Coop, Esselunga, togherosse e censura

Milano – Guai a chi tocca le cooperative: la guerra della mozzarella finisce nelle aule di tribunale. Ve lo ricordate il libro Falce e Carrello? Il volume, pubblicato nel 2007, fece molto scalpore: era la denuncia di Bernardo Caprotti, fondatore del gruppo Esselunga, nei confronti della politica che attraverso le cooperative mette le mani sulla spesa degli italiani. Apriti cielo: guai a toccare la sinistra e tutte le sue declinazioni, anche quelle economiche. L’impero Coop è intoccabile: la Coop sei tu, chi può darti di più? Beh, diciamo che dove non arrivano le lunghe mani delle cooperative arrivano quelle dei magistrati. A distanza di quattro anni arriva la vendetta. Il Tribunale di Milano ha deciso che il libro è “un’illecita concorrenza per denigrazione ai danni di Coop Italia”. Tutto qui? Assolutamente no: risarcimento di 300mila euro, ritiro del pamphlet dalle librerie e “divieto di reiterarne la pubblicazione e diffonderne gli scritti”. Una punizione esemplare e non facilmente comminabile. Vogliamo chiamarla censura? Il precedente è piuttosto inquietante: se scrivi male delle cooperative ti “bruciano” il libro. Sotto la tagliola della procura finiscono anche la casa editrice Marsilio, il coautore del libro Stefano Filippi (inviato del Giornale) e pure l’economista Geminello Alvi, reo di aver steso la prefazione di Falce e Carrello.
Al quartier generale della Coop festeggiano: “Abbiamo sempre respinto ogni accusa che viene mossa da un libro che si fonda solo sull’acredine dei suoi autori nei confronti di un sistema di imprese di successo che gode della fiducia di oltre 7 milioni e mezzo di italiani. Riteniamo che questa sentenza renda ragione anche a loro”. E poi sanciscono anche un nuovo principio: la superiorità morale della mozzarella Coop rispetto a quella della rivale Esselunga: “Va aggiunto anche il recente pronunciamento della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che riconosce la distintività delle imprese cooperative in merito alle esenzioni fiscali che non devono essere considerate come aiuti di stato. Le cooperative sono diverse dalle imprese private, rette da principi di funzionamento particolari, ma esempi di correttezza e lealtà imprenditoriale”. Che è un po’ come dire: lo stato ci aiuta economicamente perché siamo migliori. Alla faccia del liberismo. Perché i soldi, quando li maneggiano loro, hanno sempre un odore migliore rispetto a quelli degli altri. Insomma la Coop sei tu, ma non proprio tu, un tu migliore da quello che compra la mozzarella all’Esselunga: è la guerra del carrello, bellezza.

Un cruciverba per il Cavaliere

Locandina dell'omonimo porno-film

Orizzontali –  L’inizio del Bunga Bunga: BUN.

Ora nel bel mezzo della crisi finanziaria, ce n’ è un’altra: Berlusconi si attribuisce il  merito di un’intera manovra che  è, a detta sua,  un “capolavoro”. Che modestia, però! Avrebbe almeno potuto dire noi, visto che si tratta di una squadra governativa e che Tremonti superministro dell’Economia non ancora spacchettata, ne è l’artefice numero uno. Avrebbe potuto dire che è stato il Signore dei Bari Monsieur de Trichet, il cui cognome evoca l’imbroglio lontano un miglio, a ordinare la manovra, mediante una letterina tenuta segreta spedita a Roma. Letterina non propriamente d’amore. E invece no: ghe pensi mi. A fo’ mi tus cos. Adesso mica vorrà le royalties per spolparci fino all’osso?!

Pensavamo che con la crisi globale, il Cav mostrasse  un atteggiamente un po’ più ascetico, chessò riservato. Ed invece… Orizzontali  – Nel mezzo del Bunga Bunga : UN.

E finché durano  le vacche grasse gli Italiani, chiudono un occhio e anche due  sui vizietti del Silviaccione da Arcore. Ma poi arriva la guerra in Libia e si passa dal baciamano dell’anello al Rais alle bombe umanitarie dei Tornado su Tripoli. Inoltre arrivano i conti da pagare agli aguzzini della BCE. I quali comprano titoli italioti , sì, ma vogliono “garanzie”. Cioè ipoteche sulla nostra vita e sui nostri risparmi.  E allora gli Italiani si fanno seri seri,  mogi mogi, e cominciano a fare quattro conti.

Il caso Ruby?  non era vero… Il  caso D’Addario?  è  stata una macchinazione.  Spatuzza?  è tutta una spatuzzata. Il  caso Tarantini è un complotto mediatico-giudiziario, Mangano è uno stalliere specchiato,  Previti, una vittima del sistema,  Lavitola è un onesto direttore dell’Avanti,  Lele Mora è una persona integerrima,  Fede è solo un fido amico tutto casa-chiesa-casinò,  la Minetti un’illibata igienista interdentale, Noemi Letizia è la Vergine delle Rocce, pardon di Casoria;  Veronica Lario è solo une (ex) moglie venale,  bugiarda nonché sputtanatrice…

Beh…ci siamo proprio rotti!

Verticali: la Fine del Bunga Bunga: UNGA. Anzi:

U

N

G

A

by Vipera Gentile

Genova è in preda al disordine

Che in determinate zone della nostra città, la sicurezza sia diventata un problema a causa di episodi ripetuti che lasciano intendere che la situazione tenda ad andare fuori controllo, è un dato di fatto. Purtroppo i fatti sono soggetti a interpretazioni del tutto diverse e pertanto non pochi genovesi appaiono scettici. Sono naturalmente coloro che abitano e frequentano aree meno colpite dai fenomeni di illegalità (o di comportamenti indecorosi) causati da extracomunitari o da indigeni (questi ultimi come è noto sovente mascherano il loro agire sotto motivazioni politiche onde recuperare nel loro comportamento quella dignità che generalmente loro manca. D’altra parte per costoro non manca nemmeno in certe circostanze l’appoggio di una ben specifica parte della magistratura: quindi a maggior ragione si sentono tutelati). L’area della malavita (politicizzata e non politicizzata dunque meno tutelata della prima ma aiutata da una comprensione di tipo umanitario sociologico di orientamento cattolico-comunista) è dunque più ampia di un tempo e le sue due anime tendono a confondersi nella bella e infelice Genova, il cui degrado (in barba ai pregiudizievoli intendimenti di parte) è talmente visibile laddove lo si ricerchi con animo del tutto sperimentale che stupisce (ma neanche tanto data la modestia intellettuale di taluni politicuzzi rosso-roseo-bianco-moderati) che ci si affatichi da taluni “animali politici” a negarlo o a glissare quando certi argomenti vengono sollevati. Siamo di fronte a quel singolare atteggiamento che esisteva a suo tempo nell’U.R.S.S. laddove le guide turistiche (che avevano anche compiti di sorveglianza nei confronti dei viaggiatori) di fronte alle precise domande su che cosa fossero e facessero determinate signore che stazionavano agli angoli di strada durante le ore serali, facevano finta di nulla e continuavano a portare a spasso (sia intellettualmente sia praticamente) i visitatori verso altre più caste bellezze (architettoniche, monumentali, museali, ecc.). Potremmo dire: a tanto ci siamo ridotti? No, da noi è anche peggio (se limitiamo il discorso all’argomento in questione). Perché è palese che la complicità, la neghittosità, il menefreghismo di una parte degli amministratori locali, procede a livelli esponenziali a causa di un lassismo di fondo che ha reso l’attività politica una percezione di facili rendite e non un rigido servizio (remunerato) a favore del cittadino. E’ una Genova la nostra che potremmo definire “arrumentata”, augurandoci che anche il problema della spazzatura non si manifesti da noi nei termini in cui infierisce (per causa di moltissimi paraculi partenopei e campani ovviamente politicizzatissimi) nella bella e sciagurata città di Napoli.
Siamo sinceri per noi stessi e per gli altri: come è possibile che avendo localmente a disposizione un numero adeguato di Forze dell’Ordine possano verificarsi episodi come quelli avvenuti nei dintorni di Caricamento (aggressione a due carabinieri) e di San Pier d’Arena (insistenza di attività illegali da parte di bande di latinos – o chicanos -)? E’ vero non tutto si può prevenire ed è anche vero che molti fanno disordini in determinati locali dove vanno a cercare di sfogare soltanto il loro disagio sociale e possono essere definiti dei troppo vivaci rompiscatole. Ciò non toglie che predisponendo un piano mirato specifico la nostra città (in quelle zone dove è richiesta visibilmente un’opera di pulizia e di polizia) potrebbe essere recuperata nel giro di pochissimi mesi (volendo agire capillarmente). E’ chiaro che manca la volontà politica e si è creata (all’interno dello schieramento politico di governo del territorio) una sinergia fra inettitudine e complicità (nascosta opportunamente e mediata favorevolmente dalla stampa amica) che testimonia una masochistica forma di immobilismo autoconservatore. Credo che tocchi al centrodestra cercare di suggestionare la popolazione genovese affinché riprenda nelle proprie mani la situazione, nel senso che la popolazione (nella sua parte attiva e quindi non rinunciataria) si cominci a muovere per migliorare la propria situazione localmente (non abbandonandosi ad universali sogni ambientalistici che lasciano il tempo che trovano). In questo senso è inevitabile che i cittadini che vogliono abbandonare l’inerzia presente (consegnandola a quel passato che ci ha condizionato in nome delle ideologie ormai fiacche del dopoguerra ) debbono cominciare ad autoorganizzarsi e a prendere quelle decisioni che da tempo in molti invocano ma che finora non sono divenuti forza attiva trasformatrice in meglio la nostra città. E’ questa l’unica “rivoluzione intelligente”.

Claudio Papini

Imbecillità terzomondiste e multikulti

Savona – Quando si parla di immigrazione, e in generale di categorie deboli della popolazione, bisogna sempre confrontarsi con lo spinoso problema dell’uso dei termini. Così, all’insegna del politically correct, il procuratore di Savona Francantonio Granero ha deciso di chiedere a tutti i dipendenti degli uffici di polizia giudiziaria e alle forze dell’ordine di non usare più la parola “extracomunitario”. Secondo il procuratore, che firmerà nei prossimi giorni la circolare, il termine ha infatti assunto un’accezione negativa e dovrà per questo motivo essere sostituita con il più neutrale “cittadino straniero”. E, a poche ore dall’indiscrezione, il provvedimento ha già suscitato polemiche. I primi ad indignarsi sono stati gli esponenti di Forza Nuova che giudica “estremamente gravi” le dichiarazioni di Granero. “Nascondere la verità, nascondere l’evidenza dei fatti, confondere l’opinione pubblica con terminologie ambigue, ergersi a difesa di uomini e donne che molto spesso clandestini non avrebbero neanche il diritto di risiedere sul territorio nazionale, è diventato di moda da parte delle diverse istituzioni”.

Il solito monito del Consiglio d’Europa all’Italia: “I politici? Capaci solo di lanciare slogan razzisti”

Strasburgo – La questione dei rom in Italia continua a far discutere il Consiglio d’Europa. Ancora una volta il Commissario per i diritti umani dell’organizzazione internazionale, Thomas Hammarberg se la prende con in politici italiani, accusati di razzismo, soprattutto nei confronti dei rom. Nell’ultimo rapporto sul nostro paese, infatti, si sottolinea che pochi passi avanti, se non addirittura nessuno, sono stati fatti negli ultimi tre anni dalle autorità italiane nel garantire il rispetto dei diritti umani di rom e immigrati. “È arrivato il momento per l’Italia – è scritto ancora nel rapporto – di sviluppare con vigore le disposizioni del codice penale relative ai reati di matrice razzista per arginare il continuo uso di slogan razzisti da parte dei politici”.

Il rispetto degli standard. Il Consiglio d’Europa è un’organizzazione che conta 47 membri e che vigila e promuove la democrazia, l’identità culturale europea e i diritti umani. Il rapporto si basa su quanto riscontrato durante la visita di Hammarberg in Italia il 26 e 27 maggio scorsi. La situazione dei rom e degli immigrati, afferma il Commissario, è una delle sfide più urgenti che l’Italia deve affrontare per il pieno rispetto dei diritti umani. “Il trattamento riservato a queste minoranze costituisce una cartina di tornasole sull’effettivo rispetto degli standard del Consiglio d’Europa da parte dei paesi membri” sottolinea il Commissario spiegando cosi la sua persistente attenzione per i rom e gli immigrati presenti in Italia.

La bilancia della giustizia si è rotta

Verrebbe da chiedersi se in Italia la bilancia della giustizia sia scassata, o se siano gli uomini addetti alla pesa inclini ai due pesi e alle due misure. La risposta ha la sua importanza. Le garanzie, e la Giustizia rientra tra queste, costituiscono le basi di un sistema di democrazia liberale. Sin dai tempi di “mani pulite”, quando da destra a sinistra si alzò il grido giustizialista contro una classe dirigente incapace di emendarsi e di offrire soluzioni politiche di respiro strategico, apparve chiara la direzione, rimasta unica, in cui si voleva andare a parare. Già da allora, più che una bilancia a due piatti, la giustizia italiana era apparsa come un piano inclinato che faceva scorrere tutto in un’unica direzione. E non c’è niente di più immorale della presenza di due pesi e due misure nella lotta all’illegalità e al malcostume. Le discriminazioni sono antipatiche e generano sfiducia nelle istituzioni, la giustizia parziale induce persino quella parte che la fa franca a perfezionare e moltiplicare le sue pratiche illegali. L’odio, il pregiudizio, ma soprattutto un po’ d’ignoranza, unita all’incapacità di trasformare l’antagonismo politico in una proficua strategia democratica, e poi la voglia delle soluzioni sbrigative, assieme alla falsa idea della sinistra di una propria supremazia intellettuale e morale, impedì agli inizi degli anni ’90 di far prevalere l’autocritica e la stessa, ma più completa, riflessione morale, per avviare un confronto politico-istituzionale, propedeutico all’avvio di una stagione di sostanziali riforme. Ne stiamo pagando tuttora le conseguenze. Prevalse nel Paese, sui media, e nelle correnti della magistratura, anche in quelle più autonomiste, trascinate da quelle più politicizzate, l’idea che la questione morale fosse un problema da risolvere prevalentemente all’interno dei partiti della tradizione capitalista e di democrazia occidentale. Non è stato mai chiarito, ad esempio, per quale principio, ai tempi di “mani pulite”, il Vice Procuratore Capo della Procura di Milano, Gerardo D’ambrosio, poi diventato parlamentare DS, e successivamente PD, come ebbe a riferire il PM Tiziana Parenti, avesse maturato l’idea che, se l’azione giudiziaria si fosse allargata al Pci-Pds, sarebbe crollato tutto il teorema giudiziario del Pool milanese. Sarà stata questa la ragione per la quale c’era chi non poteva non sapere e chi, invece, poteva, ma anche la ragione per la quale era sufficiente fare atto di ravvedimento, interagendo con una ben precisa parte politica, per restarne fuori e farla franca. E’ stato così che l’area politica più pluralista e meno autoritaria, benché responsabile per aver instaurato e assecondato quel costosissimo sistema dei partiti e delle correnti, sostenuto, com’è emerso, con le pratiche corruttive e con le tangenti, ebbe a trovarsi schiacciata, come dai due bracci di una tenaglia, dalle furbizie delle connivenze giudiziarie e dai sentimenti massimalisti e reazionari di opposta tendenza politica. Da una parte a soffiare sul fuoco era la sinistra post-comunista. Il Pci aveva visto dissolversi la sua strategia di avvicinamento alla conquista del potere con l’utilizzo degli strumenti della borghesia, e facendo leva sulla conflittualità interna, come aveva teorizzato Lenin. La sinistra marxista si era così liberata, furbescamente, dopo la caduta del Muro di Berlino, di quel nome che ricordava l’orrore e le tragedie emerse dall’esperienza disastrosa e dal fallimento civile, sociale, economico e politico dell’est europeo. La sua nuova strategia, una volta diventato Pds, mirava sempre alla conquista del potere, ma ora nel solco del socialismo democratico di stampo europeo, riciclandosi e disponendosi a sostituirsi al partito socialista italiano di Bettino Craxi che, non a caso, veniva additato come il maggior responsabile del sistema corruttivo e illegale instaurato in Italia. Il leader socialista, che in Parlamento aveva denunciato la presenza di un sistema di corruzione che attraversava tutti i partiti (I partiti, specie quelli che contano su apparati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie strutture politiche operative, hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale), veniva, infatti, costretto all’esilio in Tunisia per sfuggire alla ferocia manettara, sapientemente alimentata da una connivente regia politico-giudiziaria. Dall’altra parte, come secondo braccio della tenaglia, c’era quella parte della destra reazionaria e forcaiola che individuava nella Democrazia Cristiana e nel Partito Socialista le responsabilità del congelamento della sua consistenza elettorale ed il suo isolamento politico, e c’era anche l’emergente egoismo locale del Nord del Paese che faceva di “Roma ladrona” lo strumento per la richiesta di trasformazione dell’Italia in Stato federale che sapeva tanto di richiamo alla secessione. Accade che i nodi che non sono sciolti si ripresentino, e la sensazione di farla sempre franca si trasformi, persino, in maggiore audacia. Il sistema Pci-Pds-Ds rischia ora di diventare il sistema PD. Se anche Giorgio Bocca sostiene di temere la minaccia di querele di Bersani, si rafforza il timore dell’intimidazione verso chi osserva e denuncia. La sensazione che la bilancia della Giustizia sia scassata e che penda sempre da una parte, anche dinanzi alle querele, ora ha un che di ancora più inquietante.

Vito Schepisi

Leggi e magistrature italiche

«È chiaro. Si sta avverando quello che Oriana Fallaci aveva già previsto: la trasformazione dell’Europa in Eurabia. L’invasione degli immigrati ci sta schiacciando. Si sottraggono alle nostre leggi fondamentali. Non possiamo restare a guardare in silenzio. Io almeno non lo farò». Daniela Santanché è furiosa. Davanti al caso del senegalese bigamo che è riuscito a portare in Italia la seconda moglie, il sottosegretario all’Attuazione del programma ha intenzione di dare battaglia.
Corriamo il rischio di bigamia anche in Italia? «Ma non scherziamo. Qui ci sono i diritti fondamentali delle nostra civiltà da difendere, ci sono i diritti delle donne. Il matrimonio è fondato sull’unione tra uomo e donna. È un concetto da difendere con le unghie e con i denti».
È preoccupata? «Altroché. Qui di fatto si è aperto alla bigamia. Ma quello che mi terrorizza è l’atteggiamento di certi italiani, a partire dai sindaci di sinistra come Pisapia che vuole mettere una moschea in ogni quartiere di Milano. La tolleranza deve andare di pari passo con il rispetto delle leggi. Chi non rispetta la nostra Costituzione deve andarsene».
Ma come è stato possibile? «È chiaro che questo senegalese è stato furbo a sfruttare un buco del sistema. Una distrazione prima da parte del Comune e poi dell’ufficio immigrazione. E lui ha provato a prendere in giro queste regole. È inammissibile».
Eppure lui ha chiesto e ottenuto il ricongiungimento famigliare. Che la nostra legge prevede. «Ecco appunto. Tocchiamo un altro tasto dolente. A parte che c’è un’incongruenza di fondo. Se nel suo Paese può sposare fino a quattro donne che facciamo le accogliamo tutte? Chi può stabilire quale delle tante far venire? Rischieremmo di trovarci davanti ad un califfato di fatto dove le leggi verrebbero messe da parte. Ripeto: questa è una deriva pericolosissima. Io mi batterò affinché il ricongiungimento venga sospeso».
Vuole cancellare il ricongiungimento famigliare? «Sì, non possiamo più permettercelo».
Colpa della crisi? «Anche. In un momento di grave difficoltà non possiamo più pagare per tutte le miserie del mondo. Il finto buonismo deve lasciare spazio ad un realismo evidente: i mezzi finanziari scarseggiano. Basta pagare pensioni e sanità alle numerose famiglie di immigrati che hanno chiesto e ottenuto il ricongiungimento famigliare».
E allora che fare? «Io parlerò subito con il ministro Maroni, per chiarire e per fare in modo che questi «incidenti» non succedano più. Ma lancio anche una sfida alle donne di sinistra e chiedo: se non ora quando? Se non iniziamo ora a difendere i diritti delle donne, allora quando? Forse aspettiamo che arrivi il califfato?».

Sei parlamentari che vogliono il doppio stipendio.

Mentre i cittadini si preparano a subire le conseguenze di una manovra lacrime e sangue, c’è in Sicilia un piccolo esercito bipartisan di 6 parlamentari che ha fatto ricorso alla Corte dei Conti perché non vogliono perdere la pensione da consigliere regionale che è stata loro tolta perché non cumulabile con lo stipendio di parlamentare. Lo scrive  Emanuele Lauria su ‘Repubblica’. Un bel coraggio in un momento di crisi economica come questo. Soprattutto perché la pensione da consigliere di cui stiamo parlando si aggira tra i tre e i sei mila euro lordi al mese. Che sommati allo stipendio da parlamentare va a totalizzare, in alcuni casi, la cifra mensile di 20mila euro.
La fronda dei sei parlamentari è bipartisan: alla magistratura contabile si sono infatti rivolti l’ex ministro Calogero Mannino (gruppo misto della Camera), i senatori Sebastiano Burgaretta, Giuseppe Firrarello (Pdl), Vladimiro Crisafulli (Pd) e Salvo Fleres (Forza del Sud), il deputato pidiellino Alessandro Pagano.
Ma perché fanno ricorso? La manovra, oltre a imporre all’Assemblea regionale siciliana un taglio di 40 scranni (ora in totale sono 90), ha eliminato un privilegio tutto siciliano: la possibilità di cumulare la pensione da consigliere regionale con lo stipendio da deputato o da senatore. Una facoltà che era concessa sino a gennaio a chi aveva svolto il ruolo di consigliere in Sicilia, maturando il diritto al vitalizio prima di essere eletto alla Camera o a Palazzo Madama. Ora questo privilegio è sparito per effetto della manovra. Apriti cielo. Una fronda di sei parlamentari è scesa sul piede di guerra e ha fatto ricorso.
fonte: “informare per resistere”

Sul divieto di indossare burqa e niqab

… ma sarà che i musulmani moderati non esistono proprio?
E’ una “vexata quaestio” in Italia, quella di dare spazio in tv e sui giornali quasi esclusivamente ai fanatici dell’Islam piuttosto che alle voci dei moderati che parlano di integrazione, amore e armonia tra i tre monoteismi. La legge anti burqa, in discussione in Parlamento, ha rispolverato questo problema. A volte si tratta di scorciatoie per l’audience, che ledono non poco anche la professionalità dei giornalisti. Altre di incomprensione, talvolta di idiozia e persino di malafede, cioè di disonestà intellettuale bella e buona. Fatto sta che ieri l’associazione che rappresenta i muslmani moderati in Italia non ne ha potuto più. E ha preso carta e penna, o meglio, computer e stampante, per diffondere un comunicato dai toni durissimi. In cui preannuncia persino una denuncia alla magistratura penale. “Quello che è andato in onda da due giorni a questa parte è scandaloso – si legge nel documento – a livelli che davvero mai si erano visti; a margine dell’approvazione in Commissione del ddl su burqa e niqab, in alcune trasmissioni pubbliche, come UnoMattina e TG1 e altre testate giornalistiche di rilievo, troviamo solo personaggi afferenti all’estremismo, senza alcun contraddittorio su un tema così delicato. Su questo abbiamo già inviato una lettera alla Procura della Repubblica”.
La nota di protesta prosegue così: “Abbiamo capito perfettamente cosa sta accadendo e ce lo aspettavamo, sebbene non in queste proporzioni. La lobby islamica radicale formata più che altro di convertiti non rappresentativi della comunità ma ben presente nella comunicazione italiana, – proseguono – prende tutto lo spazio disponibile per parlare del provvedimento, senza che noi moderati, che da anni lottiamo contro questa barbarie, veniamo nemmeno interpellati.” Si parla ovviamente della sacro santa legge contro il burqa in Italia (martedì licenziata dalla Commissione affari costituzionali della Camera e verosimilmente in aula a settembre), specie quello imposto con la forza dagli uomini alle donne delle comunità islamiche. “Complimenti a chi gestisce l’informazione – dicono gli islamici moderati – perché ha dato prova di non comprendere assolutamente la delicatezza di un tema che, comunque lo si voglia giudicare, afferisce alle libertà personali.” “Abbiamo già indirizzato una lettera alla Procura della Repubblica – conclude il documento – per accertare se vi siano comportamenti deontologici da sanzionare. Perché se è vero che la par condicio esiste, allora va applicata sempre, nonostante qualcuno sappia bene come oliare certi meccanismi”.

Difendere i risparmi dal fabbisogno statale

Come era prevedibile, il pregiudizio derivante dagli interessi corporativi (politici, industriali e finanziari) ha fatto sì che il discorso del Premier trovasse una eco critica sulla maggior parte della stampa (quella orientata a sinistra e che nei giorni scorsi ha coperto di elogi l’Amato che, nottetempo, trafugò lo 0,6 per mille dai nostri conti correnti nel 1992).
In realtà l’informativa del Premier e successivo dibattito hanno evidenziato come quello di Berlusconi, con tutti i limiti derivanti dalla situazione contingente internazionale e dall’assalto che gli viene portato in Italia dai poteri forti, dall’opposizione, dalla magistratura, sia comunque l’unico Governo possibile, l’unica leadership in grado di impugnare il timone dell’Italia.
Berlusconi ha esposto i fatti e il programma di governo per i prossimi venti mesi.
Non ha comunicato nulla di eclatante, ma ha dimostrato di aver ben presenti i problemi in essere e di avere un piano per affrontarli e soprattutto una maggioranza parlamentare per governare.
Senza scadere nel cabaret di Di Pietro, le opposizioni hanno invece dimostrato di non avere un progetto e di essere solo i megafoni di interessi che vorrebbero solo mettere le mani sulle leve di governo per poter sfruttare i poveri contribuenti italiani cui far pagare il costo della crisi.
Bersani ha ripetuto alla noia il mantra del “passo indietro” cui probabilmente neppure lui crede.
Casini si è distinto solo per un generico invito all’armistizio che coprirebbe un inciucio vergognoso, ma anche lui non sa cosa fare tranne, probabilmente, mettere le mani nelle tasche degli Italiani.
Insomma, gira e prilla, il punto resta sempre quello: le tasse.
Se noi Italiani continueremo a pagare tasse a questi livelli o, peggio ancora, se dovessero prevalere i gabellieri della sinistra con le loro patrimoniali “sui più ricchi”, allora l’Italia avrà perso la sua battaglia contro gli speculatori.
Perchè le tasse servono solo a consentire allo stato di continuare nella politica della spesa.
Le tasse sono il carburante che alimenta il debito pubblico.
Se si chiudesse il rubinetto, lo stato sarebbe obbligato a ridurre drasticamente le spese o a fallire (con un risultato uguale anche se più devastante per tutti noi).
Berlusconi è l’unico che proponga una linea concreta di politica economica, anche se personalmente sarei molto più radicale nell’affrontare il debito pubblico, sfidando l’ira delle corporazioni di interesse e, quindi, tagliando le spese e riducendo le tasse per importi significativi.
La nottata passerà, questo è certo.
Il mio auspicio è che passi senza vedermi derubato di una parte del mio patrimonio, dei miei risparmi, magari nottetempo, per alimentare le spese clientelari dello stato (rectius: di chi lo governa) con una aberrante patrimoniale (mascherata da “tasse sulle rendite”).
Nonostante tutto, nonostante la manovra di stampo socialista di Tremonti, i miei desiderata sono ancora meglio garantiti da Berlusconi che da Bersani e dai suoi compagni di strada, vecchi e nuovi.

Entra ne

Indagato…

… peccato che ancora non si sappia per quale motivo sarebbe indagato. Che ha fatto? Ha forse ammazzato, derubato, seviziato o stuprato qualcuno? No, ha semplicemente detto la sua. Ma di questi tempi pare che bisogna stare attenti a come si parla. Inoltre, su segnalazione della sempre attenta ed efficiente Maria Luisa, neurodeliri, ossia, qualcuno pretende di far tacere l’opinione pubblica che la pensa diversamente: “Basta silenzi, i politici devono agire, c’è troppo odio contro gli immigrati“. Una buona scusa per la Ue per mettere bavagli, mordacchie e probabilmente anche le manette.
Milano – Le parole del leghista Mario Borghezio a La Zanzara hanno suscitato un vespaio di polemiche. Ora la procura di Milano ha aperto un’ inchiesta conoscitiva. Si tratta però di un’indagine a modello 45, ovvero senza titolo di reato e senza indagati.
Le scuse. Dopo la condanna anche dal suo partito, l’europarlamentare si scusa e dice di essere pronto a rinunciare all’immunità parlamentare per essere giudicato dai magistrati: “Apprendo ora che la Procura di Milano avrebbe aperto un fascicolo sulle mie dichiarazioni rese nella nota trasmissione La Zanzara. Dichiaro fin da ora di essere a piena disposizione dell’autorità giudiziaria. Ovviamente, a differenza del comportamento tipico dei politici ladri intrallazzatori, dichiaro fin da ora che non mi avvarrò dell’immunità parlamentare”. Dopo aver rivendicato, “ancora una volta, il diritto di esprimere le mie idee e i miei convincimenti in piena libertà”, l’europarlamentare accoglie “l’invito rivoltomi dal ministro Frattini a rendere anche nelle sedi opportune le mie scuse alla Norvegia e, in particolare, ai parenti delle vittime in merito a quanto è stato, secondo me, illegittimamente travisato dalle opinioni da me espresse”.
“Posizioni condivisibili”. Ai microfoni di Radio24, l’europarlamentare ha detto che quelle espresse da Anders Behring Breivik “sono posizioni sicuramente condivisibili”. Per Borghezio sono “buone alcune delle idee espresse” da Breivik “al netto della violenza, in qualche caso ottime”. Per Borghezio Breivik era “magari in buona fede. Ho paura che questo personaggio sicuramente esaltato sia stato strumentalizzato”.