Liberalizzazioni passeriste

Le stelle polari sono concorrenza e mercato. L’obiettivo è colpire le rendite di posizione e gli interessi consolidati. Se non è un bluff, la prossima settimana il Governo di Mario Monti potrebbe alzare il velo sulla fase 2 (o «Cresci Italia») e mettere in pista il pacchetto per le cosiddette liberalizzazioni. Farmacie, taxi, benzinai, notai, servizi pubblici locali (acqua in testa) i primi capitoli del progetto in mano al sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Con il suo passato alla guida dell’Antitrust, Antonio Catricalà deve gestire uno dei dossier più caldi dell’Esecutivo. L’operazione non sarà certo conclusa in sette giorni. Si parte dai suggerimenti arrivati proprio dall’Autorità garante della concorrenza, ora presieduta da Giovanni Pitruzzella. E già da domani potrebbero prendere corpo alcune misure. In cima alla lista c’è la benzina. Con gli aumenti dei carburanti, Monti potrebbe mettere il piede sull’acceleratore per favorire un contenimento dei prezzi alla pompa.
La riforma è sul tavolo del ministero dello Sviluppo economico da anni. E nei giorni scorsi il dossier è stato seguito dal sottosegretario, Claudio De Vincenti, che ha visto alcune associazioni e altri incontri potrebbero essere in agenda a breve fino a una riunione complessiva con tutti gli attori coinvolti. Tra le ipotesi, in particolare, l’eliminazione dell’esclusiva, che però sembra non convincere nessuno né i gestori né i petrolieri. La prospettiva, tutta da verificare, è quella di vendere la benzina ai supermercati senza alcuna limitazione. Sul fronte dei taxi, il Governo potrebbe aprire il mercato procedendo con licenze compensative, dando la possibilità agli attuali titolari delle licenze di vedersene assegnata un’altra gratuitamente: ma i tassisti promettono battaglia. Altra idea, passando alle Poste, è scorporare il Banco Posta e delimitare il perimetro del servizio universale limitandolo esclusivamente a servizi veramente essenziali. Allo studio l’ipotesi di ridurre la durata dell’affidamento del servizio a Poste (ora a 15 anni). Assai delicato il capitolo farmacie. L’apertura delle parafarmacie fu uno degli elementi più forti delle lenzuolate targate Bersani: adesso si potrebbe andare oltre, con la deregulation per la fascia C e l’aumento del numero delle farmacie. Verrebbe ampliata la possibilità della multi-titolarità in capo a un unico titolare, aumentando il numero massimo da 4 a 8.
Delicato il capitolo sulle reti. L’Antitrust definisce questioni «impregiudicate» sia lo separazione proprietaria di Snam Rete Gas da Eni sia quella di Rfi dalla holding Fs. Poi c’è la questione dei servizi pubblici locali. Gli enti locali potrebbero essere obbligati a verificare la possibilità di una gestione concorrenziale con procedure aperte di manifestazione di interesse degli operatori del settore. Poche difficoltà, invece, sul fronte banche e assicurazioni.Dovrebbe essere vietata a stretto giro la vendita di polizze abbinate ai mutui. L’Esecutivo potrebbe trovare più di una resistenza con il capitolo delle professioni: l’idea è eliminare le ultime deroghe sulle tariffe minime e accelerare il provvedimento che disciplina le società professionali. Qualche lamentela è già arrivata dai notai. A conti fatti, insomma, Monti ha alzato l’asticella. Si tratta – non cè dubbio – di obiettivi è ambizioso: «Faremo saltare i colli di bottiglia» ha promesso il premier. Un’immagine, quella usata dal presidente del Consiglio, che sintetizza il senso di un’operazione che ritiene cruciale per l’intera strategia di sostegno alla crescita che vuole mettere in campo. Le liberalizzazioni, ha assicurato il professore della Bocconi, «saranno equilibrate e pragmatiche ma non timide». Parole che, inevitabilmente, si legano ai dolorosi passi indietro che, proprio sul fronte delle liberalizzazioni, ha dovuto incassare durante l’iter della manovra in Parlamento. E il rischio di un bis non è da scartare.
di Francesco De Dominicis

Immigrati esentasse…

Roma – C’è crisi, più tasse per gli italiani. C’è crisi, meno tasse agli immigrati. Dopo un mese di salassi annunciati e applicati, ora il governo Monti lancia l’unico messaggio anti-imposte dal giorno dell’insediamento. Seguendo un ragionamento che potrebbe essere corretto se non arrivasse da chi ha appena flagellato sessanta milioni di cittadini, i ministri dell’Interno Anna Maria Cancellieri e della Cooperazione internazionale Andrea Riccardi stanno lavorando ora in una direzione opposta: hanno deciso di «avviare un’approfondita riflessione e attenta valutazione sul contributo per il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno degli immigrati regolarmente presenti in Italia».
Il contributo sarebbe il nuovo balzello deciso da un decreto del governo Berlusconi, a firma degli ex ministri Maroni e Tremonti, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 31 dicembre, che sarà in vigore dal prossimo 30 gennaio. Nel decreto è previsto che gli stranieri che chiedano il permesso di soggiorno debbano pagare tra gli 80 e i 200 euro, a seconda del tipo di documento: la quota minima è per il permesso classico di un anno, 200 euro è invece l’obolo necessario per la carta di soggiorno, destinata ai «soggiornanti di lungo periodo», da rinnovarsi ogni cinque anni. La nuova tassa non riguarda in nessun modo i ragazzi minorenni, gli immigrati che vengono in Italia per cure mediche e coloro che richiedono asilo.
Il ragionamento dei ministri Cancellieri e Riccardi è questo: «In un momento di crisi che colpisce non solo gli italiani, ma anche i lavoratori stranieri presenti nel nostro Paese, c’è da verificare se la sua applicazione può essere modulata rispetto al reddito del lavoratore straniero e alla composizione del suo nucleo familiare». Il Pd applaude, ma la mossa filo-immigrati piace soprattutto agli ambienti cattolici, che questo governo rappresenta in effetti con molti ministri, e soprattutto con il premier Monti. La Lega è sulle barricate, annuncia l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni. Ma anche il Pdl è gravemente perplesso: intervenire su questa materia sarebbe «uno sfottò al Parlamento», avverte l’ex sottosegretario Alfredo Mantovano. Questo perch´ la tassa era definita nell’ultimo decreto attuativo di ottobre, ma il contributo «è stato introdotto con la legge 94/2009, che a sua volta ha modificato il testo unico sull’immigrazione; è quindi legge dello Stato, varata dopo un confronto parlamentare consapevole e acceso». Se si modifica questa materia, bisogna quindi ripassare dal Parlamento, avverte anche il Pdl Lucio Malan.
Maroni ha subito reagito sulla sua pagina Facebook: «Il governo vuole cancellare il mio decreto sul permesso di soggiorno a pagamento. Io dico alla ministra Cancellieri di non azzardarsi a farlo, sarebbe un atto di vera e propria discriminazione nei confronti dei cittadini padani e italiani, un attacco ai diritti di chi lavora e paga la crisi che la Lega non può accettare». E il vicepresidente del Carroccio al Senato Sandro Mazzatorta ha ricordato che in Francia sono necessari ben 1.600 euro a un immigrato per ottenere il permesso di lavoro.
Il nuovo meccanismo era stato pensato per rifinanziare in parte i considerevoli costi sostenuti dallo Stato per la gestione dell’immigrazione: rimpatrio degli irregolari e amministrazione delle pratiche dei permessi di soggiorno. Metà delle entrate erano infatti destinate al fondo rimpatri, per sostenere gli straordinari degli agenti di polizia. L’altra metà andrebbe invece a finanziare gli sportelli unici per l’immigrazione e l’integrazione. Il provvedimento avrebbe portato nel giro di poco tempo circa 200 milioni nelle casse dello Stato. L’imposta era stata duramente criticata dalla Chiesa, «una tassa ingiusta», l’aveva definita martedì monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes della Cei. E ieri dal Vaticano e ambienti vicini sono arrivate lodi al governo che nella crisi pensa agli immigrati: il ripensamento del contributo sul permesso di soggiorno «è il segno di una grande apertura che accogliamo con favore», è stato il commento di Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas Italiana. «Un segnale importante e coraggioso» per le Acli.

In che mani siamo

Altra bella notizia che fa il paio con questa qui. Chissà cosa staranno pensando tutti quei cretini che festeggiarono la “caduta” del dittatore…
L’uso delle camere di sicurezza, previsto dal decreto svuota carceri, crea non pochi problemi nei rapporti tra governo e polizia. A far scoppiare la bomba è il vicedirettore della Pubblica sicurezza, il prefetto Francesco Cirillo, secondo il quale le “camere di sicurezza inadatte a detenzione”. Il ministro della Giustizia Paola Severino risponde a stretto giro di posta ribadendo che la “norma è stata concordata con il Viminale, alla presenza dei vertici di polizia”.
Le camere di sicurezza: Oggi in Italia ci sono 1057 camere di sicurezza. In base alle norme contenute nel decreto “svuota carceri” del 23 dicembre scorso dovrebbero ospitare, entro 48 ore dal fermo, persone arrestate per reati non gravi e in attesa di processo per direttissima. Ma secondo il vicedirettore della Pubblica Sicurezza, prefetto Francesco Cirillo, sono troppo poche e inadatte a ospitare i detenuti in condizioni di minima dignità. Oltre a questo le forze di polizia non sono organizzate né attrezzate per la custodia degli arrestati. La denuncia arriva in un’audizione informale, dalla commissione Giustizia del Senato, dove oggi parte l’iter per la conversione in legge del dl sull’emergenza carceraria. Il vice capo della Polizia ricorda numeri e dati, giudicati inequivocabili, che lo portano a concludere “il detenuto sta molto meglio in carcere”.
La situazione è difficile: Delle 1057 camere di sicurezza 658 sono gestite dai carabinieri, 327 dalla Polizia, 72 dalla Guardia di Finanza. Non hanno il bagno, non consentono l’ora d’aria né la separazione tra uomini e donne e dunque non garantiscono “condizioni indispensabili per rispettare la dignità delle persone”. I costi per un’eventuale adeguamento delle strutture sarebbero milto alti, sottolinea poi il prefetto Cirillo, che cita il caso di Torino, dove per 5 camere di sicurezza si sono spesi 450mila euro. “Nessuno ci ha spiegato come devono essere organizzate queste camere di sicurezza”, lamenta ancora il prefetto. E polizia e carabinieri, i cui organici sono fermi al’89 (114mila carabinieri e 107mila poliziotti) “nascono per stare nelle strade”. Tra l’altro, particolare non secondario, i necessari turni di sorveglianza sottrarrebbero forze consistenti al controllo del territorio.
Il ministro Severino: norme concordate: Il ministro Severino ribatte punto su punto alle accuse ricevute. “Le norme del decreto svuota carceri, che impongono alle forze dell’ordine di custodire in cella di sicurezza gli arrestati in flagranza in attesa della convalida sono state totalmente concordate” con il ministero dell’Interno e i vertici delle forze di polizia. “Attendo – ha precisato la Guardasigilli – di conoscere con esattezza da parte della commissione quali sono state queste considerazioni. Posso dire che quelle norme sono state pienamente condivise con il ministero dell’Interno. Si tratta di una normativa – ha ribadito – totalmente concordata con il ministero dell’Interno alla presenza dei vertici delle forze di polizia”.
Mettiamo alla prova il decreto: “Se non si completa tutta l’attività di deflazione del processo civile – ha detto il ministro entrando in commissione Giustizia del Senato – non si può dire che si tratti di uno spot”. Rispondendo alle critiche mosse oggi dagli avvocati al dl il Guardasigilli ha risposto: “Le cose vanno messe alla prova, un giudizio sul provvedimento si potrà dare solo quando il sistema è stato completato”.
Il sindacato Sappe polemizza: Non tutti sono d’accordo con la denuncia fatta da Cirillo. Donato Capece, segretario generale del Sappe, sindacato autonomo polizia penitenziaria ribatte in questo modo: “Non so su quali basi il vice capo della Polizia abbia detto che i detenuti stanno meglio nelle carceri che, come peraltro già previsto dalle leggi, presso le camere di sicurezza delle Forze di Polizia che operano gli arresti.  Evidentemente non ha conoscenza diretta della grave emergenza penitenziaria, peraltro decretata da due anni dal governo. Peraltro – aggiunge Capece – mi stupisce la sua presa di posizione visto che la norma inserita nel decreto legge 211 del 22 dicembre scorso non fa altro che ribadire una disposizione, da tempo impropriamente disattesa, del codice di procedura penale”

Tasse e immigrazione

Il governo Monti, quando s’è trattato di tassare soprattutto gli indigenti, è stato decisissimo… ora, con gli immigrati tentenna e cerca scuse. SE tutti (tranne gli ultraricchi e le caste) DEVONO pagare (compresi gli indigenti italiani), è giusto che paghino anche gli immigrati che spesso e volentieri hanno molto di più di qualunque indigente italiano.
MILANO – Il governo ci ripensa e la tassa sul permesso di soggiorno potrebbe finire in archivio. O almeno venire modificata in base al reddito. Il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, e il ministro per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione, Andrea Riccardi, spiega una nota dell’esecutivo «hanno deciso di avviare una approfondita riflessione e attenta valutazione sul contributo per il rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno degli immigrati regolarmente presenti in Italia, previsto da un decreto del 6 ottobre 2011 che entrerà in vigore a fine gennaio».
RIMODULAZIONE – In particolare, si legge nella nota, «in un momento di crisi che colpisce non solo gli italiani ma anche i lavoratori stranieri presenti nel nostro Paese, c’è da verificare se la sua applicazione possa essere modulata rispetto al reddito del lavoratore straniero e alla composizione del suo nucleo familiare».
LA LEGA – La decisione del governo ha provocato l’immediara reazione della Lega. «Il governo vuole cancellare il mio decreto sul permesso di soggiorno a pagamento: io dico alla ministra Cancellieri di non azzardarsi a farlo, sarebbe un atto di vera e propria discriminazione nei confronti dei cittadini padani e italiani, un attacco ai diritti di chi lavora e paga la crisi che la Lega non può accettare» afferma l’ex ministro dell’Interno, Roberto Maroni, su Facebook. «È davvero incredibile, per non dire vergognoso, – ha scritto in una nota il senatore ed ex ministro Roberto Calderoli – vedere che autorevoli ministri del governo di Mario Monti, dopo aver taciuto di fronte alle pesanti misure adottate dall’esecutivo, che vanno a colpire i nostri pensionati e i nostri lavoratori che fanno fatica ad arrivare a fine mese, adesso si spendano in prima persona e prendano posizione contro la tassa sul permesso di soggiorno per gli immigrati». «Una vergogna davvero», ha insistito. «Comunque prendiamo atto che per i ministri del governo Monti si possono spremere i nostri pensionati e i nostri lavoratori, tassare i loro risparmi, la loro prima abitazione, ma non si deve chiedere nulla agli immigrati…», ha concluso il coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Nord.

Il domatore di pecore e la dignità

Inutile nascondercelo. Negli ultimi mesi in Italia si è venuta a creare nell’aria un’alchimia che sta facendo in modo che tutto quello che viene ordinato al popolo, dal nuovo governo, il popolo esegue senza tante storie. Perfino la sinistra, tanto battagliera col governo precedente, e tanto battagliera, sempre, a toccargli i diritti dei lavoratori, adesso […]

Infondo…

… gli si chiedeva SOLO un pò di coerenza. Quel tanto che sarebbe bastato per far tornare alla bocconi il professor monti e gli altri seguaci che occupano le poltrone di ministro senza essere stati eletti da noi. Ma la coerenza (e il buon senso) non sono stati usati. Ora che il danno della manovra è fatto anche e soprattutto con l’aiuto del Pdl, non servono più elezioni o cambiamenti. I tassati siamo sempre e comunque noi. Il mio voto (seppure indiretto), il Pdl lo ha già perso così come lo ha perso la Lega e, molto probabilmente, se e quando ci saranno elezioni, deciderò di restarmene a casa.
A fare il partito di lotta e di governo si finisce male, la storia dovrebbe insegnarlo agli esponenti del Pdl emersi dai fumi del cenone, sopravvissuti al trauma della caduta dal potere, convinti di dover dichiarare sempre, comunque e la qualunque. Perché o sono matta io o hanno qualche problema di senso della realtà, e perfino della decenza, loro. O il governo Monti è stata una forzatura non necessaria e imposta addirittura da forze straniere, e il presidente della Repubblica l’ha favorita ai danni del governo precedente mai sfiduciato, e allora loro, quelli del Pdl, devono essere incazzati e pure tanto, almeno metà del giorno e anche durante le vacanze, oppure il governo tecnico e Napolitano sono bravi, utili e necessari, e allora loro hanno lavorato male, se ne dovevano andare prima, non dovranno tornare mai a governare. La terza ipotesi, quella che li vede festanti e a volte anche un po’ scodinzolanti nel commentare il discorsetto di fine anno dal Colle, ma pure un po’ pensosi sulla democrazia sospesa, semplicemente non è presentabile, non si regge in piedi, e fa incazzare gli elettori.
Le dichiarazioni: Cito dalle agenzie di stampa e da una attenta lettura di Libero le dichiarazioni sul discorso di Giorgio Napolitano. «Parole che evocano la forza di un Paese che è riuscito sempre a risollevarsi e che ancora una volta è chiamato a farlo col contributo di tutti», è il commento di Angelino Alfano. «Mi conforta», prosegue il segretario di via dell’Umiltà, «la giusta coniugazione che Napolitano fa tra sacrifici e crescita». Il Pdl, assicura, «non si sottrarrà», ma darà il proprio contributo per «l’eliminazione delle disuguaglianze» e per «restituire all’Italia una prospettiva reale per un futuro che guardi con ottimismo concreto al di là della crisi». Maurizio Gasparri coglie «vari spunti» nell’intervento letto a reti unificate. Dalla necessità di «fare sentire forte la voce italiana in Europa», alla condanna dei «cattivi maestri del consociativismo anni Ottanta», dalla «lotta all’evasione» al ruolo riconosciuto ai partiti, che devono essere protagonisti delle «riforme costituzionali». Fabrizio Cicchitto condivide l’analisi del collega capogruppo. Il presidente dei deputati del Pdl sottolinea i passaggi in cui Napolitano ha messo insieme «rigore e crescita», «realismo e ottimismo». Anna Maria Bernini, portavoce vicario del Popolo della libertà, condivide «le prospettive fondanti per la ripresa» messe in fila dal Quirinale: «Coesione nazionale e sociale, dimensione europea delle soluzioni. Valore ai giovani, alle imprese, al lavoro». A parte «la cravatta color “rosso-Capodanno», scherza Ignazio La Russa: «Un messaggio sereno e responsabile, il suo». Mariastella Gelmini gradisce il «tratto liberale di una filosofia che invita ad abbandonare la vecchia sirena statalista»; Maurizio Lupi sostiene che il Presidente della Repubblica «ha indicato la strada», adesso «tocca ai partiti il compito di percorrerla».
Le due parti: Ora a noi è ben chiaro che il presidente della Repubblica sia uno piuttosto forte in questo periodo, ci è altrettanto evidente che il futuro è tutto da decidere e che accreditarsi è meglio che esporsi, vediamo con lucidità che le contraddizioni più grottesche abitano allegramente anche nelle frasi e negli imbarazzi della ex opposizione, ma alcuni di questi signori sono stati ministri, tutti sono anche oggi esponenti di primo piano. Come fa Lupi a sentire che i partiti sono investiti di un ruolo speciale quando partiti e Parlamento sono stati scavalcati e i loro voti ignorati? Perché secondo la Bernini è toccato al presidente di una Repubblica non presidenziale indicare addirittura le prospettive fondanti? Dove si erano perse? E la Gelmini non doveva badare con i colleghi del governo precedenti che si diceva liberale ad abbandonare la vecchia sirena statalista, o pensa davvero che sia la filosofia di un distinto signore postcomunista di 86 anni? Stesso dubbio dovrebbe sorgere a Maurizio Gasparri, che invece scorge netta in Napolitano la condanna del consociativismo degli anni 80, anni nei quali il Pci faceva il consociativo alla grande. Dove vede la coniugazione Alfano tra sacrifici e crescita nel discorso del 31, e perché non la indicava quando era ministro della Giustizia? Mi fermo qui, probabilmente non è del tutto colpa loro se gli tocca fare due parti in commedia. Il primo ad autorizzare il gioco si chiama Silvio Berlusconi. Tutte sue le frasi che seguono, tutte giuste le considerazioni, ma alla fine manca il colpevole. E mancano le prospettive. Napolitano? «Mi ha citato riconoscendo il mio senso di responsabilità: ho apprezzato». «Resta il fatto che hanno portato a Palazzo Chigi un governo non eletto dai cittadini e che viviamo in una situazione di democrazia sospesa».«È sempre più evidente la vergogna di chi ha indicato il mio governo come l’unica causa di questa crisi. Lo spread alto c’è anche adesso con il governo dei professori».
di Maria Giovanna Maglie

50 tasse

Pdl, Pd e Terzo Polo forse non lo sapevano, ma con il loro voto di fiducia hanno detto sì a 50 tasse. La «salva Italia», il Milleproroghe e gli aumenti accordati da governo o Authority nelle ultime ore hanno fatto salire il conto degli italiani. Tra una salassata e l’altra i contribuenti perderanno uno stipendio. Massacrati gli onesti e risparmiati i parassiti e la Casta. Sulla carta gli aumenti sono 28, in realtà sono più di cinquanta. Ecco i rincari, da oggi in vigore.
1) CASA – Da quest’anno scatta l’Imu, l’imposta municipale sugli immobili. Due le aliquote: 0,4 per mille sulla prima abitazione, 0,76 per mille sulle altre case di proprietà.
2) RENDITE – L’Imu garantirà un maggior gettito rispetto alla vecchia Ici, grazie all’ampliamento della base imponibile attraverso l’aumento fino al 60% dei moltiplicatori previsti per i fabbricati iscritti al Catasto.
3) IRPEF – Il governo ha bloccato l’aumento delle aliquote, ma ha concesso alle Regioni la possibilità di aumentare l’addizionale dallo 0,9% all’1,23%.
4) IMMOBILI ALL’ESTERO – Introdotta un’imposta ordinaria sul valore delle abitazioni detenute all’estero dalle persone fisiche. Il costo? Pari a quella dovuta sugli immobili tenuti in Italia. Previsto comunque un credito d’imposta per le eventuali imposte patrimoniali dovute nel Paese in cui gli immobili sono situati.
5) BOLLO SUI CONTI – Scatta l’imposta di bollo per le comunicazioni relative a strumenti e prodotti finanziari: sarà dell’1 per mille nel 2012 e dell’1,5 per mille a partire dal 2013. L’applicazione dell’aliquota proporzionale è estesa:
5-a) alle gestioni patrimoniale
5-b) alle quote di fondi di investimento italiani ed esteri
5-c) alle polizze vita
5-d) ai buoni fruttiferi postali per i quali, tuttavia, è stabilita una soglia di esenzione qualora il valore non superi i 5mila euro
6) ESTRATTI CONTO – Il bollo sugli estratti conto e i rendiconti dei libretti di risparmio resta a 34,2 euro per le persone fisiche. Sale invece a 100 euro se il cliente non è una persona fisica.
7) IMPOSTA SULL’ESTERO – Introdotta un’imposta sulle attività finanziarie detenute all’estero dalle persone fisiche. Si applica con le stesse aliquote della nuova imposta di bollo sulle attività detenute in Italia.
8) IMPOSTA SULLO SCUDO – Nuova imposta di bollo sulle attività finanziarie “scudate” per continuare a mantenere l’anonimato col Fisco italiano: l’imposta è fissata al 10 per mille per quest’anno, al 13,5 per mille per il 2013 e al 4 per mille a partire dal 2014
9) UNA TANTUM SULLO SCUDO – Solo per quest’anno è istituita un’imposta straordinaria del 10 per mille sulle attività finanziarie “scudate” che, alla data del 6 dicembre 2011, sono state prelevate o liquidate.
10) TASSA SULL’AUTO – Addizionale erariale alla tassa automobilistica regionale, da versare allo Stato, sulle auto di potenza superiore ai 185 Kw: sono 20 euro per ogni chilowatt che supera il limite.
11) TASSA SULLA BARCA – Prevista un balzello sullo stazionamento, navigazione, ancoraggio e rimestaggio per le unità da diporto che stazionano nei porti nazionali o navighino nelle acque italiane: si va dai 5 euro al giorno per le piccole imbarcazioni, fino a 703 euro per le navi superiori ai 64 metri.
12) TASSA SUGLI AEREI – Nasce un’imposta erariale sugli aeromobili: si va da 1,5 euro al chilo (per gli aerei fino a mille chili) a 7,55 euro al chilo (per gli aerei superiori a 10000 chili).
13) ACCISA BENZINA – Aumenta l’accisa sulla benzina (con inevitabile rincaro dell’Iva e quindi del prezzo finale) di 8,2 centesimi al litro
13-a) Da ieri rincaro dell’accisa sui carburanti in Piemonte: 5 centesimi, che diventano 6,1 col rincaro l’Iva
13-b) Aumenta l’accisa in Liguria: 5 cent, quindi 6,1 cent (contando pure l’Iva)
13-c) Rincara di 7,6 centesimi l’accisa nelle Marche: il prezzo finale sale così di 9,1 centesimi.
13-d) Carburante più caro anche in Toscana: +5 cent, +6,1 considerando la solita Iva.
13-e) Accisa più consistente pure in Umbria: +3,4 cent, prezzo finale +4,1 centesimi.
13-f) Rincari legati ai carburanti anche in Lazio: l’accisa fa un balzo di 2,6 cent, aumentando il pieno di altri 3,1 cent al litro.
14) ACCISA GASOLIO – L’accisa sul gasolio è già aumentata di 11,2 centesimi al litro.
15) ACCISA GPL – Non si salva nemmeno il gpl, la cui accisa sale di 2,6 centesimi.
16) PIÙ IVA/1 – Dal 1° ottobre è disposto un incremento di due percentuali dell’aliquota Iva ridotta, che salirà dal 10 al 12%.
17) PIÙ IVA/2 – Sempre dal 1° ottobre rincarerà (dopo l’aumento dello scorso settembre) l’aliquota ordinaria dell’Iva: passerà dal 21 al 23%.
18) TASSA SUI RIFIUTI – Alla tariffa per il servizio rifiuti si applica una maggiorazione pari a 0,3 euro per metro quadrato di superficie (elevabile dal Comune fino a 0,4 euro). Il tributo dovrebbe comunque scattare nel 2013.
19) MENO PENSIONE – Saranno indicizzate all’inflazione solo le pensioni fino a 1.400 euro. Di fatto, gli assegni superiori subiranno una specie di tassazione, ovvero il mancato adeguamento del trattamento all’aumento del costo della vita.
20) CONTRIBUTI AUTONOMI – Salgono le aliquote contributive per coltivatori diretti, artigiani, commercianti e autonomi: aumenteranno dell’1,3% quest’anno, poi l’incremento sarà dello 0,45% fino ad arrivare ad un’aliquota del 24%.
21) AUTONOMI SEPARATI – Aumentano di uno 0,3% l’anno (fino a raggiungere un’aliquota del 22%) i contributi per gli autonomi iscritti alla gestione separata Inps.
22) TASSA SUL TFR – Per la quota superiore al milione di euro del trattamento di fine rapporto si applicherà l’aliquota massima Irpef del 43%.
23) PENSIONI D’ORO – Arriva un prelievo del 15% sugli assegni previdenziali che superano i 200mila euro.
24) CARO TABACCO – Nessun aumento del prezzo delle sigarette. Aumentano le accise solo sul tabacco trinciato ovvero quello venduto in buste per preparare manualmente le sigarette.
25) CANONE RAI – Il canone Rai aumenta anche quest’anno. Entro il 31 gennaio bisognerà versare la somma di 112 euro: 1,5 euro in più rispetto al 2011.
26) PEDAGGI – L’ultimo giorno dell’anno sono stati decisi gli aumenti dei pedaggi autostradali in vigore già da ieri. Ecco i rincari tratta per tratta:
26-a) Autostrade Meridionali: +0,31%
26-b) Autostrade del Brennero: +1,22%
26-c) Torino-Savona: +1,47%
26-d) Milano-Serravalle: +1,85%
26-e) Tangenziale di Napoli: +3,49%
26-f) Autostrade per l’Italia: +3,51%
26-g) (Sitaf) barriera di Bruere +4,15%; barriera di Salbertrand +5,12%; barriere di Avigliana +5,62%
26-h) Società autostrada Tirrenica: +4,82%
26-i) Autostrada dei Fiori: +5,22%
26-l) Autostrade Centro Padane: +5,62%
26-m) Società autostradale Ligure Toscana: +5,68%
26-n) Autostrade Torino-Ivrea: +6,66%)
26-o) (Satap) Torino-Novara Est +6,32%; Novara est-Milano +6,8%
26-p) Strada dei Parchi: +8,06%
26-q) Brescia-Padova: +7,45%
26-r) Autocamionale della Cisa: +8,17%
26-s) Satap, tronco A21: +9,7%
26-t) Società autostrade valdostane: +11,75%
26-u) Autovie Venete: +12,93%
26-v) Raccordo autostradale della Valle d’Aosta: +14,17%
27) BOLLETTE GAS – L’Autorità per l’energia (e il governo non l’ha fermata, come invece è successo in Spagna) ha deciso un rincaro del 2,7% per la tariffa del gas
28) BOLLETTE LUCE – Sempre l’Authority ha aumentato del 4,9% la tariffa elettrica.
di Giuliano Zulin

Valori senza tempo

“Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo governo, che ponga le sue fondamenta su tali principi e organizzi i suoi poteri nella forma che al popolo sembri più probabile possa apportare Sicurezza e Felicità. La Prudenza, anzi, imporrà che i Governi fondati da lungo tempo non andrebbero cambiati per motivi futili e transitori; e di conseguenza ogni esperienza ha dimostrato che l’umanità è più disposta a soffrire, finché i mali sono sopportabili, che a cercare giustizia abolendo le forme alle quali sono abituati. Ma quando una lunga serie di abusi e di usurpazioni, che perseguono invariabilmente lo stesso obiettivo, evince il disegno di ridurre il popolo a sottomettersi a un dispotismo assoluto, è il suo diritto, è il suo dovere, rovesciare tale governo e affidare la sua sicurezza futura a dei nuovi Guardiani. “.
Tratto dalla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America datata 4 luglio1776.

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Le mani della Merkel sull’Italia. Se l’indiscrezione del Wall Street Journal ha un merito è quello di aver riportato l’attenzione su quei giorni concitati, consultazioni informali ed atti fondamentali passati quasi sotto silenzio. Berlino, ad ottobre, pare abbia chiesto al Quirinale (che nega) di far «saltare» il governo Berlusconi. E qui entriamo nel campo della fantapolitica. Ipotesi retroscenista che circolava da tempo più o meno accreditata e altrettanto smentita. Ciò che è invece certo è che – senza alcun mandato – l’Italia ha formalmente delegato la propria politica fiscale all’Europa. E visto lo Stato dei nostri conti pubblici non è da attendersi un livellamento sui livelli europei (più bassi) della pressione fiscale. La cosa clamorosa è che questa delega all’azione fiscale – manovrata da Bruxelles sotto la regia della Bce – sia passata come un fruscio. E che pochi ne abbiano compreso l’importanza. Ne ha fatto appena qualche cenno il presidente del Consiglio Mario Monti il 14 dicembre scorso, in una delle più turbolente sedute del Senato della Repubblica. Eppure fra poco più di tre mesi – come già riportato da Libero settimane fa – un gruppo di alti euroburocrati, guidato dall’immancabile belga Herman Achille Van Rompuy (attuale presidente del Consiglio europeo), presenterà le linee guida del piano con cui l’Unione europea renderà di fatto prive di senso tutte le prossime campagne elettorali italiane, rendendo definitivo l’attuale commissariamento in corso. Qualche titolo di giornale ha spiegato per sommi capi che 26 Paesi su 27, con la sola eccezione della Gran Bretagna, si preparano a modificare i trattati europei stabilendo il percorso con cui ognuno cederà alla Ue la sovranità fiscale attualmente posseduta, creando quella che è stata chiamata Unione fiscale europea. L’8 e 9 dicembre scorso, senza avere nessun mandato esplicito nemmeno dal Parlamento italiano (che non ne ha mai discusso), e nell’assoluta ignoranza dell’opinione pubblica, il premier Mario Monti ha fatto aderire in via di principio l’Italia alla nuova politica fiscale comune.
Alle spalle aveva solo un disegno di legge costituzionale già presentato nel caos dell’estate in cui si prendevano sberloni dalla speculazione dal governo di Silvio Berlusconi: il testo di legge che inserisce nella Costituzione l’obbligo di pareggio di bilancio. È stato presentato in fretta e furia come una condizione che ci veniva chiesta dagli altri partner del Vecchio continente per avere una mano dalla Bce nel momento più critico, e nessuno ha obiettato. In fondo si tratta di un principio buono, che ci costringe ad essere virtuosi. Solo sulla carta, però. Perché la virtù ha due facce: quella di un Paese che tiene entrate e uscite in pareggio, magari abbassando le tasse quando è necessario e accompagnando le misure con un taglio analogo alle spese superflue. Ma può anche esserci l’altra faccia, che è quella che stiamo vedendo in queste settimane: un Paese in cui aumentano le spese (anche quella per interessi lo è), e che le compensa alzando le tasse in modo assai pesante. Questa – criticabilissima – è stata la scelta operata dal governo tecnico di Monti. Forse l’ultima scelta che spetterà mai più all’Italia. Perché se verranno approvate entro fine marzo 2012 le nuove regole a cui Monti ha portato l’adesione italiana, il governo di Roma cederà a Bruxelles la decisione sulle prossime manovre italiane. E se i conti pubblici di Roma non saranno a posto, sarà l’Unione europea (una istituzione che non risponde all’elettorato italiano) a obbligare l’Italia ad alzare nuovamente la pressione fiscale sui propri cittadini. Certo, si potrà dire ancora di non essere d’accordo: ma bisognerà avere alleati i tre quarti dei 26 paesi che aderiranno all’Unione fiscale, quindi altri 19 paesi. Condizione praticamente impossibile. In ogni caso non ci sarà mai più la possibilità opposta: quella di abbassare le tasse in modo significativo, a meno che esista un surplus di bilancio così ampio da non trovare obiezioni a Bruxelles.
Tradotto in parole povere: la decisione presa da Monti di fare entrare l’Italia nell’Unione fiscale europea, renderà impossibile qualsiasi autonoma decisione di politica economica ai governi politici nazionali che prima o poi dovranno raccogliere l’eredità dell’esecutivo tecnico. Quindi inutile qualsiasi campagna elettorale, perché è proprio sulle ricette di politica economica che si marcano le differenze fra uno schieramento e l’altro. Perché se fosse stato possibile discuterne (ma evidentemente tutte le decisioni europee sono ormai sottratte alla democrazia e perfino all’informazione dei popoli), è evidente che un’Italia con la pressione fiscale in queste condizioni non può cedere la sua sovranità sulla materia. C’è una pressione da record del mondo sui contribuenti che non possono né evadere né eludere, e zero sugli evasori fiscali. Congelare un fisco così, e passare il pallino a un’Unione europea chiaramente dominata dall’asse franco-tedesco, è pura follia. E se c’era un governo che doveva astenersi dal compiere quel passo, questo era certamente il governo Monti: l’unico della storia repubblicana a non avere alcun tipo di mandato popolare.
di Franco Bechis

Buon anno agli zombie ragionieri

Ogni volta che i giornalisti lo evocavano, si scoperchiava il sepolcro e lo spirito di Monti si manifestava biascicando un mantra inarrestabile, un infinito Om da cadavere assonnato che faceva cadere gli spettatori in stato di trance. Il tono del suo requiem era sempre uguale, sia che descrivesse il baratro sia che scherzasse sullo struzzo. Chissà com’era da vivente Monti, se talvolta aveva scatti d’ira, riso o entusiasmo. Forse in vita era portiere della Nazionale, si chiamava Zoff, l’unico che gli somigliava in tono e inespressività. Un oracolo che ha studiato da ragioniere. Nel raccapricciante telefilm mandato in onda l’altro giorno il Morto ci esortava all’ottimismo della putrefazione. Ma proprio qui sorge il più atroce dubbio. Lui ha sibilato: ora che abbiamo messo in sicurezza i conti e abbiamo evitato il burrone, vi daremo Crescitalia. Poi vedi la borsa, lo spread e la vita reale del paese e ti accorgi che il risanamento è solo nella sua testa, come crescitalia del resto. Allora ti viene il sospetto che i tecnici facciano quadrare i conti ma il mondo è tondo. I tecnici prescindono dalla realtà. E’ come affidare un malato non al medico ma all’ operatore farmaceutico; conosce i farmaci, non il paziente. Questo mi spaventa. Ma per il nuovo anno esprimo tutto il mio cordoglio al premier, che è il modo a lui più consono per rallegrarmi con lui e fargli gli auguri.