Borse: un’euforia ingiustificata

Dopo l’avvenuto rendez-vous Merkel-Sarkozy, le borse hanno festeggiato. Ma cosa festeggiano? Basta così poco a cambiare il sentiment di mercato? Io non credo! I problemi son tutti lì a testimoniare che solo un accordo di intenti non basta di certo a modificare un prevedibile esito ancora molto oscuro. Diamo prima di tutto, un’occhiata all’aspetto politico della situazione. I due Capi di Stato, forti delle loro leadership, fregandosene della collegialità europea, hanno pensato bene di predersi carico di eventuali soluzioni economiche per i paesi UE in difficoltà. Infatti l’unione europea è orfana di una governance politica, perciò le redini vengono tenute da chi conta di più in ambito economico. C’è un neo però! Nel caso delle due sorelle d’interesse (Francia e Germania), diciamo che entrambi hanno un pò dei limiti oggettivi. Ma veramente La Merkel e Sarkò possono offrire qualcosa di grande per la soluzione dei problemi? Sembra proprio di no. Eccone un’esempio: “ il ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble esclude a priori che la Germania possa contribuire con altri soldi al rafforzamento del fondo di salvataggio oltre ai 211 miliardi di euro già approvati dal parlamento.”
In tutti i paesi della zona euro, la garanzia dei debiti dell’EFSF è regolata secondo quote predefinite.
E per la Francia? Come può contribuire al salvataggio del debito europeo? Già alla fine di luglio sul Blog di Le Monde a firma di Georges Ugeux si leggeva “Il salvataggio europeo per la Francia e troppo costoso ” Il costo per la Francia di 15 miliardi di euro in aggiunta ai 20 miliardi già presi in considerazione. Francia prende il rischio del 20% del debito pubblico e indirettamente gli EFSF aumenteranno da 35 miliardi di euro per la Grecia. In aggiunta, ci sono 100 miliardi per l’Irlanda e Portogallo, altri 20 miliardi in sospeso. In totale siamo a quota 55 miliardi di euro per tutti i programmi di soccorso.
E tanto per non farci mancare niente, è notizia di questi giorni, che anche in Austria la crisi finanziaria morde quel paese. Erste Group, prima banca austriaca e, come Dexia, destinataria di consistenti aiuti pubblici durante la crisi del 2008, ha annunciato che il 2011 si chiuderà con una pesante perdita tra 700 e 800 milioni di euro. Un rosso considerevole riconducibile, precisa la società, soprattutto alle difficoltà nell’Europa dell’est e alla crisi dei debiti sovrani, senza la quale avrebbe chiuso con un utile compreso tra 850 e 950 milioni.
Una cosa è certa, questa intenzione bilaterale franco-tedesca,(gradita ai mercati), di prendere in mano il gioco, farà poca strada, produrrà solo astio tra i paesi membri, perchè esclusi da quella collegialità dal forte profumo d’Europa.
Del resto, come dice Ambrose Evans-Pritchard, autorevole giornalista del The Telegraph, di solito molto riservato, parlando dell’Europa, in un suo editoriale (tra l’altro) afferma:
***Non ci sarà mai un’unione fiscale
Non ci saranno mai eurobond
Non ci sarà nessun debito piscina
Non ci sarà nessun tesoro UE
Non ci saranno trasferimenti fiscali a tempo indeterminato
O ci sarà STABILITA’ nell’unione, o niente UNIONE MONETARIA.
Questa è la realtà politica dell’Europa, dal momento che nulla d’importante si può fare senza la Germania. Tutto il resto è un pio desiderio, aggrappandosi sugli specchi, e l’evasione. Se questo significa che l’euro si libererà alcuni membri o soffiare a parte,come quasi sicuramente fa, poi il resto del mondo dovrà prepararsi per l’evento.
Tutto questo cosa prelude? Che l’era dei salvataggi in Europa sta volgendo al termine?

Rischiocalcolato

Avidità e Pentimento (Greed and Repentance)

Ho letto con piacere un’intervista  di Repubblica sui nuovi progetti di George Soros per la sua vecchiaia, tra i quali chiudere il suo famoso Quantum fund .
Certi loschi figuri non smettono mai di voler rimanere sulla scena e più che sete di “beneficienza” hanno sete di delirante protagonismo e di autocompiacimento.
Mai sentito parlare di SLIDING DOORS ovvero porte girevoli? Bene, questi cattivi soggetti, animati da  delirio di onnipotenza, dopo aver fatto il Diavolo, si propongono poi come Acqua Santa; dopo aver fatto gli avidi speculatori, vogliono fare i liberatori dei popoli. Dopo essere stati degli strozzini, fanno i filantropi. E sovente ciò avviene contemporaneamente.
Nel loro impero non tramonta mai il sole, pertanto trovano sempre la stampaglia compiacente pronta a dar loro spazio nelle loro interviste in ginocchio come quella su citata (e del resto è azionista di non so quanta stampa “liberal” americana, oltre ai network).
Poi hanno le ong, le società in outsourcing come Open Society Institute per “l’esportazione della democrazia” (la loro, si intende).
Il suo “ultimo sogno” (hanno sempre un ultimo sogno che gli allunga la vita da coltivare) è quello di rovesciare Putin e di “esportare” un po’ della sua stramaledetta finanza (democratica, si intende) in Russia.
Non prima però, di aver aiutato il popolo viola in Italia a liberarsi di Bunga il Tiranno. Però…che benefattore, che filantropo, che grande umanitario questo zio George!
Difatti Prodi, lo insignì della laurea Honoris Causa, per favori resi alla nazione: la speculazione della Lira del ’92 con relativo strozzinaggio ai danni del popolo italiano.
Ci tocca rivalutare perfino uno stato canaglia come la Malaysia che ha avuto un po’ di quegli attributi che noi occidentali rammolliti abbiamo perduto: la sua condanna a morte in contumacia.

A proposito, mi aspetto che a Hollywood-Babilonia, si faccia un bel film celebrativo e agiografico della sua vita. Una  trama da action movie finanziario il cui titolo potrebbe essere “Avidità e Pentimento” (GREED AND REPENTANCE). Insommma, la storia di un novello Dostoevskij dell’hedge fund. L’interprete potrebbe essere un Michael Douglas debitamente invecchiato e con gli occhi spiritati per l’uopo.

E chissà, l’irriducibile nonno Soros prima di rassegnarsi a portare i nipotini ai giardinetti per nutrire i pesciolini rossi nella vasca, potrebbe tentare di promuovere  uno di quei movimenti anti-Wall Street, allo scopo di  prendere il grosso toro per i testicoli, fingendo di operare un cambiamento per salvare in blocco tutti i suoi compari  della Fed. L’ultima buona azione.

Colpo d’ala dal Cnel? Sarebbe bel…

Difficile non essere d’accordo con il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sulla necessità di arrivare a “scelte meditate e condivise” per superare la crisi economica e sociale. Sul come arrivarci la questione è però decisamente più complicata. Lo ha ammesso lo stesso Napolitano, riconoscendo , al margine della mostra per i 150 anni dell’Unità all’Archivio di Stato dell’Eur, quanto sia complesso trovare facili vie d’uscita: “Colpi d’ala in tasca non ne ho e credo non ne abbia nessuno”. Del resto, Costituzione alla mano, eventuali “consultazioni” presidenziali sui temi dell’economia e del lavoro apparirebbero decisamente irrituali, considerate le rigide competenze del Capo dello Stato. Che fare perciò per arrivare a “scelte meditate e condivise”, all’auspicata – dallo stesso Presidente della Repubblica – “piattaforma che nasca da consultazioni ampie per il rilancio della crescita” ? Dove trovare un luogo di confronto politico-sociale adatto alla bisogna ? Inventarsi la solita “Conferenza Nazionale” sul tema ? Idea troppo usurata e, visto il tempo a disposizione, di difficile realizzazione. Convocare uno dei due rami del Parlamento ? Soluzione parziale, considerata l’assenza delle forze sociali e lo scontato protagonismo dell’emiciclo partitico. Audire in qualche Commissione parlamentare ? Decisamente minimal. Organizzare l’ennesimo “tavolo”? Esperienza già fatta che però non ha sortito grandi risultati. Utilizzare un talk show televisivo? Ipotesi smaccatamente spettacolare e dunque troppo “d’immagine”. Rinchiudere le “parti sociali” in un convento ? Eventualità di parte, a rischio ingerenza “clericale”. Al di là di ogni soluzione paradossale e volutamente provocatoria, perché allora non andare a “ripescare” il CNEL, autentica “araba fenice” del nostro complesso sistema costituzionale ? Organo di consulenza delle Camere e del Governo – dice la Costituzione – “per le materie e secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge”, espressione delle categorie produttive (i suoi centoventuno consiglieri sono il distillato dell’Italia delle professioni, del lavoro, del volontariato), il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro ha alle spalle una lunga tradizione fatta di studi, di proposte normative, di pareri. Nel passato c’è chi avrebbe voluto abolirlo alla stregua di un qualsiasi ente inutile. L’istituzione ha resistito, muovendosi però un po’ sotto traccia, pubblicando molto, archiviando moltissimo (cura – tra l’altro – l’Archivio Nazionale dei Contratti e degli Accordi Collettivi di Lavoro), riunendo puntualmente le sue commissioni, ascoltando enti ed associazioni. Un lavoro enorme insomma, che denota il grande impegno e la qualità dei suoi componenti, ben poco conosciuto però al di là della ristretta cerchia degli addetti. Ed allora quale migliore argomento se non quello posto all’ordine del giorno del confronto politico e sociale dal Presidente della Repubblica ? Che cosa aspetta il CNEL ad autoconvocarsi, consapevole della propria responsabilità costituzionale e delle proprie potenzialità, insite nella stessa composizione del Consiglio ? Lì ci sono tutti: sindacalisti di ogni sigla e associazioni datoriali, rappresentanti del lavoro dipendente e di quello autonomo, esponenti del mondo accademico e del volontariato. Mettendo da parte un’immagine un po’ troppo “notarile”, tra l’oasi felice ed il cenacolo, è giunto tempo che il CNEL si riappropri di un ruolo non secondario, che proprio nella condivisione e nel dialogo trova la sua ragione d’essere ed il suo fondamento, formale e sostanziale. Qualcuno vuole chiedere ai centoventuno componenti il Consiglio di scendere in campo per sintetizzare finalmente le auspicate proposte per il rilancio dell’economia e del lavoro ? Al CNEL ne hanno le competenze e la responsabilità costituzionale. Al governo poi, di valutare ed eventualmente fare proprie le proposte “meditate e condivise”, da più parti auspicate.

Mario Bozzi Sentieri

Siamo alla moneta elettronica universale?

Prelevo dal blog  Dalla Parte del Torto di Johnny Doe che a sua volta ha prelevato da questa fonte, Voci dalla strada
 il seguente  post su un argomento cruciale: una moneta unica mondiale, già auspicata dall’ONU per  favorire i paesi cosiddetti emergenti, e mandarci ulteriormente a Patrasso (e non solo nel senso della Grecia).
Dove vogliono arrivare? A un mondo unico orwelliano dominato dal pensiero unico, con una religione unica (quella del Dio Denaro) , un governo unico che i pazzi fanatici già si ostinano a trovare utile e perfino bello, all’insegna della tracciabilità universale di ciascuno di noi. A tale scopo si legga quel che ne diceva Giuliano Amato già  in tempi che sembravano non sospetti, ma che invece lo erano già, eccome: “Sbriciolare a poco a poco pezzi di sovranità, evitare bruschi passaggi da poteri nazionali a poteri federali. Non credo a un dèmos europeo e al sovrano federale. (…) Perché non tornare all’epoca precedente Hobbes? (…) Il Medio Evo è bellissimo: sa avere suoi centri decisionali, senza affidarsi interamente a nessuno. E’ al di là della parentesi dello Stato nazionale. (…) Anche oggi abbiamo poteri, senza territori su cui piantare bandiere. Senza sovranità non avremo il totalitarismo. La democrazia non ha bisogno di sovrani”.
In altre parole, per paura che nasca un nuovo Hitler si mettono con le mani avanti e  fanno essi stessi  i Fuhrer dell’economia e della finanza, dominando il mondo e  giocando a bocce con le nostre vite. E’ un calcolo infame e sbagliato che non riuscirà. Ve lo immaginate essere in balia dell’High Tech coi vari errori “tecnici”, e con una voce preregistrata che ripete macchinalmente “ci scusiamo coi clienti se vi abbiamo prelevato più denaro del necessario”?
 Ma intanto  ecco il pezzo che chiosa col segretario al Tesoro di Obama  Tim Geithner, il quale si dichiara ben disposto alla realizzazione  dell’impresa:
Si confermano i sospetti dei teorici della “cospirazione”: l’ONU sta dando impulso alla “richiesta” da parte dei paesi emergenti all’instaurazione di una moneta unica globale, primo passo per stabilire un governo mondiale. Il collasso apparentemente orchestrato dell’economia statunitense permette ai paesi emergenti di mettere in discussione la funzione del dollaro come moneta di riferimento e le Nazioni Unite si preparano per lanciare il loro piano.
Dall’inizio della crisi nel 2009, differenti teorici avevano parlato della possibilità che la situazione di crisi economica era stata cercata deliberatamente per ristrutturare completamente il sistema finanziario mondiale ed imporre una moneta unica a livello globale e che fosse il primo passo verso una governance a livello planetario.
La mancanza d’azione da parte della giustizia negli USA per quanto riguarda i responsabili della crisi economica, anche quando la colpevolezza è evidente e le susseguenti azioni (riscatti governativi alle banche, proposte di legislazione globale, ecc) sono sfociati finalmente nella questione del dollaro come moneta di riferimento per i mercati.
In questo modo, il reclamo di una moneta unica per tutto il pianeta acquista una forma più definita e conferma i sospetti prima menzionati. Prima è stata la Russia, poi la Cina e più tardi i paesi emergenti a reclamare la moneta globale.
Questo rapporto presentato dal sito spagnolo Libertad Digital.
Dallo scoppio della crisi di credito a metà del 2007 la tensione intorno al ruolo che gioca il dollaro nell’architettura monetaria è stata questionata da alcune delle principali potenze del mondo, principalmente dalla Cina e Russia.
Questo trascendentale dibattito per l’economia mondiale si stava negoziando in privato tra i governi e le principali banche centrali. Si tratta della riforma dell’attuale sistema monetario internazionale vigente dalla soppressione degli accordi di Bretton Woods da parte del governo degli USA .
Da allora, il dollaro si è mantenuto come la moneta di riserva per eccellenza, senza alcun tipo di copertura reale dopo aver rotto i suoi ultimi rapporti con il patrone oro.
L’ONU propone adesso di riformare il sistema monetario vigente, la cui egemonia è ostentata dal dollaro. Così, in un dossier presentato durante la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e Sviluppo (UNCTAD), l’organismo multilaterale per eccellenza riconosce che il sistema monetario non funziona correttamente e, di fatto, è stato il grande “responsabile” dell’attuale crisi finanziaria.
Per questo, l’ONU afferma che il ruolo del dollaro come moneta di riserva mondiale deve essere riconsiderato, come lo esigono la Russia, la Cina e le principali economie emergenti del pianeta.
In questo modo, l’istituzione è a favore della creazione di una nuova Bretton Woods, che dovrebbe essere negoziata tra i principali governi, per stabilire un nuovo sistema monetario che sostituisca quello attuale.
“Sostituire il dollaro con una moneta artificiale potrebbe risolvere alcuni dei problemi riguardanti i grandi deficit sui C/C (questo significa: mancanza di risparmi) che alcuni paesi presentano e aiuterebbe la stabilità”, segnala Detlef Kotte, uno degli autori del dossier.
Ma, “si ha anche bisogno di un nuovo sistema di scambi. I paesi devono mantenere qualche tipo di scambio (monetario) reale(aggiustato all’inflazione) e stabile”.
Il ruolo del FMI
Per questo, secondo Kotte, deve mantenersi l’intervento monetario che le banche centrali applicano, anche se questo lascia la porta aperta a che sia qualche istituzione multilaterale l’incaricata di mantenere la stabilità dei tipi di cambi, riferendosi al FMI.
In questo modo, l’organismo non solo abroga per sostituire il dollaro come moneta di riserva mondiale ma anche di creare una specie di banca centrale a livello mondiale che, in questo caso, sarebbe il FMI“.
Nel comunicato stampa pervenuto, l’UNCTAD (appartenente all’ONU) segnala che la regolamentazione e supervisione più effettiva del mercato finanziario è “indispensabile” per “prevenire che si ripeta una crisi finanziaria ed economica mondiale come quella attuale”.
Ma, non è solo necessario controllare la supervisione finanziaria internazionale,è anche “ugualmente importante una riforma del sistema monetario per ridurre il margine dei benefici nella speculazione monetaria ed evitare, così, gli squilibri commerciali di gran misura”.
Con questa dichiarazione,l’organismo si riferisce all’eccesso di risparmio da parte delle economie asiatiche (principalmente la Cina) negli ultimi anni e il grandissimo indebitamento (bisogno di finanziamenti esterni) di altre potenze come è il caso degli Stati Uniti. Cioè, gli squilibri commerciali a livello mondiale ( abbondanti deficit tramite conti correnti) che l’attuale sistema monetario ha fornito, secondo quanto sostengono importanti economisti.
I diritti speciali di prelievo.
L’attuale sistema “dipende della politica monetaria che applica la banca centrale che emette la moneta di riserva mondiale” per eccellenza (il dollaro) in riferimento alla FED.
Alcune decisioni che, secondo il dossier, si prendono, d’accordo ai bisogni politici e economici statunitensi, in chiave nazionale, “senza tener conto dei bisogni del sistema di pagamenti internazionale e dell’economia mondiale” nel suo insieme.
Ma, secondo lo studio, neanche un corretto maneggio dei flussi del capitale tra i paesi ne l’imposizione di una nuova moneta di riserva mondiale (sostitutiva del dollaro) risolverà i problemi che colpiscono le economie emergenti: “il problema del tipo di cambio”, aggiunge lo studio, è che “non è possibile che un paese possa assorbire gli shock esterni in modo efficiente attraverso l’adozione, sia totalmente flessibile o rigida, dei tipi di cambi”, secondo gli economisti dell’UNCTAD.
Per questo, l’organismo suggerisce che dovrebbe stabilirsi un sistema di tipi di cambi in base ad un “modello stabile”, che sarà controllato e determinato in modo multilaterale.
L’UNCTAD sostiene che un nuovo sistema monetario basato su principi e norme convenuti in forma multilaterale è necessario per la stabilità dell’economia mondiale così come alcune “condizione equitative per il commercio internazionale”.
Essenzialmente l’organismo punta al bisogno di sostituire il dollaro con una nuova moneta basata in un paniere di divise che il FMI controllerebbe. (i denominati diritti speciali di prelievo).
In questo modo “si ridurrebbe la necessità di mantenere riserve internazionali” per difendere i tipi di cambi (il valore di una moneta nazionale) e “potrebbe combinarsi con un ruolo più forte dei diritti speciali di prelievo se si assegnano in funzione del bisogno di liquidità che un determinato paese presenta” con lo scopo di “stabilizzare il suo tasso di cambio reale ad un livello accordato in modo multilaterale”.
La posizione della Cina e della Russia.
Il governatore della Banca Popolare cinese, Zhou Xiaochuan, a marzo propose di creare una divisa di riserva multinazionale come parte della riforma nel sistema monetario internazionale, aggiungendosi così alla petizione russa.
Xiaochuan ha ipotizzato di “creare una divisa di riserva internazionale che non sia vincolata alle nazioni individuali e possa rimanere a lungo termine stabile”. Inoltre, ha detto che i diritti speciali di prelievo (SDR, sigla in inglese ) del FMI hanno il potenziale per agire come una divisa di riserva sopranazionale. Cioè, l’obiettivo sarebbe quello di creare una super divisa che sostituisca il dollaro, il cui valore determina quello delle altre valute.
A luglio del 2009 tale proposta è diventata ufficiale. La Cina ha avvertito nella riunione al G-8 e il G-5 del bisogno di riformare il sistema monetario internazionale per una “maggiore diversificazione della moneta di riferimento”dal dollaro statunitense. Il gigante asiatico non era mai stato tanto esplicito.
Adesso, l’ONU raccoglie il guanto lanciato dalla Cina, Russia e le potenze emergenti.
Curiosamente il presidente russo Dimitri Medvedev, ha mostrato la “nuova moneta mondiale” sul bavero della sua giacca durante la riunione di queste grandi potenze.
Gli USA non si sono pronunciati ufficialmente su questo argomento fino ad ora.
Ma, il segretario del Tesoro degli USA, Tim Geithner, a marzo ammise che gli USA erano “molto aperti” a studiare la proposta monetaria elaborata dalla Cina e la Russia di creare una nuova divisa di riferimento internazionale. Anche se dopo ratificò quanto detto di fronte al panico che questa dichiarazione creò nel mercato delle divise (il crollo del dollaro)
Fonte:

Tradotto e pubblicato da FreeYourMind!

I Signori della Moneta

Ci si riempie di continuo la bocca di termini come debito sovrano, debito pubblico, con tutti quanti che si improvvisano economisti sull’arte dei tagli  drastici  da effettuare e dello sfoltimento di spesa (haircuts, lo chiama Draghi, a cui tanto piacciono gli anglicismi) .
Questo blog non ha mai sposato le tesi di Stella e Rizzo sulla spesa pubblica ad opera di  casta e castaroli vari, anche se è chiaro che la pletora dei funzionari e commis d’état grava non poco sui nostri bilanci. E nemmeno quella neoliberista secondo cui se affidiamo tutto ai privati, possiamo ripartire. I cosiddetti “privati” stranieri non sono la soluzione al problema, ma il problema stesso, appunto!
 Assurda è poi l’idea di poter essere “liberisti in economia e conservatori nei valori” tipico di certa destra all’americana, dal momento che è proprio il neoliberismo (che non è affatto “liberale”, né “democratico”) ad essere disgregatore di valori. Il mercato infatti non si autoregola da sé e  per sua indole è amorale oltre che apolide. Impossibile pertanto poter servire contemporaneamente Dio e Mammona. Non a caso la regola di non avere alcuna regola (ovvero la deregulation) fu l’asse portante della reaganomics, la politica economica di Reagan che inaugurò la stagione delle “bolle speculative”. 
E dato che  l’Italia non è un’isola, quando parliamo di debito nostrano, non possiamo dissociarlo dalle politiche  monetarie dei paesi egemoni.    Prego innanzitutto di visionare questo filmato “The Money Masters“, che spiega in modo semplice ed efficace come nasce l’usurocrazia di pari passo con il conio della moneta e  più tardi, con la circolazione del denaro cartaceo, un problema annoso che si trascina fin dalle notti dei tempi.  
Chi scrive non è esperta in economia né in finanza. La mia formazione è del tutto umanistica e sinceramente farei volentieri a meno di dovermi occupare di questa materia, se non fosse che – piaccia o meno –  ha preso il sopravvento nelle nostre sempre più povere vite.
Il problema della “liquidità”  disponibile del denaro fu apparentemente risolto con la nascita della carta-moneta, quale titolo di scambio coperto da riserva aurea. Ben presto però, come mostra il filmato, si comprese che consentendo una circolazione cartacea superiore all’oro depositato, sarebbe stato facile aumentare la liquidità disponibile.
Fu così che nel 1971, per sottrarsi alla richiesta francese di commutare in oro l’ingente quantità di dollari emessi dalla FED, Nixon dichiarò l’incontrovertibilità del dollaro col famoso “Fiat Money“. E Dollaro fu, quale moneta di riferimento internazionale.
Con l’espandersi della globalizzazione e con essa, della successiva finanziarizzazione dell’economia, gli Stati hanno incominciato  a quotare i loro titoli di Debito Pubblico nelle borse mondiali. Dunque non più debito nostrano e nazionale, come quello di un tempo, con uno stato “esposto” nei confronti dei suoi cittadini, ma un debito “internazionalizzato”, con stati non più sovrani in balia delle scosse sussultorie e ondulatorie provocate  in Borsa da speculatori senza scrupoli della peggior risma, tutti parte  integrante dei cosiddetti “mercati finanziari”. Costoro, coadiuvati dalle loro agenzie di rating in sfregio ai conflitti di interessi,  pretendono interessi sempre più elevati dagli Stati,  anche a costo per quel Paese,  di non poter più pagare stipendi,  pensioni, scuola, sanità con strutture ospedaliere, forniture energetiche ecc. Detto in altri termini, pena il collasso e fallimento di quello stato stesso (default).
Non c’è nessuno in Parlamento (sia nel parlamento italiano che in quelli di altri paesi), né docenti di cattedra, giornalisti, opinionisti, intellettuali di destra o di sinistra, luminari, esperti o altro che abbia il coraggio di dire e  di scrivere che questo sistema di predazione mondiale è del tutto immorale e mortifero per l’umanità. Per lo strozzino  comune dedito al racket dei negozi di un rione urbano, può accadere che si  aprano le porte del carcere, ma non per un Soros che intentò,  riuscendovi, una lurida speculazione sulla sterlina e sulla lira nel 1992, con tutto quel che ne conseguì in materia di svendita dei nostri beni. Anzi, ottenne quale premio, la laurea honoris causa a Bologna da Romano Prodi.
Ci tocca rivalutare perfino uno stato “canaglia” come la Malaysia che almeno ebbe il coraggio di spiccare una condanna a morte in contumacia per un simile malfattore. Uno dei tanti, uno dei troppi. E la Bankster Story continua…

Ma ora siamo arrivati al punto di non ritorno. Pertanto occorre uscire al più presto dal sistema dell’Euro, poiché come ho già detto in altre circostanze, meglio una fine horror che un horror senza fine.

Se la crisi è un pò globale ci facciamo tutti male

La crisi economica internazionale ha in sé i tratti del “passaggio epocale”, portando ragioni sociali, politiche e culturali di più ampia portata. Fosse solo una crisi “nel” sistema produttivo-finanziario, una “congiuntura” di breve periodo, ne saremmo già usciti, così come è accaduto nel passato. Sarebbe bastato “riconvertire” qualche settore in affanno. Incentivare, con le leve bancarie o con l’intervento pubblico, questo o quel comparto. Spostare mano d’opera, espellere gli esuberi, aggiornare professionalmente. Ma così non è. Non è stato e difficilmente sarà per il futuro. Intanto per il contesto globale della crisi. Su questi scenari c’è ben poco da manovrare. Le concentrazioni finanziarie, le delocalizzazioni spinte e la conseguente crescita economica dei nuovi colossi internazionali (Cina, India, Brasile) offrono ben pochi margini di manovra alle più tradizionali economie occidentali (d’Europa e statunitensi), vincolate da un sistema sociale garantista, da rigide regole democratiche, da normative rigorose (pensiamo solo alla tutela dell’ambiente). A ciò si aggiunga l’invecchiamento del sistema occidentale (rapporto tra vecchi e giovani) e gli alti costi del sistema previdenziale. C’è poi un dato antropologico che rende ancora più acuta la crisi. Uscendo fuori da anni di “vacche grasse” e da diritti diffusi, il “nostro mondo” mostra una sostanziale stanchezza culturale. Si è appagato di facili agi di massa. Ha consumato e continua a consumare ben oltre le proprie possibilità e necessità. E’ poco disposto al sacrificio, per sé e per i propri figli. Anche per questo l’età adulta si sposta. I lavori più faticosi vengono delegati agli immigrati. Ad imporsi è una sorta di attendismo generazionale e di spaesamento collettivo, determinati dalla perdita di quelli che si consideravamo diritti acquisiti, certezze (sociali ed economiche) inattaccabili, standard inalienabili. Ma se la crisi è epocale e quindi globale, se essa assume i tratti non della congiuntura ma della crisi strutturale, evidentemente la risposta allo “spaesamento” non può passare solo attraverso gli interventi tampone, importanti, ma non esaustivi, quanto soprattutto da robuste iniziative strategiche, in grado di “riequilibrare” alla radice le attuali storture “di sistema”. Sia chiaro: non esistono ricette di facile applicazione. Occorrono ed occorreranno ancora sacrifici ed interventi “strutturali”. Occorrerà soprattutto acquisire la consapevolezza che nulla potrà restare come prima e che tutti, ai vari livelli, dovremo iniziare a ripensarci , in termini sociali, culturali e politici. Dovremo imparare a spendere meno e meglio, privilegiando investimenti di lunga durata. Dovremo ritrovare nella famiglia non solo un generico valore ma un elemento fondamentale della società, con forti ricadute economiche e sociali. Dovremo ricominciare a guardare all’economia reale e di sostentamento (pensiamo al valore dell’agricoltura, all’artigianato, alla piccola industria, al ruolo dei territori). Dovremo sviluppare politiche inclusive (pensiamo soprattutto alla partecipazione sociale, di categoria, e all cogestione aziendale). Dovremo orientare l’educazione evitando antieconomiche dispersioni. Dovremo ritrovare il senso di una sussidiarietà diffusa. Di fronte a questi scenari epocali, pensare di risolvere i problemi con qualche protesta, magari con uno sciopero generale, ovvero appellandosi ad un generico richiamo “al mercato” significa non avere compreso ciò che è accaduto e che ancora accadrà, a seguito delle trasformazioni avvenute in questi anni. Responsabilità vuole che si prenda atto della realtà e ci si attrezzi di conseguenza. Con coraggio e consapevolezza. Alzando il tiro, nelle analisi, nei dibattiti e nelle conseguenti proposte.

Mario Bozzi Sentieri

Servi e più servi della BCE

Ormai è ufficiale: questo governo è stato commissariato dai poteri forti internazionali che gli dettano l’agenda delle misure e degli inasprimenti fiscali (chiamati con eufemismi  soft, “riforme”) da dover assumere per far fronte al “pareggio di bilancio”. Quest’ultimo è un altro ipocrita eufemismo per non dire che il debito “sovrano” (l’unica sovranità concessaci nella nostra storia) è, come ho già detto, inestinguibile, per sua  stessa natura strutturale. Epperò si moltiplicano in questi giorni gli editoriali dove smascherano il servo di scena Silvio Berlusconi  e il suo tesoriere riottoso e burbanzoso Giulio Tremonti. Non è bastata, evidentemente, nemmeno la manovra “lacrime e sangue”, perché superGiulio ha lasciato capire senza mezzi termini che gli 80 mila miliardi sono stati bruciati già dal calo in picchiata  delle  borse in questi giorni. Dunque a che pro varare la manovra? La risposta gliel’ha data immediatamente il canuto  Mr. Trucchetto della BCE: anticipare i due anni peggiori della nostra vita (2013 e 2014) qui e  ora. Hic et nunc.  Lo ha scritto nella lettera al suo successore Draghi, lettera che contiene tabelle di marcia, tempi, metodi, e perfino strumenti legislativi da far applicare, seduta stante,  al nostro governo. Trucchetto o scherzetto?
I  pretoriani di Trichet, Sarkozy e Angela Merkel, fanno da  zelanti ripetitori: bene le misure, ma vanno attuate subito.

Il CorServa, altrimenti detto anche Corriere della BCE, esce oggi con un titolo che ha del surreale: La BCE in difesa di Italia e Spagna. E uno sprovveduto lo legge e pensa: meno male che l’Europa C’E’ e  ci offre un paracadute di salvataggio.  

In realtà la BCE sta all’Italia e alla Spagna, come la FED sta agli USA. Compra titoli a interessi usurai e vuole in cambio  fior di garanzie e di pesanti ipoteche per il nostro ulteriore indebitamento. 

Ma torno agli editoriali di questi giorni: quello dal titolo “Il Podestà straniero” di Mario Monti. Il solito lettore naif di turno lo legge e pensa: però, che patriota quel Monti! come ha a cuore la dignità offesa del nostro povero paese nelle mani  di un “podestà straniero”, per colpa di governanti scellerati. Come sbugiarda il duo Berlusconi-Tremonti che hanno ridotto l’Italietta ad un’entità  poco rispettata e poco auterevole, mettendola nelle grinfie dei banchieri centrali.  E, intendiamoci, ci sarebbe pure del vero in questa retorica moralizzatrice. Ma è pur sempre astuta retorica.  
Quel che Monti non ci dice, è che i suoi illuminati comparuzzi hanno compiuto  un bel salto di qualità: non vogliono più trovarsi tra i piedi quei politici perdigiorno che spalmano le manovre in piani quadriennali. Ora   optano direttamente per un “tecnico” (cioè, uno di loro come lui) che ci taglia seduta stante la vita, i risparmi e  quel che resta del nostro futuro. I signori hanno fretta, molta fretta.
Quanto a noi Italiani, abbiamo poche chances di scelta: politici esecutori  della finanza ridotti allo stato  amebico oppure  tecnici vigilanti e sferzanti che fanno gli interessi immediati  dei poteri finanziari stessi. Servi i primi,  e più servi, i secondi.  

Insolvenze d’Agosto

Dunque si voterà domani al Senato e già da stasera si sa che in Usa al Congresso dopo le esortazioni di Obama,  avrebbero trovato un accordo bipartisan tra repubblicani e democratici per evitare l’insolvenza relativa a un debito pubblico di 14.294 miliardi di dollari. Avrebbero, condizionale d’obbligo,  salvo sorprese ed eventuali franchi tiratori. La medicina è amara assai, ma quel che più conta, non servirà un granché.
Comunque sia, sintetizziamo: tagli da tremila miliardi in dieci anni, poi c’è l’incognita delle tasse sui ricchi, ma nella bozza dell’accordo i repubblicani sono riusciti ad evitarle. Siamo alla cura di Superciuk, lo spazzino ubriacone della banda TNT che  rubava  ai poveracci per rifinanziare i ricchi. Intanto se ne va a ramengo con tagli per 1200 miliardi la Social Security e Medicaid (la mutua per gli anziani). Ma quel che più conta è che il tetto del debito salirà ancora e peserà come una montagna. Il che vuol dire che il problema non è risolto ma semplicemente rinviato sine die. Quattro sarebbero i fattori scatenanti dello stallo americano secondo  Massimo Gaggi del Corriere della sera elencati nell’articolo del 31 luglio dal titolo
Quattro chiavi che spiegano lo stallo americano“:
 1) la radicalizzazione ideologica dei Tea party che si sono mostrati intransigenti al Congresso 2) il mancato carisma di Obama che non è riuscito a produrre quel cambiamento promesso (non è stato il Kennedy del nostro tempo, come si era proposto in campagna elettorale) 3) la Babele mediatica che impedisce di costruire il consenso dei cittadini intorno ai loro rappresentanti (” i parlamentari vagano come formiche impazzite anche perché non hanno più le idee chiare sull’orientamento dell’opinione pubblica e dei loro elettori”).  E come quarto ed  ultimo fattore, purtroppo determinante, è “il cambiamento del ruolo del debito pubblico. Fino al 2008 prendere a prestito denaro era considerato — almeno nell’America che non aveva mai vissuto situazioni fiscali come quella italiana— un modo accettabile per ammortizzare una crisi momentanea del sistema produttivo. La crescita, poi, avrebbe provveduto a rimettere le cose a posto. Ora, col deficit record e la consapevolezza che crescere in futuro sarà difficile mentre il debito è destinato a divenire insostenibile  non è più così”.
Tuttavia si gira e rigira intorno al lume,  ma la stampa (internazionale e nazionale) evita sistematicamente di spiegarci  fuori dai denti, alcune cosette. Come nasce il debito? Come lo si contrae? Chi ce lo impone? Perché  non ci dicono che è  endemicamente non risarcibile e inestinguibile?  Il governo federale statunitense sarà ora costretto a emettere titoli pubblici, la FED (rigorosamente privata, lo ricordo) stamperà nuova carta-moneta con rischi inflazionistici. Insomma, sarà il solito serpente che si morde la coda e dall’impasse gli Usa non ne usciranno, ma cercheranno di spalmare inesorabilemente il loro debito a ridosso di tutti gli altri paesi, manco si trattasse di  quel Blob di un famoso film fanta-horror. Ovvero il fluido gelatinoso e rosaceo che uccide mentre si espande,  e tutto e tutti ingloba e divora. Sarà  dunque una pesante ipoteca sul nostro futuro. Dopotutto, siamo tutti americani, o no?
Non a caso Putin ha già parlato degli Usa come di uno stato parassita. Tutto si può dire di lui, fuorché non sia stato chiaro.

Altro post pertinente sull’argomento: “La fine dell’Euro” di George dal blog Dalla parte del Torto.

Dopo la tempesta finanziaria, il conto dei danni

Se si semina vento, si raccoglie tempesta. E’ il detto popolare che trae linfa dalle mille e mille esperienze fatte in tutti i lati del mondo, ma è anche la sintesi della scellerata diatriba tra maggioranza e opposizione in Italia. Sopra ogni cosa, infatti, ci sono sempre gli interessi nazionali. In Italia dovremmo occuparci un po’ di più della nostra immagine complessiva, invece non lo facciamo. L’interesse nazionale riguarda tutti: ricchi e poveri, potenti e deboli, risparmiatori e sperperatori, politici e apolitici, lavoratori e disoccupati. Se il Paese retrocede, pagano tutti. E’ possibile che dal saldo del conto da pagare si salvino solo i furbi e i disonesti. Non è il caso, però, di render loro soddisfazione e di preoccuparsi per loro, tanto più che alcuni hanno la residenza fuori dai confini nazionali. Giorno dopo giorno, invece, usando anche metodi rozzi, c’è chi, per ragioni di furbizia politica, si è preoccupato di menare discredito sull’Italia, pensando di influenzare così il consenso popolare. E’ stato un metodo insulso per trasferire il confronto politico italiano in ambito europeo, per poterne poi trarre un giudizio di merito negativo da utilizzare in ambito interno. Una carognata, insomma! Un metodo che ha solo finito per mettere in cattiva luce il nostro Paese. La forza devastatrice di un’opposizione pregiudiziale si è manifestata anche quando il governo si prodigava per intervenire a sostegno delle emergenze che sorgevano. Puntare al disastro del Paese non è soltanto folle, ma anche indegno, soprattutto quando ci si preoccupava di non far mancare il sostegno a chi perdeva il lavoro, e quando si raschiava sul fondo del barile per trovare le risorse necessarie ad assicurare un minimo di sostegno ai più sfortunati. Sull’altro piatto della bilancia c’erano il controllo della spesa e gli occhi del mondo, soprattutto di chi era pronto a cavalcare la speculazione. Non è sembrata, così, commendevole un’opposizione, unica tra i paesi industrializzati, che si sia solo preoccupata di fornire una lente d’ingrandimento, spesso deformante, per far emergere anche i problemi che non c’erano. Certo che, nell’immediato, il metodo Prodi, quello di alzare le tasse, poteva essere il percorso più facile, ma la contropartita sarebbe stata pericolosa e poteva minare la ripresa riducendo gli investimenti, soprattutto in uno Stato con la pressione fiscale già al 43,5% del Pil, sotto solo a quella dei paesi scandinavi, senza averne però la struttura sociale e i servizi. Nelle difficoltà di una seria crisi recessiva sui mercati internazionali, legata a doppio filo alla fiducia dei consumatori, nessuno sconto è arrivato dall’opposizione. Diffondere il panico in certi casi può essere come camminare con il cerino acceso nel mezzo di una pozzanghera di benzina. Dell’opposizione non si salva nessuno, neanche quelli che fanno i moderati. Niente è stato risparmiato e sono stati usati tutti i mezzi e i pretesti, persino le ridicole accuse di derive autoritarie, per far cambiar direzione a un vento che invece soffiava a favore di un governo che risolveva i problemi e che aveva il consenso degli elettori. L’Idv di Di Pietro, ad esempio, ha comprato pagine di quotidiani stranieri per diffamare l’Italia. Sono stati “usati” giornalisti di testate europee per far partire dall’Italia corrispondenze con contenuti e giudizi sul Paese e sul Governo che sono apparsi al limite della diffamazione nazionale. La stessa Inghilterra, attonita oggi per lo scandalo delle intercettazioni, ha letto a più riprese sulla sua stampa dell’esistenza di tentativi del Governo italiano di soffocare la libertà di stampa, e solo perché il Presidente del Consiglio, sentitosi diffamato, si rivolgeva alla magistratura per tutelare la sua immagine, o perché la maggioranza chiedeva in Parlamento il rispetto dell’art 15 della Costituzione Italiana (non della legge sulla misura delle banane!) sul diritto alla riservatezza delle comunicazioni tra le persone. Un qualsiasi osservatore neutrale potrebbe con facilità verificare lo stato dell’informazione italiana. E sarebbe sufficiente un solo giorno dell’anno, uno a caso, e fornirsi di una penna e di un foglio di carta, per annotare tutto ciò che dicono in tv e che scrivono i giornali, per capire se c’è il pluralismo e dove ci siano eccessi di faziosità e di pregiudizio. Di fatto c’è che mentre una crisi di proporzioni catastrofiche metteva in serio pericolo le economie dei paesi più forti, l’Italia riusciva invece a tenere ferma la rotta verso l’approdo in acque più meste. Ma più cresceva la meraviglia degli osservatori internazionali per le prove di serietà e di fermezza dell’Italia, e più cresceva la rabbia dell’opposizione, rafforzatasi con il disappunto di chi mirava al peggio per succedere a Berlusconi. Se la buona tenuta del Paese aveva indotto la speculazione internazionale a gettare lo sguardo su altri paesi come la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo e la Spagna, per rischiare di far precipitare le cose in Italia sono arrivate: la nuova ondata d’iniziative giudiziarie; la sentenza choc Mondadori; la tenuta della manovra finanziaria; i pettegolezzi sulla permanenza al Ministero dell’Economia di Tremonti; le ipotesi fantasiose di un governo diverso. La morale è che sono gli stessi osservatori stranieri a ritenere insostituibile questa maggioranza e a considerare ogni ipotesi diversa come una pericolosa avventura. Soffiare sul fuoco del tanto peggio è stato ancora una volta un boomerang per l’opposizione, ma anche un danno per l’Italia. Gli analisti economico-finanziari sostengono che in pochi giorni l’Italia si sia già giocata sui mercati buona parte della prossima manovra. Di certo l’aggressione giudiziaria, le beghe politiche e la stessa fibrillazione interna alla maggioranza non hanno giovato agli interessi del Paese. Di fatto il debito pubblico ci costerà qualcosa di più dei 70 miliardi annui di interessi sui titoli di Stato. La manovra, ora, sarà approvata in tempi rapidi, senza l’estenuante ostruzionismo e, si spera, senza lo strapparsi le vesti in Parlamento. Nelle sue pieghe, come rilevato dai sindacati, dall’opposizione e dalla stessa maggioranza, ha questioni da rivedere. Per questo, c’è stata la disponibilità al confronto per modificare ciò che poteva essere corretto, cogliendo così il suggerimento del Presidente Napolitano. Cadono anche tutte le chiacchiere sui tempi, la manovra serve a mantener fede agli impegni presi per il pareggio di bilancio nel 2014, e ogni significato tattico legato alle elezioni nel 2013 è solo un’altra idiozia.

VITO SCHEPISI

Qui ci vuole un modello…

Passata la tempesta borsistica ed approvata la manovra predisposta dal Governo, ci auguriamo con un largo consenso parlamentare, troveremo finalmente il tempo per guardare oltre le turbolenze finanziarie che continuano a segnare gli orizzonti europei, immaginando nuovi scenari d’intervento ? La questione è tutt’altro che teorica e riguarda – passateci un termine che può apparire desueto – il “modello” socio-economico, intorno al quale creare le condizioni per una fuoriuscita reale e matura dalla crisi. Sia chiaro – visto quel che è accaduto e sta ancora accadendo – importa poco ricapitolare vecchie scuole e categorie. Più significativo è attrezzarsi per definire nuovi assetti di modernizzazione e di concertazione, in grado di creare un clima sociale, in grado di informare, di dare forma e speranza al sistema-Paese. Mettiamo perciò da parte le definizioni di scuola (liberalismo integrale, protezionismo, keynesismo) e andiamo alla sostanza delle cose, magari con un occhio rivolto verso quello che una ventina d’anni fa si considerava un sistema al tramonto, l’economia sociale di mercato d’impronta renana, a fronte del trionfante modello “neoamericano”, fondato sui valori individuali, la massimizzazione del profitto a breve termine, lo strapotere finanziario. Risultati recenti ci dicono che lavorare per un progetto partecipativo e di autentica integrazione sociale dà buoni risultati sia per la crescita delle aziende e dunque del benessere dei lavoratori ed il giusto profitto del capitale sia, più in generale, per il sistema- Paese. Certo è che un nuovo modello di integrazione socio-economica non si improvvisa. Bisogna averne ben chiare le direttrici essenziali e su di esse lavorare con coerenza, in un attento equilibrio tra rigore e sviluppo, flessibilità e garantismo, capacità di programmazione ed adattabilità. Rispetto al passato ed ai richiami, spesso formali, di scuola, oggi la strada vincente è in un mix attento e complesso, che sappia dare sicurezza (agli investitori, agli imprenditori, ai lavoratori) ed insieme sia capace di collocarsi dinamicamente sui mercati. Questo ha fatto, negli ultimi anni, la Germania. Ha affrontato, con rigore, i problemi di bilancio (anche con misure impopolari come il taglio delle pensioni e dei sussidi di disoccupazione e la riorganizzazione degli uffici di collocamento). Ha reso più agili le relazioni industriali. Ma – nel contempo – ha garantito il mondo del lavoro attraverso un rodato sistema partecipativo, grazie al quale il sindacato e attraverso esso i lavoratori hanno sostenuto “dal basso” la fase del rilancio, attraverso un sistema premiante, costruito a livello aziendale e territoriale. I risultati sono tutti nella crescita “reale” dell’economica tedesca, nella sua capacità di presenza sui mercati internazionali, vecchi e nuovi, in quella competitività di sistema, che rimane il parametro essenziale per determinare lo stato di salute di un Paese, mettendo in primo piano non solo i valori importanti della produzione, ma sostenendoli e corroborandoli con quelli relativi allo sviluppo delle infrastrutture, dell’energia, della ricerca, della formazione, della scuola. Parlare di un “modello” da costruire, a ridosso delle turbolenze borsistiche e magari con il rischio di una loro ripresa, è velleitario ? A noi pare il contrario. E’ mettendo finalmente all’ordine del giorno del Paese non solo la stanca elencazione dei problemi, delle emergenze, dei tagli di bilancio, ma una prospettiva di “lunga durata” che si può sperare di invertire l’attuale congiuntura. E’ alzando il tiro nelle idee e nelle proposte che si può pensare di lavorare con lo sguardo rivolto“al dopo”. Da qui, anche da qui, il compito essenziale della politica, che non può essere solo momento di mediazione, ma anche luogo ideale per ipotizzare nuovi indirizzi, per fissare priorità, per dare obiettivi, per costruire momenti concreti di dialogo e di concertazione, per “rivoluzionare” assetti obsoleti, inadeguati a rispondere al mutare della realtà sociale. Per realizzare tutto questo il rigore e la difesa ad oltranza del risparmio contro le speculazioni sono premesse necessarie ma non sufficienti. Difendersi insomma non basta. Il rischio, passata questa stagione, è di ritrovarsi impreparati di fronte ai prossimi venti di crisi.

MARIO BOZZI SENTIERI