I nemici dell’islam

La Lega Nord ha un posto d’onore sul taccuino dei nemici dell’Islam. Parola dello sceicco Abu Ayyad al Tunisi, leader di Ansar al Islam, gruppo ultra jihadista in prima fila nei disordini di questi giorni in Tunisia e omonimo di quello che è dietro l’assalto all’ambasciata Usa di Bengasi. Lo sceicco che uscì dal carcere in seguito alla rivolta tunisina, in questa intervista rilasciata al Giornale nello scorso dicembre anticipava la visione dei salafiti e il loro odio per l’Occidente. Italia inclusa.
La rivoluzione tunisina è stata una rivolta democratica o una rivolta islamista? «Le definizioni contano poco ma per noi è stata una ribellione contro una dittatura che combatteva la religione. Quindi alla base di tutto c’era l’Islam. La gioventù salafita ha iniziato la rivoluzione nel 2003 e 2004. Abbiamo sfidato il regime dentro e fuori le carceri fin dal 2006. Gli slogan della rivoluzione erano islamici, nessuno inneggiava a Karl Marx o Obama».
Anche Al Qaida si definisce islamista per voi è un movimento legittimo? «Al Qaida ha il grande merito di aver liberato la gente dalla paura e dalle catene. È un vento di cambia­mento storico».
Bin Laden è morto. Al Qaida è stata sconfitta? «Al Qaida non è stata assolutamente sconfitta. Al Qaida è ovunque e si diffonde soprattutto su internet. Grazie agli insegnamenti di Al Qaida la nazione islamica sta vincendo. L’occidente è in decadenza, l’islam invece sta crescendo. Al Qaida con una sola operazione nel 2004 ha costretto la Spagna ad andarsene dall’Iraq e ha fatto cadere il governo Aznar. Qualche volta perdiamo ma qualche altra vinciamo. L’Occidente ci accusa di portare solo distruzione e morte ma nasconde il bene che facciamo. Noi ci battiamo per il bene della gente».
Siete pronti a schierarvi anche contro il governo del Nahda? «L’Occidente e i suoi agenti lo condizionano e loro impediscono a noi di diffondere la verità. Se non ci lasciano svolgere il nostro ruolo, se ci rifiutano il diritto di svolgere la nostra missione ne pagheranno le conseguenze. L’occidente e suoi agenti bloccano a trasmettere la parola giusta.
Il Nahda è un partito islamico non siete soddisfatti del loro governo? «I mezzi e le idee della politica per noi contano poco. Non possiamo accettarli. Soprattutto se si tratta di mezzi o maniere che vanno contro il libro di Dio e la Sharia del suo profeta. Tra noi e loro rimangono solo relazioni di fratellanza a livello personale. Ci comportiamo con loro come con i nostri fratelli, li invitiamo ad imboccare la strada giusta. Ma non accettiamo la strada che hanno scelto».
Quindi che governo vorreste? «L’unico governo accettabile è quello ispirato alla Sharia alla legge di Dio, solo la legge di Dio, per governare».
Cosa significa essere salafiti «Il termine salaf é molto antico risale all’ inizio del islam, ma il suo significato negli ultimi tempi è molto cambiato. Oggi , questo termine ha assunto il significato di ideologia politica e non religiosa. Il salafita è semplicemente colui che vive in base agli insegnamenti del Corano e dalla sunna del profeta e vuole applicare la legge di Dio. Ma l’impiego di queste parole nel campo politico, le ha però svuotate di molto del loro significato. L’errore è anche dei musulmani perché discutono con l’Occidente o con degli infedeli i dettagli della loro fede.
Quindi non me li può spiegare? «Se non sei musulmano non posso discutere con te i dettagli della mia fede. Dobbiamo parlare solo di Dio. Se sarai d’accordo con me significherà che accetti la mia religione e quindi anche i suoi dettagli ».
Secondo voi le donne devono indossare il niqab, la copertura islamica integrale? «Sul niqab è in corso un dibattito religioso ma noi invitiamo le donne a metterlo. Però non ci mettiamo a discutere questa controversia con un italiano o un francese. Ne possiamo discutere solo con altri musulmani. Voi italiani avete organizzato una compagna feroce contro il “niqab”, perché dietro questo ci sono interessi politici. La Lega Nord è il più grande nemico del islam e ha creato questa polemica per allontanare gli italiani dal islam».

L’ Islàm moderato.

Qualcuno spieghi a questi simpatici giovanotti che Gesù non è un semplice Profeta, ma il Vero ed Unico Dio, nella Seconda Persona della Trinità, a loro incomprensibile. Dopo di che, se ne vadano gentilmente all’ Inferno, senza il ristoro delle sette vergini…

Se l’ Occidente fosse tale…ma non lo è più.

Siamo sotto attacco, pesante. Non solo gli Stati Uniti, ma tutta la Società Occidentale, come Valori e modello di Civiltà.
Dunque, se l’ Occidente fosse quell’ Occidente Romano e Cristiano che impose il Diritto e la Fede alle barbarie anche con la Spada, reagirebbe come dovuto ai crimini che musulmani (e non solo fondamentalisti, ma anche “presunti” moderati…) di ogni dove stanno compiendo, e spezzerebbe sul nascere questi bagliori sinistri, come fece ai tempi della Rivolta dei Boxer in Cina, quando veramente ci fu unità d’intenti ed otto nazioni, tra cui l’ Italia, spazzarono via i barbari che uccisero a Pechino molti occidentali, tra cui diversi diplomatici ed un Ministro Tedesco (ed uccidere un Ambasciatore è, tra le barbarie, tra le peggiori…), ed oltre 18.000 cinesi Cattolici. Famosa fu la frase pronunciata, rivolto alle Truppe Tedesche, dal Kaiser Guglielmo II dopo la morte del Barone Von Ketteler, fatto letteralmente a pezzi: “
Come mille anni fa gli unni di Attila si fecero un nome che ancor oggi parla della loro potenza, così il nome di tedesco in Cina sia da voi reso tale che per mille anni mai più un cinese osi anche solo guardare di traverso un tedesco.“.
Ma tra le deboli risposte di Obama ed un Napolitano che condanna un film senza probabilmente nè averlo visto nè aver notizie su chi e perchè lo abbia girato, l’ Occidente non è più tale.
L’ Occidente che permetta ogni blasfemìa contro il Cristianesimo, contro il Papa e soprattutto contro l’ Unico Dio che è il Cristo, ma si stracci poi le vesti in difesa non di un altra divinità, ma di un Profeta (anche per i musulmani…) come Maometto, non è più tale. L’ Occidente che uccida i propri figli dal Concepimento alla Vecchiaia, tramite aborto ed eutanasia, e che vuole concedere il Matrimoni a strane coppie, non è più tale.
Quest’ Occidente è destinato ad essere sconfitto, se non torna ad essere Occidente.

Comunque, per quanto riguarda l’islam

… e qualcuno vorrebbe risolvere il problema dando loro le moschee “ufficiali”…
Lo Stivale dei predicatori d’odio travestiti, di volta in volta, da imam, guide spirituali, shaid (i martiri), «re­sponsabili», tabligh itineranti, mujaheddin e «lone wolf» (i più pericolosi, i lupi solitari). Copre l’intera penisola la mappa aggior­nata dall’antiterrorismo (oltre 820 luoghi di culto, 184 moschee) sulle sponde «religiose», dirette o indirette, del terrore islamico in Italia dove risiederebbero alme­no tremila combattenti «in son­no» addestrati nei campi qaedisti in Afghanistan, Yemen e Paki­stan. Tre sono le città dove si è fat­ta più serrata la sorveglianza «di­screta» degli organismi investiga­tivi: Roma (con le moschee di via­le Marconi gestite da egiziani e al­tri centri di preghiera a sud della Capitale), Milano (quella nota di viale Jenner al centro di numero­se inchieste) e Napoli.
A preoccu­pa­re sono in special modo le strut­ture di culto «clandestine», non uf­ficiali, o quelle spacciate per asso­ciazioni para- culturali meta di nu­merosi cittadini arrivati in Italia coi barconi attraverso i confini meridionali: secondo gli ultimi ri­levamenti le stazioni «ombra» per il proselitismo sarebbero al­l’incirca duecento, disseminate dalla Val d’Aosta alla Sicilia. E in particolare 12 sono «monitorate» nel capoluogo campano. La «ba­se strategica» dell’apprendimen­to della cultura dell’odioresta co­munque il Nord con oltre 45 sog­getti e «ritrovi» sotto stretto con­trollo. In Lombardia, dove gli inve­stigatori riscontrano l’«agile for­marsi di mini- cellule», non neces­sariamente collegate a un’unica rete, i «religiosi» attenzionati sul­le orme degli ex imam di Gallara­te, Bergamo e Varese sono una de­cina, in parte già collegati al più fa­moso capo spirituale di viale Jen­ner, Abu Imad, condannato a tre anni e otto mesi (progettava atten­tati in Italia e in Europa) e al triste­mente noto Abu Omar della mo­schea di via Quaranta. A Brescia, dov’è attiva la cellula Adl Walò I­h­sane continuano le indagini dopo il ritrovamento di bloc notes indi­cato come «il decalogo della non integrazione», che si apriva con l’appello a punire il Papa per aver «battezzato Magdi Allam», il gior­nalista egiziano (preziosa firma di questo Giornale) convertitosi al cristianesimo.
Passati ai raggi x anche i documenti (tra cui il ma­nuale per la fabbricazione artigia­nale di una bomba e una mappa che sarebbe servita per un attenta­to alla Sinagoga di Milano) ritrova­ti in casa di un 20enne marocchi­no, esperto di informatica, finito in manette. Anche l’ex imam di Cremona, Mourad Trabelsi, è sta­to condannato con sentenza defi­nitiva. In Veneto, dove i predicato­ri sotto sorveglianza sono più di quindici, la tensione è salita nel giugno scorso con la chiusura del­la moschea di via Anelli, a Pado­va, dove lo scontro tra fedeli ma­rocchini ha portato alla destitu­zione dell’ex imam Abderrahim Malek. A Vicenza la Digos ha mo­nitorato ingenti somme di dena­ro inviate all’estero (l’ex imam di San Donà di Piave, Ahamad Chad­dad, è stato arrestato dalla Digos di Venezia nell’ambito di un’in­chiesta in cui compare anche l’ex imam di Como, allontanato dal­l’Italia con l’accusa di fiancheg­giamento terroristico) che potreb­bero essere state utilizzate per fi­nanziare campagne terroristiche in Medioriente. E, sempre nella stessa città, è stato indagato un predicatore perché collegato a un imam casertano risultato in con­tatto con soggetti vicini al terrori­smo della moschea veneziana di via dei Mille; e un altro è stato inda­gato perché aveva picchiato la mo­glie che voleva vestirsi all’occi­dentale. L’antiterrorismo ha sot­toposto a una attenta sorveglian­za il centro culturale islamico di Treviso. Particolarmente incan­descente, stando ai carabinieri, il Piemonte (23 centri monitorati) dove sono stati espulsi già tre imam;qui il pericolo viene dai pre­dicatori d’odio «itineranti». Aller­ta in Emilia (18 centri), specie a Bologna, l’ex direttore della mo­schea Ann-nur ha elogiato i kamikaze palestinesi e invita­to a colpire Israele.
Tra Toscana (19), Campania (26) e La­zio ( 33) si concentra, invece, la più alta concentrazione di sospetti tunisini, al­gerini e egiziani. A Napoli si è arrivati a indagare sui contatti tra casalesi e pakista­ni trafficanti di dro­ga sospettati di conti­guità con formazio­ni salafite del norda­frica. In Umbria (7 centri attenzionati) si temono emulazio­ni rispetto alla scuo­la di terrorismo della moschea perugina guidata dall’ex imam marocchino Mostapha El Korchi (condannato a sei anni in Cassa­zione ed espulso dall’Italia con due connazionali). In Calabria (21 centri)l’ex imam Mhamed Ga­rouan che predicava tra Catanza­ro e Crotone arrestato col figlio con l’accusa di aver propaganda­to via internet la Jihad «virtuale», è libero in quanto i pm hanno chie­sto l’archiviazione. A Cagliari, la situazione, è invece diversa: sono stati sì scoperti due manuali «esplosivi» ma nelle mani della Digos ci sono anche i documenti di soggetti vicini ad Al Qaeda e al­cune notizie riservate relative ai gestori di un portale d’ispirazio­ne jihadista. Soggetti e obiettivi sensibili anche in Sicilia (oltre 20 siti controllati), nella Marche (13), in Toscana (a Firenze è stato indagato per evasione fiscale da 2 milioni un ex imam di Castelfio­rentino). La Puglia, dopo la cac­cia ai segreti custoditi in sei pen drive sequestrate a un ex imam si­riano e a un informatico francese condannati a otto anni, preoccu­pa non poco gli addetti ai lavori. Perchè? La risposta è top secret, al momento.

Comicismi islamici

Ha una fama sinistra ma la fatwa, alla fine, è solo una prescrizione che orienta la vita di tutti i giorni e, se uno se la sente, non è nemmeno obbligatorio rispettarla. Per avere valore deve uscire dalla bocca di un’autorità religiosa e fare riferimento alla legge islamica. In molti casi vale come una scomunica, una condanna, una messa all’indice. E che a volte ha come punizione la morte. In altri fa la morale alla vita di tutti i giorni come quella che vieta i gadget, quella che vieta di leggere gli oroscopi e quella che proibisce la riproduzione di cd e dvd. Abbiamo raccolto le fatwe più curiose degli ultimi anni. Roba da non credere…
IL GRANDE FRATELLO: A nominarlo sono stati i giuristi sauditi di stretta osservanza islamica. Il Grande Fratello arabo trasmesso dal network libanese Lbc, 280milioni di spettatori, nonostante uomini e donne fossero divisi e si pregasse tutti i giorni, è stato «scomunicato» perché «programma culturalmente inappropriato». Da un certo punto di vista tutti i torti non ha…
I POKEMON: Pikachu, Meowih, Bulbasaur, accusati di complotto giudaico-massonico, sono stati messi al bando dallo sceicco saudita Yusuf al-Qaradawi, l’ideologo dei Fratelli musulmani. Anche per questo è vietata la loro vendita in tutta l’Arabia Saudita da anni. I Pokemon, sentenzia la fatwa, si sono coalizzati per far diventare ebrei i musulmani. I Pokemon. Manco fossero i Fantastici Quattro…
L’ECLISSE: Una fatwa lanciata dal gran mufti d’Egitto proibisce ai musulmani di osservare l’eclissi. «Mette in pericolo la vista dell’essere umano e poiché l’islam proibisce all’uomo di mettere in pericolo la sua vita è peccato guardare l’eclisse». Semplice e chiaro. «Lo faceva anche Maometto quando il sole si oscurava». Se lo dice lui…
IL CALCIO: La fatwa dello sceicco Abdallah Al Najdi è basata sul principio che vieta ai musulmani di imitare cristiani ed ebrei. Si può giocare ma solo con regole diverse: niente linee bianche in campo, niente squadre di 11 giocatori, porte senza traverse, chi grida gol va espulso e niente arbitro perchè superfluo. Dubbio quest’ultimo che ha volte è venuto anche a noi occidentali…
LE STATUE: Il grande Mufti d’Egitto, lo sceicco Ali Gomaa, basandosi su un editto del profeta secondo il quale «gli scultori saranno tormentati nel giorno del giudizio» ha emesso una fatwa che proibisce l’esposizione delle statue sia in pubblico che in privato. Non solo: anche chi si dedica alla scultura va «scomunicato». Per questo non hanno mai avuto Michelangelo.
LE SIGARETTE: Il Grande ayatollah iraniano Nasser Makarem Shirazi, prima ancora che ci pensasse Sirchia, ha individuato un nemico mortale per i suoi fedeli: le sigarette. Dice che il fumo nuoce gravemente alla salute. Ma se è per questo bastava leggerlo sul pacchetto.
ROMA: Lo sceicco Yussef Kardawi ha sempre avuto le idee chiare. Da quando confidò ad Al Jazeera e al popolo tutto che era stata «lanciata una fatwa su Roma». Cioè che «la città sarebbe stata riconquistata». C’è solo una buona notizia: «La riconquista non sarà con la spada, ma con la preghiera e l’ideologia». Preghiamo che non sia così.
IL ROCK: L’ha decisa la Commissione del consiglio per gli affari islamici secondo la quale la musica rock va spenta perché fa male allo spirito. E c’è una variante, il black metal, che essendo dominata dall’immaginario occulto, ha il potere di traviare e stravolgere le anime dei giovani musulmani. L’editto pretende l’abolizione di questo genere musicale solo dalla Malaysia. Suonati completi.
IL SESSO: Fare l’amore si può. Ma non nudi. «Esserlo durante l’atto sessuale invalida il matrimonio» la fatwa imposta dallo sceicco Rashar Hassan Khalil. Non tutti sono d’accordo però. Il presidente del comitato delle fatwa di alAzhar, Abdullah Megawer, ha corretto, come si suol dire, il tiro: nudità ammesse, ma a patto che i partner non si guardino. Dipende chi è il tuo compagno/a…
LA BICI: A lanciarla non è stato un imam qualsiasi. Ma la guida suprema della Repubblica islamica, l’ayatollah Ali Khamenei in persona: proibisce nel modo più assoluto la bici alle donne iraniane. Ma pedala, va…
MCDONALD’S: Il leader sciita radicale iracheno Muqtada Sadr ha emesso una fatwa per affermare che è proibito dall’Islam, frequentare i fast-food McDonald’s e anche lavorarci, sia a causa del cibo che vi viene consumato, da animali macellati senza rispettare la tradizione, sia perchè di proprietà «ebraica». Non si salvano però neanche le patatine.
I GRANCHI: Anche i nuovi gusti dei consumatori iraniani si scontrano con i divieti religiosi. Diversi ayatollah hanno messo al bando dalla tavola via fatwa le aragoste e soprattutto i granchi, che hanno invaso il mercato della Repubblica islamica in confezioni in barattolo importate illegalmente dall’estero. Gli iraniani masticano amaro.
IL CANE: Nonostante sia per l’Islam un animale impuro, il cane si sta diffondendo sempre più come animale domestico in Iran. Così il grande ayatollah Nasser Makarem-Shirazi ha emesso la sua fatwa: «Non c’è dubbio che il cane sia un animale immondo» pur ammettendo che il Corano non dice nulla in proposito. Con i cani è meglio avere un po’ di coda di paglia.
LO YOGA: Oltre 10 milioni di persone hanno partecipano nell’India centrale a una lezione di massa di yoga destinata ad entrare nel Guinness dei Primati. La cosa però non è piaciuta ai vertici religiosi musulmani di Bhopal che hanno lanciato una fatwa per condannare l’esercizio come «antislamico» e «pagano» per il riferimento al dio Surya. Reazioni? Molto rilassate…
LA CASSIERA: «Non è permesso alle donne lavorare nei luoghi dove possano trovarsi con gli uomini» ordina la fatwa decisa dal comitato dell’Ifta che dipende dall’alto comitato degli ulema sauditi. Morale: è vietato lavorare come cassiera. «Le donne devono cercare impieghi dove non possono essere attirati dagli uomini ne attirarli».
LA FESTA DI COMPLEANNO: Celebrare compleanni e anniversari di nozze non può avere spazio nell’Islam. Lo dice il Gran Muftì dell’Arabia Saudita, Sheikh Abdul Aziz Al-Alsheikh. «Un musulmano dovrebbe solo ringraziare Allah se i suoi figli stanno bene e se la sua vita matrimoniale è buona». Ringrazia invece che non ti riempiono di botte…

Sessuomania islamica

Fine del Ramadan. Momento liberatorio dopo un mese di “punizione” della carne con i digiuni rigorosi e condivisi. E l’Aid el Fitr la festa con cui appunto si chiude il mese in cui secondo il precetto coranico si dovrebbe imparare l’autodisciplina, l’appartenenza ad una comunità, la pazienza, l’amore per Dio, le privazioni, arriva benedetto come momento liberatorio. È così che da alcuni anni, quella liberazione viene vissuta come permesso di eccessi. Sono soprattutto gli adolescenti che, reinterpretando l’Aid el Fitr come un carnevale senza freni, approfittano dell’occasione per molestare le ragazze alla luce del sole.
EPIDEMIA – Nelle zone del centro di Cairo, nella mitica Plaza Tahrir la percezione che tutto sia possibile e impunito si trasforma in vere e proprie aggressioni in branco: impossibile difendersi, difficile riconoscere l’autore per le ragazze che nei parchi, nei cinema diventano vittime di una sessualità repressa e mal educata. Secondo il giornale Masry al youm, la polizia nelle ultime ore ha arrestato 32 ragazzi per oltraggio a giovani donne. E, mentre la società egiziana sta prendendo atto che il fenomeno non nuovo ha preso le dimensioni di un’epidemia, si sta chiedendo di rendere più severe le pene per i delitti sessuali.
VOLONTARI – Negli ultimi mesi si sono attivati settori democratici della società civile. Certo la questione resta «una cosa tra uomini». Per aiutare le ragazze a evitare le aggressioni è stata pubblicata su internet un «harassmap» con le zone più a rischio del Cairo. E negli ultimi tre giorni è nato l’Imprint Movement con gruppi di volontari che girano nei parchi e per le strade in metro con il fine di dissuadere gli aggressori.

Punti di vista…

E’ finito il mese del Ramadan e a Milano è polemica sulla mancata partecipazione del sindaco Pisapia alle celebrazioni all’Arena. Il magistrato Guido Salvini, il giudice che da Piazza Fontana al calcio scommesse si è occupato di gran parte dei casi che hanno scritto la storia contemporanea in Italia, manda a Panorama.it una riflessione aperta sulla questione e sul senso dell’assenza del primo cittadino milanese alla festa religiosa. Ecco le sue parole:
Il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, nel rispondere all’invito di alcune associazioni islamiche a partecipare all’Arena alla cerimonia di chiusura del Ramadan, è in corso in una duplice confusione. Prima non ha dato una risposta chiara, creando l’aspettativa di una sua presenza, poi si è giustificato dietro il diritto a godere le, pur meritate, ferie. È mancata, come altre volte, la volontà di riflettere sui principi che dovrebbero delimitare, una volta per tutte, i compiti delle cariche civili e delle cariche religiose. Il Ramadan è un evento esclusivamente religioso. Chi lo organizza avrebbe potuto invitare il Vescovo o un suo rappresentante, un prete ortodosso o un Rabbino, dando un profondo segnale apertura al dialogo, che a quanto sembra non vi è stato. Ma la presenza del Sindaco in eventi simili è del tutto fuori luogo dato che, come autorità civile, non dovrebbe propendere o mostrare più “interesse” per alcuna delle forze in campo sul mercato religioso. Un principio che dovrebbe valere per tutte le fedi. Uno dei capi della comunità islamica Abdel Shaari, insoddisfatto del dono dell’Arena Civica per i giorni del Ramadan e della presenza comunque di un assessore, ha accusato il Sindaco di “mancanza di rispetto” nei confronti dei suoi correligionari e, con espressione poco gradevole, ha ricordato che questo “sgarbo” sarà “segnato nella memoria dei musulmani”.
Il portavoce islamico ha un’idea singolare del “rispetto” in una società laica. Ognuno di noi, amministratore o cittadino che sia, ha il dovere di fare attenzione a che ciascuno possa partecipare alle manifestazioni del suo culto e, in questo senso il problema delle Moschee a Milano è ancora aperto, e possa farlo liberamente senza essere disturbato e senza disturbare gli altri. Ma qui finiscono gli obblighi e ciò non comporta l’omaggio forzoso che Shaari pretenderebbe, anticamera psicologica di ogni società teocratica. La libertà consiste anche nella giusta distanza. Certamente chi partecipa a Ramadan non è un estraneo alla città. Serve, da parte dell’Amministrazione, il dialogo e l’impegno sui problemi concreti che incontrano nella vita di tutti i giorni. Questo vuol dire rapportarsi con gli stranieri non in quanto “fedeli” ma in quanto “immigrati” e su temi quali la casa, la sanità, il lavoro, l’istruzione. Per tutto ciò non serve il Ramadan ma ci sono, dai tempi delle prime amministrazioni socialiste del dopoguerra a Milano, i partiti, sindacati, le associazioni di inquilini, quelle che si occupano dei minori e così via. Gli immigrati presenti a Milano dovrebbero abituarsi a misurarsi con l’Amministrazione in quanto cittadini o aspiranti tali e non come fedeli e non solo attraverso i loro capi religiosi, invadendo in ogni momento con la religione la sfera pubblica. Si continua a dimenticare che diritti passano attraverso la cittadinanza individuale e la rappresentanza politica. Non passano attraverso una pericolosa rappresentanza religiosa che trasforma i capi religiosi in “sindaci di fatto” degli stranieri con un pieno potere di controllo sulle comunità e con l’effetto di indurre anche i meno zelanti a credere che l’integrazione sia possibile solo tramite il canale confessionale.
Alla celebrazione dell’Arena poi non pregano tutti i musulmani ma solo quelli del Centro di viale Jenner e di altri gruppi almeno in un recente passato piuttosto radicali mentre altre associazioni, più “moderate” o comunque concorrenti, come la Casa della Cultura Islamica, si sono riunite al Palalido o in altre sedi. Che senso avrebbe avuto per un Sindaco scegliere? La presenza o meno al Ramadan ha poi altri aspetti più spinosi su cui si preferisce tacere. Uscendo dall’ipocrisia, presenziare al Ramadan non è propriamente partecipare ad una festività natalizia. Non è una questione di numero di fedeli o della tradizione italiana di una festa ormai molto laicizzata. Forse al Natale è più facile presenziare mantenendo il proprio “orgoglio laico” semplicemente perché secoli di impegno e di pensiero illuminista hanno quantomeno molto eroso la pretesa della Chiesa Cattolica di sovrapporre le leggi religiose a quelli civili. Al Ramadan dell’Arena invece uomini e donne continueranno a pregare ben separati e molte donne probabilmente con abiti vicini al burqa. Del resto sermone finale sarà tenuto da uno dei fondatori del partito tunisino di governo Ennahda. Il partito islamico che ha proposto nella nuova Costituzione un articolo che stabilisce che la donna “è complementare all’uomo” in seno alla famiglia e a lui “associata nello sviluppo della patria”, cancellando così l’uguaglianza almeno formale precedente. Siamo sicuri che le donne che partecipano al Ramadan milanese godano in famiglia e in tutta la loro vita delle libertà civili? Si può presenziare fingendo che questo dubbio non esista?

Tornano i barconi…

Sui benefici dell’immigrazione, sulla “loro” cultura e sulla “loro” barbarie; qui e anche qui. Senza guardare troppo altrove ad esempio in egitto nel dopo Mubarak. E nel frattempo, orde di tunisini (e in tunisia non c’è nessuna guerra in atto… anzi, ora vige addirittura la democrazia), arrivano in italia… e i lampedusani, tacciono… sarà perchè il premier non è più il berlusca?
Ricominciano gli sbarchi di massa a Lampedusa. Solo ieri so­no giunti sull’iso­la oltre 400 clande­stini, nella mag­gioranza, se non tutti, tunisini. Ripresi gli sbarchi a LampedusaAn­che se parlare di sbarchi non è cor­retto, perché si tratta di accompa­gnamenti, di pre­sa in consegna dei clandestini – detti «migranti» secon­do il pi­agnisteo po­liticamente corret­to – in alto mare e loro traghetta­mento sulla terra­ferma. E non sia­mo di fronte al soc­corso umanitario – mare in burra­sca, carrette del mare lì lì per sfa­sciarsi, condizio­ni disumane oltre a mancanza d’ac­qua e di cibo – sul quale non si discu­te. Ma proprio di una procedura di benvenuto. I due natanti sul quale erano imbarcati i 400 tunisini so­no motopescherecci in buono sta­to, l’uno di 16 e l’altro di 12 metri. Il mare era mosso, ma di quel mo­to ondoso ben sopportato anche dai bagnanti in pattino. E nessu­no dei «migranti» dava segno di di­sidratazione o inedia. Entrambi i pescherecci sono stati avvistati dal servizio di pattugliamento, un aereo islandese in missione per conto della Frontex (l’agen­zia europea per il coordinamento del pattugliamento delle frontie­re esterne aeree, marittime e ter­restri degli Stati dell’Unione) e un elicottero della nostra Marina mi­litare.
Segnalate le due imbarca­zioni con prua su Lampedusa, al­la prima le è andata incontro una squadra composta da una moto­vedetta della Guardia di Finanza, una nave della Marina militare e tre motovedette della Capitane­ria di Porto assistite da due elicot­teri. Alla seconda una flotta com­posta da due navi della Marina e due motovedette della Guardia costiera, ovviamente assistite da un elicottero. In totale, sette unità navali e tre aeree (figuriamoci i co­sti). Neanche si fosse dovuto an­dare in soccorso dei naufraghi del Titanic. In ogni modo, i clan­destini, tutti in buona salute (la traversata dalla costa tunisina a Lampedusa è di cento e sessanta chilometri per cui anche andan­do a 15 nodi in sei-sette ore si è a destinazione) sono stati trasbor­dati dai pescherecci alle unità na­vali che li hanno felicemente e confortevolmente condotti alla meta.
Questo per dire che grazie a ciò che Roberto Maroni giustamente definisce «buonismo peloso» (ci torneremo subito) praticato in specie da questo governo che van­ta addirittura un Ministero per l’Integrazione all’insegna «del­l’Avanti c’è posto», si è come ste­so u­n tappeto rosso tra i centri nor­dafricani di smistamento dei clan­destini e le coste della madrepa­tria. Che così sono diventate le preferite, scalzando quelle spa­gnole da quando Louis Rodri­guez Zapatero ebbe l’idea di bloc­care l’immigrazione clandestina armi alla mano. Nessuno vuole che si giunga a tanto, per carità. Neanche pensarci. Però, qualco­sa si deve pur fare per scrollarci di dosso l’etichetta di Paese-Bengo­di del Clandestino. Ad esempio procedendo al rimpatrio imme­diato quando sussista la certezza che i «migranti» siano tali e non perseguitati politici con diritto d’asilo (categoria alla quale il «buonismo peloso» vorrebbe far comprendere chiunque metta piede- clandestinamente- in Ita­lia). E qui torniamo a Roberto Ma­roni. Riferendosi ai 400 e passa sbarcati ieri l’ex ministro ha man­dato a dire: «Vengono dalla Tuni­sia, non sono profughi ma clande­stini e possono essere rimpatriati subito in base all’accordo da me fatto un anno fa. Ministro Cancel­lieri, coraggio, non si faccia frega­re dal buonismo peloso di qual­che suo collega di governo». Paro­le sante.

Milano, arena civica

MILANO – Sono terminate domenica mattina poco dopo le 10, all’Arena Civica, le celebrazioni per la festa di chiusura del Ramadan, il mese sacro per i fedeli musulmani. E’ la prima volta che la maggior parte delle comunità milanesi islamiche festeggiano insieme questa ricorrenza. La festa è stata organizzata dal Caim, il Coordinamento delle associazioni islamiche milanesi. Quasi diecimila persone di molte nazionalità diverse (egiziani, somali, bengalesi, tunisini, marocchini) erano presenti all’Arenacivica. L’afflusso dei fedeli, arrivati in gran parte con i mezzi pubblici, è stato regolato da un servizio d’ordine presente ai semafori, agli incroci e fuori dalle stazioni della metropolitana. Un’area all’interno dell’Arena era dedicata a donne e bambini.
I DISCORSI – Prima dell’inizio della preghiera, guidata dall’Imam Abdelfattah Mourou, gli organizzatori e l’assessore Cristina Tajani hanno parlato al pubblico. Toni distesi sulla polemica dei giorni scorsi per l’assenza del sndaco Giuliano Pisapia, definita come uno sgarbo dal Abdelhamid Shaari, presidente dell’Itsituto culturale islamico di viale Jenner. Il rappresentanti del Caim hanno accolto la Tajani che ha detto «in questo momento rappresento il sindaco di Milano fuori da ogni polemica», ma poi hanno rilanciato, invitando il sindaco alla prossima festa del sacrificio, che si terrà il 26 ottobre. L’assessore Tajani ha poi sottolineato che «Il mese del Ramadan è anche il mese della solidarietà e dell’attenzione verso chi ha più bisogno. Questa attenzione è ancor più necessaria in un momento di crisi economica in cui molti nostri concittadini soffrono le conseguenze della perdita del lavoro. È verso queste persone, spesso giovani, che deve andare la solidarietà concreta delle istituzioni, civili e religiose».
IL SALUTO DI SCOLA – Non è stato invece neppure citato il saluto mandato alla comunità musulmana dall’arcivescovo di Milano Angelo Scola, sebbene il rappresentante della diocesi Don Giampiero Alberti avesse esortato a farlo. «Ho consegnato il messaggio e Davide Piccardo (il portavoce del Caim) lo ha messo in tasca – ha spiegato don Alberti – Mi sembra che avrebbe potuto essere citato. Mi dispiace che si sia persa un’occasione per mostrare tanti anni di collaborazione». Poco dopo Piccardo ha ribattuto che «abbiamo ricevuto tanti messaggi ma a questa celebrazione abbiamo invitato solo le istituzioni». Più tardi anche don Alberti ha smorzato la polemica: «Forse si è trattato di un disguido perchè alla fine, al momento dei saluti, hanno ricordato anche il messaggio del cardinale» ha detto il responsabile per il dialogo interreligioso della diocesi di Milano: «Da quindici anni lavoriamo con tutte le comunità islamiche e abbiamo ottenuto buoni risultati. Anche nei giorni scorsi abbiamo visitato le varie comunità e abbiamo consegnato il saluto del cardinale. Oggi forse c’è stato un disguido ma tutto si è risolto perchè alla fine è stato citato. Tra l’altro è stato fatto anche un discorso importante di apertura dell’Islam»
LA REPLICA – Nel pomeriggio la precisazione di Davide Piccardo: «Il messaggio dell’arcivescovo di Milano Angelo Scola è stato apprezzato e l’Imam lo ha citato. Non c’è nessuna ostilità con la Curia e anzi spero che chi ha sollevato la polemica possa ravvedersi» ha detto il coordinatore del Caim. «Il nostro Imam ha fatto un riferimento al messaggio del cardinale. Quando si porta un messaggio – precisa Piccardo – non si può decidere anche su come deve trasmesso. Per la nostra comunità oggi è stata una giornata storica, quasi 20mila persone, una grande unità nella diversità con tutte le comunità: un giorno di festa e di grandissima partecipazione».
Alessandra Coppola

Islam, italia e integrazione

Ha sempre espresso la sua contrarietà a portare il velo e a non sposare l’uomo che la famiglia aveva scelto per lei. E ne ha pagato le conseguenze. Una neodiciottenne marocchina è stata aggredita e picchiata dal padre, incontrato casualmente al centro commerciale GrandEmilia di Modena. Calci, pugni, ginocchiate al volto e frattura del setto nasale: una prognosi di oltre 21 giorni e la denuncia d’ufficio da parte delle forze dell’ordine per lesioni aggravate. La ragazza – come riferiscono le Gazzette di Modena e Reggio – ancora minorenne era stata allontanata dalla famiglia, dopol’intervento dei servizi sociali, e collocata in una comunità nel Modenese. Raggiunta da poco la maggiore età, ha lasciato la struttura e probabilmente vive da amici, senza contatti con la famiglia. Fino all’altra sera, quando padre e figlia si sono incontrati per caso al centro commerciale e l’uomo l’ha aggredita davanti ai clienti del market. All’arrivo dei vigilantes, il maghrebino è uscito e se n’è andato in auto, mentre la ragazza è stata medicata all’ospedale.