Pregiudizi e servitù – Vendola e Berlusconi

Questa la voglio raccontare. Ieri incontro un amico, orientato a sinistra e molto critico verso il centrodestra. L’amico nutre una grande passione per Vendola (passione politica!). Lo ritiene, al momento, il vero leader della sinistra italiana. Può anche essere così, ma francamente della sinistra e delle sue beghe infinite non sono interessato. La sinistra non è nelle mie ipotesi di scelta. Non che la destra lo sia per partito preso, ma, se chiamato a scegliere, la mia preferenza va sempre verso chi propone un modello di società liberale, con uno Stato minimo e con la gente che fa il proprio dovere, senza pensare che si possa vivere alle spalle degli altri, con diritti e doveri in equilibrio, senza privilegi, con meno protagonismi. Una società meno rigida, più giusta e più responsabile, ovvero uno Stato in cui ci siano più certezze sociali e più opportunità, ed ancora più libertà e più sicurezza: uno Stato che la sinistra italiana, per il suo retroterra culturale, non potrà mai realizzare. L’amico mi saluta e deciso a dire la sua, introduce la conversazione con una domanda che non è proprio tale. Mi dice: “hai visto che Berlusconi sapeva che le zoccole che partecipavano alle sue feste erano escort e che le pagava?”. In verità la sua frase è stata ancor più colorita, ma la sostanza era questa. Una domanda che era già una conclusione, di certo un pregiudizio. All’istante penso che questa sia disinformazione. E penso che nell’immaginario molti abbiano già raggiunto questa conclusione. Penso che lo scopo di alcune inchieste sia, giusto, questo, e che sia persino evidente che l’obiettivo sia stato raggiunto. Una di quelle domande, stile La Repubblica con la penna della buon’anima di D’Avanzo, come se si volesse far sorgere il dubbio, ben sapendo che spesso il solo dubbio si rivela già sufficiente a far passare per acquisita una certezza che invece non c’è. Naturalmente io tutta questa certezza non l’ho mai avuta. A dire il vero, tutto ciò che è sin qui conosciuto sembra avvalorare il contrario. Mi viene il dubbio che l’amico volesse parlarmi del suo ultimo sogno in cui, stranamente, mi comprendeva come protagonista, come se in questo sogno avessimo avuto insieme la possibilità di valutare fatti e circostanze, nella realtà inesistenti, che inducessero al formarsi di questa asserita convinzione. Sorridendo, e per sdrammatizzare, gli chiedo di escludermi dai suoi sogni, consigliandogli finanche di dedicarli a soggetti più gradevoli di me e di Berlusconi. Gli rispondo così, con pacatezza, riferendogli che la questione si è fatta così fitta e che le ipotesi sono diventate così contraddittorie e intriganti da lasciar più di un dubbio che questa inchiesta non costituisca una grande messa in scena che qualcuno ha voluto montare e di cui ben s’intuiscono le finalità. Tutt’altro che un servizio alla Giustizia. Gli contesto che mi sembra più una cosa studiata a tavolino, persino con alcune modalità che sembrano così simili a quelle che adottano quei prepotenti che sono presi dalla voglia irrefrenabile di mollare a tutti i costi un pugno sul naso a chi gli sta sulle palle. Nelle storie giudiziarie le responsabilità sono personali e, così, naturalmente, anche in questa ci sono i soggetti coinvolti. Alcuni si trovano a dover rispondere dinanzi alla magistratura delle contestazioni mosse con riferimento ai propri pensieri riportati a persone con cui dialogavano in amicizia. Alcuni si sono visti pubblicare sui giornali le proprie faccende personali, comprese quelle che riguardavano la propria intimità, benché prive di qualsiasi interesse giudiziario. Se penso alle volte con cui al telefono ho raccolto, e fatto, confidenze con la preghiera di non farne cenno a nessuno, mi sale persino l’angoscia. Su ciò che è stato detto in privato, i magistrati fanno congetture e domande, ma come si fa a ricostruire a posteriori sensazioni private e le preoccupazioni più intime di un momento della propria vita? Come si fa a ritrovarsi su cose astratte, spesso su illusioni, o su millanterie, oppure su timori e sfoghi in un momento di rabbia? Come se ti chiedessero perché hai alzato la voce contro uno che ti ha chiamato alle tre del mattino per parlarti delle sue faccende private. Le risposte restano sempre racchiuse nella reazione emotiva del momento: sono un tutt’uno con il pensiero che, in quel momento, si è formato in modo istintivo. Sono, comunque, tutte incursioni che sottraggono scorci di vita privata alla condizione civile di persone libere. La gente vive in un personale che è fatto di luci e di ombre, in cui possono alternarsi momenti di frustrazione ad altri di grande esaltazione. La vita è un palcoscenico in cui ciascuno, in coscienza o meno, interpreta il proprio copione. Su quel palcoscenico va in scena il diritto degli uomini a vivere la propria vita secondo la propria coscienza, senza doverne dar conto a nessuno se non alle persone coinvolte nella propria vita privata. Su queste relazioni private, però, c’è chi ci ride sopra e chi ci ricama i propri pregiudizi. Come se ci fosse un diritto che lo consenta. Nessuno, invece, avrebbe il diritto di umiliare e mortificare il suo prossimo, soprattutto se si tratta di presunti imputati e di presunte vittime, quindi individui già in uno stato di prostrazione. La Giustizia non è ridere sulle disgrazie o sulle colpe degli altri. Il mio amico, così, per tutta risposta, mi riempie d’invettive contro il premier e mi chiama “servo”. Servo della libertà e della verità, si! E nella convinzione che ciò che si percepisce oggi in Italia non possa essere, affatto, un buon servizio alla democrazia.

Vito Schepisi

Il ritorno degli zombie

Un commento: A nessun ex-presidente degli USA, a nessun ex-cancelliere della Germania e a nessun ex-premier inglese verrebbe mai in mente di criticare il governo in carica del loro paese. Non lo hanno mai fatto e non lo faranno mai. Solo in Italia Prodi puo’ impunemente criticare il suo successore a Palazzo Chigi senza neanche minimamente rendersi conto che cosi’ svilisce la carica istituzionale del Presidente del Consiglio. La cultura politica di accettare il responso delle elezioni e di lavorare bene come opposizione per cercare di vincere le prossime elezioni e’ lontana dall’Italia. Prodi, che occasione perduta per tacere!” 

Milano – Dopo essere stato incoronato da Vendola come “uomo nuovo” della sinistra, essere tornato alla ribalta nel dibattito politico e dopo aver annunciato un programma televisivo su La7 in cui darà lezioni di economia, il Professore torna a parlare e punta il dito contro Berlusconi. In un editoriale apparso su Il Messagero l’ex premiere afferma che “dopo la drammatica estate che abbiamo passato bisogna giungere alla conclusione che, pur navigando in un mare in tempesta, qualsiasi nuovo timoniere è meglio di quello esistente e che il rischio di un cambiamento è certamente preferibile alla certezza che la nostra nave vada a schiantarsi contro gli scogli”. Una metafora marittima per dire sostanzialmente: “Metteteci chiunque altro al governo, ma non il Cavaliere”.
L’attacco a Berlusconi e al suo governo diventa ancora più diretto quando affronta il tema della manovra preparata e varata durante l’estate. “Di fronte a questo stato di fatto – accusa Prodi – la reazione del governo italiano non è stata, sotto alcun aspetto, all’altezza della situazione. Le successive manovre economiche si sono distinte per la loro insufficienza, frammentarietà e contraddittorietà”. Prodi conclude poi il suo intervento citando anche le ultime frizioni fra la Marcegaglia e il governo, parlando “di un distacco dall’esecutivo di molti dei pilastri che lo avevano sostenuto, a partire dalle associazioni di piccoli imprenditori e della Confindustria, e a un raffreddamento di quella parte delle gerarchie ecclesiastiche e di quei sindacati che, finora, avevano sostenuto il governo”.
Non è la prima volta questa nello spazio di pochi giorni che l’ex premier torna a occuparsi della situazione politica del Paese. Già tre giorni fa aveva detto: “Occorre trovare una piattaforma condivisa e un pensiero alternativo. Ma occorre anche, se necessario, fare un passo indietro rispetto alle proprie emozioni politiche altrimenti ci aspettano altri 45 anni di Berlusconi”. I primi segnali di un suo ritorno si erano manifestati a luglio quando aveva ventilato l’idea di andare in tv su La7 per organizzare una serie di puntate in cui tornava a fare il professore d’economia con un talk show in cui come un maître à penser si confrontava con i giovani. Come un panchinaro in attesa di entrare in campo, sembra giunto il momento di fare il suo ritorno in politica, almeno ne è convinta la sinistra, che considera Prodi l’uomo per tutte le stagioni. Infatti sempre questa settimana Nichi Vendola lo ha indicato come il futuro per il centrosinistra. “E’ un punto di riferimento per tutti coloro che intendono costruire un centrosinistra capace di guardare al futuro”, aveva detto il leader di Sel. Alla fine a sinistra è sempre la stessa storia. Si parla di “rottamare”, di svecchiare ma a dettare la linea è sempre quel professore bolognese che “fermo”, “immobile”, come diceva nelle sue gag Corrado Guzzanti, attende solo il momento giusto per ributtarsi nella mischia.

Il soldato napolitano

Roma – Che da giorni il Quirinale fosse piuttosto irritato Silvio Berlusconi lo sapeva bene. E questa volta senza che servissero i buoni uffici di Gianni Letta. Il timore del Cavaliere, però, è che l’affondo arrivato ieri da Giorgio Napolitano non sia legato solo alle recenti frizioni sulla Banca d’Italia ma sia invece il segnale di una vera e propria «discesa in campo del Colle». Un’uscita «a gamba tesa destinata a destabilizzare il quadro politico». Perché – ragiona il premier con chi ha occasione di vederlo nel corso della giornata – che Napolitano fosse su tutte le furie per la frenata sulla nomina di Fabrizio Saccomanni alla guida della Banca d’Italia non è certo un mistero ma un «attacco» di queste proporzioni fa «presagire altro». Il tentativo, spiega più d’un ministro, di «dividere la maggioranza» in un momento già delicatissimo. Perché, racconta un importante dirigente del Pdl, «ormai il Quirinale ha fatto la sua scelte e nelle prossime settimane si muoverà direttamente sul governo». Per metterlo all’angolo e cercare di favorire la nascita di un esecutivo tecnico che arrivi a fine legislatura. Napolitano, insomma, avrebbe deciso che è arrivato il momento di staccare la spina. Ed è chiaro che se in una situazione così complicata si aggiunge anche la fronda del Colle per il Cavaliere la vita rischia di diventare davvero dura.
Certo, la vicenda Bankitalia non ha aiutato affatto. Perché per Berlusconi il nome di Saccomanni (gradito anche al presidente in pectore della Bce Mario Draghi) non è mai stato un problema. Anzi, fosse stato per il premier il nodo sarebbe già stato sciolto giorni fa. Il punto, però, è che s’è messo di traverso Giulio Tremonti. Che ha alzato le barricate su tutti i fronti. Non solo quello interno alla maggioranza trovando la solita sponda di Umberto Bossi ma anche quello del mondo bancario. Già, perché a fare andare su tutte le furie il Colle sarebbe stato il giro di telefonate informali fatto qualche giorno fa ai vertici degli istituti di credito italiani per sondarli su Saccomanni. La risposta – a cominciare da Banca Intesa – sarebbe stata piuttosto freddina con rilancio sul nome di Vittorio Grilli, l’attuale direttore generale del Tesoro sponsorizzato dal ministro dell’Economia. Una risposta – questo pensano al Quirinale – che sarebbe stata «imposta» dallo stesso Tremonti dopo fortissime pressioni sulle banche. Di qui l’irritazione verso il ministro dell’Economia e verso la Lega. Ma in qualche modo anche verso Berlusconi che pur preferendo Saccomanni – se non altro per evitare che Tremonti controlli non solo la Consob ma pure la Banca d’Italia – non riesce a sbloccare l’impasse.
Come detto, però, lo scontro su Bankitalia sembra essere solo la punta dell’iceberg. Perché l’affondo di Napolitano di ieri è stato durissimo. Con tanto d’invito a rivedere la legge elettorale che a Palazzo Grazioli interpretano come una spinta affinché la Consulta dichiari il referendum ammissibile. Altro elemento, questo, che per mille ragioni diverse contribuirebbe a rendere ancor più agitate le acque in cui navigano maggioranza e governo. Ecco perché sono in molti a pensare che Napolitano abbia deciso di «scendere in campo». Un’ipotesi concreta se sembra che il Pd abbia deciso di rompere ogni dialogo con la Lega sul federalismo. Francesco Boccia fa infatti sapere che lascerà la Bicamerale e sembra che Pier Luigi Bersani si stia preparando per un affondo in questo senso con l’obiettivo di «isolare» il Carroccio. Che se salta la Bicamerale sul federalismo perderebbe davanti al suo elettorato l’unica vera ragione per restare al governo con il Cavaliere.

Colpo d’ala dal Cnel? Sarebbe bel…

Difficile non essere d’accordo con il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sulla necessità di arrivare a “scelte meditate e condivise” per superare la crisi economica e sociale. Sul come arrivarci la questione è però decisamente più complicata. Lo ha ammesso lo stesso Napolitano, riconoscendo , al margine della mostra per i 150 anni dell’Unità all’Archivio di Stato dell’Eur, quanto sia complesso trovare facili vie d’uscita: “Colpi d’ala in tasca non ne ho e credo non ne abbia nessuno”. Del resto, Costituzione alla mano, eventuali “consultazioni” presidenziali sui temi dell’economia e del lavoro apparirebbero decisamente irrituali, considerate le rigide competenze del Capo dello Stato. Che fare perciò per arrivare a “scelte meditate e condivise”, all’auspicata – dallo stesso Presidente della Repubblica – “piattaforma che nasca da consultazioni ampie per il rilancio della crescita” ? Dove trovare un luogo di confronto politico-sociale adatto alla bisogna ? Inventarsi la solita “Conferenza Nazionale” sul tema ? Idea troppo usurata e, visto il tempo a disposizione, di difficile realizzazione. Convocare uno dei due rami del Parlamento ? Soluzione parziale, considerata l’assenza delle forze sociali e lo scontato protagonismo dell’emiciclo partitico. Audire in qualche Commissione parlamentare ? Decisamente minimal. Organizzare l’ennesimo “tavolo”? Esperienza già fatta che però non ha sortito grandi risultati. Utilizzare un talk show televisivo? Ipotesi smaccatamente spettacolare e dunque troppo “d’immagine”. Rinchiudere le “parti sociali” in un convento ? Eventualità di parte, a rischio ingerenza “clericale”. Al di là di ogni soluzione paradossale e volutamente provocatoria, perché allora non andare a “ripescare” il CNEL, autentica “araba fenice” del nostro complesso sistema costituzionale ? Organo di consulenza delle Camere e del Governo – dice la Costituzione – “per le materie e secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge”, espressione delle categorie produttive (i suoi centoventuno consiglieri sono il distillato dell’Italia delle professioni, del lavoro, del volontariato), il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro ha alle spalle una lunga tradizione fatta di studi, di proposte normative, di pareri. Nel passato c’è chi avrebbe voluto abolirlo alla stregua di un qualsiasi ente inutile. L’istituzione ha resistito, muovendosi però un po’ sotto traccia, pubblicando molto, archiviando moltissimo (cura – tra l’altro – l’Archivio Nazionale dei Contratti e degli Accordi Collettivi di Lavoro), riunendo puntualmente le sue commissioni, ascoltando enti ed associazioni. Un lavoro enorme insomma, che denota il grande impegno e la qualità dei suoi componenti, ben poco conosciuto però al di là della ristretta cerchia degli addetti. Ed allora quale migliore argomento se non quello posto all’ordine del giorno del confronto politico e sociale dal Presidente della Repubblica ? Che cosa aspetta il CNEL ad autoconvocarsi, consapevole della propria responsabilità costituzionale e delle proprie potenzialità, insite nella stessa composizione del Consiglio ? Lì ci sono tutti: sindacalisti di ogni sigla e associazioni datoriali, rappresentanti del lavoro dipendente e di quello autonomo, esponenti del mondo accademico e del volontariato. Mettendo da parte un’immagine un po’ troppo “notarile”, tra l’oasi felice ed il cenacolo, è giunto tempo che il CNEL si riappropri di un ruolo non secondario, che proprio nella condivisione e nel dialogo trova la sua ragione d’essere ed il suo fondamento, formale e sostanziale. Qualcuno vuole chiedere ai centoventuno componenti il Consiglio di scendere in campo per sintetizzare finalmente le auspicate proposte per il rilancio dell’economia e del lavoro ? Al CNEL ne hanno le competenze e la responsabilità costituzionale. Al governo poi, di valutare ed eventualmente fare proprie le proposte “meditate e condivise”, da più parti auspicate.

Mario Bozzi Sentieri

La manovra bis e i lavoratori

La Manovra bis ha acceso un comprensibile dibattito, coinvolgendo forze politiche, Organizzazioni Sindacali, gerarchie ecclesiastiche, rappresentanti di interessi generali e particolari, che hanno dato una valutazione sulla stessa e sul conseguente impatto sull’economia, sulle fasce sociali, sui servizi, sull’occupazione etc. Certamente la Manovra ha ulteriormente confermato che la crisi strutturale del capitalismo finanziario procede senza dare segni di soluzione di continuità, anzi evidenzia uno sviluppo perverso e una capacità di espandersi sottotraccia, riesplodere improvvisamente, coinvolgere economie e stati che sembravano solo marginalmente interessati o che sembravano aver superato le criticità maggiori. Essenzialmente tutto questo conferma l’incapacità di affrontare l’attuale crisi con le armi messe a disposizione dal liberismo e dalle opzioni offerte da un’economia di mercato che dovrebbe operare in una realtà concorrenziale, che, tra l’altro, in realtà tale non è, perché alcuni importanti competitors non seguono le regole del gioco e operano al di fuori delle stesse, potendo quindi fruire di sleali vantaggi, non dovendo, infatti, garantire livelli retributivi adeguati, ambienti di lavoro salubri, oneri sociali derivanti da un sistema di sicurezza e di prevenzione, welfare e regolamentazioni sull’impatto ecologico delle attività produttivi o connesse con la produzione. La crisi di credibilità della classe politica internazionale è confermata dalla caduta di popolarità di tutti i governi in carica e dei premier che ne incarnano, anche in termini di immagine, la responsabilità. Inutile soffermarci sulle difficoltà di Zapatero, piuttosto che di Papandreou o Berlusconi, sulla crisi dei regimi nord africani di Libia, Tunisia ed Egitto, sulla repressione in Siria, sul cambio di maggioranza avvenuto in Danimarca, certo non godono maggiore popolarità Sarkozy in Francia, che secondo un sondaggio SWG raggiunge uno stentato 33 % dei consensi, nonostante le spregiudicate mosse “libiche” e l’asse con la Germania ai danni di una vera posizione unitaria europea. Altrettanto dicasi per la stessa Merkel, che dopo numerosi tonfi elettorali ha invertito la rotta solo a Berlino grazie ad un’operazione di marketing elettorale in chiave antieuropeista. Obama trova notevoli difficoltà negli Stati Uniti e molti cominciano a parlarne come un “grande bluff”, Cameron, nonostante si sia insediato da relativamente poco a Dowinng Street, vede scendere sotto il 43% la sua popolarità, in Lettonia vince il partito filorusso e in Giappone il Primo Ministro fa harakiri … A questo basterebbe aggiungere che, secondo un sondaggio “Eurobarometro 2011”, ripreso da SWG per gli Europei “il peggio della crisi economica, nel suo impatto sul mercato del lavoro deve ancora venire” e tra i più pessimisti annoveriamo non solo Romeni, Spagnoli, Greci, Irlandesi e Portoghesi, ma anche Inglesi e Francesi !!! Quanto sopra evidenzia una crisi generale del sistema economico politico mondiale ben aldilà delle mere polemiche sulla Manovra Bis e sull’articolo 8., Il Segretario Generale della UGL ha dichiarato che” non è l’articolo 8 l’aspetto più inquietante della Manovra Bis non solo perché il problema si supera facilmente non firmando accordi con deroghe alle norme sui licenziamenti, e qualsiasi organizzazione sindacale rappresentativa dovrebbe essere in grado di farlo, ma anche perché non si assume più nessuno i giovani sono disoccupati”. “Ormai è chiaro” conclude Centrella “che ci si preoccupa a Roma come a Bruxelles di conti e di mercati, mentre delle persone e delle difficoltà non si interessa nessuno”.In effetti “la vera insidia dell’articolo 8 non sta nel via libera ai licenziamenti senza giusta causa, ma nella possibilità di creare spazio a eventuali sindacati di comodo”, ribadisce il Segretario Generale della UGL. Le perplessità sono inoltre determinate dal fatto che l’articolo in questione nulla toglie e nulla aggiunge alla manovra ed è quindi una scelta la cui responsabilità politica viene assunta in toto dal Governo, che dovrebbe avere invece il coraggio di far pagare di più a chi di più ha !!. Infatti sotto attacco sono le famiglie, tutto il ceto mediobasso, i lavoratori e i pensionati, le persone con disabilità e non autosufficienti, mentre i grandi privilegi e privilegiati continuano a mettersi a riparo dai sacrifici. Tuttavia la manovra presenta alcuni aspetti positivi, o meglio alcuni tenui segnali che vanno nella giusta direzione, Significativa è l’introduzione nel Codice penale del reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, una fondamentale norma di civiltà. Condivisibile l’aumento dell’IVA di un punto che esclude ovviamente i prodotti alimentari e di prima necessità anche se può avere un impatto negativo sui consumi ed avviare una ulteriore escalation inflattiva. Importante inoltre, almeno per il suo significato simbolico, è il riequilibrio della tassazione sugli strumenti finanziari. Serve comunque un maggior coraggio nell’affrontare temi quali i costi della politica, iniziando a tagliare in modo deciso consulenze, spese ed enti che sono solo frutto di logiche clientelari. Purtroppo anche in questo momento il Movimento Sindacale non ha rilevato la necessità di presentarsi unito al confronto e, dopo l’accordo unitario del 28 giugno con Confindustria, è ricaduto nelle sue divisioni interne e nella logica perversa del “fatto compiuto” troppo spesso espressa da un Governo incapace di corrette relazioni e da una classe politica che sembrerebbe puntare alla strenua difesa della Finanza e non dell’Economia Reale. Il Sindacato, in questo momento di obiettiva difficoltà, deve quindi muovere i suoi passi su due livelli. Il primo è quello negoziale, sviluppando un fronte il più omogeneo possibile atto ad affrontare i vari tavoli negoziali ed istituzionali., senza pregiudiziali politiche ed ideologiche, al fine di gestire al meglio il contingente, senza rischiare di svendere i lavoratori e salvaguardando le aree di welfare e di tutela degli stessi. Il Sindacato è forse rimasto l’unico strumento di difesa di interessi collettivi e generali a fronte di una personalizzazione della politica chiusa a tutelare interessi di parte e privilegi di casta. Il secondo, ma certamente non meno importante per la UGL, che trae origine dal Sindacalismo Nazionale e Rivoluzionario e che quindi ha al suo interno un’anima fortemente identitaria, rispondente a precisi valori, determina l’esigenza di avviare un percorso che evolva il concetto partecipativo, che ci caratterizza, dalle semplici enunciazioni di principio, alle elaborazioni di una proposta percorribile in un momento di grave crisi, quale quello attuale, del sistema capitalistico e delle sue evidenti contraddizioni. Nel contempo, mantenendo un indispensabile rapporto con il territorio e con le categorie, si deve intensificare l’azione di mobilitazione delle strutture per una critica sempre più incalzante ed incisiva dei costi della politica, dei privilegi del management aziendale, della logica perversa delle delocalizzazioni, della controffensiva datoriale che punta a restringere ulteriormente le aree di welfare e a disporre di una forza lavoro sempre più precaria e non tutelata. Solo attraverso queste iniziative potremmo dare nuova fiducia al mondo del lavoro, maggiore coscienza del proprio ruolo di elemento della produzione e non costo della stessa, verso un futuro che punti a Cogestire la Crisi per Cogestire, in maniera non subalterna, la Ripresa. Per concludere si inserisce un commento all’articolo 8 della Manovra Bis elaborato dall’Istituto IPER UGL.

Art. 8 – Sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità L’articolo 8 interviene in materia di
contrattazione collettiva aziendale o territoriale definita quale contrattazione collettiva di prossimità. La norma riprende ed amplia quanto già contenuto in accordi interconfederali di riforma
della contrattazione collettiva; in particolare le intese del 15 aprile 2009 e del 28 giugno 2011. In sostanza, si riconosce la validità dei contratti collettivi di lavoro sottoscritti a livello aziendale o territoriale da associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o territoriale. Tali intese hanno efficacia su tutti i lavoratori, ma devono essere sottoscritte dalle imprese con sindacati rappresentativi e sulla base di un criterio maggioritario di presenza del sindacato stesso. Ciò significa a livello aziendale i soggetti sindacali deputati a trattare e a firmare sono le rappresentanze sindacali aziendali o unitarie; l’accordo assume efficacia su tutti i lavoratori, laddove le rappresentanze sindacali, singolarmente o collettivamente,rappresentano la maggioranza dei lavoratori. L’obiettivo di queste intese è quello di favorire una maggiore occupazione, migliorare la qualità dei contratti, all’adozione di forme di partecipazione dei lavoratori, far emergere il lavoro sommerso, incrementare la competitività e i salari, gestire le crisi aziendali ed occupazionali, stimolare gli investimenti e l’avvio di nuove attività. In ragione di ciò, fermo restando il rispetto della Costituzione, nonché i vincoli derivanti dalle normative comunitarie e dalle convenzioni internazionali di lavoro, le intese sottoscritte possono operare anche in deroga alle disposizioni di legge che disciplinano una serie di materie espressamente richiamate. In particolare, gli accordi in deroga, che devono rispettare le normative di legge e gli accordi interconfederali vigenti, come l’accordo del 28 giugno 2011, possono essere adottati in materia di utilizzo di impianti audiovisivi ed introduzione di nuove tecnologie; alle mansioni del lavoratore, alla classificazione e inquadramento del personale; ai contratti a termine, ai contratti a orario ridotto, modulato o flessibile, al regime di solidarietà negli appalti e ai casi di ricorso alla somministrazione di lavoro; alla disciplina dell’orario di lavoro; alle modalità di assunzione e disciplina del rapporto di lavoro, comprese le collaborazioni coordinate e continuative a progetto e le partite Iva, alla trasformazione e conversione dei contratti di lavoro e alle conseguenze del recesso del rapporto di lavoro, fatta eccezione per il licenziamento discriminatorio, il licenziamento della lavoratrice in concomitanza del matrimonio, il licenziamento all’inizio del periodo di gravidanza fino al termine dei periodi di interdizione al lavoro nonché fino ad un anno di età del bambino, il licenziamento causato dalla domanda o dalla fruizione del congedo parentale e per la malattia del bambino da parte della lavoratrice o del lavoratore ed il licenziamento in caso di adozione o di affidamento. La norma prevede infine che le disposizioni contenute in contratti collettivi aziendali vigenti, approvati e sottoscritti prima dell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 sono efficaci per tutto il personale delle unità produttive interessate purché il contratto collettivo aziendale sia stato approvato con una votazione a maggioranza dei lavoratori. Il comma 3 bis modifica l’articolo 36 del dlgs 188 del 2003, dedicato alle attività ferroviarie. In particolare, la norma riguarda le imprese ferroviarie e le associazioni internazionali di imprese ferroviarie che espletano sull’infrastruttura ferroviaria nazionale servizi di trasporto di merci o di persone. Tali imprese sono tenute, per effetto di questo comma, ad osservare ed applicare la normativa regolamentare e i contratti collettivi nazionali di settore compatibili con la legislazione comunitaria con riferimento anche alle condizioni di lavoro del personale.

La norma interviene in un settore molto delicato nel quale il rapporto fra le parti è fondamentale e va evidentemente valorizzato, pur in un contesto nel quale è imprescindibile il rispetto di alcuni principi guida alla base del rapporto di lavoro subordinato. L’Unione Generale del Lavoro ha dimostrato in questi anni forte senso di responsabilità, contribuendo alla definizione di protocolli ed intese a livello nazionale, aziendale o territoriale, da ultimo con il protocollo del 28 giugno 2011 su rappresentatività, rappresentanza ed esigibilità dei contratti. Per questa ragione, ha sollecitato la massima cautela possibile in materia di rapporto di lavoro ed organizzazione dello stesso in azienda, al fine di evitare situazioni discriminatorie verso categorie di lavoratori o penalizzanti per parte del territorio o per determinate aziende. Gli accordi collettivi aziendali sottoscritti da sindacati rappresentativi a livello nazionale o territoriale (su base di un criterio di maggioranza) sono efficaci per tutti i lavoratori e possono introdurre delle deroghe su alcuni punti elencati, ma non possono intervenire su materie tutelate dalla Costituzione o disciplinate da normative di legge o da accordi interconfederali vigenti, compreso quello del 28 giugno 2011. L’introduzione delle deroghe è però strettamente connessa al raggiungimento di alcuni obiettivi, fra i quali il miglioramento della qualità dei contratti e delle condizioni di competitività della azienda nonché l’incremento dei salari del personale dipendente e l’introduzione di forme di partecipazione dei lavoratori. In materia di licenziamento, l’articolo 8 ammette una sola eventuale opzione di scelta; fermo restando il divieto di licenziamento discriminatorio e il divieto di licenziamento per matrimonio e nei periodi di maternità, congedo parentale, adozione o affidamento, l’accordo in deroga può prevedere un risarcimento in luogo della reintegrazione nel posto di lavoro, così come previsto dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nel caso di annullamento o di nullità del licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo. La norma sulla applicazione anche alle imprese ferroviarie e alle associazioni internazionali che operano sulle infrastrutture ferroviarie nazionali del contratto di Ferrovie dello Stato è di garanzia per i lavoratori.

Ettore Rivabella

Politici prestigiatori elettorali

La politica, quando si adatta a ricercare un luogo comune, su cui scaricare le responsabilità da addossare ai propri avversari, diventa banale e meschina come la disputa di una bega condominiale. L’ultima menata è quella di Fini, alla cerimonia del “Ventaglio” alla Camera, quando parlando del distacco tra i cittadini e la politica si è soffermato sul sistema elettorale, auspicando l’adozione di uno nuovo. E’ la stessa circostanza in cui il Presidente della Camera si è soffermato sui costi della politica ed ha anticipato un piano, da qui al 2013, di risparmi nel bilancio di Montecitorio per 110 milioni di Euro. La “manovra” della Camera, però, indirettamente l’aveva già fatta il Governo con la riduzione dei vitalizi e delle pensioni, in questo caso rispettivamente per gli ex parlamentari e per gli ex dipendenti, a chi percepisce oltre i 90.000 euro, e con il blocco del turn over. Quella dell’Ufficio di Presidenza della Camera è ben poca cosa, se limitata alla disdetta dei contratti di fitto per Palazzo Marini (di là a venire alla scadenza), alla chiusura di uno dei ristoranti interni a Montecitorio e ad una sforbiciata alle spese per la comunicazione, l’informatica e l’autorimessa. Tutte cose che … “faremo” … mentre è già operante alla Camera l’aumento del 3,2% delle retribuzioni, scattato a fine giugno per l’adeguamento alla produttività, al contrario del Senato che l’ha congelato. Quella del Presidente della Camera sulla riforma elettorale costituisce, pertanto, benché non se ne ravveda il bisogno, solo una nuova menata al rilancio del veleno politico. Non c’è, infatti, niente di nuovo da quel fronte, neanche per fare futuro, mentre ci sarebbe da osservare che non è la legge elettorale che cambia le cose. Di sistemi elettorali ne abbiamo provati già tanti, senza modificare l’andazzo della politica e, a ben guardare, quest’ultimo sistema, benché con tante lacune, è anche migliore degli altri: ha eliminato, infatti, le preferenze che sono state un elemento di grande disturbo per la questione morale e che hanno sempre agito come moltiplicatore della corruzione. Anche l’ex assessore pugliese Tedesco era lì, e a quell’assessorato che gestiva il 75% delle risorse economiche della Regione, in ragione del peso “politico” delle sue preferenze. Non è proprio esatto il pensiero di quanti sostengono che l’attuale sistema di preferenze-nomine adottato dai partiti finisca col togliere la facoltà di scelta degli elettori. Questi ultimi, infatti, scelgono soprattutto i programmi e ripongono la fiducia in una proposta politica. Per favorire la democrazia, perché sia rispettata la volontà degli elettori, sarebbe invece opportuno rafforzare la facoltà, per chi vince le elezioni, di portare a compimento le proposte programmatiche su cui i partiti si sono impegnati. A tal fine sarebbe cosa buona e giusta se un’eventuale nuova legge elettorale fosse inserita in una scelta complessiva di riforma dello Stato. La scelta degli uomini – che sia attraverso le primarie o i collegi uninominali (certamente da preferire perché le primarie come si è visto sono manipolabili) – sarebbe un aspetto secondario rispetto alla governabilità che è il fine essenziale da raggiungere. Non sarebbe male, anzi sarebbe il tempo, che anche all’Italia fosse consentita una svolta di libertà di democrazia e fosse garantita, così, nella sostanza la sovranità popolare. Sarebbe ora di passare finalmente, da un sistema burocratico, controllato dai partiti e dalle caste, attraverso diversi livelli di veto, a una democrazia compiuta d’impronta moderna e liberale. Con la Riforma dello Stato (seconda parte della Costituzione) avrebbe senso anche una riforma elettorale. Il fine dovrebbe essere quello di rendere più snello, trasparente ed efficiente tutto il sistema della rappresentanza democratica del territorio e soprattutto di rendere efficace e più diretta l’azione del governo e, infine, individuabili le responsabilità delle scelte fatte e di quelle non fatte. E’ giusto che un giudizio democratico degli elettori avvenga anche su ciò che non si fa, senza che ci siano giustificazioni legate all’agibilità procedurale delle soluzioni politiche proposte: è meglio un governo che fa male, se poi è mandato a casa per i suoi errori, che un governo che non fa. Con una nuova legge elettorale, la facoltà di scelta (preferenze), poi, sarebbe ugualmente sottratta agli elettori dall’azione dei partiti che avrebbero comunque la facoltà di privilegiare la visibilità di chi vogliono. La reintroduzione delle preferenze rafforzerebbe piuttosto la partitocrazia, perché favorirebbe sia le frammentazioni parlamentari in gruppi di pressione politica e sia le cordate di lobby affaristiche. Chi ha più preferenze di solito impone ai partiti una maggiore visibilità nelle istituzioni, a prescindere dalle capacità personali, e soprattutto dai modi con cui le preferenze sono state ottenute. Varrebbero così più le potenzialità clientelari che le qualità morali. Chi è onesto sempre e comunque, infatti, come si sa, non è mai simpatico a tutti.

Vito Schepisi

Al Governo, alla Marcegaglia e a chi non vuole capire

A volte sembrerebbe che si voglia fraintendere volutamente.
Nessuno pensa che con l’aumento dell’aspettativa di vita non si debba aumentare anche l’età per andare in pensione, o gli anni lavorativi per andarci con quella di anzianità. O anche eliminare il conteggio degli anni del militare e dell’università.
Il fatto è che non si […]

Manovra

ROMA – Sorpresa: l’emendamento del governo che rafforza l’entità della manovra, con l’aumento dell’Iva, e la sua equità, con il contributo sui super-ricchi e l’anticipo della pensione a 65 anni delle donne, fa anche un bello sconto a ministri, deputati e senatori.
In attesa del promesso disegno di legge costituzionale per il dimezzamento del numero dei parlamentari, che forse non arriverà neanche oggi sul tavolo di Palazzo Chigi, l’articolo 13 della manovra sui costi della politica è stato abbondantemente rivisitato. Con una bella riduzione del taglio delle indennità dei membri di Camera e Senato, almeno sei volte di meno rispetto a quanto previsto nel testo originario, e l’ammorbidimento dell’incompatibilità del loro mandato con gli altri incarichi pubblici.
Tanto per cominciare, il taglio delle retribuzioni o delle indennità di carica dei componenti degli organi costituzionali (il 10% per la parte eccedente i 90 mila euro, il 20% su quella che supera i 150 mila), non si applicherà più da domani e per sempre, ma solo per quest’anno, il prossimo, e il 2013. E dalla sforbiciata, grazie alla modifica approvata ieri con il voto di Palazzo Madama, vengono fatti salvi «la presidenza della Repubblica e la Corte costituzionale».
Cosa che ha fatto infuriare il viceministro delle Infrastrutture, Roberto Castelli, contro i «boiardi» della Consulta e del Quirinale, che ha risposto per le rime. Spiegando che il Colle è estraneo alla formulazione della norma, che è il governo che semmai deve dare chiarimenti, e che, in ogni caso, ai dipendenti della presidenza della Repubblica «già si applica il contributo di solidarietà a suo tempo introdotto per la pubblica amministrazione». Che, per onor di cronaca, è pari alla metà: il 5% oltre i 90 mila euro, il 10% oltre i 150 mila.
Nessuna parola, né da Castelli, né dagli altri quasi mille rappresentanti della Camera e del Senato, sull’alleggerimento dei tagli all’indennità parlamentare, che pure l’emendamento prevede. Se un deputato o un senatore fa anche un altro mestiere e incassa più di 9.847 euro netti, l’indennità di carica di 5.486 euro mensili netti (cui poi si sommano tra diaria e rimborsi spese altri 7.193 euro, che non vengono toccati), non sarà più tagliata del 50% come prevedeva il testo originario. La sforbiciata si farà sul totale annuo percepito a titolo di indennità, e sarà pari al 20%, ma solo per la quota eccedente i 90 mila euro, e al 40% per quella che supera i 150 mila euro.
Non bastasse, anche il regime dell’incompatibilità dei parlamentari, prima ferreo con l’impossibilità di ricoprire «qualsiasi altra carica elettiva pubblica», viene notevolmente annacquato. Nella nuova versione del testo, infatti, l’incompatibilità è circoscritta alle altre cariche elettive «di natura monocratica» e relative a «organi di governo di enti pubblici territoriali aventi popolazione superiore ai 5 mila abitanti». Traduzione: i parlamentari potranno continuare a fare i sindaci nei Comuni piccoli e medi. Ma potranno anche avere l’incarico di assessore in tutti i municipi, compresi quelli delle grandi città.
Mario Sensini

Imbecilli bipartizan

Se in tutti i Paesi avanzati gli Stati promuovono la lettura, in Italia si fa di tutto per scoraggiarla. Dalla mezzanotte di oggi (ossia, dal primo settembre 2011) entrerà in vigore la legge Levi, dal nome del deputato che l’ha presentata in Parlamento, la quale fissa al 15% il tetto massimo degli sconti applicabili sul commercio online di libri. Per questo la norma è stata ribattezzata anti Amazon, in riferimento al colosso web della vendita di prodotti editoriali, che da quando è sbarcato in Italia ha rotto gli equilibri del mercato editoriale nostrano.
L’intento della legge, presentata nel 2008 dai deputati Ricardo Franco Levi (Pd) e Franco Asciutti (Pdl) e votata in modo bipartisan in Parlamento appare, quindi, evidente: difendere le case editrici e le catene di distribuzione nazionali dalla concorrenza, attraverso l’adozione di misure protezionistiche. Un provvedimento palesemente in contraddizione con i principi del libero mercato condivisi in sede Europea dal nostro Paese e tanto cari, almeno a parole, al nostro governo. A farne le spese saranno ovviamente i cittadini, o meglio quel basso numero di lettori, giudicato dalla stessa politica ad ogni rilevazione statistica come un dato negativo. Quella stessa politica ipocrita e paradossale, che come al solito quando c’è da scegliere tra gli interessi di lobby e corporazioni e quello generale sacrifica sempre la crescita sociale e culturale del nostro Paese. In quei Paesi dove la percentuale di lettori è molto più alta i cittadini scelgono le classi dirigenti con più consapevolezza, libertà, senso critico. Sarà per questo che in Italia la classe politica fa scelte opposte?
Bhe, congratulazioni ai due imbecilli che hanno partorito si tanta legge. E congratulazioni anche agli altri imbecilli che l’hanno approvata.

‘Tutta la manovra minuto per minuto..’: Pensioni..

Sinceramente ormai la politica è peggio del calcio, in tutti i sensi.
Non si fa a tempo a commentare una notizia che subito c’è già la smentita o la notizia che informa che quello che si era deciso ieri, oggi non è più valido.
Un po’ come la bella trasmissione radiofonica del calcio, “Tutto il calcio minuto […]