Giuramento di sangue contro lo ius soli

Se Salvini, Berlusconi e la Meloni vorranno consolidare la loro credibilità come guide del Centro Destra, devono fare, all’unisono, il controcanto a Renzi, Minniti e Gentiloni sullo ius soli.
Questi ultimi vogliono vendere l’Identità Italiana per un pugno di voti, forse neppure determinanti per la loro sopravvivenza politica.
Se dovessero riuscire ad approvare lo ius soli (e credo che ce la faranno perchè Alfano è messo talmente male – i sondaggi lo danno sotto persino al ridicolo sbarramento del 3% – che si genufletterà al loro volere in cambio di un posto in lista) deve essere chiaro e deve essere un tormentone di ogni intervento di Berlusconi, Salvini e della Meloni, che quel provvedimento getta le basi per la futura schiavitù dei nostri figli e nipoti ai quali gli stranieri esproprierebbero la terra.
E deve essere un impegno d’onore, solenne come un giuramento di sangue che il primo atto del nuovo governo sarebbe l’abrogazione di tale provvedimento e la revoca della cittadinanza a chi l’ha ottenuta con un simile strumento, frutto della mentalità distorta di gente che vuole la dissoluzione della nostra Civiltà e che con tale ostinazione e  comportamento antitaliano dimostra di avere già una mentalità servile.
Nessun compromesso, nessuna mezza misura, nessun moderatismo è possibile nè tollerabile.
Anche il referendum abrogativo, che è la via proposta dalla Meloni, sarebbe solo un palliativo che non risolverebbe alla radice il problema e che non farebbe altro che il solletico.
Contro lo ius soli e chi lo sostiene sia guerra aperta e totale, per riaffermare l’Identità Italiana che non si regala con un misero tratto di penna.

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La Bonino e il calo demografico italico

Dice la Bonino che siccome in Italia c’è un calo demografico, allora è giusto fare lo ius soli per tutti gli immigrati. Sentirla parlare di calo demografico quando qualche tempo fa, con tutta probabilità, praticava aborti clandestini… fa un tantino ribrezzo. Inoltre, continua a berciare sull’importazione degli immigrati pur sapendo che esistono famiglie italiane che vorrebbero avere figli ma non possono averne perchè per loro, non ci sono politiche adatte. Chè certe politiche, vanno come quasi sempre, agli immigrati.

Fin dove possono arrivare…

Pesaro, vietato fotografare i profughi. Bufera sul diktat del prefetto. Nel documento si chiede alle forze dell’ordine di controllare i cittadini “con rigore” di Alessandro Mazzanti

Pesaro, 15 ottobre 2017
– Quella circolare sui migranti, firmata pochi giorni fa dal prefetto di Pesaro Urbino, Luigi Pizzi, e recapitata ai vertici delle forze dell’ordine, è diventata in un attimo una specie di bomba a grappolo che mentre deflagra coinvolge la politica, l’animo della gente e i rapporti cittadini-istituzioni. Venti righe pesanti in cui la massima autorità del governo sul territorio ordina due cose ‘semplici’ ai colonnelli di carabinieri e Finanza e al questore: bisogna impedire che i residenti di Borgo Santa Maria e Pozzo Alto (due quartieri alla periferia di Pesaro che si erano lamentate dell’eccessiva presenza di migranti sul loro territorio, ndr) facciano foto ai migranti e chiedano loro le generalità. Perché se continuiamo così, argomenta il prefetto, se la logica insomma resta quella della ‘schedatura’ e del conflitto strisciante, rischiamo che dagli scontri verbali si passi a quelli fisici. Il clima è già teso, evitiamo di incancrenirlo definitivamente. Quindi? “Disponete servizi di vigilanza e di controllo del territorio, con impiego di tutte le forze di polizia, onde prevenire e reprimere con rigore qualunque condotta del tipo sopra segnalati”.

Apriti cielo. La circolare, che era ‘segreta’, diventa pubblica esattamente il giorno dopo che una delegazione proprio, guarda caso, del quartiere di Borgo si era recata da Pizzi con una lettera che diceva: “Signor prefetto, qui i migranti sono troppi: da 92, vorremmo che ne rimanessero solo 15”. In contemporanea, i residenti leggono sul giornale le venti righe esplosive: chi fa foto o chiede un nome a un profugo rischia un procedimento per esercizio abusivo di pubbliche funzioni. Ma è davvero così? Dice Francesco Coli, legale espertissimo, già difensore di Lucia Annibali: “Uno può tranquillamente chiedere il nome a un’altra persona, senza incorrere in nessuna violazione. E l’altra può rifiutarsi di dare le generalità, a meno, ovviamente, che a chiederle non sia un pubblico ufficiale. Sulla privacy, poi, non ci vedo estremi di violazione facendo una foto, se è in luogo pubblico. Chiaro, che se poi ne faccio un uso diffamatorio, il discorso cambia”. Ma, diritto a parte, come l’avranno presa, la circolare, a Borgo Santa Maria e dintorni? La prima risposta: “Una cosa molto grave”.

Poche ore dopo, gli stessi residenti diramano una nota ufficiale: “Siamo delusi. Qui non vogliamo creare allarmismo, ma segnalare un disagio sentito da tutta la comunità del quartiere. La problematica dei migranti è reale, vogliamo creare un dialogo costruttivo con le Istituzioni per risolverla”. Sono i politici i più avvelenati. Il centrodestra, i cui sindaci (di 13 comuni di questa provincia) sono già entrati in collisione con lo stesso prefetto giorni fa sempre sulla questione migranti, prende la palla al balzo: “Fare foto ai profughi è vietato – argomenta il consigliere comunale di Pesaro della Lega Nord, Giovanni Dallasta –. Anche mettere 110 immigrati in un quartiere dovrebbe essere vietato. Perché chi fa le foto agli ospiti deve essere perseguito e chi sistema in maniera irrazionale i profughi no?”.

Ma il problema, poi, è: come possono le forze dell’ordine controllare e impedire che nessuno faccia foto o chieda nome e cognome a un migrante? E non era un dogma – è il ragionamento di tanti, vedi Stefano Pollegioni carabiniere a riposo – il fatto che la gente debba collaborare con le forze di polizia, se necessario anche informandosi su chi sono i volti nuovi che girano per i quartieri, o documentando, anche con foto, se si creano situazioni sospette? Il segretario provinciale del Siulp, il sindacato di polizia, Marco Lanzi: “La nostra priorità è la caccia ai criminali, non ai cittadini che fanno foto. Dove troviamo gli uomini, risicati come siamo, con una Volante sola per notte sul territorio?”. Eppure solo a fine agosto gli animi si erano stemperati in un maxi-provino fatto ai profughi calciatori proprio sul campo di Vallefoglia, zona calda. Gli unici contrasti erano sulla linea del fallo. Ma evidentemente mancava un tempo supplementare.

Vienna 1683 – 2017

Il Centro Destra in Austria potrà governare, contribuendo in maniera determinante, alleandosi con Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, alla cacciata degli stranieri dalla nostra Europa, quella vera, non quella dei burocrati, questa volta invasa e occupata e non solo sotto assedio militare.

E’ una lezione per tutti coloro che cercano di tenere i piedi in due staffe, quelli del “ma anche”, quelli dell’ “accoglienza umanitaria”, quelli della cittadinanza a cani e porci.
Una lezione che dovrà essere recepita anche dai nostri portabandiera: vietato inciuciare.
Non c’è alcuna terza via tra il sì e il no all’immigrazione, ai matrimoni omosessuali, alle tasse.
Ogni compromesso è un accordo a perdere.
Ieri Kurtz e Strache hanno ottenuto quei voti che, se usati bene, potranno dare una svolta decisa alla Storia.
Come fu a Vienna nel 1683.

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Chi odia l’Italia vuole lo ius soli

La sinistra è internazionalista, la chiesa cattolica “universale”, i cattocomunisti sono sempre antitaliani.
La ulteriore dimostrazione l’abbiamo con la canea sollevata sullo ius soli.
Leggo che Fazio usa, come sempre fanno a sinistra, la televisione pubblica per la propaganda di parte, mentre Camilleri ci considera tutti razzisti e il senatore a vita per meriti culturali etc. Renzo Piano digiuna proclamando, non si sa bene in base a quale ragionamento, che i figli dei migranti sono italiani.
E mentre i talebani della chiesa atea e di sinistra sbraitano quelli con la tonaca si accodano e il vescovo di Ferrara plaude al digiuno per lo ius soli.
Hanno un minimo comun denominatore (anche se non è l’unico): vogliono distruggere l’Italia, trasformarla in un meticciato con l’immissione di estranei che non hanno la nostra Storia, la nostra Lingua, le nostre Tradizioni, il nostro Sangue.
Non possiamo consentirglielo.
Abbiamo l’obbligo di consegnare l’Italia ai nostri figli e nipoti come i nostri Padri l’hanno consegnata a noi: Indipendente, Sovrana e Identitaria.

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Fare di tutto per lo ius soli

Nel frattempo, sale la lista dei radical chic che fanno lo sciopero della fame a “staffetta”. E’ la volta dell’archistar Renzo PianoNiente altro che omuncoli ridicoli.

“Don Minniti” ora apre alla Chiesa. L’ultima mossa per salire a Palazzo Chigi. Il sì allo ius soli lo ha riavvicinato ai cattolici. E il Pd trema di Angelo Amante

Roma – I cattolici lo abbracciano, la destra lo rispetta. Le sindache 5 Stelle di Torino e Roma, Chiara Appendino e Virginia Raggi, non negano di apprezzarne l’atteggiamento. Il sostegno trasversale al ministro dell’Interno, Marco Minniti preoccupa invece la sinistra. Il titolare del Viminale potrebbe essere un nome da spendere per Palazzo Chigi, specie se dalle prossime Politiche non dovesse venire fuori una chiara maggioranza di governo.

Da mesi, Minniti vola nei sondaggi. Il ministro gode di grande considerazione anche all’estero: lo scorso agosto il New York Times lo definì «Lord of the Spies», signore delle spie, facendone un ritratto lusinghiero. Ne hanno tracciato il profilo anche gli inglesi del Guardian, i francesi di Le Figaro e i tedeschi della Süddeutsche Zeitung. I risultati ottenuti da Minniti sul fronte sbarchi (meno 25% rispetto al 2016), hanno fatto tirare un sospiro di sollievo a tutte le cancellerie europee. E piace anche a destra. «Chi pensa alla sharia deve capire che in Italia no, su questo non ci possono essere mediazioni, sono valori non discutibili», ha detto ieri il ministro, parlando ad Aosta alla Scuola per la democrazia.

Il rapporto tra il numero uno del Viminale e il mondo cattolico è stato segnato da alti e bassi. Ma i segnali di convergenza si moltiplicano. Sempre ieri, il ministro è tornato a parlare dalle colonne di Avvenire. Il direttore del giornale dei vescovi, Marco Tarquinio, non aveva lesinato critiche nei confronti del codice di condotta varato la scorsa estate per le Ong che operano nel Mediterraneo. Su questo tema, si era anche arrivati vicini a uno scontro interno al governo con un altro cattolico, Graziano Delrio. Ora la musica è cambiata. Il punto di contatto decisivo è la questione ius soli. Ad Avvenire, Minniti ha ribadito che si deve «fare di tutto» per approvare la legge sulla cittadinanza ai figli di immigrati «anche così com’è, in questa legislatura». Per sostenere la linea di maggiore fermezza nella gestione degli sbarchi, Minniti ha cercato fin da subito il sostegno dei cattolici, contando anche sui buoni uffici del premier, Paolo Gentiloni. Il ministro dell’Interno ha stabilito una relazione salda con il suo omologo in Vaticano, monsignor Giovanni Angelo Becciu, e con il segretario di Stato, Pietro Parolin.

Chi non vede di buon occhio l’irresistibile ascesa di Minniti è la sua stessa famiglia politica. Le scelte sulle Ong furono criticate dall’area cattolica del Pd guidata da Delrio, mentre la sinistra interna al partito, che fa capo al Guardasigilli Andrea Orlando, prese le difese delle organizzazioni non governative. Si è schierato contro Minniti anche il suo vecchio mentore, Massimo D’Alema, che pochi giorni fa, sprezzante, lo ha definito un «tecnico della sicurezza». Ma è tutto Mdp a considerare le politiche sull’immigrazione un tentativo di rincorrere la destra. Infine c’è Matteo Renzi, preoccupato dai consensi al ministro, che dal Viminale potrebbe dare scacco matto prima al Nazareno e poi a Palazzo Chigi.

Via gli stranieri !

Chi si mettesse a leggere questo commento attratto dal titolo, penserebbe ad una ulteriore filippica contro l’immigrazione ma poi, guardando l’immagine a corredo, si riserverebbe di classificarlo dopo la lettura.
In effetti “via gli stranieri” potrebbe attenere alla giusta e buona battaglia contro l’immigrazione, anche se, come ho spesso precisato, non dobbiamo combattere lo straniero in quanto tale, ma in quanto portatore di sradicamento delle nostre radici culturali, storiche, etniche, linguistiche, religiose.
Quindi sì all’arrivo di singoli che possano bene integrarsi per provenienza, lingua, cultura, non all’arrivo massiccio di famiglie o di tribù dall’Africa, dall’Asia, dal Sud America.
In un certo senso è anche il significato di questo commento domenicale che prende spunto dalla ignobile prestazione della nostra nazionale calcistica contro la Macedonia di venerdì sera.
I Macedoni avevano più birra, più schemi, più volontà, più tecnica.
O, almeno, mostravano di averli.
Del resto non si può chiedere miracoli a giocatori che a volte (Gagliardini, Bernardeschi, Rugani) non sono titolari neppure nella loro squadra.
E proprio qui si innesta il mio “via gli stranieri”.
Il mio approccio al calcio, nei primi anni sessanta, fu in un periodo in cui si passò dalla presenza di qualificati stranieri (mi ricordo Haller e Nielsen nel Bologna, ma anche Hamrin nella Fiorentina, Jair e Suarez nell’Inter) agli oriundi (che fecero un fallimento clamoroso in Cile) agli Italiani.
Pochi erano gli stranieri e anche gli oriundi, peraltro veramente tali e non andati alla ricerca di improbabili avi italiani.
Ebbero così la possibilità di affermarsi i Rivera, i Bulgarelli, i Mazzola, i De Sisti.
Per non parlare dei portieri tutti meritevoli della maglia della nazionale (Sarti, Negri, Albertosi, il giovane Zoff, il recentemente scomparso Anzolin).
Poi il pendolo tornò nuovamente a girare per ammettere uno straniero per squadra, poi tre, adesso anche tutti, al punto che guardando su Sky la diretta goal, rilevo ogni tanto squadre dei nostri campionati che entrano in campo con undici stranieri.
Persino in porta.
E se non bastasse arriva pure l’unione sovietica europea che, non paga di distruggere come Attila tutto quello in cui mette le zampe, con la famigerata “sentenza Bosman”, obbliga gli stati a lei sottomessi ad aprire senza limiti ai calciatori di altri stati dell’unione.
Sì, perchè i calciatori sono considerati a tutti gli effetti lavoratori dipendenti i cui contratti, però, prevedono il netto, con le imposte pagate dalla società di appartenenza.
Con le maggiori squadre italiane che giocano con la quasi totalità degli effettivi stranieri, poco spazio rimane per far fare esperienza ai nostri giovani, per abituarli al ritmo di gara, per aiutarli a confrontarsi con gli avversari.
La nazionale ne risente, il bacino da cui attingere i convocati si restringe, il commissario tecnico deve persino chiamare chi fa panchina.
Un portiere ormai quarantenne come Buffon ha rimpiazzi che si contano sulle dita della mano di un monco.
I Rivera, i Bulgarelli, i Mazzola, se ci sono (e sicuramente ce ne sono) non vengono valorizzati perchè ogni società preferisce andare sul sicuro.
Solo l’Atalanta oggi rischia con una politica giovanile produttiva di talenti, ma il rischio per chi investe in quel modo è di retrocedere, perdendo quindi i cospicui incassi di sponsorizzazioni e diritti televisivi, quindi tutti (o quasi) preferiscono andare sul sicuro, salvare i propri investimenti e comporre le squadre con giocatori, anche mediocri, stranieri ma collaudati, piuttosto che puntare e rischiare sui giovani italiani.
E non è e non sarà mai una soluzione adottare il sistema francese di concedere la cittadinanza ad africani, asiatici o sud americano.
Abbiamo già visto come gli oriundi non risolsero il problema nel 1962, ma la politica francese è ancora peggio, perchè immette in squadra gente che non ha alcuna radice nazionale e la squadra non è più la “nazionale francese” (o italiana) ma diventerebbe una nazionale meticcia, alla quale viene convenzionalmente dato il nome “Francia” (o Italia) senza però che ci si possa identificare, perchè quando si guarda quei calciatori non ci si riesce proprio a specchiare.
Andrebbe benissimo ammettere uno o due stranieri nelle nostre squadre, perchè possono contribuire a far crescere e portare esperienza (purchè non siano dei bidoni come troppo spesso vediamo, comprati solo perchè hanno un nome esotico da dare in pasto a tifosi di bocca buona) e direi che possa essere consentito ad una società di tesserarne all’infinito, facendone però giocare solo due alla volta.
Quindi sì, ci sono delle analogie con la buona battaglia contro l’immigrazione, perchè anche nel calcio la perdita di Identità, unita a quella della Sovranità visto che si adeguano alle sentenze emesse da un organismo dell’unione sovietica europea, comporta una progressiva, significativa perdita di qualità, del livello delle prestazioni.
Non dubito, peraltro, che gli stessi che vogliono imporci il meticciato con l’immigrazione massiccia, lo ius soli e i suoi ipocriti derivati dello ius culturae e ius linguae inventati per cercare di far passare comunque quella norma distruttiva della Nazione, siano del tutto disinteressati alle sorti della Nazionale di calcio, preferendole un assemblaggio arcobaleno nel solco del meticciato che loro, evidentemente senza più Radici, Identità nè Valori, antepongono al Popolo ed alla Nazione Italiana.

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Pagliacci di governo

L’uomo dei diritti del Pd ha un problema a riconoscerli: da 5 anni non versa i contributi all’assistente parlamentare. Il deputato Khalid Chaouki, coordinatore dell’intergruppo cittadinanza e immigrazione, è citato in giudizio dalla sua assistente parlamentare per omessi versamenti. Il Fatto.it lo chiama e per magia “tutto risolto, pagherò”. Ma agli atti non risulta. C’è poi il caso di Scilipoti che ha pagato 1.500 euro per conciliare la causa con un portaborse al nero. E pure chi alla fine cede, ma pretende il silenzio con una clausola penale da 50mila euro di Thomas Mackinson    

C’è un campione dei diritti umani e del Pd che si scopre evasore contributivo totale e pure contumace. Ha appena aderito allo sciopero della fame per lo ius soli e da sempre difende parità di diritti tra stranieri e italiani, ma alla sua assistente parlamentare – italianissima – da cinque anni non versa un contributo che sia uno, come fosse una colf in nero, totalizzando nell’arco di un’intera legislatura la bellezza di 12.500 euro di mancati versamenti previdenziali. La storia che tira in ballo Khalid Chaouki – deputato e coordinatore dell’intergruppo cittadinanza e immigrazione – racconta meglio di altre la doppia morale del ceto politico nostrano. Diceva Ghandi che la democrazia si vede da come si tengono gli animali. In Italia anche da come i parlamentari trattano i loro assistenti, come conferma lo scandalo appena costato le deleghe a un sottosegretario. Nel caso specifico Chaouki appena eletto ha assunto una collaboratrice ma nonostante le richieste di regolarizzare la posizione non le ha versato i contributi per quasi 5 anni. Così lei lo trascina in giudizio, al quale lui si sottrae finendo per essere dichiarato contumace dal giudice, come un qualunque gestore di pub in fuga dal Fisco.

Parliamo di un giovane politicamente cresciuto sulla battaglia per i diritti degli ultimi fino a diventare un pezzo grosso del Partito Democratico. “Ma è tutto risolto – assicura lui al telefono, preso alla sprovvista – è vero, c’è stato un ritardo nel versamento (di 5 anni, ndr) che è dovuto a problemi personali, ma ora abbiamo trovato un accordo, per cui la causa sarà ritirata. Altro non dico”. Il legale di lei, avvocato Marzia Rositani, avvertito dell’interesse della stampa in serata precisa: “Un possibile accordo è in avanzato stato di composizione”. Accordo che arriva dunque dopo il vorticoso giro di telefonate ma agli atti, per ora, non risulta nulla di tutto ciò. Tanto che è già fissata la prossima udienza che si terrà il 20 febbraio 2018, alla fine della Legislatura.

Per saperne di più bisogna superare i cancelloni grigi di Piazza Buozzi, sede del tribunale civile di Latina. Muoversi tra le cancellerie e ruolini delle udienze. Col numero di protocollo 906/2017, da marzo scorso, pende qui l’azione giudiziale proposta dall’assistente S.M. contro Chaouki Khalid da Casablanca. Si scopre allora che in verità Chaouki è anche uno dei pochi che dopo un biennio di cocopro ha fatto un contratto regolare alla Camera, anzi coi fiocchi, approfittando degli incentivi previdenziali del JobsAct. Quando però ha capito che non coprivano tutti i costi e che una parte della previdenza sarebbe stata a suo carico ha deciso semplicemente di non pagare, ipotecando senza troppe remore il futuro pensionistico. Perché alla fine è come se lei non avesse mai lavorato. E poco importa se l’evasione contributiva, per certa giurisprudenza, si configura come un reato di appropriazione indebita, giacché i contributi sono trattenuti in buona parte anche dallo stipendio del lavoratore. E infatti lui non sembra preoccuparsene più di tanto.

A giugno si è svolta la prima udienza alla quale non ha partecipato alcun legale del citato in giudizio, per il semplice fatto che il deputato non si è mai costituito. Era presente però l’Inps perché avendo anticipato i contribuiti figurativi, e verificato di non aver mai ricevuto i pagamenti effettivi, ha aderito al giudizio contro il “datore”. I giudizi in realtà sono poi due, perché l’assistente ha almeno preteso il pagamento della 13esima prevista dal contratto sottoscritto post Jobs Act che il deputato non voleva pagare. Il giudice ha emesso un decreto ingiuntivo, mr Chaouki ha pagato. E forse un giorno pagherà davvero il resto.

La vicenda è un’ulteriore anomalia dell’anomalo sistema di lavoro nei palazzi della Repubblica. Fabio Santoro è il legale che segue alcune delle cause al fianco dell’Associazione degli assistenti parlamentari (Aicp) che giovedì era in piazza Montecitorio a protestare contro la condizione di precariato e sfruttamento della categoria. Dalla sua viva voce si scopre una notizia: quando gli onorevoli sono citati in giudizio corrono a conciliare. E’ successo con Domenico Scilipoti contro il quale ha difeso un assistente che sosteneva di essere stato impiegato al nero per alcuni mesi, e alla fine ha pagato 1.500 euro per conciliare la causa davanti al giudice.

Ma gli onorevoli conciliatori – che da datori sfruttavano i loro stessi collaboratori – nei panni del debitore spesso tengono la posizione fino all’ultimo. “Di solito propongono accordi stragiudiziali o direttamente in giudizio, appena inizia il processo, nei quali fanno balenare la restituzione del dovuto a fronte di un impegno alla riservatezza totale, a tutela della loro immagine, circa l’irregolarità dei rapporti in essere”. Impegno che in un caso è arrivato a una proposta di penale record di 50mila euro. Tanto, a giudizio dell’onorevole in questione, valeva la reputazione di un deputato. Non per nulla la proposta è stata rifiutata. E lui ha conciliato lo stesso.

Crede all’impegno della Boldrini per una revisione delle norme che metta fine agli abusi? “Non ci credo, spero di essere smentito. Ha avuto quasi cinque anni di tempo per occuparsene e la situazione le è stata prospettata dal primo giorno della legislatura esattamente come con Bertinotti e Fini prima di lei. Promettere ora, a fine legislatura, un impegno sembra una premura pre-elettorale. Basta una delibera del suo ufficio, e se in quello non ha l’appoggio dei capigruppo lo convochi in modo da formalizzare le posizioni, così che ciascun partito si assume la sua responsabilità in questa storia di fronte agli elettori. Ha il sostegno di tutto il Paese su questo. Vediamo se vincerà ancora una volta l’ipocrisia”.

Una pericolosa pagliacciata alla Pannella

Grande copertura mediatica per la pagliacciata di parlamentari e ministri (di maggioranza !) che hanno deciso uno “sciopero della fame” a sostegno dell’infame ius soli, il provvedimento con radici barbariche (germaniche) che vorrebbero sostituire al civile e romano ius sanguinis.
Ne hanno parlato ieri persino nelle trasmissioni di informazione mattutina in radio e sono riuscito ad inviare un sms (che incredibilmente hanno letto !) nel quale auspicavo che lo “sciopero della fame” fosse eseguito alla Bobby Sands e non alla Pannella e, comunque, li sfidavo ad un referendum (ma credo che dopo il fallimento della sfida di Renzi il 4 dicembre 2016 non abbiano alcuna voglia di misurarsi alla pari, infatti in trasmissione hanno chiamato solo favorevoli allo ius soli, perchè loro possono vincere solo se giocano senza avversari).
Per chi non se lo ricordasse Bobby Sands fu un terrorista irlandese, quindi totalmente distante dalle mie idee, che ebbe un unico merito (assieme ad altri cinque o sei suoi compagni): incarcerato fece un autentico sciopero della fame e morì dopo due mesi perchè, per sua sfortuna, si trovò davanti una autentica Statista come Margareth Thatcher che non ci pensò proprio a trattare con dei terroristi o ad imporre l’alimentazione forzata.
Quanta differenza dalle migliaia di scioperi della fame “attuati” da Pannella, sempre sopravvissuto !
Ecco perchè auspicavo che lo sciopero dei Delrio, Manconi, magari pure della Boldrini e, perchè no ?, Bergoglio, fosse “alla Bobby Sands”.
Purtroppo con gli approfondimenti ho appreso che costoro faranno uno “sciopero a staffetta”.
Forse non mangeranno la colazione o il pranzo, poi tocca a qualcun altro.
Comodo !
Comodo ma, come sempre, pericoloso.
Pannella non ha mai contato nulla elettoralmente, perchè il Popolo non è sciocco e non segue le pagliacciate.
Però ha fatto più danni lui di tutti i socialisti, i comunisti e i democristiani della prima repubblica,
Era un provocatore di sciocchezze, alle quali la miseria culturale e la sudditanza psicologica di giornalisti e presunti “intellettuali” concedevano spazio al punto da trasformare le sciocchezze in “diritti”.
Ecco perchè la pagliacciata di ministri e parlamentari di maggioranza è pericolosa e non dobbiamo cadere nel tranello di abbassare la guardia (leggo troppi articoli, soprattutto sul Giornale, che tendono a dare per vinta la battaglia contro l’infame ius soli).
E dobbiamo sempre ribadire che se dobbiamo suicidarci con lo ius soli, non possiamo consentire che ciò accada per mano di un parlamento delegittimato dal 60% di voltagabbana che oggi stanno combattendo per ottenere un posto per la rielezione, anche prestandosi a fare lo scendiletto dei cattocomunisti.
Stiamo pronti a reagire, con forza, se dovessero cercare di imporre una legge del genere senza passare dal referendum popolare.

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