Magistratura

1) L’80 per cento degli italiani, nel 1987, vota democraticamente per la responsabilità civile dei giudici;
2) L’asse Dc-Pci-magistrati se ne fotte e vara una legge inapplicabile: il giudizio nei loro confronti passa per 9 gradi (3 per l’ammissibilità, 3 per le responsabilità, 3 per la rivalsa dello Stato) tanto che in 25 anni ammettono solo 34 cause e le condanne sono solo 4. Nessuno denuncia più;
3) Il governo Berlusconi, democraticamente eletto, programma di cambiare la legge e scoppia il bailamme;
4) Nel novembre scorso anche la Corte di giustizia si accorge che la legge italiana è fuori dal mondo o meglio dall’Europa (sentenza C-379/10) e impone un adeguamento al diritto comunitario: i giudici italiani – dice – vanno denunciati anche per errori di interpretazione e valutazione dei fatti e delle prove;
5) Un parlamentare, democraticamente eletto, propone un emendamento per adeguare la legge esattamente come indicato dall’Europa, e l’emendamento viene democraticamente approvato;
6) Altro bailamme, l’Associazione magistrati minaccia ritorsioni;
7) La stessa Associazione, democraticamente eletta da nessuno, viene ricevuta dal premier Mario Monti, pure lui eletto da nessuno (bensì nominato dal Capo dello Stato, pure lui eletto da nessuno, a dirla tutta) e questo Mario Monti risponde: tranquilli, ci penso io.

La magistratura si salva il culo

L’intenzione del governo è quella di “attivare un dialogo con le forze parlamentari per raggiungere il massimo dell’intesa su una modifica che assicuri una corretta interpretazione della giurisprudenza europea e, al contempo, consenta ai magistrati di lavorare con serenità di giudizio nell’esercizio delle loro funzioni”. Così un comunicato diffuso da Palazzo Chigi commenta i risultati dell’incontro tra governo e Associazione Nazionale Magistrati, appena concluso, al quale, oltre allo stesso presidente del Consiglio, erano presenti il ministro della Giustizia, Paola Severino e il sottosegretario Antonio Catricalà. L’incontro era stato sollecitato dall’Anm dopo l’approvazione, da parte della Camera dei Deputati, dell’emendamento alla legge comunitaria che modifica la normativa sulla responsabilità civile dei magistrati. Monti ha confermato “l’impegno a studiare soluzioni che permettano di adeguare le norme italiane ai principi europei, anche attraverso un esame comparativo delle legislazioni nei vari paesi dell’Ue”. Il presidente dell’Anm, Luca Palamara, si è detto “soddisfatto per l’impegno del governo a trovare soluzioni per modificare la norma”.

Da guantanamo in italia…

MILANO – Catturato in Afghanistan e consegnato agli americani, detenuto e torturato per 8 anni a Guantanamo, estradato e nuovamente arrestato in Italia dove è stato condannato in primo grado. Una lunga odissea quella Riad Nasri, un tunisino fino a oggi detenuto nel carcere di Benevento dal quale è uscito dopo la sentenza della Corte d’Assise d’appello di Milano che lo ha assolto ordinando l’immediata scarcerazione. Confermata invece la pena a otto mesi per il connazionale Ben Lazhar. Secondo l’accusa i due avrebbero fatto parte di una organizzazione finalizzata alla fabbricazione di monete e documenti falsi per finanziare i movimenti terroristici. Ma i giudici di secondo grado hanno ritenuto non provati i fatti attribuiti a Nasri e lo ha assolto.
CONDANNA A 6 ANNI – Resta la storia che si porta dietro. Il tunisino ha raccontato di aver passato otto anni nella base militare americana di Guantanamo dove avrebbe subito, stando ai suoi racconti, torture di ogni genere. In primo grado a Milano era stato condannato a 6 anni di reclusione per terrorismo internazionale. Secondo l’accusa Nasri avrebbe fatto parte tra il ’97 e il 2001 di una cellula legata al Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, con base anche a Milano e che reclutava martiri destinati ai paesi in guerra.
TORTURATO – Interrogato dai magistrati ha raccontato di essere stato torturato e privato di «tutti i diritti più semplici e fondamentali», di essere stato picchiato e rinchiuso in «gabbie molto piccole e all’aperto» con «un materassino basso per dormire, una coperta, un secchio per i bisogni ed uno per l’acqua da bere». Se non parlava, ha spiegato ancora, veniva minacciato di «abusi sessuali da donne e da uomini». Arrivato dalla Tunisia a Bologna nel ’94, pochi mesi dopo partì per la Bosnia per combattere. Rientrato di nuovo nel capoluogo emiliano, sparì dopo l’attentato alle Torri Gemelle: venne catturato dai combattenti dell’Alleanza del Nord nella sua casa in Afghanistan, dove si era sposato e aveva avuto una figlia, e «consegnato vivo agli americani». Da lì i trasferimenti in un carcere a Kabul, in una cella dove non c’era spazio «per distenderci tutti per cui dormivamo a turno» e dove cominciarono anche gli interrogatori per sapere «se facevo parte di al Qaeda e venivamo picchiati per farcelo ammettere».

Depenalizzazione dello stupro di gruppo

Per incentivare i giovani a mettersi in cooperativa, la corte di cassazione ha eliminato l’obbligo del carcere per lo stupro di gruppo: se stupri da solo vai in galera, ma se sei in comitiva, si capisce lo spirito goliardico, l’esigenza di socializzare, di fare squadra e scampi il carcere immediato. Neanche tre anni fa la Cassazione aveva stabilito il contrario: in uno stupro anche se fai il palo sei colpevole. Io mi chiedo che messaggi stiamo inviando ai ragazzi, che modelli stiamo loro indicando. Se sei in ritardo all’università meglio rinunciare agli studi che passare per sfigato, dice il viceministro Michel Martone; se si fosse chiamato Michele anziché Michel e non fosse nato a Nizza ma a Nocera Inferiore, non lo avrebbe detto. Se ami la stabilità sei monotono, dice il premier Monti che è uno dei massimi esperti della materia (non di lavoro ma di monotonia). Per carità, so che molto è colpa delle semplificazioni mediatiche: la Cassazione voleva essere garantista sul carcere preventivo, il viceministro voleva elogiare la selezione e il merito, il premier voleva difendere l’intraprendenza nel lavoro rispetto al posto fisso. Ma si sa che i messaggi arrivano semplificati, estesi e subliminali. Così un ragazzo come tanti che si ferma ai titoli delle notizie, deduce che stuprare in gruppo si può, intestardirsi per laurearsi è da sfigati, e tutto ciò che è fisso, dal lavoro alla moglie, è monotono. Morale: viviamo alla giornata, molliamo laurea e famiglia, posti fissi e lavori fessi; e chi non stupra in compagnia è un ladro o una spia.

La casta della magistratura si incazza…

«Non ci si può limitare a sperare che il Senato corregga o che la Corte costituzionale dichiari in un lontano futuro l’illegittimità della norma. Occorre che la magistratura attraverso adeguate iniziative, inclusa la proclamazione di uno sciopero immediato, faccia comprendere anche ai più sordi l’entità della posta in gioco». È una dichiarazione di guerra quella che il procuratore aggiunto di Roma, Nello Rossi, lancia a mezzo stampa per invitare il «parlamentino» delle toghe, l’Anm, a mobilitarsi contro il sì all’emendamento Pini sulla responsabilità civile dei magistrati approvato due giorni fa dalla Camera. Un avvertimento pesante alla politica, tanto più visto che arriva dal pm di una procura come quella di Roma, che di inchieste su politica e politici ne ha una miriade. Altro che «clima sereno» tra politica e magistratura. La casta delle toghe, se solo si sfiorano prerogative consolidate come quella della responsabilità civile del giudice, alza le barricate e urla. E va alla guerra. Modalità di battaglia da decidere martedì prossimo, quando il direttivo dell’Anm, convocato in via urgentissima, deciderà sullo sciopero. Eppure, nelle requisitorie delle toghe contro l’emendamento Pini, qualche bugia circola: dalla tesi della non necessità della norma al rischio che tutti i condannati tentino di rivalersi sul giudice condizionandone il lavoro. Ecco le principali inesattezze, su un provvedimento sicuramente perfettibile, ma certo non campato in aria.
A. LEGGE VOLUTA DALL’UE
«Non è affatto vero che l’Europa ci ha chiesto questa normativa», sostiene Rossi. Ma le cose non stanno esattamente così. Il 24 novembre del 2011 la Corte di giustizia dell’Ue ha bocciato la legge italiana che regolamenta la responsabilità civile dei giudici (la cosiddetta legge Vassalli del 1988), proprio perché limitava il riconoscimento della responsabilità ai casi di «dolo o colpa grave», escludendo la «violazione del diritto manifesta». Appunto quello che l’emendamento Pini introduce. Di qui la necessità, sottolineata giusto un anno fa dall’avvocato dello Stato Ignazio Francesco Caramazza ascoltato in commissione Giustizia, di intervenire per riformare la responsabilità civile delle toghe, pena il rischio, per l’Italia, di incorrere in nuove sanzioni.
B. I GIUDICI IMPUNITI

«I magistrati già pagano», dicono il presidente dell’Anm Palamara e lo stesso pm Rossi. «Non si sono mai registrate azioni di rivalsa dello Stato nei confronti dei magistrati», sottolinea l’ex Guardasigilli, Nitto Palma. Chi ha ragione? Sicuramente le cifre, che confermano l’analisi dell’ex ministro. In 24 anni solo l’1% delle cause intentate in virtù della Vassalli è andato in porto con la condanna del giudice: 406 procedimenti, in tutto, e quattro condanne. Pochino, no? Se a questo poi si aggiunge che la condanna del giudice consiste in una sanzione economica da parte dello Stato pari a un terzo dello stipendio lordo di un anno del magistrato, si comprende che i conti non tornano. Solo nel 2010 lo Stato ha speso ben 36,5 milioni di euro (Rapporto Eurispes 2012) di risarcimenti per ingiusta detenzione o errore giudiziario. È giusto che per l’errore di una singola toga paghino tutti i cittadini?
C. IL PROCESSO SPECIALE
Va bene le tutele a difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. Ma neanche un parlamentare ha lo scudo che hanno invece le toghe nel caso in cui ci sia un procedimento per responsabilità civile. I gradi di giudizio prima di approdare all’eventuale condanna del magistrato sono ben nove: tre per l’ammissibilità del procedimento, tre per individuare la responsabilità del singolo magistrato e altri tre per l’eventuale rivalsa dello Stato sul giudice. Comprensibile che in tanti anni le cause arrivate a compimento si contino sulle dita di una mano.
D. I MAGISTRATI INTIMIDITI
«La responsabilità del giudice limita sempre l’indipendenza, in linea di principio», dice il primo presidente della Cassazione, Ernesto Lupo. E Palamara: «Il giudice, di fronte all’eventualità di essere trascinato in giudizio da una delle due parti finirà per non decidere». «Norma vergognosa», chiosa la capogruppo Pd in commissione Giustizia, Donatella Ferranti: «Avrà effetti devastanti perché creerà contenziosi a catena che paralizzeranno il sistema». Ma si perde di vista un dettaglio. L’emendamento Pini dà la possibilità di rivalersi sullo Stato o sul giudice non a tutti gli imputati tout court, ma solo chi sia stato condannato o detenuto ingiustamente. E saranno comunque altri giudici, quelli che riconosceranno all’imputato assolto l’eventuale torto subito, a dare la stura a eventuali processi risarcitori. Il che dovrebbe essere di per sé una garanzia. A parte il fatto che, come già accade per categorie a rischio quali i medici, potrebbero essere studiate forme assicurative che proteggano il giudice in caso di errori. Come ben suggerisce, in un articolo che ricostruisce le magagne della giustizia italiana, il quotidiano on line L’Indipendenza.
E. NORMA INCOSTITUZIONALE
Secondo le toghe (su tutte ancora Palamara) l’emendamento Pini è incostituzionale perché costituisce un attentato all’autonomia dei magistrati. Ma un illustre giurista come il presidente emerito della Consulta Cesare Mirabelli non è d’accordo: «Sicuramente è inappropriata – dice a proposito della norma, rimarcando che l’interesse del cittadino è essere risarcito dallo Stato, non dal magistrato – ma che sia incostituzionale è discutibile».
F. ATTACCO POLITICO
Pezzi della magistratura, ma anche della sinistra, gridano all’aggressione alle toghe. Per tutti il leader di Idv Antonio Di Pietro: «È come il ’92, una vendetta della P2 parlamentare contro le toghe». Ma l’ex pm farebbe bene a guardare in casa propria e tra i suoi amici. Perché senza l’apporto della sinistra – Idv ha calcolato 63 «traditori» tra Pd, Terzo Polo e i dipietristi – l’emendamento Pini non sarebbe mai riuscito ad avere l’ok.

Chi sbaglia DEVE pagare, anche il magistrato

Il magistrato che sbaglia paghi di Bartolomeo Di Monaco
Ci si sta già muovendo alacremente (si veda anche l’articolo a firma di Marcello Sorgi) affinché il Senato annulli in pratica la decisione della Camera con la quale si stabilisce che il magistrato che sbaglia per colpa grave è tenuto a pagare il risarcimento per i danni recati alla vittima. Si faranno pressioni sul Pdl e forse si riuscirà nell’intento. Ma sarebbe una sciagura. Finalmente, come scrive Alessandro Sallusti, si pone fine ad una immunità che molti hanno finora giustificato con ipocrisia, mettendo in mano alla magistratura, come si è visto e come si vede tutti i giorni, un potere smisurato, tale che può incidere direttamente sugli assetti politici scaturiti dalla volontà popolare. Sappiamo come la pensano i cittadini che nel 1987 a maggioranza più che bulgara decisero per la responsabilità civile dei giudici che sbagliano per colpa grave. Poi ci pensò la cattiva politica a mettere una pezza, e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Oggi i cittadini voterebbero con una maggioranza ancora più netta.
Dunque, hanno fatto bene Pdl e Lega Nord a recuperare la volontà popolare e, se poi si aggiunga che anche dalle file della sinistra, nel voto segreto, sono arrivati voti di consenso, sarebbe intollerabile una marcia indietro. Il pericolo di dover pagare di tasca propria i danni provocati ingiustamente all’imputato (così come avviene per tante altre professioni e attività) ha un grande merito, che solo i fanfaroni politicanti si adoperano per mascherare. Ossia, che il giudizio del magistrato sarà d’ora in poi più ponderato e responsabile. Mentre oggi può essere frettoloso e ispirato a finalità che poco o niente hanno a che fare con la giustizia. Chi sa se al tempo in cui Oscar Luigi Scalfaro condannò a morte il brigadiere Domenico Ricci (si veda il bel servizio del Il Giornale, qui), pur non essendo, a quanto parrebbe, sicuro della sua colpevolezza, si sarebbe comportato allo stesso modo, in presenza di una legge quale quella che la Camera ha indicato come necessaria. Tornando al tema. Non ho alcun dubbio nel dichiarare che l’introduzione della responsabilità civile per i giudici che compiono errori gravi è un notevole passo avanti in direzione di una civiltà giuridica che da noi è da anni che fa acqua da tutte le parti. (Da ultimo si veda il rimbrotto della Corte dell’Aja sulla richiesta alla Germania da parte dell’Italia dei risarcimenti relativi ai crimini di guerra). Mi aspetto fermezza dal Pdl. Però, un po’ ne dubito.

L’ira dei togati

CHIUNQUE sbaglia, DEVE pagare i danni. Ed è giusto che sia così anche per la magistratura. Magari prima o poi, impareranno ad usare meglio il loro potere, le leggi e il cervello. Augurandoci che tale provvedimento passi anche in seconda battuta e finalmente diventi realtà.

MILANO – Via libera della Camera alla norma che introduce la responsabilità civile dei magistrati. L’Aula di Montecitorio ha approvato un emendamento in questo senso del leghista Gianluca Pini alla legge comunitaria. I voti a favore sono stati 264, 211 i contrari. Un deputato si è astenuto. Il voto è stato a scrutinio segreto, come richiesto dal Carroccio che alla fine è riuscito a portare dalla propria parte la maggioranza dei deputati presenti. Il governo, che aveva espresso parere contrario, è stato dunque battuto in aula. «Il governo aveva avuto l’impegno del Pdl a votare per la soppressione dell’articolo» ha commentato subito dopo la votazione il capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini. «Come avete visto a voto segreto è successo diversamente» – ha poi sottolineato. Un possibile ricompattarsi della vecchia maggioranza? «Evidentemente – è la risposta – su alcuni argomenti si ricompattano». E ancora: «il governo non ha chiesto il rinvio perchè aveva avuto la garanzia che avrebbero votato secondo le indicazioni». Anche Pier Luigi Bersani commenta con stizza l’accaduto: «È un vecchio trucco, il PdL aveva annunciato che votava no ed invece ha votato sì. È inaccettabile».
«ATTO DA P2» – Durissima la reazione del leader dell’Idv Antonio Di Pietro: «Dietro il voto segreto una maggioranza oscura ha compiuto un atto da P2 parlamentare. Ci sono almeno 50 traditori che hanno votato in modo diverso rispetto ai loro gruppi. Idv, Pd, Udc e Fli eravamo contrari». Per Giulia Bongiorno, avvocato ed esponente di primo piano di Futuro e Libertà, bisogna votare testi «in cui chi sbaglia paga, ma io non voglio magistrati terrorizzati nell’interpretare la legge o che scrivono sentenze con mano tremolanti. Non rendiamoli terrorizzati di fronte alla legge».
COSA CAMBIA – L’emendamento prevede, in particolare, che «chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento» di un magistrato «in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni o per diniego di giustizia», possa rivalersi facendo causa allo Stato e al magistrato per ottenere un risarcimento dei danni. A pagare sarà dunque la toga. Ovviamente, il testo deve ancora avere l’ok del Senato.
I MAGISTRATI: «MOBILITIAMOCI» – La norma approvata alla Camera sulla responsabilità civile delle toghe è «con tutta evidenza un tentativo di intimidazione nei confronti della magistratura». Lo dice all’Ansa il segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini. È, aggiunge, «una norma incostituzionale», una «mostruosità giuridica» che il Senato dovrà cancellare. E intanto il tam tam corre sulle le mailing list dei magistrati con l’incitazione alla mobilitazione. «Dobbiamo essere pronti a mettere in campo anche uno sciopero immediato» scrivono in tanti perchè la «posta in gioco è alta». A chiamare immediatamente i colleghi alla mobilitazione subito dopo il voto alla Camera è, tra gli altri, Nello Rossi, procuratore aggiunto a Roma componente del parlamentino dell’Anm in rappresentanza di Magistratura democratica, che chiede «formalmente alla giunta dell’Anm di proclamare lo stato di agitazione e di procedere ad una convocazione straordinari del comitato direttivo centrale per sabato o domenica». «Non ci si può limitare a sperare – aggiunge – che il Senato corregga o che la Corte costituzionale dichiari in un lontano futuro l’illegittimità della norma oggi approvata dalla Camera. Occorre che la magistratura attraverso adeguate iniziative – inclusa la proclamazione di uno sciopero immediato – faccia comprendere anche ai più sordi l’entità della posta in gioco».
IL MINISTRO – E interviene anche il ministro Paola Severino. «Il Parlamento ha votato ed è sovrano -afferma- ma confidiamo che in seconda lettura si possa discutere qualche miglioramento perchè interventi spot su questa materia possono rendere poco armonioso il quadro complessivo». La ministra, prendendo atto della volontà del Parlamento, ha comunque osservato che lo strumento dell’emendamento, forse non era il più idoneo per intervenire su una materia così ampia. «Se si fosse trattato di un intervento puntuale sulla sentenza – ha evidenziato – si sarebbe potuto tranquillamente intervenire con un emendamento però poichè il tema si è allargato ad altri aspetti abbiamo ritenuto che fosse più corretto trattare in una sede più organica un aspetto così delicato».

Ha soltanto 17 anni…

… ed è già un truffatore, un rapinatore ed un feroce assassino. L’ergastolo è sempre poco. E la (in)giustizia italiana (non) farà il suo corso… e magari alla fine, gli daranno anche un premio.
MILANO – Il nomade fermato in Ungheria per aver ucciso il vigile urbano Niccolò Savarino a Milano avrebbe solo 17 anni e il suo vero nome sarebbe Goico Nicolic, mentre Goico Jovanovic sarebbe suo fratello maggiore. È quanto sostengono il padre e altri suoi familiari, che nei giorni scorsi hanno preso contatti con la Procura di Milano attraverso legali. Martedì il ragazzo, nell’udienza davanti alla magistratura ungherese, ha chiesto di essere consegnato alla magistratura milanese per essere processato in Italia. Davanti ai magistrati ungheresi – che hanno comunicato formalmente al pm di Milano Mauro Clerici l’arresto di Goico – si è tenuta la procedura di identificazione, nel corso della quale il giovane ha fornito i documenti relativi a due dei molti alias che ha al momento, tra cui proprio quello di Goico Jovanovic, 24 anni e passaporto tedesco.
L’ESTRADIZIONE – Nel corso dell’udienza, al giovane è stato chiesto in pratica soltanto se volesse o meno essere consegnato alla magistratura milanese che ha emesso un mandato d’arresto europeo e il nomade ha risposto: «sì». Da quanto si è saputo, per l’estradizione in Italia ci potrebbero volere a questo punto anche una decina di giorni, mentre l’autopsia sul corpo del vigile sarà probabilmente effettuata tra un paio di giorni, anche se al momento non c’è una data formalmente fissata.
NASCITA DUBBIA – I familiari hanno fatto sapere agli inquirenti che Goico è minorenne e compirà 18 anni a maggio. Il giovane di origine serba si chiamerebbe, sempre a detta della famiglia, Goico Nicolic e sarebbe nato a Parigi mentre la madre si trovava in carcere, e per questo motivo avrebbe preso proprio il cognome della madre, come accade nel suo Paese ai neonati finché il padre non li riconosce. Il fratello Goico, invece, avrebbe preso il cognome Jovanovic dal padre. A carico del giovane fermato in Ungheria ci sono molti elementi che definiscono la sua responsabilità nell’omicidio, tra cui diverse intercettazioni. Quando il nomade verrà portato in carcere a Milano, però, la difesa punterà certamente sull’esame della sua esatta età, attraverso una radiografia ossea e soprattutto chiederà che venga recuperato il certificato di nascita. Accertamenti che, da quanto si è saputo, interessano anche alla Procura per avere la certezza della maggiore età.
PENE INFERIORI – Se venisse accertato che Goico è minorenne, la vicenda giudiziaria passerebbe al Tribunale dei Minori: Goico non andrebbe in carcere ma in un istituto penitenziario minorile con pene certamente inferiori, rispetto all’ergastolo che rischia ora, poiché è accusato di omicidio volontario con due aggravanti e in concorso con un altro reato (resistenza a pubblico ufficiale). Intanto, gli inquirenti sono anche a caccia dell’uomo che ha favorito la fuga di Goico: non l’altro giovane che era a bordo del Suv con lui, ma un altro soggetto che ha pianificato la rete di contatti e appoggi per la fuga.

Illeciti zingareschi

Congelamenti
TREVISO – «Il possesso di quel patrimonio, tra beni mobili e immobili, da circa un milione di euro del capo rom Adriano Hudorovic, 59 anni, di Castelfranco è ingiustificato visto che è nullafacente e pertanto si può ritenere, viste le frequentazioni di soggetti poco raccomandabili, provento di attività illecite alle quali l’uomo pare dedicarsi abitualmente»: con questa tesi e applicando una legge sulla confisca dei beni ai mafiosi, il procuratore di Treviso Antonio Fojadelli aveva chiesto e ottenuto il “congelamento” delle proprietà del capo degli zingari.
Un caso che aveva fatto scuola a livello nazionale, ma che i giudici della Corte d’Appello di Venezia, che hanno accolto il ricorso presentato dall’avvocato Francesco Murgia (assiste il capo rom), hanno demolito. Hanno così revocato il sequestro dei beni (casa, 8 fuoriserie, conti bancari ecc.) di Adriano Hudorovic e dei suoi familiari Barbara, Saimon, Priscilla e Devid Hudorovic. I giudici veneziani hanno anche dimezzato la condanna con il quale il Tribunale di Treviso, nel 2010, aveva condannato Hudorovic a 3 anni di sorveglianza speciale, con l’obbligo di dimora nel Comune di Castelfranco.
Secondo gli inquirenti Hudorovic, in quanto persona abitualmente dedita ad agire contro la legge, avrebbe in parte vissuto con i proventi dell’attività delittuosa. Condotta nella quale Hudorovic, sempre gli inquirenti, avrebbe perseverato nonostante i richiami del questore (a testimoniarlo le inchieste nelle quali il capo rom è coinvolto: truffa, con condanna in primo grado a 2 anni e a un milione di lire di multa, estorsione, truffa, falso ecc.). Non solo. Hudorovic – sempre per la Procura – avrebbe avuto un alto tenore di vita nonostante non svolgesse una stabile attività lavorativa e, dal 1995, non presentasse la dichiarazione dei redditi. Argomenti che i giudici veneziani hanno però demolito tassello dopo tassello, pur ritenendo in linea di principio fondate le tesi degli inquirenti e applicabile il sequestro dei beni delle persone ritenute “abitualmente dedite a condotte fuorilegge” (Cassazione a Sezioni riunite).
I giudici d’Appello hanno però bocciato il “congelamento” dei beni di Hudorovic perché adottato in modo irrituale. In materia di provvedimenti di natura patrimoniale l’onere della prova – sostengono – spetta all’accusa. Su questo tema – precisano – il Tribunale di Treviso ha omesso ogni motivazione per spiegare le ragioni della necessità del sequestro. Smontata, perché insufficiente motivata, la necessità del sequestro i giudici d’appello hanno annullato tale decisione, restituendo così i beni al capo degli zingari.