I moralisti di merda

Boldrini non vuole CasaPound in Parlamento: “Italiani, evitate di fare errori”. La crociata della Boldrini contro “i fascisti del terzo millennio”. “Gli italiani siano lungimiranti e non facciano l’errore di votarli” di Sergio Rame

Laura Boldrini continua la sua personalissima crociata contro la destra. O meglio: le destre, come le apostrofa lei. Da Busto Arsizio, dove è andata a manifestare contro i giovani leghisti che hanno dato alle fiamme un fantoccio che la rappresentava, ha trovato parole d’accusa per il Carroccio e per tutti quei movimenti di estrema destra che si sono candidati ad entrare in parlamento. Ovviamente, fosse per lei, alle Camere non dovrebbero metterci piede. In particolar modo CasaPound. la Boldrini non vuole vedere aggirarsi in Parlamento un solo esponente di CasaPound. E così lancia l’appello agli italiani: “Devono essere consapevoli che in ballo c’è la nostra democrazia, e quindi evitate di fare errori”.

Durante la vistita a Busto Arsizio, come racconta Repubblica, la Boldrini ha invitato la sinistra a scendere in campo contro “i fascisti del terzo millennio”. “Dobbiamo sempre avere in mente la memoria – spiega – non dimenticare che cosa abbiano rappresentato il fascismo e il nazismo nel nostro paese. Io penso che gli italiani siano abbastanza lungimiranti da non fare questo errore”. A preoccuparla è soprattutto CasaPound. E la sola possibilità che qualche esponente del movimento di estrema destra possa entrare in Parlamento mette in allarme la Boldrini. Tanto da mettersi a lanciare appelli agli elettori. “Dobbiamo fare di tutto per mettere in guardia l’elettorato da questo pericolo – tuona – perché, purtroppo, oggi ci sono questi gruppi che vanno in quella direzione, che fomentano i giovani, che aprono pagine Facebook che inneggiano al fascismo e al nazismo”.

Non c’è solo CasaPound a togliere il sonno alla Boldrini. È l’intera galassia della destra a preoccuparla. A infastidirla, per esempio, c’è anche il partito guidato da Fiamma Negrini: i Fasci italiani del lavoro. Alle ultime comunali erano riusciti a far eleggere un consigliere nel piccolo comune di Sermide-Follonica. Giovedì scorso il Tar di Brescia ha dichiarato illegittima la partecipazione alla tornata elettorale della lista fascista. Per aggirare la decisione dei giudici amministrativi, il partito è confluito con Forza Nuova e Fiamma Tricolore nella coalizione “Italia agli italiani”. “Sul tema dell’antifascismo – chiosa la Boldrini – non dobbiamo abbassare la guardia. Occorre una ferma risposta democratica di fronte a questa pericolosa deriva”.

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Però, quando viene picchiato barbaramente un poliziotto, non la si sente parlare. Non la si sente parlare nemmeno quando i suoi amici antifascisti, pubblicano questi volantini…

Lo stato indegno

10 Carabinieri costretti a scappare contro 400 schifosi delinquenti. L’immagine della fine di uno Stato indegno di Emanuele Ricucci

Perdonate lo sfogo. Che grande schifo. Ricorderemo questo 10 febbraio come un chiodo arrugginito che va a chiudere la bara d’Italia. Il mio Paese mi fa male.

Da Pastrengo, a Macerata. Dalla carica a cavallo, ai dieci Carabinieri contro i 400 delinquenti. E qui, in questa assurda favoletta nel quinto anno dell’Era della tolleranza, in questa immagine, prima di tutto, prima di ogni rinnovata considerazione sui centri sociali, sull’antifascismo militante, ormai assurto al livello superiore di montagna di merda, sul silenzio contraddittorio della sinistra che blatera di moralità a targhe alterne, sul PD che ha creato ad arte uno scenario di contrapposizione civile surreale, confermato dal suo non esprimersi, rispolverando i fantasmi del passato per distrarre dal presente, divide et impera, su una frantumazione di un popolo adolescente, mai stato veramente tale, prima di ogni altra analisi, in questa immagine sta la fine epica, etica ed estetica dello Stato.

In quei 10 Carabinieri costretti a scappare di fronte a 400 bimbi viziati, figli di babbo, delinquenti. Scarto ed insulto di una generazione che farà fallire la continuità della gente d’Italia. Già indebolita dalla propria cocente mediocrità di provincia. Truccata male, vestita peggio, mai nata, mai risorta. Abortita alla messa la domenica. Tra una preghiera, un gossip, due bei baffi neri, un pregiudizio sul vicino, un compito da fare per pulirsi la coscienza di bravo cittadino e un piatto di spaghetti all’acido.

E allora viene da chiedersi, senza mezzi termini: lo Stato, cazzo, dov’è?

Autorizzare un corteo zeppo di rancore gratuito, ben noto, di clandestini e di “bandiere” dell’Anpi, in un giorno di memoria nazionale, istituito per Legge, nel Giorno del Ricordo, in una città ancora in lacrime, in cui una ragazza è stata ammazzata e fatta a pezzi da un clandestino. Una manifestazione per la tolleranza che canta contro i morti infoibati dei cori da stadio. A strafottersene di quanto buia e profonda sia la foiba della coscienza.

Lo Stato, cazzo, dov’è?

Quando i propri figli si dividono il quartiere in una misera guerra tra poveracci. Corvi che beccano i resti. E su qualche brandello si ammazzano. In nome di un problema inesistente: il fascismo. Il fascismo. Il fascismo. Vomito.

Lo Stato, cazzo, dov’è?

Lo Stato che non è più padre, non è più confine. Né fine. Se non servitù della sovranazionalità. Non è garante, ne equilibrio delle forze sociali. Non è primus inter pares. È una paresi. E una parentesi, assieme.

Lo Stato, cazzo, dov’era?

Quando ha lasciato dieci Carabinieri a prendere le botte, senza neanche qualche lacrimogeno. Così da poter disperdere quella mandria di maiali. Che per tutta risposta si avventano su uno di loro, che cade, e lo pestano tutti insieme. Niente lacrimogeni, in sotto numero. Ma perché?

Lo Stato, cazzo, dov’è?

Quando si tratta di applicare la legge. E di pensarne una nuova, se necessario, per garantire la serenità dei cittadini e la dignità della propria stessa essenza. Come la Legge Cossiga, come la Legge Reale. Dov’è l’inasprimento delle pene per la sovversione, per il vandalismo e la violenza politica di grave entità? Dov’è il suo pugno duro? Dove sono le sue palle di marmo? Dove sono i provvedimenti contro le scorribande dell’estrema sinistra, contro i centri sociali? Leggi “speciali” impossibili da realizzare nell’epoca che vuole discolparsi da tutto, evitando, per incompetenza e vigliaccheria, di assumersi responsabilità. E allora come può essere Stato?

Lo Stato, cazzo, dov’è?

Quando si tratta di bilanciare i significati, di prendere per mano la propria gente e condurla nella lucidità del confronto democratico. Dove? Quando si tratta di garantire un pareggio nella battaglia semantica che si sta combattendo. Secondo cui, se manifesti contro le discriminazioni, non vai insultando i morti. Se manifesti per la pace, e contro il fascismo, non vai a tirare mazzate ai Carabinieri. Se vai a manifestare per l’evoluzione di modernità di un Paese, per il progresso, non vai a ripescare i fascisti con tutti i treni in orario, i balilla e l’obelisco del Foro Italico. E se ti senti di sinistra, e sai che gli italiani in condizione di povertà che piangono di nascosto dai figli sono milioni, non ti senti anche un po’ stronzo a pensare che il tuo unico obiettivo è prendertela con chi gli porta la spesa in periferia, perché non ti frega dei poveri, ma della visibilità elettorale che ha il tuo avversario?

Lo Stato, cazzo, dov’è?

Non si sentono parlare i suoi rappresentanti. Che, già lo so, oggi tireranno fuori la criptica critichetta della domenica, in cui si capisce fin troppo bene da che parte stanno, come a farci un’elemosina di Stato, appunto. Ed oggi, oh disgrazia, sarà il più scolorito Presidente della Repubblica della storia recente a doversi spacchettare dal ghiaccio dei silenzi in cui si mantiene in vita, a riaccendersi di colore, dal grigio che lo perseguita, evocando, magari, calma, tranquillità, democrazia; di dare sempre la precedenza, di ringraziare e di salutare quando si esce dalla salumeria. All’indomani di una giornata VERGOGNOSA per la decenza di ogni cittadino onesto e rispettabile. Sempre che non tiri in ballo il fascismo.

Lo Stato, cazzo, dov’è?

Dov’è Minniti? O nel girone dei mandanti morali? E chi sono a questo giro i mandanti morali, eh Boldrini, Saviano et similia?

Lo Stato cazzo dov’era?

Quando moriva Pamela, quando avviene la grande mistificazione, che riesce a trasformare un prodotto della sua superficialità, nell’esatto opposto, ovvero in un’azione da ricondurre specificamente alla bontà della visione antifascista? Da Oseghale a Traini, il passo è breve e, anche qui, surreale. Ma non c’è equilibrio, subito la condanna: Oseghale pagherà, ma Traini è il vero cancro di questo tempo. Un tempo che è…Stato.

Lo Stato, cazzo, dov’è?

Quando deve specificare la propria posizione, e prendere le distanze, in nome dei valori dell’antifascismo, di cui si riempie tanto la bocca, tramite i suoi figuri. A sentirlo, l’antifascismo è il più alto e moderno valore repubblicano. Eppure, nello stesso calderone c’è lo Stato, e le teste di cavolo manesche dei centri sociali; ci sono i bambini portati in gita da piccoli a osannare la prima copia della Costituzione, e c’è chi si rifiuta di mettere a disposizione un sala comunale ad un movimento, come Casa Pound, ad esempio, che, democraticamente l’ha richiesta, ha più di cento sedi in Italia, ha raccolto ben più firme di quelle necessarie per la candidatura, e sarà presente e “votabile”, quindi, in tutti i collegi del Paese? Un movimento perfettamente riconosciuto dalla democrazia, dotato di uno specifico programma complesso e dettagliato, di un’alternativa, quindi non di una cartelletto elettorale senz’arte, né parte, né significato

Lo Stato cazzo dov’è?

Quando si tratterà di tirare la linea del rigore, di richiamare tutti all’attenzione, all’ordine, impedendo, come possibile, che si minimizzi ciò che è accaduto oggi tra Piacenza e Macerata. L’anarchia più perfida, più infima, sporca, viscida, come quella pelle butterata, quei capelli arruffati, quell’eskimo sporco di chi oggi ha sputato sui morti, cantando “com’è bello far le foibe da Trieste in giù“, e rendendo noto a tutti che non esistono morti di serie A e di serie B, ma direttamente che del Giorno del Ricordo, in questo Paese, non frega quasi un cazzo a nessuno. Percepito com’è, lontano nella storia, lontano negli eventi, a causa di una corruzione ideologica, dell’impronta che l’egemonia culturale imperante gli ha attribuito, legandolo, in una perfetta operazione psicosociale, tipica delle sinistre, anche solo nell’evocazione, alla destra estrema, nazionalista, possibilmente fascista, e quindi di conseguenza, all’immagine del razzismo, della fazione, dell’intolleranza verso il resto, insomma, ad una questione “di parte”

Lo Stato, cazzo, dov’è?

Lo Stato chi è? È Stato perché?

Questo Stato non c’è. Questo Stato puzza di morto, è un’offesa, è un cavillo, è un pezzo di colla di trattati internazionali, è una vena sottopelle fina, invisibile, che non dà più sangue. Si tiene in piedi a forza, è una convenzione, un’abitudine. Questo Stato è maleducato, incapace di formare, di essere esempio, di assumersi delle responsabilità. Di permanere, di rimanere, di ricordare.

E alla fine di tutto questo, dove finisce lo Stato, in Italia, inizia la società (in)civile. E proprio in questo settore, qualcuno ce l’ha fatta. Ce l’ha fatta a deviare l’attenzione, a prosciugare quel ruscello fino e quasi rinsecchito di attenzione che il Giorno del Ricordo ha in questo Paese. In un esperimento psicosociale tristissimo, quasi assimilabile a quello dei cani di Pavlov, che appena sentivano il campanello, correvano a sbavare. Per riflesso condizionato.

Come quei cani, tanti italiani. Che nella pigrizia di sviluppare un proprio pensiero critico, assoceranno il Giorno del Ricordo ai fascisti rancorosi, a qualcosa di destra, banalmente e brutalmente inteso, dimenticando, per l’appunto, che settanta anni fa si trattava di italiani, di connazionali, di fratelli, e non di fascisti.

Ma alla fine di una giornata così vergognosamente amara, viene da chiedersi, più e più volte, con le vene del collo gonfie di sangue che è benzina, aspra e bruciante: lo Stato dov’era?

E a tutti quei connazionali guardano in silenzio da dietro le tapparelle, ricordo solo che gli italiani di oggi, senza quelli di ieri, della Pietas, della Misericordia e del rispetto, della ferrea moralità romana, finanche cattolica, sono solo una vaga e stereotipata espressione geografica, sono solo dei portatori sani di baffi neri, pizza e mandolino. Inutili alla storia.

“Il mio Paese mi fa male in questi empi anni,
per i giuramenti non mantenuti,
per il suo abbandono e per il destino,
e per il grave fardello che grava i suoi passi”

(Robert Brasillach, poeta)

Sulla sparatoria di Macerata (2)

Continuiamo con la narrazione dell’ “attacco terroristico a sfondo razziale” di Macerata e cancelliamo la gravità del sezionamento di Pamela e dell’immigrazione incontrollata che crea scontri sociali. Di seguito, copio e incollo un post scritto ieri da Nicolai Lilin:
Oggi, riguardo alla triste vicenda di Macerata, la signora Boldrini ha dichiarato: “Quanto accaduto oggi a Macerata dimostra che incitare all’odio e sdoganare il fascismo, come fa Salvini, ha delle conseguenze: può provocare azioni violente e trasforma le nostre città in un far west seminando panico tra i cittadini. Basta odio, Salvini chieda scusa per tutto quello che sta accadendo”. Anche Pietro Grasso, leader dei Liberi e Uguali, non ha potuto trattenersi dalla dichiarazione contro l’estremismo di destra: “Chi – come Salvini – strumentalizza fatti di cronaca e tragedie per scopi elettorali è tra i responsabili di questa spirale di odio e di violenza che dobbiamo fermare al più presto. Odio e violenza che oggi hanno rischiato di trasformarsi in una strage razziale. Il nostro paese ha già conosciuto il fascismo e le sue leggi razziali. Non possiamo più voltarci dall’altra parte, non possiamo più minimizzare”. Belle parole, giuste. Peccato che le dichiarazioni della signora Boldrini e del signor Grasso suonano come ipocrisie autentiche, visto che entrambi apertamente sostengono i nazisti ucraini che ogni giorno massacrano la gente innocente del Donbass. È frustrante vedere come le figure politiche di calibro della Boldrini e del Grasso sfruttano per scopo elettorale le retoriche care alla sinistra qui in Italia, mentre in Ucraina apertamente sostengono il nazismo. Tra l’altro, Luca Traini, attualmente sotto i riflettori della stampa come responsabile della sparatoria, ha un curioso tatuaggio sulla tempia, il simbolo che rappresenta la runa “wolfangel”, la stessa che decorava la bandiera della divisione SS “Das Reich” e che attualmente è presente sulle bandiere dei nazisti ucraini, sotto i quali ama farsi fotografare Andri Parubij, leader dei nazisti ucraini e amico della Boldrini e del Grasso, quello che loro hanno ricevuto con tanti onori a Montecitorio, dichiarando di essere in sintonia con lui. Vi ricordo che Parubij e i suoi nazisti sono colpevoli dei numerosi crimini contro la popolazione ucraina, hanno massacrato i manifestanti su piazza Maidan, hanno bruciato vivi più di cento manifestanti della sinistra nella Casa dei Sindacati ad Odessa, hanno sparato contro la manifestazione pacifica a Mariupol provocando decine di vittime. Loro tuttora continuano a massacrare i civili del Donbass, con tacito consenso della sinistra italiana, dei partigiani e altre associazioni di sinistra che pendono dalle labbra dei leader corrotti e ipocriti, collusi con il nazismo. Cari amici della sinistra, finché i vostri rappresentanti stringeranno le mani ai nazisti, aiutando loro a massacrare i cittadini innocenti del Donbass, voi non avrete niente di sinistra, sarete semplicemente utili idioti annegati nella vostra presunzione ed ignoranza.
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Non si regala l’italia alle mafie d’importazione; la mafia cinese, quella albanese, quella rumena e ancora, la mafia nigeriana per ottenere 80 euro da regalare a pochi italiani. Fonzarelli non ha fatto tante considerazioni, una considerazione che doveva fare e che deve fare qualunque governo è che, per buonsenso, non si può raccogliere tutti e portarceli in casa, tantomeno, non si possono tenere in casa i clandestini e i delinquenti perchè, non tutti scappano da guerre e fame, molti scappano dai propri reati gravi commessi nelle loro terre d’origine e molti altri, sono carcerati graziati dalle amnistie date nel corso degli anni. Qui invece, la ricostruzione della sparatoria fatta da imolaoggi e infine, riporto una considerazione che andrebbe presa sul serio: “Lungi da noi l’idea di fare i complottisti! Semplicemente esercitiamo il sacrosanto diritto di avere dei dubbi,  osservando le immagini e i fatti, inseriti nel contesto in cui avvengono. Per questa ragione, non possiamo fare a meno di chiederci: “cui prodest?”, dal momento che i soliti media stanno condizionando le persone piu’ influenzabili scrivendo che a casa di Luca Traini hanno trovato una copia del Mein Kampf. Ne approfittiamo per ricordare che, nella lussuosa mansarda da 700 euro al mese del pregiudicato nigeriano, non sono stati trovati libri, ma mannaie insanguinate e pezzi di carne della povera Pamela.”

Sul braccialetto elettronico di Amazon

Tutti indignati per il braccialetto elettronico di Amazon. Indignati i sindacati, indignato pure quella faccia sveglia di Gentiloni. Ieri mattina, la signora Simoni (ex renziana della prima ora, adesso passata a LEU), ospite a la 7, ha detto che Amazon non fa altro che seguire la legge del Jobs act e il jobs act introduce i braccialetti elettronici. Gentiloni non poteva non sapere invece che scagliarsi contro Amazon. Il suo stesso partito ha dato il via libera al braccialetto elettronico e ad altre forme di controllo dei lavoratori.


“Con la vecchia formulazione dello Statuto dei lavoratori una cosa del genere sarebbe stata fuori discussione. Il Jobs Act, con un intervento mirato, ha depotenziato le tutele e spianato la strada a questi comportamenti da anni bui“.
Vincenzo Martino, vicepresidente degli Avvocati giuslavoristi italiani, non ha dubbi. La politica litiga sull’ipotesi che Amazon possa utilizzare nei magazzini italiani il braccialetto elettronico brevettato per guidare i dipendenti nella ricerca dei prodotti sugli scaffali. Consentendo al tempo stesso alla multinazionale di monitorare ogni loro movimento. Il ministro dello sviluppo Carlo Calenda giura che in Italia i braccialetti elettronici al polso dei lavoratori “non ci saranno mai”, mentre il candidato premier M5S Luigi Di Maio attacca: “Se in Italia si possono mettere dispositivi sui lavoratori per controllarli è grazie al Jobs act”, che permette a aziende anche partecipate dallo Stato di mettere chip nelle scarpe dei lavoratori”. Chi ha ragione? Per gli esperti del diritto del lavoro una cosa è certa: le modifiche apportate dal governo Renzi allo Statuto dei lavoratori hanno ridotto le garanzie che limitavano la facoltà di controllare a distanza i dipendenti. “Già ora lo fanno attraverso gli strumenti aziendali come computer, tablet e cellulari”, taglia corto Aldo Bottini, giuslavorista partner dello studio Toffoletto De Luca Tamajo. “Con il braccialetto cambia poco”.
Per capire come mai il braccialetto a ultrasuoni non sia più una suggestione da futuro distopico ma una prospettiva concreta occorre fare un salto indietro di tre anni. Al giugno 2015, quando è stato varato il decreto attuativo del Jobs Act relativo alla “revisione della normativa dei controlli a distanza del lavoratore”. Fino a quel momento qualsiasi apparecchiatura da cui derivasse anche una possibilità di controllo a distanza poteva essere installata solo dopo un accordo con i sindacati o, in mancanza di intesa, presentando una richiesta all’Ispettorato del lavoro. “Ora invece”, spiega Martino, “se si tratta di uno strumento fornito ai dipendenti per svolgere l’attività lavorativa (come un tablet o un telefono) ma che può anche essere usato per il controllo non servono nemmeno l’accordo sindacale o l’autorizzazione dell’ispettorato”. E il dispositivo appena brevettato da Amazon – al netto dell’effettiva intenzione di usarlo nei suoi magazzini – ricadrebbe in questa categoria: sulla carta è uno strumento di lavoro, proprio come gli scanner utilizzati nel centro di smistamento di Castel San Giovanni.
“Ciò non toglie che si tratti anche di un mezzo per monitorare il lavoratore in una maniera che ne lede la dignità. E le informazioni raccolte, sempre in seguito al Jobs Act, sono utilizzabili a fini disciplinari. Non è innovazione, è ritorno all’Ottocento”, continua il giuslavorista. “Ma oggi solo un giudice può valutare se l’azienda sfrutta in modo pretestuoso quello strumento per mettere in atto un controllo pervasivo”. Ci sono altri presìdi? “Per fortuna c’è la normativa sulla privacy, quella valida per tutti. E’ un paradosso: prima del 2015 lo Statuto dei lavoratori era più avanzato, oggi offre tutele più deboli rispetto a quelle di cui gode la generalità dei cittadini. Questo proprio mentre il precariato sta diventando la regola, per cui i lavoratori sono più esposti”.
Tutto considerato, per il vicepresidente Agi “non ci sono dubbi sul fatto che senza la modifica legislativa fatta con il Jobs Act non si sarebbe nemmeno posto il problema: uno strumento del genere non sarebbe stato ammissibile”. Quindi non è corretto sostenere, come ha fatto il ministero del Lavoro guidato da Giuliano Poletti, che “il Jobs Act non autorizza i controlli a distanza”. “Ma siamo in campagna elettorale”, chiosa Martino. Peraltro Poletti proprio venerdì mattina ha incontrato una delegazione di Amazon guidata dal vice president european operations Roy Perticucci e si è limitato a farsi spiegare “le dinamiche, le relazioni interne all’azienda e le specificità dei modelli organizzativi”. Non risulta che abbia chiesto conto dell’intenzione di usare il braccialetto. Unico risultato del vertice è una dichiarazione di “disponibilità a riprendere il confronto con le organizzazioni sindacali a livello territoriale”, con cui l’azienda aveva rotto i rapporti a dicembre interrompendo la trattativa iniziata dopo lo sciopero del Black Friday.
Il sindacato, appunto. In questo quadro ha le armi spuntate. “Se il braccialetto è solo uno strumento di lavoro e serve a migliorare metodi e tempi non c’è problema”, dice Federica Benedetti, segretaria di Piacenza e Parma della Fisascat, il sindacato del commercio della Cisl che rappresenta i dipendenti Amazon a tempo indeterminato. “Ma se diventa strumento di controllo e pressione siamo ovviamente contrari. Detto questo, in realtà cambierebbe solo la tecnologia: già oggi i picker usano uno scanner e se si sloggano per andare in bagno ricevono lettere di contestazione. Di fatto è già un braccialetto elettronico. Come quelli dei detenuti”. “Il braccialetto si mette addosso e quindi può richiamare alla mente i carcerati”, ammette il giuslavorista Bottini. “Ma c’è troppa isteria. Il lavoro è già tracciato e già ora le aziende possono controllare il lavoro attraverso gli strumenti aziendali come computer, tablet e cellulari. Se fosse semplicemente un meccanismo che aiuta i lavoratori a prendere il pacco sullo scaffale giusto già si fa con il tablet. Con il braccialetto cambia poco”. Appunto.

L’immigrazione di Gentiloni

E’ necessario contribuire alla crescita dell’Africa, un processo che sarà lungo, ma nel frattempo passare da un sistema di flussi migratori irregolari e in mano alla criminalità a un sistema regolare e sicuro. Lo ha detto il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, intervenendo al World economic Forum di Davos alla sessione dedicata alla stabilizzazione del Mediterraneo.
“Quello che dobbiamo fare è chiaro – ha spiegato – dobbiamo contribuire alla crescita dell’Africa. Ma quanto ci vorrà per cambiare le condizioni economiche in Africa per ridurre questo fenomeno? Abbiamo bisogno di un lungo tempo e saremo impegnati con le migrazioni per i prossimi 10 o 20 anni”.
Nel frattempo, ha aggiunto, c’è “un problema da affrontare: trasferire il flusso dei migranti da irregolare e criminale a un flusso regolare e sicuro. E’ possibile? Sì, è assolutamente possibile”. Per far questo occorre “distruggere la rete dei criminali”, supportare i Paesi africani a “controllare i propri territori” e “gradualmente” creare un sistema di “corridoi umanitari” e “quote” di immigrazione.

Franceschini e gli immigrati

Altri soldi degli italiani che vengono buttati via. Giorgia Meloni ce lo fa sapere dal suo facebook:
“Per il Pd non bastavano i miliardi di euro spesi ogni anno per pagare vitto e alloggio a centinaia di migliaia di clandestini e foraggiare l’enorme business dell’accoglienza: ora il ministro della Cultura Franceschini stanzia un altro milione e mezzo di euro per finanziare “progetti di cinema e teatro” sugli immigrati e sui “nuovi italiani”. In pratica, si sono inventati la versione cinematografica dello ius soli, ovviamente con i soldi pubblici. Non se ne può più, la misura è colma. Quando andremo al Governo cancelleremo una ad una queste porcate della sinistra: per me e Fratelli d’Italia vengono PRIMA GLI ITALIANI.

Ce lo chiede l’europa…

Come diceva fonzarelli? “Abbiamo abbassato le tasse”. La signora Bonafè, ad esempio, ieri diceva che nel 2015 il governo gentiloni ha eliminato addirittura l’imu sulla prima casa… 7 anni di governi di tasse, sangue, lacrime e distruzione totale ad uso e consumo soltanto della propria cerchia di amici.
Sacchetti ortofrutta a pagamento, il divieto di quelli in plastica non l’ha imposto la Ue. La decisione è del governo. La direttiva comunitaria, recepita con un emendamento al Dl Mezzogiorno, consentiva di esonerare dall’obbligo di compostabilità gli involucri destinati agli alimentari. Tanto che solo Italia e Francia hanno bandito quelli non biodegradabili. Festeggia il leader italiano della produzione di biopolimeri: la Novamont guidata da Catia Bastioli, che Renzi nel 2014 ha nominato presidente di Terna di Veronica Ulivieri

Il divieto è scattato al grido di “Ce lo chiede l’Europa”. Ma Bruxelles, a ben guardare, non c’entra nulla con il diktat che dall’1 gennaio impone ai consumatori italiani che acquistano frutta e verdura di confezionarle in sacchettini di plastica biodegradabile e compostabile rigorosamente usa e getta e a pagamento. E’ stato il governo Gentiloni, con un emendamento infilato la scorsa estate nel Dl Mezzogiorno durante il passaggio al Senato, a imporre un diktat che la direttiva comunitaria del 2015 non prevedeva affatto. Il testo europeo, infatti, si focalizzava soprattutto sulle borse in plastica per insacchettare la spesa (quelle che in Italia sono state messe fuori legge già dal 2012) e precisava esplicitamente la possibilità di escludere dalle misure le bustine trasparenti per frutta e verdura. Tanto che solo la Francia ha imboccato la stessa strada dell’Italia, mentre la maggior parte degli stati membri si è limitato alle buste per la spesa in plastica tradizionale, mettendole a pagamento.

Risultato: mentre i benefici ambientali del provvedimento italiano rimangono da verificare, a guadagnarci sarà chi produce polimeri a base vegetale e sacchettini in bioplastica. A partire dal leader italiano del comparto, la piemontese Novamont guidata da Catia Bastioli, che ha inventato la bioplastica biodegradabile e compostabile Mater-bi. Bastioli nel 2011 ha partecipato alla Leopolda e nell’aprile 2014, due mesi dopo l’insediamento di Matteo Renzi a Palazzo Chigi, è stata da lui nominata presidente della partecipata pubblica Terna. A metà novembre 2017, poi, il segretario Pd durante il suo tour in treno ha visitato l’azienda e incontrato a porte chiuse i vertici

Un mercato ghiotto
 

Secondo le prime stime della società di consulenza specializzata Plastic Consult, il mercato dei sacchettini per l’ortofrutta in bioplastica potrebbe valere in Italia circa 100 milioni di euro all’anno, per un volume di circa 25mila tonnellate. Un mercato ghiotto. E nei giorni scorsi Il Giornale ha sottolineato come la novità legislativa “farà ricco” il gruppo della chimica verde Novamont, maggiore produttore italiano di biopolimeri e tra i leader mondiali del settore. “Ma non è così. Oggi sul mercato ci sono dieci diverse aziende chimiche attive a livello mondiale”, dice a ilfattoquotidiano.it Stefano Ciafani direttore generale di Legambiente e tra i maggiori sostenitori della legge. Novamont è da anni partner dell’associazione, che comunque assicura “coerenza e libertà”. Se è vero che Novamont non è l’unico produttore di bioplastica, certo è che la misura farà lievitare il giro d’affari di queste aziende. E proprio il gruppo con sede a Novara si è mosso in anticipo commissionando a Ipsos, lo scorso ottobre, un sondaggio da cui è emerso che il 71% degli intervistati ipotizzava un esborso economico per i sacchetti e il 59% valutava il costo di 2 centesimi per sacchetto del tutto accettabile. Dati frutto dell’ampia attenzione sul fronte delle plastiche a base vegetale registrata negli ultimi anni in Italia e in Francia?

Nessun obbligo nella direttiva
 

L’Italia è stato il primo Paese europeo a mettere al bando i sacchetti in plastica per la spesa a partire dal 2012. Un divieto che da una parte non ha dato i frutti sperati (secondo Assobioplastiche il 60% dei sacchetti è ancora irregolare) e dall’altra è costato all’Italia anche una procedura di infrazione europea, poi chiusa e sfociata in una direttiva che chiede invece a tutti gli stati membri maggiore sensibilità sul problema dell’uso troppo massiccio di sacchetti di plastica. La direttiva europea prevede azioni per diminuire queste quantità, ma lasciando libertà di movimento. Si propone di darsi degli obiettivi di riduzione o, in alternativa, di far ricorso alla leva economica: le buste a pagamento da parte dei consumatori, insomma, sono una delle possibilità, non un requisito inviolabile. Non solo: Bruxelles precisa anche che “gli stati membri possono scegliere di esonerare le borse di plastica con uno spessore inferiore a 15 micron («borse di plastica in materiale ultraleggero») fornite come imballaggio primario per prodotti alimentari sfusi”. La decisione di sottoporli a restrizioni, dunque, è tutta dei governi nazionali.

Lo stop ai sacchettini tradizionali solo in Italia e Francia
 

La Francia è l’unico altro Paese europeo dove, al pari dell’Italia, le buste in plastica per la spesa sono vietate dal 2016 e i sacchettini trasparenti per l’ortofrutta sono stati banditi dal 2017. Nel resto dell’Europa la soluzione più diffusa è un costo fisso delle buste: i negozianti non possono più dare ai clienti sacchetti in plastica gratuiti nei Paesi Bassi, in Gran Bretagna, Croazia, Svezia, mentre in base ai dati della Commissione europea sul recepimento della normativa – i cui termini sono scaduti a novembre 2016 – Germania, Danimarca, Austria, Grecia e Finlandia mancano ancora all’appello.

E se in Italia, secondo Legambiente, nonostante la carenza dei controlli e un divieto applicato solo a metà l’uso di buste della spesa si è dimezzato in favore di borse riutilizzabili, al momento sull’uso di queste ultime per l’ortofrutta rimane una certa confusione: escluso dal ministero dell’Ambiente per motivi igienico-sanitari e ammesso da quello dello Sviluppo economico. Si attende ora il pronunciamento del ministero della Salute. Un tema su cui le maggiori associazioni ambientaliste non si sono finora nemmeno espresse. Il direttore generale di Legambiente però assicura: “Se si riesce a modificare la normativa sanitaria per consentire l’uso di sacchetti riutilizzabili anche per frutta e verdura, è una misura che va promossa e praticata come già avviene per le buste della spesa. Bisogna fare un’azione di pressing sul ministero della Salute”. Sarebbe l’unica misura in grado di disincentivare davvero la produzione di imballaggi. In una lettera indirizzata dal ministero dell’Ambiente ai responsabili delle principali insegne di supermercati, si legge che l’obbligo di pagamento è stato introdotto con l’obiettivo di “avviare una progressiva riduzione della commercializzazione delle borse in plastica ultraleggere più inquinanti”. Ma senza alternative, il costo da pagare in più, anche se limitato (il Mise ha autorizzato i supermercati anche a vendere i sacchettini sottocosto) rimane di fatto una nuova tassa.

Effetti sul mare ancora poco chiari
 

Ancora da approfondire rimangono gli aspetti ambientali della questione. Più evidenti quelli legati alla sostituzione del petrolio con materia prima vegetale, anche se solo parziale: i sacchettini in bioplastica, infatti, secondo la legge italiana, devono già contenere il 40% di materia prima rinnovabile dal 2018 e la quota dovrà essere portata al 50% dal 2020 e al 60% dal 2021. Più dibattuto il tema degli impatti della bioplastica sull’ambiente marino. Legambiente sollecita da tempo la messa al bando delle borse in plastica tradizionali in tutto il bacino del Mediterraneo per la salvaguardia del mare e la stessa Novamont, in una conferenza delle Nazioni Unite a dicembre 2017 ha presentato i suoi test di biodegradabilità delle bioplastiche in acqua marina: “Alti livelli di biodegradazione sono stati raggiunti in tempi relativamente brevi (meno di 1 anno), suggerendo che il Mater-Bi può essere adatto alla realizzazione di oggetti in plastica con alto rischio di dispersione in mare (ad esempio, attrezzi da pesca)”, ha annunciato l’azienda. Ma ci sono studi scientifici che sono più critici sulle buste biodegradabili e consigliano maggiori approfondimenti. “I potenziali effetti delle borse biodegradabili sulle praterie dei fondali sabbiosi, che rappresentano gli ecosistemi più comuni e produttivi nelle zone costiere, sono stati ignorati”, si legge nella ricerca pubblicata da un gruppo di studiosi dell‘università di Pisa a luglio 2017 sulla rivista “Science of the Total Environment”. Il tema, spiega ancora l’articolo degli scienziati pisani guidati da Elena Balestri, richiede maggiore attenzione, perché questi sacchetti “non sono velocemente degradabili nei sedimenti marini” e possono alterare la vita sul fondale.

28 dicembre 2017

E finalmente, dopo 7 anni di governi che non si augurerebbero a nessuno, si chiude il sipario. Non infierisco ulteriormente con parolacce e improperi perché la distruzione della nazione è sotto gli occhi di tutti. Chi non vede ciò che è successo o è cieco o è in malafede. Gentiloni dice che l’Italia è ripartita dopo una profonda crisi e, dice che non ha tirato a campare… Un centinaio di fiducie, infatti, non è tirare a campare. Aziende che chiudono, poveri raddoppiati, debito pubblico triplicato, risparmiatori truffati, si, siamo fuori dalla crisi, certo, certo. E che Dio ce la mandi buona il 4 marzo.