Shut down Minzolini

Ancora una volta la “presunta giustizia” interviene per rimuovere chi è sgradito. In questo caso un Direttore di testata che in Rai non ha accettato compromessi e “veline” di gruppi e partiti.
La magistratura, da tempo, gli ronzava intorno. 
Sin dai tempi della convocazione del giornalista, per sentirlo, come persona informata sui fatti, sulle truffe sulle carte di credito a Trani. Quell’inchiesta, in cui Minzolini era del tutto estraneo, è anche servita a giustificare le intercettazioni telefoniche sul premier Berlusconi (un membro del Parlamento, per giunta Presidente del Consiglio dei Ministri, per la legge italiana, non può essere intercettato) che discuteva al telefono con un consigliere dell’Agcom. Uno sfogo, contenente la denuncia dell’uso improprio della Rai contro una parte politica, è stato trasformato dal PM di Trani in un’ipotesi di reato. Già questo sarebbe “lunare”, incredibile e grave, ma se fosse servito per formulare ipotesi di reato inesistenti e comunque, come si è visto, fuori della competenza del magistrato tranese, anche questa questione non potrebbe che destare inquietudine sull’agibilità politica e sulla libertà di esporre in privato le proprie ragioni su questioni che appartengono al dibattito politico in Italia. C’è sempre una trama? C’è sempre un teorema diabolico in tutto? Sono le domande che in tanti si pongono. Non arrivano risposte, però, né si vedono prese di responsabilità delle Istituzioni. Nessuna via di uscita. Ma l’Italia è destinata a essere un Paese governato dai poteri giudiziari? 
Il protagonismo giudiziario s’è sparso a macchia d’olio: è diventato infettivo come la febbre gialla! 
Il direttore del Tg1 è stato rinviato a giudizio per un uso “illecito” della carta di credito aziendale. 
Tanto basterà per motivarne, nella riunione del 13 dicembre prossimo del C. di A. della Rai, l’allontanamento dalla Direzione del telegiornale. 
Minzolini ha già interamente rimborsato l’importo all’azienda, senza neanche contestare la legittimità o meno dell’utilizzo totale o parziale delle somme spese. E’ un episodio inquietante. Lo è a prescindere dal torto o dalla ragione del Direttore Minzolini. Come si farebbe, infatti, a rimuovere l’opinione di tanti che sia stato fatto ad arte? Interviene, in questo momento politico, come la riprova dell’esistenza di una reazione massimalista e ideologica che utilizza tutti i mezzi per abbattere il “nemico”. 
La sinistra italiana, bisogna pur dirlo, non cambia mai. E’ rimasta al sogno del regime. Come nel passato, non intende confrontarsi con il metodo della democrazia pluralista. Predilige e vuole solo militanti. L’area della sinistra ideologica sa che solo discutere di soluzioni e metodi è partita persa per chi ha una formazione incentrata sul “centralismo democratico”, sulla piramide del controllo e sul servilismo dei militanti. Quest’area, in Italia, usando la lealtà e la ragione non potrà mai essere vincente.
 La sinistra l’ha saputo da sempre, sin dai tempi del consociativismo e della concertazione, sin dai tempi della sua opposizione ipocrita e lottizzata quando era in piedi la Prima Repubblica. Tutto ciò che riguarda l’informazione, come accadeva negli anni ‘70 e ‘80, per questa cultura, o è fazione schierata da una precisa parte politica o è da abbattere. Allora c’erano i gruppi terroristi che sparavano, i famosi “compagni che sbagliano”, ora che c’é la magistratura che fa per loro il lavoro “sporco”? Come si fa a vincere questa convinzione che si radica? E come la sfiducia di tantissimi pensieri liberi? Nella magistratura, nel giornalismo, in politica, nella società, chi non si schiera contro i suoi “nemici” per la sinistra è già un “nemico”. Tutto questo non è concepibile in democrazia. E’ vergognoso che si arrivi a tanto!
Vito Schepisi

Processo Mills: e l’economia processuale?

In verità non esiste uno straccio di norma nel nostro ordinamento processuale che preveda che quando per un reato è imminente la prescrizione – tenuto conto delle attività processuali ancora da svolgere – il giudice deve sospendere il procedimento fino alla data in cui il reato cesserà di essere tale. I motivi della inesistenza di questa norma sono – ritengo – due. Il primo di ordine sistematico: esiste una lacuna che ancora non è stata colmata dal legislatore, e mi chiedo se mai verrà colmata. Il secondo di ordine pratico e culturale: i nostri giudici hanno un eccessivo potere discrezionale, tale che possono manipolare il diritto secondo le loro idee e i loro punti di vista, cosicché se il procedimento non è rilevante o non dà il giusto risalto mediatico, è probabile che la sospensione verrà attuata (con rinvii a lungo termine), altrimenti si procede per tappe forzate (con rinvii a breve scadenza), pur consapevoli che anche queste strategie sono del tutto inutili dinanzi a un meccanismo prescrittivo ormai alle porte. Nel processo Mills abbiamo un imputato – Silvio Berlusconi – che certo non è l’ultimo degli imputati. Già questo permette di prendere le misure dell’atteggiamento dei giudici, poco disponibili a lasciare andare un processo che comunque vada, finirà nel macero dei processi inutili. Lo dimostrano le tappe forzate, i passi di marcia di una giustizia che in altri ambiti e con altri imputati (meno famosi) rimane decisamente più blanda, menefreghista e per niente preoccupata di rendere giustizia a loro (se sono innocenti) e alla collettività (se sono colpevoli). Così stride l’efficientismo dimostrato dai giudici di Milano nel processo Mills davanti alle lentezze esasperate che opprimono la macchina giudiziaria nel suo complesso. Questo ci comunica ancora una volta che per la giustizia italiana ci sono processi di serie A e processi di serie B (bisognerà poi stabilire quali sono quelli di serie A e quelli di serie B, perché dipende sempre dai punti di vista). Comunque sia, è sotto gli occhi di tutti che un processo che sarà destinato a non avere alcuno effetto giuridico non dovrebbe essere più celebrato. Il giudice dovrebbe prendere atto che – vista la mole delle attività processuali ancora da svolgere – il processo è solo un inutile dispendio di soldi del contribuente. Perché è ovvio che se la macchina giudiziaria si concentra su un procedimento che finirà inevitabilmente nel macero, il denaro dei cittadini lo seguirà a ruota, creando un danno – seppur non evidente – alla collettività: perché quei giudici potrebbero occuparsi di altri processi e di altri imputati, rendendo meglio efficiente la macchina giudiziaria. E invece nisba. Ostinatamente i magistrati proseguono con un processo destinato a prescriversi, e lo fanno persino con una efficienza che lascia disarmati. E allora è chiaro che dobbiamo chiederci il perché. E il perché non può che essere ricercato in un obiettivo: ottenere comunque l’acclaramento di responsabilità penale del(l’ex) Premier con subitanea dichiarazione di prescrizione del reato. In altre parole, l’obiettivo processuale è comunque definire responsabile il Cavaliere e infrangere il suo incredibile primato: più di duecento processi e nemmeno una condanna. L’utilità sostanziale di questo risultato non è certamente giuridica: se il reato è prescritto, il Cavaliere non subirà alcun tipo di effetto penale da questa ipotetica “condanna”. Ma questo aspetto non è davvero importante: esiste un’altra utilità, ed è quella politica/mediatica. Il Cavaliere condannato (seppur di un reato prescritto) è comunque un Cavaliere condannato per un reato odioso come la corruzione. Sul piano dei consensi politici, soprattutto in questo periodo di grave debolezza politica, questa condanna potrebbe avere il suo dirompente effetto. Da questa verità non si fugge. Ed è una verità che – davvero – lascia perplessi, perché dalla giustizia ci si dovrebbe aspettare non solo giustizia ma anche realismo ed efficientismo. Soprattutto perché i soldi che i giudici usano per celebrare i processi sono i nostri. Ecco dunque che il magistrato dovrebbe avere l’accortezza e la sensibilità di andare oltre l’utilità politico/mediatica di una condanna basata su un reato ormai prescritto (la prescrizione del reato di corruzione nel processo Mills – ricordo – interviene a febbraio 2012), valutando esclusivamente la sua concreta utilità giuridica. E va da sé – ripeto – che questa utilità, nel processo al Cavaliere, non esiste più da tempo.

By Rischiocalcolato -Fonte: Adnkronos

Ancora sul magistrato democratico e imparziale

Al solito, parto da un commento: “Il sè dicente magistrato ingroia parla bene e razzola male. Una persona che ha preferenze politiche non può dire che è imparziale nell’esercizio delle sue funzioni. Come ho detto in altro commento, sarebbe come se una persona fosse integerrima e per bene di giorno ma di notte andasse a fare il serial killer!! Che credibilità può mai avere un magistrato che va in televisione a fare protagonismo? Si dia una calmata: un magistrato, se è un magistrato serio, deve fare il suo dovere di magistrato. La sua sede di pertinenza sono le aule dei tribunali, non gli studi televisivi! Tra l’altro cerchi di togliersi dalla bocca quel suo sorrisino di persona che sa e che può, e cerchi, anche se sicuramente le risulterà difficile, di fare la persona seria!”
Partigiano della Costituzione, ma non ancora pronto a scendere in politica. Lo ribadisce il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, dopo le polemiche nate dall’intervento al congresso del Pdci. Non svestirà la toga, insomma. Almeno per ora.
Intervistato da Radio 24, il pm ha precisato: “Mai in politica? Mai è un impegno che non viene chiesto a nessun cittadino italiano, per cui non può essere chiesto neanche a un magistrato. Però al momento non ne vedo le condizioni”. Ingroia rompe il silenzio e prova a rispondere così alle critiche piovute da ogni parte. Un magistrato dovrebbe essere superpartes e non fare politica, eppure da Di Pietro a De Magistris sono diversi gli esempi di personaggi che sono passati dall’aula del Tribunale all’Aula del Parlamento. E, proprio su questa base, Ingroia rivendica il diritto a candidarsi come cittadino, prima che come magistrato: “In linea di principio i magistrati non possono essere espropriati del diritto di elettorato attivo o passivo. Però ci sono profili di opportunità: non è opportuno che un magistrato si candidi in un luogo dove ha esercitato le funzioni fino a poco tempo prima”. E se la vocazione politica fosse solo passeggera? “C’è un dibattito in corso”, sostiene, “c’è chi si dimette totalmente come ha fatto il ministro Palma, ma lo ha fatto dopo che è stato nominato ministro alla Giustizia, oppure c’è chi si impegna a non tornare in ruoli e in funzioni calde, come ha fatto Giuseppe Ayala”.
Finora il procuratore non è più tornato sul suo intervento al congresso del partito di Diliberto, ma ora spiega di aver detto “una cosa ovvia”. Il problema, secondo lui, e che “si manipolano le mie dichiarazioni, come sul Giornale dove un titolo ieri diceva Ingroia confessa di essere comunista. Io non mi sono dichiarato partigiano comunista ma partigiano della Costituzione”. Ma, se era “una cosa ovvia”, che bisogno c’era di precisarlo? “E’ in atto una chiara manovra di assedio nei confronti di alcuni principi costituzionali”, dice Ingroia, “Basti pensare alle leggi ad personam, alla legge sulle intercettazioni, tutte leggi che puntano a restringere i margini di autonomia e indipendenza della magistratura e intaccare il principio costituzionale di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Io rivendico solo il diritto di partecipare al dibattito politico sui progetti di legge. Avrà diritto la magistratura a dire la propria? Poi il Parlamento è sovrano e se approva queste leggi, io magistrato non posso far altro che applicarle”. Insomma, nessuna “toga rossa”, termine che per il pm è un insulto perché un giudizio di appartenenza politica verso una persona che deve essere indipendente. Eppure, nonostante sia un magistrato, non ha nessuna intenzione di tenersi lontano dall’agone politico edi intervenire a convegni se chiamato a parlare di temi della giustizia: “Andrei anche se mi invitano quelli del Pdl. Non è mai accaduto. Non credo abbiano molta voglia di ascoltare il punto di vista di alcuni magistrati, l’unica condizione che pongo è non venir messo in contraddittorio con miei indagati o imputati, cosa che può accadere in platee politiche”.

Magistrati imparziali e democratici

Il re è nudo, esclamò il bambino della fiaba di Andersen, e lo ripetono oggi gli italiani dopo che il pm Antonio Ingroia ha rivelato a un’assemblea di partito – quello comunista di Diliberto – di non essere imparziale. Con la marcia indietro di ieri non arretra di nulla: «Il magistrato applicando la legge la interpreta ed è mosso da valori costituzionali che non lo rendono del tutto neutrale». Quindi, appreso che il procuratore aggiunto di Palermo non è imparziale, ora sappiamo che non è nemmeno neutrale.
Disobbedire alle leggi? Applicarle tirandole dalla propria parte? Gettando la maschera, Ingroia si è insediato come capofila della schiera dei magistrati politicizzati. Che non sono quelli che hanno abbandonato la toga per sedersi in Parlamento: ce n’è di destra e di sinistra, dal ministro Nitto Palma a Gerardo D’Ambrosio fino a Di Pietro, Anna Finocchiaro, Felice Casson e Gianrico Carofiglio. No: Ingroia e i suoi fratelli continuano ad amministrare la giustizia rivendicando il diritto alle scelte di parte. Partecipano a manifestazioni politiche, per esempio. Ingroia aveva già aderito a iniziative pubbliche contro Berlusconi e, con il collega palermitano Roberto Scarpinato, si è presentato all’assemblea di fondazione del Fatto quotidiano, tenendo a battesimo la neonata gazzetta delle toghe – soprattutto rosse. Oppure invitano apertamente a disattendere il dettato legislativo. Come fece il magistrato napoletano Nicola Quatrano, presidente di un collegio del Riesame: prendendo la parola a un’assemblea della Cgil, disse che l’unico modo per opporsi alla nuova legge sull’immigrazione (che prevedeva il reato di clandestinità) era la disobbedienza civile.
È lo stesso partigiano Quatrano che nel 2001 (era gip del tribunale partenopeo) partecipò alla manifestazione dei no-global contro il G8 e in seguito si giustificò dicendo che passava di lì per caso. L’allora guardasigilli Castelli promosse un’azione disciplinare contro di lui nel 2003. L’ispezione coinvolse anche una collega di Quatrano, Isabella Iaselli, ritenuta pure lei vicina alle posizioni dei movimenti antagonisti: fu il gip Iaselli a disporre i provvedimenti cautelari per i poliziotti accusati di presunte violenze verso gli anarchici chiusi nella caserma Raniero. I fatti di Genova avevano sollevato il velo anche sulle convinzioni di Libero Mancuso, il pm che aveva indagato sulla strage alla stazione di Bologna e in seguito sarebbe diventato assessore nella giunta Cofferati e candidato vendoliano alle primarie della sinistra per il sindaco di Napoli. «È più difficile indagare su Genova che sulla strage di Bologna – disse l’imparziale magistrato -. Ogni volta che pezzi dello Stato debbono rispondere di episodi così rilevanti penalmente, scattano protezioni e coperture».
Al Forum no-global di Porto Alegre aveva partecipato il giudice Nicoletta Gandus, che avrebbe condannato Silvio Berlusconi in primo grado nel processo Mills. Ha firmato numerosi appelli, assieme ad altri aderenti a Magistratura democratica, contro varie leggi approvate tra il 2001 e il 2006 chiedendone la cancellazione perché hanno «devastato il nostro sistema giustizia». La depenalizzazione del falso in bilancio sarebbe figlia di una «cultura dell’illegalità», mentre quella della legittima difesa è una «riforma barbara» e la legge Pecorella sull’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento «altera un principio costituzionale». D’altra parte, nella sentenza che nega la ricusazione del giudice Gandus chiesta da Berlusconi proprio per la partigianeria del magistrato, la quinta sezione penale della Corte d’appello di Milano riconosce che Gandus aveva pesantemente criticato in pubblico e «senza mezzi termini» le scelte del governo, ma «dall’inizio del processo non ha più dichiarato alcunché» e «quindi – secondo i colleghi giudici – ella avrebbe accantonato «l’asserita avversione ideologica od anche “l’astio” verso un soggetto politico probabilmente a lei inviso».
Ma in tema di mancata neutralità togata non bisogna dimenticare un fatto di oltre vent’anni fa, quando il Cavaliere non era ancora sceso in politica. Un documento del 12 marzo 1988 che raccoglie gli scritti della sezione milanese di Magistratura democratica (tra le firme compaiono quelle della Gandus, di Gherardo Colombo e dei futuri membri del pool Mani pulite) teorizza la nascita del «pm dinamico» che si deve occupare meno di micro-criminalità, devianze sociali e malavita urbana per dedicarsi invece alla «contrapposizione con altri poteri, palesi e occulti, dello Stato e della società». Cioè colletti bianchi e politici. Con tanti saluti all’obbligatorietà dell’azione penale. E un caldo benvenuto al pm partigiano.

Il partigiano Ingroia

Lo abbiamo visto partecipare ai convegni di partito, stringere la mano al presidente della Camera Gianfranco Fini, intervenire alla manifestazione dell’Idv di Di Pietro e Travaglio contro il bunga bunga per sbeffeggiare Berlusconi, sedersi sullo scranno di Annozero insieme con Ciancimino, parlare dal palco delle festa bolognese della Fiom. E il dubbio che il sostituto procuratore di Palermo Antonio Ingroia fosse, diciamo così, “di parte” era balenato nella mente. Ma poi questo dubbio si scontrava con le rassicurazioni e le dichiarazioni dello stesso pm che ha più volte sottolineato come “agli occhi del cittadino il magistrato non soltanto deve essere imparziale ma deve anche apparirlo”. Ma quando poi sempre lo stesso pm ammette la sua vera inclinazione politica, ecco che ogni dubbio viene spazzato. Il palco dal quale arriva la confessione è quello di Rimini, precisamente quello del VI Congresso nazionale del comunisti italiani. Ingroia fa il suo comizio. Dichiara che “siamo in una fase critica. Le parti migliori della società devono impegnarsi dentro e fuori le istituzioni per realizzare un’Italia migliore. La magistratura deve essere autonoma e indipendente. La politica deve essere ambiziosa: deve fare la sua parte. C’è tanta stanchezza fra gli italiani. La politica con la ’p’ minuscola chiede alla magistratura di fare un passo indietro. C’è bisogno invece di una politica con la ’p’ maiuscola. Senza verità non c’è democrazia. Fino a quando avremo verità negate avremo una democrazia incompiuta. Legalità senza sconti per nessuno, in armonia con i principi costituzionali. Abbiamo bisogno di eguaglianza. Un’Italia di eguali contro un’Italia di diseguali”.
E poi ancora parole in difesa della Costituzione: “La Costituzione è sotto assedio. Che fare? Resistere non basta. I magistrati non possono essere trasformati in esecutori materiali di leggi ingiuste”. Infine viene fuori il vero Ingroia: “Un magistrato deve essere imparziale quando esercita le sue funzioni -e non sempre certa magistratura che frequenta troppo certi salotti e certe stanze del potere lo è- ma io confesso non mi sento del tutto imparziale, anzi, mi sento partigiano. Partigiano non solo perché sono socio onorario dell’Anpi, ma sopratutto perché sono un partigiano della Costituzione. E fra chi difende la Costituzione e chi quotidianamente cerca di violarla, violentarla, stravolgere, so da che parte stare”. Insomma, parole destinate a far scalpore, ma pronunciate comunque, nonostante il pm fosse consapevole di ciò che avrebbero provocato. “Ho accettato l’invito di Oliviero Diliberto pur prevedendo le polemiche che potrebbero investirmi per il solo fatto di essere qui – ha infatti esordito il magistrato di Palermo dal palco dell’assise del Pdci – ma io ho giurato sulla Costituzione democratica, la difendo e sempre la difenderò anche a costo di essere investito dalle polemiche”.
La previsione sulle critiche è stata azzeccata. Infatti, dal Pdl sono giunte affermazioni di biasimo nei confronti del reo confesso. Il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchito, ha ringraziato ironicamento il “dottor Ingroia per la sua chiarezza. Sappiamo che le vicende più delicate riguardanti i rapporti tra mafia e politica stanno a Palermo nelle mani di pm contrassegnati dalla massima imparzialità”. Più dure le parole del presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri. “Sono gravi e inquietanti le parole di Ingroia che confermano l’animo militante di alcuni settori della magistratura. Da persone così invece che comizi politici ci saremmo attesi le scuse per aver fatto di Ciancimino jr una icona antimafia quando invece organizzava traffici illeciti e nascondeva tritolo in casa. Ingroia conferma i nostri dubbi.E sul caso Ciancimino dovrebbe spiegare molte cose. Porteremo questo scandalo e il suo comizio odierno all’attenzione del Parlamento dove sarà anche il caso di discutere dlla nostra mozione sul 41 bis che fu cancellato per centinaia di boss al tempo di Ciampi e Scalfaro e che anche ora il partito di Vendola vorrebbe abolire”.
“Non era mai accaduto che un magistrato in servizio, già esposto mediaticamente su più di un fronte, prendesse la parola a un congresso di partito per attaccare maggioranza parlamentare e governo. Oggi il dottor Ingroia lo ha fatto con il suo intevento al congresso dell’ultimo partito comunista rimasto,congresso che naturalmente lo ha applaudito in sfregio a qualsiasi principio di separazione dei poteri”, sottolinea Giorgio Stracquadanio, deputato del Pdl. Insomma, Ingroia se lo aspettava: le sue parole avrebbe suscitato un vespaio. E così è stato.

Due pesi due misure…

Se un parlamentare del Pdl passa ai futuristi di Gianfranco Fini o ai centristi di Pier Ferdinando Casini, piovono gli applausi e i complimenti da un’opposizione che spera in continuazione che a Silvio Berlusconi venga a mancare alla Camera o al Senato la maggioranza. Invece, se un parlamentare di qualsiasi partito decide di passare tra le file del Popolo della Libertà, ecco che il centrosinistra lo sbrana, lo insulta e subito parla di “compravendita di maiali”. L’espressione alquanto colorita era stata coniata dal leader Idv, Antonio Di Pietro, all’indomani del voto di fiducia dello scorso 14 dicembre, quando cioè il Cavaliere sembrava ormai indebolito dalla fuoriuscita dei finiani. Non fu così. La maggioranza si rafforzò, Berlusconi sconfisse il “golpe” delle opposizioni e zittì Fini.
Non deve essere proprio andata giù a Di Pietro che, dopo aver isultato per mesi l’ex compagno di partito Domenico Scilipoti, è passato alle vie di fatto. Quale mossa migliore se non quella di chiedere una mano alla magistratura? E, così, l’ex pm ha denunciato la “compravendita di parlamentari” messa in atto nella maggioranza per mantenere i numeri necessari. Una denuncia non solo politica, ma ora documentata anche all’autorità giudiziaria, con quello che il leader dell’Italia dei valori chiama “un seguito di rapporto”, dopo le segnalazioni già presentate nel dicembre scorso. “Abbiamo depositato due notizie di reato, la prima il 10 dicembre 2010, l’altra il 13 dicembre 2010”, spiega Di Pietro. Un primo seguito di rapporto è stato trasmesso alla fine dell’estate, circa un mese fa. Un altro deve essere ancora predisposto perché, a detta del titolare di Mani Pulite, c’è “un’unicità di disegno criminoso che parte dalle settimane a ridosso del 14 dicembre e prosegue nel tentativo di fare quadrare i numeri di una maggioranza venduta, ricattata, comprata”. “Solo quando la procura renderà pubblica la denuncia – conclude Di Pietro – anche noi potremo rendere noti i contenuti”.
La pagina scritta negli ultimi mesi dai dipietristi non è delle migliori. Munnizza è l’insulto che dai banchi dell’Idv a Montecitorio è stato gridato per mesi ogni volta che Scilipoti veniva chiamato dalla presidenza della Camera. A forgiare l’insulto – dicono – è stato Franco Barbato. L’urlo significa “immondizia” in dialetto siciliano: “Così lo può capire anche Scilipoti” che è originario della provincia di Messina. Secondo Di Pietro, il “mercato delle vacche” non è finito con il peones dei Responsabili. Conversando coi giornalisti dopo la conferenza stampa per la presentazione delle 400mila firme con le quali i cittadini hanno sottoscritto una proposta di legge popolare costituzionale per l’abrogazione delle Province, l’ex pm ha assicurato di essere a conoscenza di altri nomi di parlamentari dell’opposizione che “stanno valutando se passare con la maggioranza”. “Non si tratta di eletti nelle liste dell’Idv”, assicura Di Pietro puntando il dito contro “la legge ‘porcata’ che ha prodotto questa classe parlamentare che spesso si vende al miglior offerente”.

L’ennesimo imbecille che non pagherà

Non sono i tempi biblici di Edi Pinatto, il giudice-lumaca per antonomasia che per scrivere una sentenza ha impiegato ben otto anni, e infatti, unicum nel panorama delle toghe che di solito si salvano a vicenda, è stato condannato (otto mesi, pena sospesa) e radiato dall’ordine giudiziario. Lui, Alfredo Gari, presidente aggiunto dei Gip di Catania, non ha depositato le motivazioni del verdetto di condanna di nove presunti affiliati a una potente cosca mafiosa etnea, quella dei Laudani, dopo un anno e quattro mesi. Un tempo relativamente breve vista la lentezza cronica della giustizia italiana, ma troppo lungo per chi, nel frattempo aspettava in carcere. E infatti i nove, accusati a vario titolo di mafia, detenzione di armi e estorsione, sono stati scarcerati per scadenza dei termini di custodia cautelare. Con buona pace di una giustizia che sa essere velocissima in alcune occasioni – vedi l’accelerazione impressa a Milano ai processi che riguardano il Cavaliere – ma che poi non sta attenta a tenere in cella i delinquenti.
Un brutto episodio, fotografia di un sistema giudiziario che proprio non va. L’ennesimo brutto episodio perché non sono pochi, in tutta Italia, i casi di omissioni e ritardi di magistrati che vanificano la fatica di inquirenti e forze dell’ordine, e che in definitiva mettono a repentaglio la sicurezza, quando poi mafiosi e delinquenti tornano in libertà, come nel caso Pinatto e come in questo caso. Di solito la giustificazione – generalmente accolta anche dal Csm che infatti quasi mai sanziona in modo severo i ritardatari – è quella delle carenze di organico degli uffici, che finiscono col comportare per il giudice un carico di lavoro eccessivo. E anche questo caso non fa eccezione. «La scarcerazione di questi imputati – ammette il giudice Gari – è da addebitare a una mia mancanza e mi brucia moltissimo. Ma c’è un problema di sostenibilità di lavoro, miracoli non ne possiamo fare. È stata una defaillance, ma la prima in 40 anni di carriera. Ho quasi 70 anni e non riesco più a fare sempre nottate come un tempo, l’organico dei gip e all’osso. La mole di lavoro è enorme, e il tempo corre».
Il solito refrain. Secondo il magistrato, comunque, la sua negligenza non ha causato danni irreparabili, visto che i nove scarcerati, condannati in primo grado proprio da lui, col rito abbreviato, il 21 giugno del 2010 a pene comprese tra i tre anni e quattro mesi e otto anni e otto mesi, resteranno comunque in libertà vigilata: «Sono stato travolto – spiega il giudice a Repubblica Palermo – da altri fascicoli a cui ho dovuto dare la precedenza, ma credo che nonostante la scarcerazione di questi soggetti, la situazione sia sotto controllo, ho firmato provvedimenti di libertà vigilata su richiesta della Procura». Una toppa per limitare i danni che però non basta a scongiurare eventuali procedimenti disciplinari. Il ministro della Giustizia, Francesco Nitto Palma, ha avviato la procedura per un’ispezione. Un’iniziativa, spiega una nota del dicastero di via Arenula, che «si è resa necessaria per verificare i motivi che hanno portato alla scarcerazione dei nove imputati, per i quali il ritardo nel deposito delle motivazioni della sentenza ha provocato la decorrenza dei termini di custodia cautelare».
Annus horribilis, il 2011, per il giudice Gari, magistrato di lungo corso con una passione per il teatro che lo vede anche autore (con la moglie Rita) e regista col nome di Edo Gari. Segnato dalle polemiche per un altro delicatissimo caso approdato nel suo ufficio, la famosa inchiesta Iblis che, prima dello stralcio con derubricazione del reato a voto di scambio, vedeva indagati anche il governatore siciliano Raffaele Lombardo e il fratello deputato Mpa, Angelo Lombardo. Un’associazione, presieduta dall’avvocato di uno degli indagati di «Iblis», si è rivolta al capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e al Csm, per segnalare che era inopportuno che Gari si occupasse del caso che coinvolgeva il governatore Lombardo visto che la moglie, Rita Cinquegrani, sovrintendente del Teatro Bellini di Catania, era stata designata proprio dal presidente della Regione indagato. Lo stesso avvocato poi a giugno, in sede di udienza preliminare, ha fatto richiesta di ricusazione del Gip. Adesso per Gari questa nuova tegola.

Sulla magistratura italiana

Ripubblico il post dove c’è il link dell’intervista al giudice (ormai ex, credo) Edoardo Mori che ha scelto di andare in pensione perchè “tra i suoi colleghi c’è troppa idiozia“.
Perugia – Amanda e Raffaele sono innocenti, secondo la Corte d’appello del Tribunale di Perugia, ma la loro libertà dopo quattro anni dall’omicidio di Meredith Kercher infiamma il dibatto sulla giustizia italiana. “Parlare di errore giudiziario di fronte a una sentenza di secondo grado che modifica il verdetto del Tribunale significa ignorare il funzionamento del nostro sistema giudiziario”, ricorda il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, che chiede di non strumentalizzare politicamente la sentenza. Il riferimento sembra essere destinato a Angelino Alfano, che aveva parlato di giudici che non pagano per i propri errori, ma il magistrato si è affrettato a smentire: “Non mi riferisco a nessuno in particolare”. Poi aggiunge: “Gli errori giudiziari sono quelli in cui si appalesano colpe da parte del magistrato, qui sino a prova contraria stiamo parlando di valutazioni, sempre opinabili, soprattuto quando la sentenze si fondano su perizie molto sofisticate di carattere tecnico-scientifico che mutando, ovviamente, possono mutare le valutazioni da parte del collegio e quindi la valutazione definitiva del giudizio”. Più dura l’Associazione nazionale magistrati, che critica Alfano: “E’ cattiva propaganda – dice il segretario del sindacato delle toghe Giuseppe Cascini – ormai qualunque occasione è buona per parlare male dei magistrati. Questa sterile contrapposizione non aiuta il Paese a crescere e parlare dei problemi veri, anche della magistratura”.
Del resto lo stesso presidente della Corte d’appello chiede di smorzare i toni almeno finché non saranno pubblicate le motivazioni. “Era un caso difficile, controverso, ma abbiamo fatto quello che era nella nostra coscienza”, afferma Claudio Pratillo Helmann, “Troppa tensione, troppo fragore è la conseguenza dell’eccessivo interesse mediatico che ha suscitato questo caso. La gente si carica. Io l’ho detto in udienza. Avevo chiarito che non era una partita di pallone e non volevo vedere il tifo. Invece così…si creano troppe aspettative. E poi ci sono sfondi politici, molti volevano in carcere Amanda solo perchè americana”.
Rivendica invece la validità della sentenza il legale di Raffaele Sollecito, Giulia Bongiorno, che continua a sostenere come nel processo ci siano stati stati due errori. “Il primo è quello di considerare subito il caso completamente chiuso. Quattro giorni dopo il delitto, Amanda e Raffaele sono stati portati subito dentro e i titoli dei giornali davano già per risolto l’omicidio. Il secondo errore è stato quello di rendere questo processo amandocentrico. Anche questo ha impedito di cercare meglio”. Poi difende la sua scelta di difendere Sollecito: “Non potevo che essere certa della sua innocenza, perchè sono un personaggio pubblico, una parlamentare e insieme con Michelle Hunzicker dirigo una associazione contro la violenza sessuale. Per non compromettere tutto questo dovevo crederci fino in fondo”.
Un ennesimo attacco arriva da Oltreoceano, dove Miss Gregory, procuratore distrettuale di Brooklyn ribadisce: “Io sono stata innocentista perchè nel seguire il processo mi ero convinta che non ci fossero prove solide e indubbie sulla sua colpevolezza. Il test del Dna sin dall’inizio appariva flebile. Poi le affermazioni dei testimoni. E anche il motivo mi sembrava poco credibile”. Gregory però non è totalmente critica nei confronti del sistema italiano che ha ammirato perché offre “la garanzia dell’Appello”. Ma, aggiunge, così si “prolunga il raggiungimento della giustizia, la conclusione sia per l’imputato che per la vittima”. Tra gli aspetti negativi, inoltre “ho trovato inquietante che si sia dato poco spazio nell’opinione pubblica alla vittima. Credo che in parte la presa di posizione di tanti americani pro-Amanda sia maturata perchè è sembrato che il sistema italiano si stesse accanendo contro di lei, e si è dimenticato che c’erano anche Meredith e i suoi diritti”.

Giustizia, tremenda giustizia!

In queste ore c’è una domanda che aleggia in tutti noi. Una domanda a cui la macchina giudiziaria non è stata in grado di fornire una risposta esauriente. Ci chiediamo cosa sia accaduto veramente in quella maledetta sera, tra l’uno e il due novembre  del 2007, in quella casa, in Via della Pergola, a Perugia. Ci chiediamo se ci sia stato qualcuno che insieme a Rudy Guedè ha stroncato la vita a una giovane ragazza inglese. Non si può morire così a 22 anni, senza che la verità salti fuori, e senza che i colpevoli ne rispondano dinanzi alla legge.

Meredith Kercher ha pagato con la vita non solo la sua voglia di vivere, di conoscere e di crescere, come tutti i giovani della sua età, ma anche per la follia di un Paese, come l’Italia, così distratto da altro, tanto da sottovalutare quella violenza che miete vittime innocenti, giorno dopo giorno, nell’indifferenza di tanti, e senza che il nostro sistema giudiziario faccia qualcosa per impedirlo, e senza che la legge riesca mai a rendere alle vittime piena giustizia.

Si ha l’impressione che nel bel Paese ci sia poca attenzione verso l’esercito di sbandati che vive alla giornata, che si mantiene ai limiti della legalità, se non proprio nel campo avverso al vivere civile. Dimorano nelle nostre città personaggi che vivono di espedienti, molti in clandestinità, o tanti altri, per quanto con regolare permesso di soggiorno o di nazionalità italiana, come se lo fossero. Tante persone che non hanno fissa dimora, dediti alle attività più disparate e spesso pronti a diventare, alla prima occasione, protagonisti di efferati delitti.

Chi esulta per la sentenza di assoluzione ha le sue buone ragioni. Non li ha, invece, chi protesta perché si aspettava la condanna dei due ragazzi. Non si possono mantenere chiusi, in carcere, e lo sono stati già per 4 anni, due giovani di 24 e di 27 anni: Amanda Knox e Raffaele Sollecito, solo per tener dietro alla tesi accusatoria, basata su alcuni deboli aspetti indiziari e senza una prova concreta.

La Procura di Perugia non è stata in grado di fornire niente di più. Gli aspetti indiziari sono cosa ben diversa dalle prove. Una condanna, come quella che chiedeva la pubblica accusa, all’ergastolo, non poteva essere inflitta su alcuni indizi o sulla ricostruzione di un’ipotesi accusatoria priva, però, di sostanziali riscontri. Non si può chiedere, infatti, il carcere a vita per due ragazzi senza la certezza della colpevolezza. Sarebbe stato, persino, legittimo aspettarsi dalla Procura la richiesta di assoluzione dei due imputati per insufficienza di prove. Quest’aspetto, non secondario per la funzione di un Pubblico Ministero in una società democratica, fa pensare a quanta strada debba percorrersi perché la Giustizia italiana sia un servizio reso alla legalità e alla civiltà del diritto, piuttosto che materia per una categoria di “palestrati” con i muscoli gonfiati di giustizialismo.

Nel processo a carico dei due giovani non sono emerse prove, ma solo elementi indiziari. La fase istruttoria iniziale, per altro, è apparsa contraddittoria, ai limiti del necessario comportamento umano e delle dovute misure di garanzia. Una ragazzina straniera di 20 anni, senza alcuna assistenza legale, è stata trattenuta e sottoposta ad uno stress così intenso, come può essere in un interrogatorio per un caso di omicidio. Una ragazzina che si è trovata ad affrontare situazioni e criticità più grandi di lei, senza comprendere niente delle leggi italiane, senza un benché minimo sostegno morale, senza un riferimento di comprensione. Così: confusa e spaventata.

Innocenti? Colpevoli i due ragazzi? Chi poteva dirlo?

In primo grado, però, c’è stata una condanna pesante, tanto da doversi chiedere come sia stato possibile passare da una condanna, che non lasciava ombra di dubbio, all’assoluzione con formula piena, per non aver commesso il fatto.

Meglio, però, un colpevole a piede libero che non un innocente privato della sua libertà, condannato al carcere per 25 o 26 anni. In questo concetto è radicata tutta quella materia che è definita come “civiltà del diritto”. Nel garantismo convivono tanti anni di storia per l’indipendenza e per la libertà, il senso comune, l’umanesimo liberale a garanzia dell’individuo. Perché gli uomini siano essere umani, non bestie, anche se spesso capita di doversi ricreder, dinanzi alle continue manifestazioni d’accanimento e di acredine giudiziaria.

La giustizia riempie le cronache quotidiane. Non appare certo materia condivisa, come invece dovrebbe. Si chiudono gli occhi sui delitti che provocano inquietudine sociale – le nostre città diventano sempre più invivibili – per correre invece dietro a teoremi e pregiudizi, in una sorta di smania di esserci e di apparire, animata da un’incomprensibile presunzione d’infallibilità.

La Giustizia è, invece, un principio di garanzia per i diritti degli uomini e per il rispetto della legalità. Deve apparire come un indifferibile strumento di civiltà, un servizio da usare in nome del popolo italiano, senza che i tribunali si trasformino in palestre in cui alcuni protagonisti, per consolidare la loro massa muscolare, facciano uso di sostanze anabolizzanti.

Ora chi restituirà ai giovani Amanda e Raffaele 4 anni di vita?

Vito Schepisi