Immigrazione e follie

Di per sé sembra più una notizia «curiosa» che un fatto importante. Un dipendente del famoso albergo Danieli di Venezia, egiziano di religione musulmana, si licenzia per non ricevere ordini da una donna, una governante anch’essa dipendente del Danieli. In seguito, però, non essendo riuscito a trovare un altro lavoro, si ripresenta all’albergo e l’amministrazione lo riassume con un accomodamento: la governante sarà affiancata da un collega di sesso maschile il quale farà da tramite nelle comunicazioni. Il Danieli è un albergo internazionale per definizione, storicamente il più illustre albergo di Venezia, nel quale scendono ospiti provenienti da tutte le parti del mondo, con le loro culture e le loro religioni: il caso viene risolto con rapidità. Una riflessione però s’impone. L’Europa, l’Italia si avviano ad essere sempre di più affollate da musulmani e la questione dell’uguaglianza maschio-femmina non può essere affidata a soluzioni estemporanee, ma affrontata a livello teorico sia da parte nostra che da parte islamica. Facile a dirsi, sembrerebbe, ma quasi impossibile a realizzarsi. Impossibile perché fino ad oggi nessuno ha voluto soffermarsi a riflettere sulle differenze culturali affidandosi con eccessivo semplicismo all’olio sparso a piene mani del “politicamente corretto”, evitando quello che invece è indispensabile, è giusto fare: sapere davvero, conoscere davvero quanto è scritto nel Corano e quali siano le regole di vita e di mentalità che ne discendono.
Prima di tutto dobbiamo convincerci che i musulmani sono credenti in assoluto e che la loro fede non somiglia neanche lontanamente alla nostra. Il Corano è stato modellato da Maometto sui primi libri dell’Antico Testamento, quindi i più antichi e aderenti al pensiero e ai comportamenti di pastori nomadi del deserto vissuti diverse migliaia di anni prima di Cristo. Sono in gran parte proprio quelli che Gesù ha eliminato: la legge del taglione, il sistema dell’impurità, l’inferiorità delle donne. Nel Corano questi concetti e queste norme sono espresse nella “sura della vacca” dove si afferma che gli uomini hanno sulle donne un grado di superiorità, che non debbono avvicinarsi alle donne durante il mestruo e altri comandamenti del genere. Tutta una cultura, quindi, è modellata su questi principi tanto che, come ben sappiamo, per non mancare a queste regole il mondo medio orientale, e fino al 1700 anche la Grecia e la Russia, ha stabilito spazi separati (il gineceo) per le donne, un abbigliamento che copre totalmente il corpo e il volto, e soprattutto l’esclusione femminile dalla scuola, dalla vita sociale e dalle istituzioni di potere. Le donne d’Europa non debbono dimenticare poi che, malgrado il Vangelo, la mentalità ebraicizzante dei discepoli di Gesù, a cominciare da quella autoritaria di San Paolo, il contatto con il mondo musulmano dato dai viaggi, dai commerci, dalle crociate, hanno impedito praticamente fino al 1900 una piena parità psicologica e sociale delle donne anche in Occidente. In Italia ai primi del ‘900 quasi tutte le donne erano analfabete: è stato il socialismo a mandarle per legge alle elementari.
Gli italiani hanno fino ad oggi sottovalutato gli effetti di una fede religiosa di tipo antico e che obbedisce perciò alla lettera ai precetti, ai rituali, agli insegnamenti del libro sacro; ma i musulmani che vediamo (cui permettiamo) interrompere il lavoro per pregare ovunque si trovino sono gli stessi musulmani che si ritengono “di un grado superiore alle donne, che non possono avere contatti con le donne mestruate, ecc. ecc.” E’ una convinzione religiosa, ma è simultaneamente una forma mentis , un sistema di pensiero, una struttura giuridica, un carattere psicologico. Nell’immediato futuro in Italia e in Europa il numero dei musulmani crescerà in maniera esponenziale tanto per il continuo sopraggiungere di immigrati quanto per l’altissima natalità di coloro che già vi risiedono. Non sembra che i nostri politici se ne preoccupino: si sono abituati a credere che la “cittadinanza” sia “integrazione”. Ma noi, le donne soprattutto, dobbiamo invece guardare in faccia la realtà perché non sarà necessario che i musulmani abbiano la maggioranza numerica per imporre a tutti la loro fede e i loro comportamenti. Quello che conta è la forza di ciò in cui si crede, la volontà di combattere per affermarlo, cose di cui gli europei, gli italiani non sono più capaci.
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… e c’è ancora chi continua a berciare quell’orrido mantra che “gli immigrati arrivano per lavorare e fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare“… qui i dati istat, diminuiscono gli immigrati “economici” e aumentano gli immigrati richiedenti asilo.

Pecunia non olet e calature di braghe

In mezzo ai cinque cerchi olimpici c’è una mezza­luna. Invisibile,impalpabile,eterea.Ma c’è. Ben­venuti nei Giochi più islamici della storia. Non c’è mai stata una città più musulmana di Londra tra quelle che hanno ospitato le Olimpiadi. Un milione di islamici residenti più quelli che arriveranno. Poi i tremila e cin­quecento atleti di Allah, anche lo­ro mai stati così tanti. Poi tutti i Paesi islamici che gareggiano in tutte le discipli­ne. Poi la coinci­denza con il rama­dan, che è cominciato il 20 luglio e finirà il 18 agosto. Poi, poi, poi. L’islam gioca la sua Olimpiade. La gioca in Europa, cioè in casa pur essen­do fuori casa. La gioca per segna­re il tempo. Col velo o senza, con senso di sfida nei confronti del re­sto del mondo o senza. È un equilibrio sottile quello trovato, fatto di un tira e molla in cui il comitato organizzatore ha ceduto parecchio: il Cio voleva a ogni costo che a Londra tutti i Pae­si arabi mandassero almeno una donna. Hanno trattato, hanno parlato, hanno mediato: alla fine accade. Ci saranno ragaz­ze del Qatar, del Bahrein, dell’Ara­bia Saudita. Vitto­ria, sì. E però sconfitta da qual­che altra parte. Perché le conces­sioni che il Comita­to olimpico internazionale e Londra hanno fatto sono state di­verse. Meno eclatanti, ma più nu­merose. Meno appariscenti, ma più decisive. Il mondo racconte­rà la straordinaria storia di Bahi­ya al-Hamad, campionessa di ti­ro, portabandiera del Qatar. Velata. Si parle­rà delle ragaz­ze iraniane e delle saudi­te: flash e im­magini. Bagliori di democrazia e rispet­to dei diritti umani. Lam­pi di modernità di facciata per Paesi che fanno fatica persi­no a pronunciare la parola «don­na». Resteranno ricordi, sorrisi, feli­cità, mentre la contropartita ri­marrà anonima. C’è, però.C’è, ec­come. Per la prima volta nella sto­ria nel Villaggio olimpico ci saran­no zone islamicamente corrette: aree destinate agli atleti musul­mani dove poter pregare. Ogni dormitorio ne avrà una. Poi, ap­pena dopo il tramonto del sole, verranno serviti pasti speciali. Tutte le catene di ristoranti e risto­ri del Villaggio rimarranno aper­te 24 ore su 24 per consentire agli atleti islamici di mangiare negli orari in cui il ramadan glielo con­sente. Sì, il ramadan. Molto delle Olimpiadi musulmane ruota at­torno al digiuno: alcuni Paesi ave­vano persino chiesto al Cio di spo­stare le date dei Giochi per evita­re la coincidenza con il ramadan. Non ce l’hanno fatta, ma hanno ottenuto concessioni che mai c’erano state. Non è la prima vol­ta che le Olimpiadi si disputano durante il mese di digiuno islami­co: accadde già nel 1904 a St. Louis e sempre a Londra nel 1908, poi ancora a Londra nel 1948, a Monaco nel 1972, a Mo­sca nel 1980, a Los Angeles nel 1984, a Barcellona nel 1992. Mai, neanche una volta, il Cio s’è fatto influenzare: nessun orario, nes­suna regola, nessun comporta­mento condizionato dalla pre­senza degli islamici. Stavolta sì. Stavolta eccome. I volontari so­no stati tutti istruiti: in alcun caso bisogna urtare la loro suscettibili­tà, anche involontariamente. A ciascuna domanda bisogna ri­spondere con una frase religiosa­mente corretta. A tutti bisogna ri­cordare che all’interno delle aree olimpiche si potrà consumare ci­bo prima dell’alba e dopo il tra­monto. I Giochi Halal, appunto. Cioè a misura di islam. Quattro anni fa, a Pechino, le autorità cinesi avevano così pau­ra dell’estremismo islamico in­terno che cominciarono a coc­colare i musulmani. Eppure è nulla in confronto a Lon­dra. Perché lì non c’era­no connessioni economiche e po­litiche. Qui sì. Londra e i suoi Gio­chi esistono grazie ai capitali ara­bi. Il simbolo della metropoli og­gi è lo Shard, il grattacielo-scheg­gia disegnato da Renzo Piano: è stato tirato su dai soldi del Fon­do sovrano del Qatar. Attra­verso la sua divisione immobiliare, l’emi­rato è diventato anche il maggior azionista di Ca­nary Wharf, il centro finan­ziario della metropoli bri­tannica. La stessa società, la Qatari Diar im­mobiliare, ha ac­quisito il 50 per cento del Villaggio olimpico.L’ha fatto attraverso una joint venture in compro­prietà con l’inglese Delancey: 668 mi­lioni di euro per trasformare gli alloggi in ap­partamenti da affittare già dal 2013. Co­la­te di de­naro che hanno permesso a Londra di respirare in questi anni di sforzo immane per arrivare all’appuntamento olimpico nonostante la crisi in­ternazionale. Da soli gli inglesi non ce l’avrebbero fatta. La prova è che l’altro simbolo delle Olimpiadi è la nuova cabinovia che scavalca il Tamigi e guarda dall’alto la cit­tà. La società che la stava co­struendo era in difficoltà, pron­ta a mollare il lavoro a metà. A sal­vare il progetto è stato il fondo so­vrano di Dubai, attraverso la sua compagnia aerea, la Emirates: s’è accollata i costi dei lavori in cambio della sponsorizzazione eterna dell’opera.Ciascun tralic­cio e ciascuna cabina ora sono piene di scritte Fly Emirates. Il minimo, per aver dato il massi­mo. Il minimo all’apparenza: dietro c’è la conquista della città e, attraverso Londra, di un pezzo di Occidente. Le Olimpiadi isla­miche non si vedono a occhio nu­do: sono velate. Non è una meta­fora, è una strategia.

Il gioco dei se…

Facciamo un gioco, facciamo il gioco dei SE. Ha cominciato LEI dicendo: SE FOSSIMO IN UN PAESE NORMALE, cosa succederebbe SE un cretino che viene da fuori si rifiutasse, dopo essere stato assunto, di eseguire gli ordini del suo superiore-donna perchè egli è musulmano e non esiste di essere il sottoposto di una creatura impura? Dunque, SE fossimo in un paese normale, in barba alle accuse di razzismo, verrebbe licenziato e rimandato a casa sua a calci nel sedere. Ma come dicevo a lei, non siamo in un paese normale e quindi, l’ultimo meticcio del mondo arriva qui e detta la sua bella legge di merda. E noi stiamo zitti. No, anzi, non solo stiamo zitti ma gliela diamo pure vinta. Poi, vogliamo parlare di integrazione?

Mi chiedevo poi, ma le femministe dove diavolo stanno? E’ stata insultata una donna e nel peggiore dei modi e loro? In vacanza come al solito quando si tratta di immigrati maschilisti?

Oh, toh, diverse ore dopo la notizia, il caso diventa un giallo. Il direttore ci fa sapere che non ne sapeva niente e che i dipendenti seguono tutti le direttive delle donne…

Niente ordini da una donna. Il caso diventa un giallo. Il dipendente dell’hotel Danieli di Venezia sarebbe stato riassunto. Il direttore: «Non ne sapevamo nulla, il facchino continua a lavorare qui e segue ancora le direttive di una donna»

VENEZIA – Un facchino musulmano di un hotel di Venezia si sarebbe dimesso non sopportando di prendere ordini da una donna. E gli avrebbero salvato il posto affiancandogli un maschio. Protagonista della vicenda un egiziano dipendente del Danieli che si era licenziato per non subire «l’onta» di ricevere disposizioni da una governante. Questa una prima versione dei fatti. Ma la direzione dell’albergo in tarda mattinata si affretta a smentire l’intera faccenda. E il fatto, commentato rapidamente da tutta Italia, diventa di fatto una sorta di giallo. L’uomo avrebbe lasciato il celebre hotel ma non trovando un altro lavoro si sarebbe ripresentato alla direzione che tenendo in grande considerazione il lavoro dell’extracomunitario lo avrebbe riassunto garantendogli che nei suoi turni si troverà a fianco, oltre alla donna, un collega maschio che gli comunicherà gli incarichi. La «mediazione», come indica Il Gazzettino, sarebbe andata a buon fine e l’uomo sarebbe tornato regolarmente al suo lavoro. Diversa, come detto, la versione dell’albergo. Si dice «sorpreso» il direttore dell’hotel Danieli di Venezia, Christophe Mercier, e sottolinea all’Adnkronos che il facchino non aveva mai comunicato ufficialmente il problema che viveva. «Non abbiamo ricevuto nessuna comunicazione ufficiale scritta dal dipendente – riferisce Mercier – noi rispettiamo tutte le persone che lavorano con noi e se ci fosse stato posto il problema avremmo potuto agire». Il direttore del celebre hotel della città lagunare sostiene infatti che l’azienda non era a conoscenza del caso e quindi non ha preso nessuna misura per cambiare l’organizzazione del personale: «Siamo sorpresi da questo articolo, ne prendiamo atto e ne parleremo con la persona interessata», prosegue il direttore dell’albergo. Il facchino egiziano «continua a lavorare qui», dice, e prende ancora ordini da una donna: «Viene sempre gestito da donne perché le governanti sono tutte donne», sottolinea Mercier. «La nostra azienda – conclude il direttore – ha sempre un comportamento corretto, giusto, etico nei confronti di tutti i dipendenti, di tutte le nazionalità e le religioni».

Milanistan

Possono bastare «simpatia e solidarietà»? Ed è giusto fare concessioni senza chiedere il rispetto di re­gole e doveri? Sono le domande rivolte al vicesindaco Maria Grazia Guida, dopo che il numero due di Palaz­zo Marino ha reso noto il suo messaggio augurale ai centri islamici milanesi, che ieri hanno iniziato il Ra­madan- il mese sacrodi digiuno e preghiera. Un mes­saggio che- secondo Riccardo De Corato- sancisce «lo sbracamento» della giunta. L’ex vicesindaco vede- da parte del Comune- solo una «sommatoria di disponibi­lità». Critica anche la Lega: «L’integrazione – spiega Alessandro Morelli – è il contrario di quel che stanno facendo. Si pensa solo a fare concessioni e non alla re­sponsabilità. Mi chiedo se la Guida, per esempio, si è posta il problema di queste donne e madri costrette a vivere, a Milano, in questa prigione che è il burqa». «Altro errore – per Morelli – è pensare alle moschee solo come luogo di culto. In realtà sono stati anche luoghi di proselitismo. E ricordo che il kamikaze della Perrucchetti era un musulmano integrato, con moglie italiana e casa popolare». Ma non è solo dall’opposizione che arrivano le critiche. Contrariato per la linea della Guida si è detto per esempio il consigliere provinciale del Pd Roberto Caputo, che l’ha giudicata poco «cauta». «Eccessiva, sopra le righe – spiega ancora Caputo – quindi io da un lato mi chiedo se un messaggio analogo viene inviato anche alle altre comunità religiose – e se non è così mi domando perché – e dall’altro lato ricordo, da laico e cattolico, che il nostro Stato non è confessionale come altri in cui, anche di recente, è stata introdotta la sharia». «Qui – spiega ancora Caputo – si tratta di integrare facendo rispettare le nostre leggi, la nostra Costituzione. Altrimenti andiamo incontro a contraddizioni pesanti. Penso al problema delle donne, all’infibulazione che viene praticata ancora oggi». «Sono questioni che non possono essere sottaciute – avverte Caputo – anche perché poi parliamo di pari opportunità, ci battiamo per le unioni civili e gli altri diritti e poi fingiamo che per gli altri non esistano». «Io – continua Caputo – sono di sinistra e penso ai più deboli, come le donne. La sinistra su queste cose ha preso cantonate incredibili, basti pensare a quelli che inneggiavano alla rivoluzione islamica in Iran». Il tema delle regole è centrale. E su quello si giocherà la partita delle moschee anche secondo l’imam di via Meda, Yahya Pallavicini, che per ora invece vede segnali positivi. «Si sta delineando una prospettiva nuova, che accolgo con interesse e fiducia – dice Pallavicini – con la definizione di questo albo delle associazioni orientato al rispetto delle regole». Si tratta, per il vicepresidente della Coreis, di uno strumento che può conciliare «apertura e regole», ma sarà proprio dopo la definizione di queste regole che si potrà dare un giudizio: «Se saranno criteri senza discernimento allora abbiamo un problema. Lo stesso se chiederanno la luna». Insomma i requisiti per l’iscrizione dovranno essere equilibrati: «Né troppo restrittivi né troppo larghi». Il sì alle moschee è una posizione consolidata nel mondo ebraico, ma non senza la richiesta di alcune garanzie. «Faccio i miei migliori auguri alla comunità islamica per un buon Ramadan, anche in questi giorni di grave lutto a causa del sanguinario attentato in Bulgaria – dice Davide Romano della sinagoga Beth Shlomo – Un dramma che ci conferma come la strumentalizzazione della religione possa essere letale per la civile convivenza. Per questo non dobbiamo mai dimenticare come l’integrazione e la lotta contro il fanatismo devono sempre essere al primo posto nell’agenda di chi vuole una città che faccia delle differenze una ricchezza». Intanto, nel primo giorno di preghiera, i centri islamici hanno riunito i loro fedeli fra l’ex Palasharp e le loro sedi. «Il tendone era pieno – ha riferito il direttore del Centro islamico di viale Jenner Abdel Shaari – e in molti si sono dovuti radunare all’aperto, davanti alla struttura». Shaari ha detto di aver «apprezzato molto il messaggio che ci ha rivolto ieri il vicesindaco». «Speriamo di avere come ospite qualche rappresentante dell’amministrazione comunale per la festa finale», ha concluso.

L’islamico salto di qualità

«Ordinerete ai popoli la carità e dimenticherete voi stessi?». È il versetto richiamato nella locandina del corso di formazione rivolto ai dirigenti dei centri islamici di Milano, provincia e Brianza. Il senso è chiaro: chi guida gli altri non può essere da meno. Per questo il Coordinamento dei Centri islamici milanesi, con la collaborazione dell’Arci milanese, ha messo in piedi questa sorta di «master» per Imam e direttori di moschee: un corso di formazione in gestione del no profit: «Partecipazione, efficienza e trasparenza al servizio di Dio e della società». Alle lezioni in viale Monza hanno partecipato una trentina di allievi. Fra questi i dirigenti delle associazioni del «Caim» (il coordinamento) e di moschee dell’hinterland, come Sesto San Giovanni, Monza, Pioltello, Legnano, Macherio, Saronno. «Si tratta solo del primo passo – spiega il coordinatore Davide Piccardo – di un percorso che vogliamo proseguire». Le comunità islamiche milanesi sanno che una dirigenza qualificata è una condizione essenziale (non l’unica) che viene posta dalla politica al mondo musulmano milanese. «Ancor prima che delle aspettative degli altri – spiega Piccardo – siamo noi che intendiamo fare questo lavoro, anche perché i valori di trasparenza e democrazia appartengono alla nostra tradizione e ai messaggi del Profeta». I problemi che devono affrontare le associazioni islamiche sono quelli che ogni sodalizio conosce, con alcune complicazioni: «I nostri dirigenti – dice Piccardo – provengono spesso da altri Paesi, in cui l’associazionismo non è così sviluppato, e comunque spesso, nei loro paesi di origine, non rivestivano ruoli del genere. Per questo è indispensabile che acquisiscano una certa preparazione, anche perché le nostre associazioni sono nate in modo spontaneo e per noi è giunto il momento di un salto di qualità».
Tutti i centri delle realtà legate al Caim sono dotate di uno statuto, ma la normativa spesso diventa un rebus inestricabile: «La legge italiana è complessa, non è facile gestire un centro, e con il limite della lingua le difficoltà aumentano». Una professionalità degli «imam» – ma in realtà soprattutto dei dirigenti «laici» dei centri – serve anche a evitare fenomeni e casi di opacità nella gestione delle risorse associative: «I casi di malcostume possono esserci, come in ogni realtà – spiega Piccardo – ma indipendentemente dagli aspetti legati all’onestà, i conflitti interni possono nascere anche sulle regole, sulla loro applicazione». Alcune «moschee» non si limitano alle funzioni religiose, e organizzano una sorta di welfare state. Fornendo per esempio sussidi veri e propri ai fedeli. Esiste dunque anche il problema dei soldi. Per Piccardo è uno dei tanti: «I nostri centri non navigano nell’oro, spesso fanno fatica a pagare l’affitto». «Normalmente – spiega – i centri sono finalizzati all’attività del culto, e i contributi dei fedeli sono destinati a quello, ma spesso c’è anche una funzione di tipo più sociale, mutualistico. Per fare un solo esempio, i centri si occupano di rimpatriare le salme dei nostri fratelli defunti, spesa ingente che non tutte le famiglie possono sostenere».

Sharia

MILANO – L’ha uccisa per gelosia, ma soprattutto perchè vestiva all’occidentale. Sarebbe questo, secondo i primi riscontri dei Carabinieri e della Procura di Piacenza, il movente dell’omicidio di Kaur Balwinde, l’indiana di 27 anni strangolata dal marito, Singhj Kulbir. La ragazza, incinta di tre mesi, era scomparsa da 15 giorni dalla casa di Fiorenzuola dove viveva con il marito e un figlioletto di 5 anni. L’uomo, incensurato di 36 anni, lavora accudendo il bestiame in un’azienda agricola di Fiorenzuola d’Arda. Una quindicina di giorni fa, ha strangolato la moglie e l’ha poi gettata nel Po.
LA VITTIMA – Il cadavere della ragazza è stato trovato domenica da due ragazzi che passeggiavano su un argine a San Nazzaro, frazione di Monticelli d’Ongina. Ai carabinieri del nucleo investigativo di Piacenza e della stazione di Fiorenziola, il marito della ragazza indiana ha ammesso la gelosia per la scelta della donna di non vivere secondo i costumi indiani. E dopo un lungo interrogatorio, l’uomo ha confessato. Kaur, mamma casalinga, svolgeva anche qualche lavoretto domestico a pagamento ed era conosciuta e benvoluta dalle altre mamme con bambini che frequentavano la scuola materna di Fiorenzuola, tanto che queste ultime si erano mobilitate al momento della sua scomparsa. Anche il marito svolgeva una vita normale e tranquilla e andava spesso a prendere e accompagnare il bambino a scuola. Una coppia inserita, conosciuta da tutti, anche perchè la famiglia della vittima vive da una ventina d’anni in Toscana.
L’APPELLO – La risposta dello Stato sia pronta e severa. È l’appello lanciato da Mara Carfagna, deputato Pdl: «La risposta dello Stato italiano a un uomo che ha ucciso la moglie indiana di soli 27 anni, con un bimbo in grembo, già madre, solamente perchè voleva vestire come una qualsiasi italiana, deve essere pronta, severa e simbolica. Chi mette in discussione il diritto alla libertà ed integrità delle donne – ha aggiunto l’ex ministro per le Pari opportunità – è un nemico dell’intera società e come tale deve essere trattato».

Diritti umani, necrofilia egiziana legale…

Ok, dalle mie parti (e forse anche altrove), si usa l’espressionebasta che respiri e se è tiepido/a, va bene uguale ma appunto, è una espressione che si usa con chi ama l’altro sesso così tanto ma difficilmente trova l’oggetto del desiderio fisso ed è soprattutto un gioco di parole. E, dopo la necrofilia per legge… bhe, a questo punto io non ho davvero più parole.
La necrofilia è una rara perversione sessuale (parafilia) nella quale viene raggiunto l’orgasmo mediante atti, eterosessuali od omosessuali, compiuti su un cadavere. La parola deriva dal greco antico: νεκρός (nekròs; “cadavere” o “morto”) e φιλία (philìa; “amore”). Il termine viene anche usato in senso figurato per descrivere il desiderio di controllo totale su un’altra persona, tale da annullare completamente la volontà dell’altro riducendolo a un oggetto completamente dipendente, come appunto un cadavere.  La necrofilia è in genere considerata eticamente inaccettabile e un atto sessuale con un cadavere viene normalmente considerato simile a uno stupro. Sono conosciuti rari casi in cui il morto aveva, prima di morire, dato il consenso ad un rapporto sessuale dopo la sua morte: tali casi pongono difficili quesiti etici sulla loro liceità.
Fare sesso con la propria moglie morta. In tutto il mondo è necrofilia. In Egitto, presto, potrebbe diventare legale. Secondo quando riporta il Daily Mail, è stata inserita una nuova norma in un pacchetto di provvedimenti che il parlamento, a maggioranza islamica, voterà a giorni. L’unico limite è quello temporale: si potranno avere rapporti sessuali col cadavere della consorte solo entro le prime sei ore dopo il decesso. Alla legge è stato dato il grottesco nome di “Rapporto d’addio”. Tra le altre norme in discussione, l’abbassamento dell’età matrimoniale a 14 anni e l’eliminazione del diritto per le donne di avere istruzione e impiego.
Polemiche furibonde – Subito si è scatenato un dibattito, con reazioni molto accese. Il consiglio nazionale egiziano per le donne ha afferma: “Queste leggi emarginano e indeboliscono la condizione delle donne incidendo negativamente sullo sviluppo del paese”. Anche i media egiziani si sono schierati apertamente contro la legge. Il conduttore televisivo Jaber al-Qarmouty ha affermato il suo sdegno nei confronti del rapporto d’addio: “La questione è davvero seria. Sarebbe una catastrofe dare ai mariti un tale diritto sulle proprie mogli. Davvero la tendenza islamica si è spinta a tal punto? Ci sono davvero persone che la pensano in questo modo?”. La notizia è in prima pagina su tutti i media egiziani, anche se c’è chi sostiene che la legge non esista e si tratti di un depistaggio operato da giornalisti leali all’ex presidente Mubarak.

Una ola a Frank Miller

No, Frank Miller non è nè uno sprovveduto e nè tantomeno un cretino. Miller è solo realistico e non ha paura di dire la verità. Sono i cretini che si nascondono dietro ad un dito raccontando un mare di menzogne sull’islam.
Frank Miller, prima di realizzare Sacro Terrore (Bao Publishing, euro 19), deve essersi seduto al tavolo da disegno con un’idea fissa in testa: come posso realizzare una graphic novel che faccia saltare i nervi agli opinionisti perbene e possibilmente infuriare mezzo mondo? Dopo di che ha congegnato un brutale romanzo a fumetti ambientato a Empire City, immaginaria capitale dell’Occidente attaccata dai fondamentalisti islamici.
La copertina di Sacro TerroreIngrandisci immagineLe prime due pagine sono occupate solo da una frase attribuita a Maometto: «Se incontri l’infedele, uccidilo». L’ultima da una rispettosa dedica al regista olandese Theo Van Gogh, assassinato nel 2004 da un fanatico musulmano a causa del film Submission sulla grave condizione della donna nella cultura islamica. In mezzo c’è un campionario di immagini e prese di posizione che sembrano fatte apposta per attirare sull’autore le accuse di razzismo e fascismo. Frank Miller non è uno sprovveduto, essendo stato autore in passato di capolavori acclamati a destra e sinistra quali Ronin, Sin City, 300 e Batman Year One. Quindi l’operazione, così esagerata da sembrare a tratti un’autoparodia, è consapevole. Volendo, i critici di Miller hanno abbondanza di materiale col quale lapidarlo: il fumetto inneggia all’Occidente, e fin qui tutto bene; accetta la tortura e la sospensione della legalità al fine di preservare la sicurezza; tratta Obama (molto simile a una scimmia in almeno una tavola) come un alleato di fatto dei peggiori dittatori del pianeta; ritrae la comunità musulmana d’America come fiancheggiatrice dei terroristi; considera i Paesi arabi come un angolo di arretratezza in un mondo moderno; esalta il ruolo di Israele e innalza un monumento al Mossad. Il tutto è espresso con una franchezza alla quale decenni di politicamente corretto ci hanno disabituato.
La trama è di una semplicità assoluta, e sembra richiamare le storie di propaganda a uso e consumo dei militari. Kamikaze, teste mozzate, donne lapidate, missili Stinger, aerei dirottati sulla statua della giustizia. Questo è lo scenario di guerra in cui è calata Empire City, presa di mira da Al Qaeda. Una adolescente suicida, Amina, dà il via alle danze, seducendo un ragazzino in un locale e bevendo un sorso di birra, il suo primo: «Dove sono nata io non usiamo l’alcol». «E dove sarebbe, il Medioevo?». «Forse il futuro, vedremo». Segue l’esplosione, che fa strage di giovani. A questo punto, mentre mezza città salta in aria, intervengono due singolari giustizieri, The Fixer e la Gatta (in origine dovevano essere Batman e Robin ma la Dc Comics si è sfilata dall’impresa). I supereroi danno ai fondamentalisti ciò che vogliono (la morte e il sacrificio) salvando le vittime innocenti. Per raggiungere l’obiettivo non disdegnano la tortura: i «Mohamed» (tutti gli islamici, secondo Frank Miller, si chiamano come il profeta) devono rendere piena confessione. Di mezzo ci sono anche poliziotti corrotti e politici cattivi, in testa ai quali si collocano Obama e Hillary Clinton. The Fixer e la Gatta hanno un alleato: David, ex spia del Mossad, con la faccia tatuata da un enorme stella, appunto, di Davide. Insieme, per vendetta, progettano di distruggere la moschea di Empire City con un cannone laser orbitale. Ma l’operazione «Sacro terrore» di Al Qaeda è appena iniziata e riserva ancora molte sorprese. Alla violenza dobbiamo rispondere con la violenza, dice Frank Miller. Perché siamo dalla parte della ragione, contrariamente al nostro nemico. Semplicistico, come è parso ai detrattori? Senz’altro. Però Frank Miller, tra i pochi conservatori in un mondo di progressisti, ha almeno un pregio: non si nasconde dietro a un dito e non ha paura di essere messo al bando.

Terrorismo islamico

Di siti islamici ce ne sono a iosa. Basta solo digitare la parola “islam” su google e ne compaiono a volontà, bisogna solo andarseli a leggere e cercare un pò. Mica ci vuole tanto tempo perchè quelli come loro, possono scrivere tutto ciò che vogliono e alla luce del sole. Nel frattempo, suggerirei alla digos di mandare il tizio direttamente in afghanistan. E con lui tutti i sognatori della jjihad. E non è terrorismo internazionale, no, non lo è. Diciamo le cose come sono, è terrorismo di matrice ISLAMICA.
MILANO – Un italiano è stato arrestato nel corso di un’operazione anti-terrorismo della Digos di Cagliari che ha visto coinvolti una decina di indagati, sottoposti anche a perquisizioni domiciliari. Si chiama Andrea Campione, è nato a Senigallia 28 anni fa ed è residente a Montellabbate, in provincia di Pesaro. E’ stato arrestato all’alba con l’accusa di addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale. Tra gli indagati c’è anche un docente precario di lettere di un liceo cagliaritano.
LA CONVERSIONE – Campione, convertitosi all’islam, secondo gli inquirenti era pronto a scappare a Rabat, in Marocco. L’uomo aveva cambiato nome in Abdul Wahid al Siquily ed aveva in tasca un biglietto di sola andata per il Paese nordafricano verso il quale sarebbe partito tra due giorni, secondo quanto ha riferito il titolare dell’indagine, il capo della Digos di Cagliari Alfonso Polverino. L’operazione, coordinata dal pm Danilo Tronci della Procura di Cagliari, è stata denominata «Nirya», dal nickname che Campione usava sul web per acquisire e diffondere testi importanti, di natura jahidista e quaedista, per portare avanti il progetto di terrorismo islamico insieme, ritengono gli inquirenti, al docente cagliaritano.
AMICI VIRTUALI – Campione e l’insegnante avevano tra loro una conoscenza virtuale, ma molto importante secondo gli inquirenti, che hanno monitorato il sito islamista minbar-sos.com (l’elemento della moschea che in arabo indica un pulpito), oscurato tre anni fa, e considerato uno dei più importanti d’Europa. In queste ore si stanno concludendo diverse perquisizioni con l’acquisizione di materiale ritenuto dagli investigatori molto importante.
L’INSEGNANTE – L’insegnante indagato è un professore del liceo Dettori di Cagliar. Sardo, una quarantina d’anni, è considerato un personaggio di spicco nell’attività di addestramento e proselitismo alla jihad e al terrorismo di cui sono accusati tutti gli indagati. Questa mattina gli agenti hanno bussato alla porta di casa del docente e acquisito diverso materiale informatico che verrà analizzato dagli inquirenti.

Inutili spese

Una preghiera a peso d’oro. Il costo sostenuto dal Comune di Milano per il primo trimestre di preghiera islamica nei tendoni montati a Lampugnano è 90mila euro. Da qui alla fine dell’anno (o dell’emergenza) non si sa bene (né si dice) a quanto ammonterà ma se si dovesse applicare ai prossimi mesi la stessa cifra spesa nei primi tre si supererebbero i 300mila euro. Palazzo Marino si limita a spiegare che il tutto – tempi e oneri per il Comune – è da definire e «in corso di perfezionamento». La storia dei venerdì del centro di viale Jenner, in effetti, pare infinita. E non si sa dove e quando finirà. La nuova amministrazione comunale, la giunta buonista della sinistra, da un anno ormai si muove su questo terreno del caso moschea – invero minato – fra grandi proclami e banalissime incertezze. E sembra far parte del vocabolario dell’improvvisazione amministrativa la parola «proroga», che ieri la giunta ha messo nero su bianco, spiegando in una risposta all’interrogazione presentata dalla Lega i suoi piani per quello che definisce «il servizio di accoglienza».
Di sicuro si sa che storia inizia nel discusso centro islamico di viale Jenner. E si sposta a Lampugnano nel 2008, quando la prefettura impone il trasloco della preghiera del venerdì dai marciapiedi del viale, praticamente invasi da migliaia di fedeli. Per oltre 3 anni, dunque, i musulmani dell’Istituto islamico si riuniscono a pregare nella tensostruttura. La soluzione è andata avanti così, senza particolari problemi od oneri per le casse comunali fino all’autunno scorso, quando lo smantellamento della tensostruttura ha imposto la ricerca di una soluzione diversa, di ulteriore emergenza. La soluzione che è stata individuata a metà ottobre sono due tendoni montati accanto al Palasharp, nel frattempo smantellato. Costo dell’operazione: 90mila euro in tre mesi. Mille euro al giorno, ma considerato che il giorno di preghiera è il solo venerdì, si dovrebbe dire che i 90mila euro per 12 occasioni di riunione pubblica. E il quoziente darebbe un risultato ben maggiore.
Ieri è arrivata la risposta all’interrogazione del capogruppo Matteo Salvini. Una risposta piuttosto oscura, quella firmata dal vicesindaco Maria Grazia Guida, che segue il caso per conto della giunta. Si conferma al centesimo il costo preventivato (87.139 euro) e si parla di una proroga «in corso di perfezionamento», e «per il tempo strettamente necessario, ai fini di una indizione di una gara a evidenza pubblica». Sui costi si precisa ulteriormente che «a carico del concessionario» è stato posto «il pagamento delle forniture (acqua, energia elettrica, etc) e delle tasse. Quanti euro e per quanto tempo ancora dovremo pagare ancora?» chiedeva Salvini ancora ieri. E intanto si registra la protesta dei residenti del comitato Jenner-Farini: «L’ennesima proroga in vista per la preghiera del venerdì al Palasharp – dicono – lascia presagire altri mesi di preghiera nel vecchio edificio di viale Jenner per il resto della settimana. Le soluzioni temporanee si portano dietro problemi irrisolti».