha insultata pesantemente al telefono non può essere la soluzione dei guai. L’idea è quella di prevenire, ma la prevenzione dovrebbe abitare altrove. Nelle scuole. Negli studi di psichiatria. Nei consultori. Non nel codice penale. Certo, il reato satellite, il reato spia può offrire indizi, ma il rischio è quello di entrare in una terra di nessuno, popolata da misure cautelari e sentenze contraddittorie. Non solo: l’idea delle audizioni protette dei testimoni sembra cozzare col buonsenso. Tutti i testimoni a rischio, per qualunque reato, dovrebbero essere protetti. Altrimenti si va avanti per via ordinaria, come è oggi anche per l’omicidio. Invece, in questo modo si creeranno cittadini di serie A, le vittime di stalking, e di serie B, tutti gli altri. Esattamente come avverrà per il monitoraggio sull’andamento dei processi. Nel caso migliore si stabilirà una corsia preferenziale per questi dibattimenti, a scapito di quelli per rapina, scippo, furto e via elencando; oppure, lo screening finirà all’italiana con la certificazione di un fallimento: i processi incolonnati in fila indiana, a distanza di anni e anni dai fatti. E così al prossimo governo toccherà inventare un altro pacchetto di misure sempre più urlate per placare la frustrazione dell’opinione pubblica.

Giustizia a confronto

225 milioni: De Benedetti diversamente evasore. L’editore di Repubblica condannato in appello per un enorme danno al fisco Ha detto: sentenza illegittima. Ma i giudici non l’hanno trattato come Berlusconi di Alessandro Sallusti

«Questa sentenza è irricevibile, manifestamente infondata e palesemente illegittima». Parole di Silvio Berlusconi? No. Bondi, Santanchè, Brunetta? Macché. L’ingegnere Carlo De Benedetti nella sede della CirParole di Carlo De Benedetti, diffuse dal suo portavoce un annetto fa, il 25 maggio 2012. Oddio, ma è lo stesso Carlo De Benedetti tessera numero uno del Pd ed editore di la Repubblica, il giornale che in queste ore sta facendo un mazzo così a Berlusconi sul fatto che in democrazia le sentenze si accettano e non si discutono e perché i magistrati vanno rispettati? Certo che è lui. Ed è stato condannato per una evasione fiscale da 225 milioni di euro. Impossibile. Vuoi vedere che lo stesso Carlo De Benedetti tessera numero uno del Pd ed editore di la Repubblica, il quotidiano che scrive che Berlusconi è ladro perché chi evade le tasse frega soldi pubblici, è un mega super ladrone e nessuno, dico nessuno, lo scrive e lo dice? Ebbene sì, almeno stando alla sentenza di appello emessa dal tribunale tributario del Lazio. Per bollarlo a vita bisognerà aspettare la sentenza della Cassazione, che a differenza di quanto avvenuto con Berlusconi, ci metterà non pochi mesi ma tanti anni, tre o quattro ancora, dicono. Non c’è fretta quando di mezzo c’è il Carlo De Benedetti tessera numero uno del Pd ed editore di la Repubblica perché lui si difende nei processi, non dai processi. Questo è iniziato nel ’95. Vent’anni sono passati e ancora non c’è fretta di concludere. Ci credo che Carlo De Benedetti, tessera numero uno del Pd ed editore di la Repubblica non scappa. È che nessuno lo insegue, nonostante la vicenda sia identica nella dinamica (infinitamente superiore nelle cifre) a quella che ha portato agli arresti di Berlusconi: plusvalenze su affari. Anzi no, una differenza c’è. Per gli inquirenti la tessera numero uno del Pd ed editore di la Repubblica poteva non sapere del pasticcio, quindi non c’è truffa ma solo danno erariale sanabile con soldoni (225 milioni). Tanto che non siamo in sede penale ma di giustizia tributaria. La stessa cosa che l’avvocato Coppi aveva chiesto, inascoltato, alla Cassazione per il suo imputato Silvio Berlusconi. Vuoi vedere che la giustizia in Italia non è uguale per tutti? No, impossibile, come dice tutti i giorni la Repubblica, quella del condannato (in silenzio) per 225 milioni di evasione.