Popolazione carceraria

Il 65% della popolazione carceraria in italia, è formata da stranieri di ogni nazionalità. Lo hanno detto proprio stasera al tg. E dunque, siamo proprio così tanto sicuri che gli stranieri sono un “arricchimento culturale”, “ci pagano le nostre future pensioni”, “fanno lavori che gli italiani non vogliono più fare”? O tutti stanno in carcere per razzismo, per errore di persona o per errore giudiziario?

Un commento preso dal giornale: Ministro Maroni, non è questo il momento di farci ridere: “Ora via tutti”! Tu pensi: via tutti, cioè tutti rimpatriati, e invece no. Trasferiti, Poi, chissà quando, rimpatrati a botta di uno alla volta. Siamo andati a prenderli a 50/60 miglia appena avvistati e ora ce li teniamo. Altro che se ce li teniamo. Ci vuole tanto ad adottare la via australiana? Aiuti in mare: cibo, acqua e poi dietro front a casa. Infine, Bernardino de Rubeis, è lo stesso ineffabile sindaco che mesi fa esaltava la capacità di accoglienza dei lampedusani nei confronti di questi pseudoprofughi? Come a dire venite, venite, non sarete che dei benvenuti…

Guerriglia a Lampedusa: extracomunitari in rivolta. Il Viminale: “Ora via tutti” di Sergio Rame

Lampedusa – Lampedusa come una polveriera pronta a esplodere. Ancora scontri, ancora proteste. Nei pressi del porto vecchio, diverse centinaia di tunisini hanno caricato le forze dell’ordine (guarda la gallery). Nel giro di poche ore i disordini hanno contagiato diverse parti dell’isola e si sono trasformati in una vera e propra caccia all’uomo. “La situazione è tragica, siamo stanchi di essere ignorati dal governo: siamo in presenza di 1500 delinquenti – ha tuonato il sindaco Bernardino De Rubeis – non accettiamo più un solo immigrato”. E il sottosegretario all’Interno con delega all’immigrazione, Sonia Viale, ha assicurato che “entro le prossime 48 ore tutti i clandestini presenti a Lampedusa saranno trasferiti per essere poi rimpatriati”.

All’inizio delle proteste gli immigrati si sono impossessati di tre bombole del gas all’interno del vicino ristorante “Delfino blu” e hanno minacciato di farle esplodere. A questo punto le forze dell’ordine, in assetto anti sommossa, hanno cercato di disperdere i manifestanti caricando a più riprese la folla. Gli scontri hanno coinvolto anche alcuni abitanti dell’isola, che hanno dato vita a una fitta sassaiola nei confronti degli immigrati, che hanno risposto lanciando a loro volta pietre e suppellettili. Subito dopo la rivolta ha contagiato tutta l’isola: altri scontri sono avvenuti all’interno del Centro di prima accoglienza dove si trovano ancora un centinaio di immigrati. Anche qui gli extracomunitari hanno lanciato sassi contro gli agenti che stavano presidiando la struttura. Al termine degli scontri sono stati portati nel poliambulatorio dell’isola i primi feriti appartenenti alle forze dell’ordine. Il responsabile sanitario, Pietro Bartolo, ha chiesto l’invio di altre ambulanze dal centro di accoglienza.

Accoglienze, ringraziamenti e pretese

Non sono rifugiati politici e non hanno diritto di richiedere asilo politico, sono clandestini e, come tali, vanno rimpatriati… nel frattempo, chi paga le loro devastazioni? Il governo di transizione tunisino e i suoi contribuenti oppure i contribuenti italiani?
MILANO– L’esasperazione degli isolani si mischia alla rabbia degli extracomunitari nel Cie di Contrada Imbriacola a Lampedusa. Un incendio di vaste proporzioni è scoppiato in pomeriggio nel centro accoglienza che al momento ospita circa 1300 immigrati. Di questi 1200 tunisini che nei giorni scorsi hanno protestato contro i rimpatri e circa 800 sono riusciti a scappare. E in 400 sono stati rintracciati dai carabinieri vicino al molo Favaloro, gli altri sono attualmente ricercati su tutta l’isola.
L’INCENDIO- La zona è presidiata dalle forze dell’ordine e dai vigili del fuoco, che stanno tentando di circoscrivere le fiamme. L’incendio, appiccato in diversi punti, ha causato una densa nube di fumo nero sospinta dal vento verso il centro abitato. Non è la prima volta che il centro di accoglienza viene dato alle fiamme. Un episodio analogo, con danni consistenti alla struttura, si era registrato nel febbraio del 2009.
L’ALLARME– Il sindaco dell’isola, Bernardino de Rubeis, lancia l’allarme: «Il centro è interamente devastato, è tutto bruciato, non esiste più e non può più ospitare un solo immigrato. Lampedusa non ha più un posto. È l’ora che il governo intervenga dopo tanto immobilismo. Avevano avvertito tutti su quello che poteva succedere ed è accaduto».

Immigrati tunisini protestano contro i rimpatri. E le proteste degli isolani. Lampedusa in fiamme. Il Cie devastato dalla rivolta. In fuga 800 persone. 300 agenti in assetto antisommossa al campo di calcio

LAMPEDUSAMille tunisini in rivolta hanno incendiato i materassi delle camerate distruggendo il centro accoglienza da dove chiedevano di andare via. E la più rovente estate di Lampedusa finisce tra le fiamme, sotto una nube acida che si alza verso il cielo e ricade sul centro abitato, fra gli alberghi, per fortuna con meno di dieci feriti e intossicati. Un incendio per fuggire dall’isola, per dire no ai rimpatri diretti sull’asse Lampedusa-Tunisi. Una rivolta guidata dai più violenti dei 1.200 ospitati nel devastato Cie, mentre dieci minori arrivati venerdì con un barcone annaspano terrorizzati, centinaia di immigrati fuggono da contrada Imbriacola verso le stradine del paese e una teoria di disperati compare fra i pub del corso, invade il molo, il porto, la costa davanti ad alberghi, pensioni e case dei turisti, incrociando i pompieri, scappando alla vista dei cellulari della polizia, dileguandosi in parte fra I sentieri di campagna.

NOTTE AL GELO – Un inferno nell’isola senza pace dove il campo sportivo diventa ancora una volta rifugio notturno, simile ad una prigione, per fortuna sotto un cielo terso, ma spazzato da un vento gelido. Triste replay che porta indietro alle immagini sconvolgenti di febbraio o marzo, alla “collina del disonore”, annullando la mole di promesse frattanto rovesciate qui da tutti i potenti. A cominciare da Silvio Berlusconi, fino alle recentissime rassicuranti visite lampo del sottosegretario all’interno Sonia Viale e del ministro della Difesa Ignazio La Russa. Tanto che il sindaco Dino De Rubeis aveva provato a rasserenare gli animi di commercianti e albergatori, a far calare la tensione dei suoi concittadini riferendo venerdì scorso una telefonata con il ministro Roberto Maroni: «Mi ha garantito che mille tunisini entro un paio di giorni saranno trasferiti tutti in altri centri sparsi sul territorio italiano. Mi ha anche spiegato le difficoltà che ci sono state per i rimpatri dei giorni scorsi. Maroni dovrà a breve tornare in Tunisia, per rimodulare gli accordi ma questa volta, lo farà insieme a Frattini ed interagiranno con i rispettivi ministri di quello Stato…».

«E’ UNA GUERRA» – Ma al quarto giorno da quelle parole, tossendo, coprendosi la bocca per cercare di non respirare fumo, esplode la rabbia di quest’omone che ha sempre teso la mano agli immigranti: “Questa è ormai una guerra e i cittadini di Lampedusa reagiranno. Anche perché non abbiamo di fronte la massa dei profughi sub sahariani, ma centinaia di giovani tunisini che vogliono tutto e subito con arroganza, proprio come delinquenti, pronti a mettere a repentaglio la nostra e la loro vita”.

“CI SCAPPA IL MORTO” – Che la situazione sia incandescente lo conferma il responsabile del poliambulatorio Pietro Bartolo, il medico arruolato da De Rubeis come assessore alla Sanità: “Ho soccorso gli intossicati, compreso un immigrato paraplegico al quale avevo fatto avere una sedia a rotelle sperando che lo portassero in un altro centro italiano. Invece li fanno restare qui anche due mesi e con tutta la buona volontà delle forze di polizia il Centro diventa una bomba ad orologeria, stanchi ed esauriti come sono questi disperati. Che cosa si aspetta? Qui prima o poi ci scappa il morto”.

TUTTO PREVEDIBILE – Che l’incendio del Centro fosse prevedibile lo avevano ribadito con ripetuti allarmi le organizzazioni umanitarie. È il caso di “Save the Children”, adesso preoccupata per le condizioni inaccettabili in cui sono ospitati tanti minori. Ovvero dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) in Italia, come spiega Flavio Di Giacomo, responsabile della comunicazione: «Da giorni all’interno della struttura di accoglienza si era creata un’atmosfera molto tesa a causa dell’alto numero di migranti tunisini, oltre 1.300, e per la seconda volta in due anni e mezzo ci troviamo di fronte a un incendio che mette a rischio l’incolumità di migranti e operatori».

CARCERE A CIELO APERTO – A scrivere «adesso basta» sono Lino Maraventano e Rosangela Mannino, presidente e vicepresidente dell’associazione che riunisce commercio, turismo e servizi: «Non possiamo più sopportare che Lampedusa e Linosa siano utilizzate come un carcere a cielo aperto e si possa consentire l’arrivo sull’isola di migliaia di immigrati al giorno… Lampedusa non é Alcatraz, non è uno specchietto per le allodole, vuole essere liberata da una morsa che la sta letteralmente soffocando». Al di là delle distanze politiche, l’appello al governo per non lasciare l’isola in balia di un’emergenza continua parte anche dal Pd e dalla leader di Legambiente Giusi Nicolini, responsabile della riserva protetta: «Non si può perdere altro tempo per trovare soluzioni concrete rendendo civile la vita di chi sta qui e di chi arriva in cerca di aiuto». Cresce comunque la rabbia mentre un volo speciale ne porta via cento in una notte che non finisce mai. Svegli i vigili del fuoco costretti a controllare i residui focolai di un padiglione ormai da abbattere e svegli i trecento agenti in assetto antisommossa raccolti attorno al campo di calcio, stipato da tunisini decisi a tutto pur di andare via da Lampedusa, ma senza essere rimpatriati.

Le dodici moschee

Come di tanto in tanto, si parte da un commento: “Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio e il Suo Messaggero hanno dichiarato illecito, e coloro fra quelli cui fu data la Scrittura, che non s’attengono alla Religione della Verità. Combatteteli finché non pagano il tributo, uno per uno umiliati”(Corano, IX 29)[1] . Parole dettate dal profeta Maometto dopo aver ordinato, e partecipato in prima persona, all’assassinio di un tribu di 650 ebrei medinesi colpevoli solo di non voler abiurare la loro fede. Quanto all’integrazione invocata da tanti buonisti basta leggere i fatti di cronaca per rendersi conto di cosa intendono i musulmani per integrazione. Padri, madri, fratelli e sorelle che condannano chi vuole veramente integrarsi arrivando fino all’omicidio. Per l’islam l’integrazione esiste solo a senso unico : vengono in casa nostra per integrare noi, con le buone oggi con le cattive domani, non per adeguarsi alle nostre leggi e «integrarsi». A termini e proseguendo con questo andazzo la miglior condizione che ci si prospetta e quella di diventare «dhimmi», l’alternativa la morte per apostasia.
Dodici moschee. Una per ciascun centro islamico. Il disegno di Palazzo Marino era già chiaro – una volta accantonato il progetto (tutto elettorale) di un unico grande «duomo dell’islam». Ora è finito nero su bianco anche il numero. Lo ha riportato il «Mattino di Padova»: «Abbiamo deciso di realizzare – avrebbe detto il sindaco, nel corso di un incontro nella cittadina veneta con il collega Flavio Zanonato – dodici moschee in altrettante aree della città, evitando così di costruire un unico centro islamico come invece inizialmente avevamo pensato». Dunque 12 luoghi destinati a ospitare le attività culturali, sociali e anche di culto che le associazioni musulmane conducono, con vario orientamento, nelle attuali sedi, in gran parte piccole, inadeguate e insicure. Ieri sera lo stesso Pisapia ha smentito: «Non è stata presa nessuna decisione né sul numero né sull’ubicazione di questi centri di preghiera».
Sarà dunque dedicato a questo, l’incontro che, come programmato da tempo, oggi sarà ospitato a Palazzo Marino: un vertice con le comunità religiose cittadine a cui parteciperà mezza giunta; oltre al vicesindaco Maria Grazia Guida, ci saranno gli assessori alla Sicurezza, Marco Granelli, allo Sport Chiara Bisconti e all’Urbanistica Lucia De Cesaris. Una formazione che prefigura già un ordine del giorno piuttosto concreto, che va al di là di un semplice dialogo preliminare. Al di là di un lavoro «per commissioni» su temi come la condizione delle donne, la scuola (con l’insegnamento della lingua araba), e il lavoro (si parla del problema della pausa del venerdì, giorno tradizionalmente dedicato alla preghiera più importante). «Si inizierà a ragionare dei luoghi di culto esistenti – conferma Davide Piccardo, portavoce del Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano, che ha incassato l’adesione di altre due sigle, fino dunque al numero di dodici – i luoghi devono essere accessibili, dignitosi, trasparenti». Quanto al ruolo del Comune, Piccardo è molto netto: «Le spese le sosteniamo da sempre noi, il Comune non fa le moschee, il ruolo del Comune sarà di accompagnamento nel dialogo con i quartieri e i privati, per dare tranquillità. Il tempo della paura è passato – conclude il portavoce del Caim – i problemi sono di ordine pratico».
Non la vede così il vicepresidente del Consiglio comunale, ed ex assessore alla Sicurezza, Riccardo De Corato, del Pdl, che torna a ribadire il suo «no» al progetto di Palazzo Marino. «Da oggi – ironizza De Corato – il Comune si trasforma in un’immobiliare islamica». Dello stesso tenore la posizione della Lega, che con il consigliere Alessandro Morelli, attacca: «Con una giunta come questa, che nel momento di crisi per migliaia di famiglie si occupa di priorità fasulle per la città, capisco le sempre maggiori richieste da parte degli islamici che chiedono permessi di lavoro, pause più lunghe e la creazione di corsi di educazione civica gestiti loro e non dal Comune. Il prossimo passo saranno le madrasse?». Dal Pd Pierfrancesco Majorino fa sapere: «Quello che faremo come istituzione è una verifica approfondita sull’idoneità dei luoghi scelti per il culto».

Milano, 2 notizie

Milano – Domani a Palazzo Marino i musulmani andranno a Palazzo Marino per chiede una moschea.”Sono pronte le proposte che i musulmani che risiedono a Milano avanzeranno domani al Comune nell’incontro programmato con il vice sindaco Maria Grazia Guida”. E’ quanto ha annunciato il portavoce del Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano. E gli islamici sembrano davvero “coordinati” visto che porranno sul tavolo del comune una lista fitta di richieste. “In questo incontro speriamo si possano definire le commissioni che inizieranno a lavorare sui diversi temi di interesse comune: in primis la questione dei luoghi di culto con l’adeguamento degli spazi esistenti e la ricerca di nuove soluzioni per affrontare le emergenze e portare avanti una strategia di decentramento efficiente e sostenibile. Poi proporremo di avviare un lavoro ad hoc su seconde generazioni, donne, scuola e lavoro”, ha aggiunto il portavoce.
Il rapporto con il comune. Secondo il Caim l’amministrazione attuale sarebbe sulla stessa linea degli islamici milanesi: “L’amministrazione condivide la nostra proposta per una Milano che diventi laboratorio a livello nazionale per la libertà di culto”. E gli islamici chiedono anche sconti sull’orario di lavoro chiedendo “una pausa più lunga il venerdì per consentire ai fedeli di pregare in moschea, o permessi per le due grandi festività islamiche”.
Milano – “Un aiuto folle e vergognoso”. Il leghista Matteo Salvini non usa mezzi termini per condannare l’amministrazione giudata dal sindaco Giuliano Pisapia che si è proposta di regolarizzare entro fine anno il Leoncavallo, lo storico centro sociale di Milano. Pisapia ha, infatti, deciso di avviare un tavolo con le associazioni che animano lo spazio occupato e la proprietà dell’immobile per raggiungere una soluzione. “I giovani milanesi hanno ben altri bisogni”, tuonano i lumbard accusando il neosindaco di legittimare chi vive nell’illegalità.
Il portavoce del Leoncavallo, nonchè coordinatore cittadino di Sel, Daniele Farina esulta. E’ una vittoria per il Leoncavallo. Dopo aver rassicurato la comunità musulmana garantendo la costruzione delle moschee di quartiere, adesso Pisapia paga il dazio anche ai no global dei centri sociali. Il primo appuntamento è in programma per la metà della settimana prossima e si dovrebbe svolgere in uno degli assessorati interessati alla partita. Il ruolo di Palazzo Marino sarà quello di “facilitatore affinché le parti trovino l’accordo”, ha spiegato Farina che ha sottolineato come il Leoncavallo “non chieda soldi al Comune ma di operare su un piano amministrativo per facilitare il raggiungimento del risultato”. Dopodomani perciò potrebbe essere l’ultima mattinata passata dai militanti del centro sociale ad attendere l’ufficiale giudiziario per lo sfratto. “I tempi sono maturi, si poteva fare anche in passato ma si sono persi molti anni”, ha proseguito il portavoce dello spazio occupato che si è augurato che l’opposizione di centrodestra “non alzi barricate ideologiche”. La regolarizzazione potrebbe passare per “diverse strade”, vista “la buona volontà delle parti”.
Ed è subito polemica. Il centrodestra attacca duramente la decisione di Palazzo Marino di fiancheggiare l’illegalità. “La messa a norma del Leoncavallo e, a breve, di altre realtà simili, non solo non mi convince mami preoccupa, al pari della stragrande maggioranza dei cittadini milanesi – tuona l’assessore regionale alla Sicurezza, Romano La Russa – al di là degli aspetti pseudo culturali con cui si sono sempre trincerati i frequentatori dei centri in questi luoghi di pseudo aggregazione, è noto atutti che l’illegalità e il non rispetto delle regole ha, spesso, caratterizzato l’attività di queste realtà”. Una serie di provvedimenti di facciata non faranno certo cambiare la testa e la mentalità di chi, negli anni, ha coltivato non solo una cultura della protesta ma anche dell’odio e dello scontro fisico e verbale. “Tutti sanno che il Leoncavallo – conclude l’esponente del Pdl – è ormai diventato un’impresa commerciale a tutti gli effetti, forte di ungiro di affari stimato in vari milioni di euro. Ma se è così, non dovrebbe competere ad armi pari con le altre aziende e realtà imprenditoriali cittadine?”. In primis, pagando le tasse e i contributi come tutti. Quindi, assumendo i dipendenti, emettendo regolari scontrini fiscali e rispettando. Solo in questo caso il centrodestra sarebbe disposto ad aprire il dialogo con il Leoncavallo.
Nessun sindaco e nessun assessore delle precedenti giunte si è mai seduto ad un tavolo con i rappresentanti del Leoncavallo. Per la prima volta Palazzo Marino decide di trattare con un centro sociale. “Senza ricordare i suoi nefasti precedenti degli ultimi trent’anni fatti di violenze fisiche nei confronti di chi si opponeva alla loro logica di violenza e soppraffazione – tuona l’ex vicesindaco Riccardo De Corato – il Loncavallo ha visto una serie incredibile di violazioni di leggi e normative che sono sotto gli occhi di tutte le istituzioni e che Pisapia e la sua giunta conoscono benissimo”. Che una trattativa del genere fosse nell’aria lo si poteva intuire, visto che Pisapia deve pagare il prezzo della sua elezione ai centri sociali. Il Pdl assicura tuttavia battaglia. “Contrasteremo in città e nelle aule di Palazzo Marino con ogni mezzo lecito – conclude De Corato – quella che aprirebbe una strada pericolosa visto che bisognerà dimostrare l’interesse pubblico intorno a una vicenda urbanistica di questa portata, e sopratutto visto chi sarebbero gli interlocutori del Comune”. Intanto l’associazione delle “Mamme antifasciste” del Leoncavallo, una delle associazioni che animano il centro sociale, ha deciso di querelare Salvini che ha definito “folle e vergognosa” l’intenzione del Comune di “aiutare chi semina e distribuisce droga con eventi pubblici”. “Mi querelano? Sono pronto a confrontarmi congli occupanti del centro sociale sui modelli di vita e sulla visione di Milano diversi, se vogliono anche nel centro – ribatte l’esponente del Carroccio – chi non condanna con fermezza l’uso e la diffusione di qualsiasi droga e occupa abusivamente non può dialogare con il Comune”.

Disonore il sesso con l’infedele

MILANO – L’uomo egiziano di 61 anni, arrestato per aver cercato di soffocare la figlia, lo scorso 4 settembre, ha agito ritenendo che doveva «salvare l’onore della famiglia considerando un disonore per la religione musulmana»  il fatto che la ragazza di 17 anni avesse avuto «un rapporto sessuale con il fidanzato» non musulmano. Lo scrive il pm di Milano Gianluca Prisco nel formulare l’ipotesi di reato di tentato omicidio aggravato, ipotesi accolta dal gip Vincenzo Tutinelli che ha ordinato il carcere per Ahmed A. H.
IL TENTATIVO DI SOFFOCAMENTO – Stando al capo d’imputazione, l’egiziano, nato a Il Cairo e residente a Milano, «dopo che la figlia gli aveva comunicato di avere avuto un rapporto sessuale con il fidanzato, considerando quindi un disonore intrecciare una relazione sentimentale con una persona estranea alla religione musulmana, pianificava per l’intera notte il modo per punire la figlia». In particolare, il 4 settembre, l’egiziano, come riporta il capo d’imputazione, «dopo aver atteso che la moglie uscisse dall’abitazione, si introduceva furtivamente nella stanza della ragazza e, approfittando della penombra, le infilava la testa in una busta di plastica» bloccandole «il petto con i gomiti». Durante il tentativo di soffocamento, l’uomo avrebbe detto alla figlia «non dovevi farmi questo, devi pagarla», continuando «ad intrecciare i manici della busta intorno al collo».
«FUTILI MOTIVI» – Ad un certo punto il padre e la figlia erano caduti a terra e lui era salito «a cavalcioni sulla schiena della ragazza, continuando a stringere i manici ed a cingerle il collo anche con il braccio».  «Io – ha detto la ragazza, che ha denunciato tutto alla polizia – cercavo di tranquillizzarlo citando versi del Corano e cercando di fargli capire che se Dio avesse dovuto punire qualcuno, quella sarei stata io». Solo la «ferma reazione» della 17enne che «ha lottato per liberarsi dalla busta», mordendo anche il braccio al padre, le ha permesso di liberarsi. Il pm ha contestato all’egiziano l’aggravante dei futili motivi «consistiti nell’aver agito per salvare l’onore della famiglia considerando un disonore per la religione musulmana congiungersi carnalmente con persone di fede differente». Contestate anche l’aggravante della parentela e quella della premeditazione.

Arricchimenti kulturali

Milano – Gesto di pura follia o incredibile esempio di ignoranza e mancata integrazione? Purtroppo non è la prima volta che succede. Un egiziano 61enne non accettava che la figlia minorenne uscisse con un ragazzo italiano. E così ha pensato di risolvere il problema tentando di soffocarla. Per fortuna non è riuscito nel suo folle intento ed è stato arrestato. L’uomo, Hamed H. A., di fede musulmana, è accusato ora di tentato omicidio aggravato. L’ordinanza di custodia cautelare è stata eseguita in tarda mattinata e l’uomo è stato rinchiuso nel carcere di San Vittore di Milano. Il padre snaturato aveva tentato di soffocare la figlia, il 4 settembre scorso, con un sacchetto di plastica mentre si trovava da solo con lei. In un primo momento era stato denunciato per lesioni aggravate, ma ora il gip gli ha contestato il tentato omicidio aggravato dal legame di parentela, dalla premeditazione e dai futili motivi.
“Non sei più vergine, devo ucciderti”. La ragazza, che ha denunciato tutto alla polizia, ha raccontato al pm di Milano Gianluca Prisco e agli agenti della Squadra mobile, del giorno in cui il padre, rientrando a casa, ha trovato lei in compagnia di un ragazzo. Il giovane, “intimorito, è andato via di casa mentre mio padre continuava a farmi altre domande del tipo che cosa avevamo fatto e se ero ancora vergine, dicendomi che mi avrebbe portato da un ginecologo, dicendomi anche testualmente Se non sei più vergine, ti devo ammazzare”.
Dopo la confessione la tragedia. La figlia a quel punto ha raccontato la “verità” al padre e lui, preso dall’ira, ha reagito dicendo: “Perché l’hai fatto? Ti rendi conto? Che disonore…”. La ragazza ha raccontato anche il tentativo di soffocamento. “No, le botte non servono a niente – le avrebbe detto il genitore – non bastano, devi pagare”. All’uomo, stando alla testimonianza della figlia, “non importava della galera”, voleva ucciderla. “Io – ha aggiunto la giovane – a quel punto cercavo di tranquillizzarlo citando versi del Corano e cercando di fargli capire che se Dio avesse dovuto punire qualcuno, quella sarei stata io”. E così la furia assassina dell’egiziano si è placata.

Torna l’orda tunisina

Lampedusa – Le coste di Lampedusa sono prese di nuovo d’assalto dalle carrette del mare. In nottata sull’isola è approdata un’imbarcazione che trasportava 66 migranti tunisini, mentre oggi altri 6 barconi sono stati avvistati a sud delle Pelagie. A bordo vi sarebbero circa 500 immigrati. Le imbarcazioni sono ferme a circa 35 miglia dalle coste italiane e in loro aiuto sono partite le motovedette della Capitaneria di porto e della Guardia di Finanzia. Solo ieri notte, intorno alle 2.20, un barcone con a bordo 66 extracomunitari tunisini è approdata al molo Favaloro. Gli immigrati sono in buone condizioni di salute e sono stati immediatamente trasferiti nel centro d’accoglienza da cui saranno rimpatriati, come previsto dagli accordi tra Italia e Tunisia. Proprio come è successo a 81 clandestini, soprattutto tunisini, nigeriani e algerini, che con diversi voli aerei, sono stati allontanati dall’Italia nel corso di questa settimana.

Arricchimento culturale rumeno

MILANO – Momenti di paura sul treno Frecciarossa 9530 Roma-Milano. Un uomo, di nazionalità romena, che viaggiava senza biglietto, scoperto dal personale Fs, ‘ha preso in ostaggiò una donna puntandole un coltello sotto la gola e intimando a passeggeri e personale ferroviario di allontanarsi.
L’ARRESTO – La vicenda, per fortuna, si è conclusa senza conseguenze, perchè l’uomo si è arreso e, una volta che il treno è arrivato nella vicina stazione di Bologna, è stato ammanettato dalla polizia ferroviaria, precedentemente avvertita. L’uomo ha minacciato la passeggera per circa 15 minuti, ma senza fare alcuna richiesta precisa. Mentre la carrozza n. 11 era ormai vuota, salvo la presenza di due controllori che assistevano alla scena mantenendosi a distanza ma pronti ad intervenire.
«ERA IMPAURITO» – La donna ha sempre mantenuto la calma e ha cominciato fin dall’inizio a parlare con l’uomo: «In realtà era molto impaurito e sembrava sinceramente innocuo, più che altro confuso», riferisce la donna all’Adnkronos. «Man mano che gli parlavo mi sono resa conto che non intendeva farmi del male, anzi -aggiunge- ho dovuto rassicurarlo sul fatto che una volta sceso nella stazione ormai vicina non gli avrebbero fatto del male». Appena arrivati a Bologna l’uomo è stato ammanettato senza opporre resistenza e portato via dalla polizia.

Caos stranieri

MILANO – S’erano iscritti in 17, 15 sono stranieri (la burocrazia è ferrea e disinteressata alle storie umane, quindi nulla conta che 13 di quei bambini siano nati in Italia, e che molti di loro in Italia abbiano frequentato l’asilo), comunque quella classe di prima elementare non si farà: «Troppo pochi gli iscritti e troppi stranieri tra loro», hanno deciso qualche mese fa i dirigenti della scuola milanese. Ora i genitori di quei bambini sono andati in Tribunale e hanno denunciato il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, per un’ipotesi di discriminazione. Se i bambini fossero stati tutti italiani, sostengono, quella classe non sarebbe mai stata soppressa. Quel che rende questa storia in qualche modo simbolica, rispetto ad altre, è che si parla della scuola di via Paravia, a Milano, nel quartiere San Siro, che a molti evocherà soltanto Inter e Milan, ma che è anche una zona di case popolari con densità di immigrati altissima. E che, forse per la prima volta in Italia, un paio d’anni fa, in quell’istituto c’è stata una classe di soli stranieri. Ecco, visto che la prima di quest’anno (quella soppressa) era l’unica, il fatto che non sia stata formata potrebbe significare la fine, la chiusura della scuola. Una scuola che entrerà comunque nella storia sociale di Milano, perché è stata la vera trincea-laboratorio del tema immigrazione tra i bambini.
«NO CLASSI GHETTO» – Ieri il ministero, in una nota, ha confermato «la volontà di proseguire sulla strada dell’integrazione». Ha aggiunto che «non si favorisce l’inserimento degli immigrati se si creano classi-ghetto frequentate solo da alunni stranieri». Questa è la soluzione per via Paravia, già decisa in primavera e raccontata sulle pagine del Corriere tra marzo e aprile: «I bambini sono stati trasferiti nelle scuole vicine, per essere inseriti in classi in cui possano interagire con i coetanei italiani». C’è un tetto, fissato dal ministero, che prevede massimo un 30 per cento di bambini stranieri. A San Siro, come in tutte le altre città italiane, quel tetto che vale per le classi non ha ovviamente significato nel quartiere. E quindi una scuola rischia di trasformarsi in ghetto perché quella stessa cosa è già successa in moltissimi palazzi popolari della zona. In una situazione del genere, quella scuola, la «Lombardo Radice», ha sempre rivendicato con un certo orgoglio (che i polemici considerano «ideologico» e i sostenitori «civile») di «non rifiutare nessuno».
I LEGALI – «La non formazione di una classe basata sulla eccessiva presenza di stranieri costituisce uno svantaggio determinato dalla nazionalità», affermano i legali di «Avvocati per niente», associazione che sostiene la classe mai nata. E raccontano che 13 di quei bambini, nati in Italia, la scuola materna l’hanno frequentata a Milano, conoscono l’italiano e non hanno problemi di «competenza linguistica». Due genitori, Yajaira Guerrero, dominicana, e Claudio Pallotta, milanese, hanno iscritto il loro bambino in via Paravia e hanno raccontato al Redattore sociale che il figlio, nato in Repubblica Dominicana e arrivato in Italia a soli due mesi, «ha frequentato la scuola materna a Milano. Non parla altra lingua al di fuori dell’italiano».
LA RIORGANIZZAZIONE – Il direttore dell’Ufficio scolastico provinciale, Giuseppe Petralia, aggiunge però che «è in atto una riorganizzazione delle scuole, se ci sono pochi alunni le classi vengono spostate in altro complesso e così è stato in via Paravia». Quindi nessuna discriminazione, «nessun razzismo – conclude il responsabile dell’Ufficio scolastico della Lombardia, Giuseppe Colosio – anzi, al contrario: proprio perché crediamo nella scuola dell’integrazione non riteniamo opportuno formare classi di soli stranieri».
Federica Cavadini, Gianni Santucci