Madiran:il pensiero cristiano fra destra e sinistra

Consumata dalla passione per la Banca vampiresca e appiattita dal consenso all’algido prestidigitatore Mario Monti, si è estinta la destra, vasta e bizzarra radunata dei portatori di due etichette: la piccola etica [etichetta] interpretata da pendolari in viaggio tra Luigi Pirandello, Giorgio Almirante e Luciano Gaucci e il marchio di fabbrica [etichetta] applicato dalla sinistra, che (insegna Jean Madiran) inventa, confonde, giudica e condanna i suoi nemici.
Con felice tempismo, l’editore veronese Giovanni Zenone (www. Fede & Cultura. com) celebra l’evento pubblicando il saggio di Jean Madiran, “La destra e la sinistra”, che si legge come un’anticipata, illuminante analisi delle cause a monte dell’ingloriosa estinzione dell’oggetto surreale, “la destra che non sa più che cosa essa sia”.
Nella nota dell’editore, Jean Madiran è definito massimo pensatore cattolico vivente in Francia e autore di un progetto inteso alla rifondazione della vita sociale sul trinomio lavoro-famiglia-patria con la bussola evangelica di servire Dio per primo.
Senza ombra di dubbio la lezione di Madiran può istruire e orientare i cattolici che non intendono affidarsi alle ideologie imprigionanti, piazzate a sinistra e a destra dagli architetti del disordine e del nulla ultimo.
Ora la condizione per conquistare la libertà dalla menzogna è comprendere che il Cristianesimo costituisce il più efficace metodo per contrastare le ingiustizie sociali, infatti “ha soppresso la schiavitù classica e ha compiuto, così facendo, la più grande riforma sociale di tutti i tempi … nessuna sinistra avrebbe potuto farlo, nessuno, in ogni caso, ci sarebbe potuto arrivare senza rimpiazzarla immediatamente con una schiavitù più feroce”.
Al fine di conquistare i cristiani, i dirigenti della sinistra hanno tentato con ogni mezzo di collocare il Cristianesimo a destra. Risultato di tale azione propagandistica è il cristianesimo adulto, figlio di una timidezza strenuamente impegnata a non essere di destra a giudizio della sinistra.
Se non che la pretesa di diventare incolpevoli agli occhi dei comunisti genera i cristiani dimezzati: “Invece di separarsi dal mondo, come chiede Dio, i cristiani ora si separano dalla destra, come chiede la sinistra. Riescono così facendo a superare la fatica di separarsi da se stessi per andare a perdersi nel mondo”.
Per diventare adulti i cattolici sono obbligati a rovesciare il sì si no no del Vangelo in una fede unitiva, disposta a raccogliere e fare proprie le bizzarrie degli ideologismi. Le obiezioni all’errore pertanto si avvitano nella languida figura del tango con caduta della ragione.
Madiran segnala inoltre il pericolo costituito dall’incomprensione del danno procurato dall’attività a sostegno della destra: “è già fare il gioco della sinistra, poiché precipua specificità della sinistra consiste nell’inventare arbitrariamente l’esistenza della destra e la necessità di combatterla politicamente”.
Di qui l’obbligo di affidarsi a una giustizia estranea alle culture di sinistra e di destra, uno spirito “che non è un’invenzione della sinistra e che esisteva ben prima di essa, lo spirito cristiano, la tradizione cattolica, la civiltà cristiana”.
I disastri causati da una destra oscillante tra i miti americani intorno alla globalizzazione e il furore patriottardo-risorgimentale, testimoniano l’urgente necessità di uscire dalla fossa dei serpenti. Un risultato conseguibile poiché nell’ambiente cattolico italiano operano da tempo e in ordine sparso studiosi capaci di tracciare la via dell’allontanamento dalle ideologie in guerra nel mondo moderno.
Il naufragio della politica nazionale nelle acque torbide della finanza strozzina esige una risposta unitaria dei cattolici pensanti, che sono rimasti fedeli alla loro identità.
Il tempo dei circoli chiusi, delle meschine discriminazioni e delle scolastiche incomunicabili è scaduto. Il futuro appartiene a coloro che si dimostreranno capaci di affrontare uniti la sfida lanciata dalle culture anticristiane.

Piero Vassallo

A proposito di scuola media

Recentemente un’insegnante di lingue classiche del liceo statale Andrea D’Oria ha lamentato che le difficoltà di non pochi allievi e allieve nell’apprendimento del Greco e del Latino consiste nel fatto semplicissimo (noto alla maggior parte dei docenti delle discipline letterarie e linguistiche) che essi conoscono poco la grammatica, la morfologia e la sintassi della loro lingua madre, l’italiana. Sembra dunque che fra le molte riforme di cui il nostro paese ha bisogno e di cui il governo, negli attuali frangenti, ha rinnovata consapevolezza, se ne debba aggiungere un’altra. Occorre cioè ritornare sulla riforma della scuola media unica (che risale al 1962) e riconsiderare seriamente di potenziare lo studio dell’analisi logica e di affiancarle (attraverso una scelta opzionale da parte delle famiglie e degli studenti) lo studio del latino per l’intero triennio. A distanza di più di quattro decenni (il cinquantenario, volendo – per inclinazione masochistica – lo si potrà festeggiare nel 2012) non vi è dubbio che per qualche tratto la riforma del 1962 ha posto in atto (volontariamente? Involontariamente?) un processo di decadimento del nostro linguaggio. E’ fin troppo evidente che si poteva benissimo fare la scuola media unica senza cercare (per motivi demagogici) di abbassarne il livello logico-linguistico e, nello stesso momento, mantenendone pari pari quello logico-simbolico (geometria, algebra, ecc.). E’ probabile che una parte (non necessariamente alta, né maggioritaria fra gli allievi e le allieve) seguendo il processo di scolarizzazione, avrebbe avuto più difficoltà rispetto a quando (come in precedenza avveniva) sarebbe stata destinata a frequentare la scuola (cosiddetta) dell’avviamento ma  come negare ad essa la possibilità di farcela egualmente attingendo alle proprie personali risorse intellettuali (congiuntamente all’aiuto degli istituti scolastici)? Guardando a ritroso sono ben pochi i dubbi che abbiamo nel pensare che soltanto la demagogia e una visione politica non acuta (anche se carica della solita unzione progressista) hanno portato alla scelta che poi è stata praticata al di là di remore presenti nella stessa opinione pubblica (e presso la burocrazia del Ministero della Pubblica Istruzione a Roma). D’altra parte negli anni precedenti la riforma del 1962, nella vicina Francia, a causa dell’azione politica del presidente-generale Charles De Gaulle, era in corso una ventata nazionalista che trovava un notevole sostegno in non pochi docenti e intellettuali francesi. Capitò allora di vedere e di udire a dei turisti che visitavano la città di Digione (sede di un’università per studenti e docenti stranieri) una manifestazione di insegnanti uno slogan dei quali era: “Se il francese diventerà una lingua morta, noi tutti saremo degli assassini!”. Situazione evidentemente impensabile nel nostro paese, dove queste espressioni sarebbero state bollate dai nostri “capiscioni”[1] di allora come “fasciste”. Allora forse era tale la differenza di lunghezza d’onda nel nostro paese rispetto alla Francia, che si può persino capire il contesto psicologico dell’Italia di quegli anni. Adesso si può pensare che le cose da noi stiano diversamente. Ma è davvero così? Mi dispiace ma non giurerei. Comunque sia, nell’ambito della scuola italiana, è questa una battaglia che merita di essere sostenuta e assecondata nelle sue implicazioni, quale che sia il livello d’ignavia di non pochi docenti nella scuola primaria, in quella secondaria e nell’università. A me personalmente meraviglia che un governo di centrodestra non ci abbia già pensato, proprio in riferimento alla necessità (che è un’istanza permanente all’ordine del giorno) di elevare il livello del corso di studi (in questo caso) riarticolando lo studio del latino in un quinquennio e non costringendo in soli due anni lo studente a fare insieme greco e latino (morfologia, grammatica e sintassi) Non vi è dubbio che quanto sostenuto nelle righe precedenti, tende a favorire (presso la scuola secondaria superiore) chi intende orientarsi verso il liceo classico. Nulla impedisce però che si metta mano ad una riforma complessiva della scuola media primaria che possa esaltare altresì le scienze esatte e quindi si venga delineando un orientamento futuro per gli studenti che metta ancora di più in luce le predisposizioni degli uni e degli altri confermandone le qualità personali. Ora i ritocchi proposti (passibili di ampliamento e approfondimento) sono riforme (se non a costo zero) comunque di modesta entità finanziaria. Anche queste dunque vanno fatte. Della vecchia riforma, conserviamo soltanto il principio sociale ispiratore. E’ abbastanza e nel 2012 ogni celebrazione di tutto il resto è superflua.

Claudio Papini


[1] Debbo l’uso questo sostantivo a Filippo Giannini. Il suo significato va riferito a quegli intellettuali che danno ad intendere che la sanno lunga, che tutto capiscono, che comprendono di tutto e di più (come recitava uno slogan di alcuni anni fa riferito alla RaiTv). Sono in generale “servi di partito”(come diceva Antonello Venditti) che si atteggiano a depositari di scienza e di saggezza e desidererebbero guidare il popolo che, in generale, di quel che dicono se ne strafrega. Ma tant’è questi insistono, illudendosi che poi in cabina elettorale qualcuno sposi la loro linea “politica”. Sono, di solito, creature petulanti che folleggiano in televisione e/o sulle pagine dei giornali.

Claudio Papini

Morte a Credito

Prelevo questo interessante pezzo di Alain de Benoist dal sito  AriannaeditriceQuando leggo articoli così intelligenti sono presa da un irrefrenabile invidia per i cuginastri d’Oltralpe: li avessimo noi intellettuali di destra altrettanto coraggiosi e acuti in luogo di quei quattro cicisbei  cosiddetti destrorsi  che scopiazzano il neoliberismo yankee tardo-reaganiano facendolo passare per economia ” di destra” , immemori del fatto che la deregulation (ovvero l’utopia che il mercato si regoli da sédella Reaganomics è il problema a cui stiamo avvitati, e non la soluzione del medesimo. Di contro, impazza la solita fuffaglia arrogante, presuntuosa, invadente nonchè portatrice di disvalori di sinistra. Entrambe, le fazioni sono supine e prone all’attuale tecno (o turbo) capitalismo finanziario, ormai comunemente definito di “carta straccia”.  Il titolo di questo pezzo di De Benoist  è preso, e non a caso, da un noto romanzo di Louis Ferdinand Céline, “Mort à Crédit”.

Ezra Pound, al canto XLV dei Cantos : «Con usura gli uomini non hanno case di pietra sana/blocchi lisci finemente tagliati fissati in modo che il fregio copra le loro superfici/con usura/ gli uomini non possono avere paradisi dipinti sui muri delle chiese […] Con usura il peccato è contro natura [with usura sin against nature]/ il pane è straccio vieto/arido come la carta/senza segale né farina di grano duro/con usura il tratto si appesantisce/non vi è che una falsa demarcazione/gli uomini non hanno più siti per le loro dimore/e lo scalpellino viene privato della pietra/il tessutaio del telaio/ I cadaveri banchettano/ al richiamo dell’usura [Corpses are set to banquet / at behest of usura] ».  Ndr:  qui il resto della poesia e del pensiero di Pound. E qui, altri dipinti e suggestioni sul tema usura.
Gli eccessi del prestito a interesse sono condannati a Roma, così come lo testimonia Catone secondo cui, se i ladri di oggetti sacri meritano una doppia pena, gli usurai ne meritano una quadrupla. Ancora più radicale è la condanna di Aristotele alla cremastica. Così scrive: «L’arte di acquisire ricchezza è di due specie: se la prima è nella sua forma mercantile, la seconda dipende dall’economia domestica; quest’ultima forma è necessaria e lodevole, mentre l’altra si affida alla scadenza e autorizza giuste critiche, poiché non ha nulla di naturale […]. A queste condizioni, ciò che si detesta con assoluta ragione, è la pratica del prestito a interesse in quanto il profitto che se ne ricava è frutto della moneta stessa e non risponde più al fine che ha presieduto alla sua creazione. Se la moneta è stata inventata in vista dello scambio, è invece l’interesse che moltiplica la quantità di moneta essa stessa […]. L’interesse è una moneta nata da una moneta. Di conseguenza, questo modo di guadagnare denaro è tra tutti, il più contrario alla natura» (La Politica).
La parola «interesse» designa il reddito del denaro (foenus o usura in latino, tókos in greco). Si riferisce al modo in cui il denaro «partorisce nuovi nati». Già nell’ alto medioevo, la Chiesa sostiene la distinzione che aveva fatto il diritto romano per il prestito dei beni immobiliari: ci sono cose che si consumano con l’uso e altre che non si consumano affatto, e che vengono chiamate commodatum. Esigere un pagamento per il comodato è contrario al bene comune, poiché il denaro è un bene che non si consuma. Il prestito a interesse sarà condannato dal concilio di Nicea sulla base delle «Scritture» – nonostante la Bibbia non lo condanni con chiarezza! Nel XII secolo, la Chiesa assume la condanna aristotelica della cremastica. Anche Tommaso d’Aquino condanna il prestito a interesse, con alcune riserve, adducendo il motivo che «il tempo appartiene solo a Dio». L’islam, ancora più severo, non concede neppure la possibilità della distinzione tra l’interesse e l’usura.
La pratica del prestito a interesse si è pertanto progressivamente diffusa, in relazione all’ascesa della classe borghese e all’espansione dei valori mercantili che sono stati lo strumento del suo potere. A partire dal XV secolo, le banche, le compagnie commerciali, e in seguito le manifatture, possono rimunerare i fondi presi a prestito, su deroga del re. Il giro di boa essenziale corrisponde all’avvento del protestantesimo, e più precisamente del calvinismo.
Calvino è il primo teologo ad accettare la pratica del prestito a interesse, che si diffonde così attraverso le reti bancarie. Con la Rivoluzione francese, il prestito a interesse diventa completamente libero, e nel frattempo fioriscono nuove banche in quantità, dotate di fondi considerevoli che provengono soprattutto dalla speculazione sui beni nazionali. Il capitalismo prende il volo.
All’origine, l’usura designa il semplice interesse, indipendentemente dal tasso applicato. Oggigiorno, chiamiamo «usura» l’interesse di un ammontare abusivo, attribuito a un prestito. Ma l’usura è anche il processo che permette di incatenare, colui che è beneficiario del prestito, con un debito che non riesce a rimborsare, e a impadronirsi dei beni che gli appartengono, ma che egli ha accettato di dare in garanzia del prestito. È proprio quello che succede oggi a livello planetario.
Il credito permette di consumare il futuro nel presente. Si basa sull’uso di una somma virtuale che viene attualizzata attribuendogli un prezzo: l’interesse. La generalizzazione del principio su cui si basa, fa perdere di vista il principio elementare secondo il quale è bene limitare le proprie spese al livello delle risorse, visto che non si può certo pensare di poter vivere perpetuamente al di sopra dei propri mezzi. L’ascesa del capitalismo finanziario ha favorito questa pratica: ci sono giornate in cui i mercati cambiano l’equivalente di dieci volte del PIL mondiale, e questo mostra a sufficienza la sconnessione con l’economia reale. Quando il sistema di credito diventa un pezzo centrale del dispositivo del Capitale, si rientra in un circolo vizioso, la fine del credito rischia di tradursi nel crollo generalizzato del sistema bancario. Brandendo la minaccia di un tale caos, le banche sono riuscite a farsi continuamente aiutare dagli Stati. La generalizzazione dell’accesso al credito, che implica il prestito a interesse, è stato uno degli strumenti privilegiati dell’espansione del capitalismo e della società dei consumi a partire dal dopoguerra. Indebitandosi massicciamente, le famiglie europee e americane hanno sicuramente contribuito, tra il 1948 e il 1973, alla prosperità dell’epoca del cosiddetto «trentennio glorioso della crescita». Le cose sono cambiate nel momento in cui il credito ipotecario ha preso il sopravvento sulle altre forme del credito. «Il meccanismo di ricorso a un’ipoteca come pegno reale dei prestiti rappresenta molto di più, ricorda Jean-Luc Gréau, di una agile tecnica che garantisce somme prestate, poiché capovolge il quadro logico di attribuzione, valutazione e di detenzione dei crediti accordati […]. Il rischio limitato cede il passo alla scommessa che si fa sulla facoltà che si avrà, in caso di fallimento del debitore, di mettere in gioco l’ipoteca e di coglierne il profitto per rivenderlo a delle condizioni favorevoli». Queste manipolazioni d’ipoteche trasformate in attivi finanziari, congiunte alle difficoltà di pagamento dei beneficiari del prestito, incapaci di rimborsare i loro debiti, hanno portato alla crisi dell’autunno del 2008. Oggi assistiamo alla ripetizione di un’analoga operazione che grava sugli Stati sovrani che ne fanno le spese, con la crisi del debito pubblico.
Rembrandt- Gesù scaccia i  mercanti dal tempio 

Stiamo assistendo al grande ritorno del sistema dell’usura. Quello che Keynes chiamava «il regime dei creditori» corrisponde alla definizione moderna dell’usura. I processi dell’usura li riscontriamo nelle modalità in cui i mercati finanziari e le banche possono fare man bassa sugli attivi reali degli Stati indebitati, impadronendosi dei loro averi al titolo degli interessi di un debito di cui il principale costituisce una montagna di denaro virtuale che non potrà mai essere rimborsato. Gli azionisti e i creditori sono gli Shylock della nostra epoca.

Ma l’indebitamento va di pari passo con la crescita materiale: né l’uno, né l’altra possono crescere all’infinito. « L’Europa compromessa con la finanza, scrive Frédéric Lordon, rischia di essere distrutta dalla finanza». Da tempo scriviamo: il sistema del denaro distruggerà se stesso.

Altri articoli correlati:
 Crollo della democrazia crollo del buon senso di Ida Magli

La storia delle destre attraverso i libri

Nella sezione del proprio sito dedicata all’Archivio delle Destre, la Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice ha pubblicato il volume digitale di Mario Bozzi Sentieri Bibliodestre. Una storia attraverso i libri (1945-2010), un’ampia bibliografia (227 pagine)  delle opere dedicate alle destre italiane.

Il volume è consultabile al seguente link: http://www.fondazionespirito.it/bibliodestre-unastoria_attraverso_i_libri.pdf.

Come scrive Bozzi Sentieri, in premessa dell’opera ” Bibliodestre nasce dalla necessità di salvare una memoria, la memoria scritta delle diverse “Destre”, che hanno segnato la  Storia italiana dal 1945 in poi.

Nel corso dei sessantacinque anni trascorsi, il mutare dei tempi, le diverse stagioni della politica, l’alternarsi dei modelli culturali hanno visto, seppure su posizioni minoritarie, la presenza di diverse “Destre”, espressioni di visioni della politica, della cultura, della società, alterne, non omogenee, a tratti in contrasto tra loro.

Senza volere dare un giudizio “di merito”su quelle esperienze, bisogna oggettivamente predere atto di una realtà “di fatto”, caratterizzata da un quadro complesso, seppure disarmonico, a cui va riconosciuto il diritto/dovere della memoria. Una memoria che, spesso, nelle ricostruzioni seguenti, ha perso di vista il valore, la complessità e la stessa contraddittorietà di quei percorsi. Al punto che essi sono stati, di volta in volta, ignorati, demonizzati, incompresi, molto spesso fraintesi, se non manipolati.

L’invito che vogliamo lanciare con Bibliodestre è di ritrovare l’alterno percorso delle Destre italiane, andando – come ci insegna la ricerca storica – alle “fonti”, ai documenti, agli atti, agli elaborati,  contemporanei di quelle esperienze. La lettura cronologica e tematica delle fonti, comprese quelle manifestatamente avverse, sollecita, di per se stessa, una visione complessiva di quelle esperienze, offrendo, nel contempo, l’immagine della dinamicità, delle contraddizioni, delle ambizioni espresse da quel mondo, anche nei momenti di maggiore emarginazione politica e di minorità culturale.

Proprio per il suo carattere in progress  questa ricerca non pretende di essere esaustiva,  invitando piuttosto  il lettore alla doverosa integrazione/rettifica.

Nostra ambizione quella di sollecitare il recupero dei tanti “giacimenti” politici e culturali, oggi dispersi, dei quali questa bibliografia vuole essere una prima sintesi”.

Chi fosse interessato ad integrare e correggere Bibliodestre può scrivere direttamente alla Fondazione Ugo Spirito – Renzo De Felice (Via Genova 24 –  00184 Roma) mail: [email protected].

LA REDAZIONE

Giorgio Vasari, 500 anni

(Giorgio Vasari “Autoritratto”)

Il Giardino delle Esperidi non poteva non occuparsi, almeno brevemente, di questa importante e variegatissima figura, nel cinquecentesimo della nascita, importante per l’arte italiana, europea e mondiale, anche se, come spesso accade, non sono in molti a ricordarsene al di fuori dell’ambito degli studiosi e specialisti di Storia dell’Arte.
Giorgio Vasari (Arezzo, 30 Luglio 1511-Firenze, 27 Giugno 1574) è stato in qualche modo “Artista totale”, pittore, architetto rinascimentale dalle fittissime invenzioni, scenografo e architetto teatrale, e scrittore prolifico, e in quanto tale, fondatore della moderna Storia dell’Arte, a struttura biografica ma con notazioni critiche e metodologiche-interpretative.
Per la sua formazione pittorica furono importanti gli influssi del primo Manierismo, Raffaello, Michelangelo, ma frequentò anche Andrea del Sarto, Baccio Bandinelli, Rosso Fiorentino, Francesco Salviati. La sua pittura è stata talvolta accusata di velocità d’esecuzione (da Michelangelo stesso), si tratta di uno stile che riassume i maestri locali spesso per sfociare in un elegante manierismo, anche se rimane particolare il suo senso della prospettiva: la sua abilità architettonica rimase proverbiale e ha segnato un’epoca, e palazzi che hanno fatto la storia.
Fonda nel 1563 l'”Accademia e Compagnia delle Arti e del Disegno”, (tra i primi rettori, lo stesso Cosimo I, e Michelangelo) sotto la protezione del Granduca Cosimo I, prima tra questo tipo di istituzioni in Europa.

Scrittore di Storia dell’Arte, critico sistematico: Qui l’edizione online completa delle famose e importantissime “Vite” (per esteso “Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, da Cimabue insino a’ tempi nostri”) del 1550, rieditato con aggiunte nel 1568, presso l’editore ducale Torrentino.
L’opera, preceduta da un’introduzione di natura tecnica e storico-critica sulle tre Arti Maggiori (architettura, scultura e pittura) è un testo fondamentale della storiografia artistica, con vita e opere di oltre 160 artisti. Uno dei concetti base dell’opera, che lo rende interprete del proprio tempo, è la consapevolezza che gli artisti fiorentini hanno fatto rinascere l’arte dopo il Medioevo attraverso una rivoluzione estetica totale.
Molti artisti toscani devono la loro celebrità internazionale all’opera di valorizzazione di Vasari, prima che si cominciassero ad individuare altre scuole, ed è dovuta al Nostro la fissazione del termine “Rinascita” per definire il momento storico-artistico privilegiato, anche se se ne parlava fin dai tempi di Leon Battista Alberti.

(Vasari, Pala “L’Assunzione della Vergine”)

Per l’occasione, ad Arezzo, nei mesi scorsi si è tenuta l’iniziativa “Vasari, 500 anni. Una finestra sul restauro” assistendo in diretta al restauro della Pala “L’Assunzione della Vergine” della Badia del Monte San Savino, del 1539, presso la Corte d’Onore del Palazzo Comunale.
In programma nella seconda parte di quest’anno anche una mostra negli Stati Uniti (o al Metropolitan Museum a NY o alla National Gallery di Washington DC).
Per rimanere informati su tutte le iniziative vasariane, con appuntamento in luoghi svariati, è stato creato un sito apposito.
Per chi ama i repertori esaurienti, è stata molto saggiamente pubblicata qui l’opera omnia (figurativa, con ben 585 schede) di Vasari, che invito a sfogliare, di facile e immediata consultazione.

(una veduta degli Uffizi)

Tra le rassegne di questo periodo,“Vasari, gli Uffizi e il Duca”alla galleria degli Uffizi a Firenze, fino al 30 ottobre 2011, spiega la fondazione del museo come un complesso architettonico a scala urbana, una collaborazione tra il DucaCosimo I de’Medici, e il Vasari architetto. La mostra si concentra sulla personalità dei protagonisti, il Duca e l’artista, studia l’assetto urbano fiorentino tra Palazzo Vecchio e l’Arno prima della costruzione degli Uffizi; poi illustra le tappe della costruzione del complesso, il cui cantiere è il più impegnativo del Cinquecento a Firenze.
Si noterà che Cosimo I pensò gli Uffizi come luogo per le istituzioni di governo, le Magistrature o Arti. L’intesa tra il Duca e Vasari condizionò un’epoca della storia e tutta la città di Firenze, insieme ai pittori e scultori sostenuti dal mecenatismo di Cosimo I, Pontormo, Bronzino, Cellini.
Vasari architetto fu però all’opera già nel 1552 anche per Villa Giulia a Roma, commissionata da Papa Giulio III; per la cupola della Madonna dell’Umiltà a Pistoia, e Le Logge ad Arezzo.

(Casa Museo Vasari ad Arezzo, magnificamente decorata, e sotto nella stessa,
Sala del Trionfo della Virtù)

Altri luoghi sono segnati dalla presenza di Vasari (in realtà sono molti di più): la Casa Museo Vasari ad Arezzo, (sopra) decorata da Vasari in persona con opere proprie;
Il Monastero di Camaldoli a Poppi (Ar) ornato da tele vasariane.
Sempre a Firenze invece, vanno ricordati a Palazzo Vecchio gli splendidi affreschi nel Salone dei Cinquecento:

Per la sua particolarità, va almeno menzionato sempre a Palazzo Vecchio lo Studiolo di Francesco I (sotto), punta del Manierismo fiorentino, a cura di Giorgio Vasari e sue maestranze con Vincenzo Borghini.
Si tratta di un ambiente piccolo, dedicato a Francesco I de’ Medici, dove il granduca si ritirava per coltivare la passione scientifica, e chimico-alchemica, poi destinato alle collezioni, e ricoperto di opere.

Ancora affreschi vasariani sono nella Cupola di Santa Maria del Fiore; da ricordare anche il Corridoio Vasariano(detto “Percorso del Principe”, il suggestivo cammino che da Palazzo Vecchio conduce fino al Giardino di Boboli: il corridoio progettato da Vasari e costruito in cinque mesi nel 1565, su commissione di Cosimo I de’ Medici, permise alla famiglia granducale di muoversi da Palazzo Vecchio alla residenza di Palazzo Pitti senza essere perennemente in vista).

(Interno della Cupola di Brunelleschi di S. Maria del Fiore a Firenze, con affreschi di Giorgio Vasari e Federico Zuccari)

Seguono “Battaglia di Lepanto” (Roma, Sala Regia Musei Vaticani), “Gesù, Madonna con Angeli: Pietà”, e “Ritratto del Duca Alessandro de’ Medici”



Aggiungo in chiusura che in occasione dei 500 anni vasariani, il Vaticano ricorda l’artista con l’emissione di un aerogramma da 2 euro, su fondo azzurro, che rappresenta l’affresco della Battaglia di Lepanto. Vasari dipinse tre cappelle in Vaticano: la Cappella di San Michele, San Pietro Martire e Santo Stefano; contemporaneamente avviava la decorazione della Sala Regia.

Curiose (o tremende, a seconda di quanto amiate l’arte) invece le notizie dopo le vicissitudini che hanno impegnato la cronaca per anni sulla telenovela dell’archivio Vasari.

Josh

Quarta di copertina di: La sinistra ce l’ha piccolo

Quella che segue è la quarta di copertina del libro di Gaetano Rizza “La sinistra ce l’ha piccolo” distribuito, anche ordinandolo online, da laFeltrinelli.it.
Nella vetrina online si può vedere come chi ha comprato il libro ha comprato anche altri libri di altri Autori senza dubbio, e a ragione, molto più famosi, tra i quali Umberto […]

Quando la destra si comporta come la sinistra

Dopo il decreto che istituisce quote rosa obbligatorie nei cda, un’altra legge liberticida si appresta a calpestare diritti e liberta’ delle imprese che operano nel Belpaese.

Si tratta della legge 27 Luglio 2011 n.128 “Nuova disciplina del prezzo dei libri” proposto dall’on.Riccardo Franco Levi (PD), cofirmato da Mazzucca (PDL), e votato da tutti, con buona pace delle lobby italiote delle piccole librerie e della casta dei professori universitari. Il decreto prevede infatti tetti e limiti a sconti applicati ai libri in vendita. Si tratta del 15% massimo di sconto e di un periodo max di 30 giorni per proporre offerte speciali ai consumatori. Come mai questo e come mai adesso? Beh potrebbe trattarsi di una coincidenza, ma la recente apertura della filiale italiana di Amazon.it fornirebbe una plausibile spiegazione. Il colosso Amazon e’ leader mondiale nella vendita on-line: dischi, tecnologia, ma soprattutto libri. Per rendere l’idea, negli Stati Uniti non esiste studente che non acquisti su Amazon e non esiste professore che non consigli l’abbonamento “studente” (che prevede consegne gratis in tempi record). Il sito e’ in grado di offrire anche centinaia di offerte per lo stesso titolo, con sconti considerevoli a seconda del momento in cui lo si visita (fino al 70%) e libri usati a prezzi imbattibili (anche solo 1$). Insomma, una vera e propria manna dal cielo per gli squattrinati studentelli. All’inizio del 2011, Amazon, sfidando ogni consiglio degli indici di liberta’ economica del mondo (ultimo quello della Heritage Foundation che pone l’Italia all’ 87esimo posto sotto Burkina Faso e Kazhakistan), decide di aprire una filiale nel “Belpaese”:

un’azienda straniera, ad alto contenuto tecnologico, si era coraggiosamente dimostrata pronta a investire, fare ricerca e assumere in Italia.

Prevedibili le reazioni: studenti e consumatori al settimo cielo, e lobby italiote dell’inefficienza disperate. Cosa resta da fare ai nostri parlamentari, ormai gemellati con Pyongyang? Una legge salvacasta “ad librum” per ostacolare la cattiva new entry e salvare casse e scontrini di chi non e’ riuscito ad adattarsi ad un mercato in continuo cambiamento. La lezione? Per uscire dalla crisi la soluzione tutta italiana e’: uccidi il business in crescita, e continua a somministrare palliativi a quello sul letto di morte,  sempre sperando che contribuenti e consumatori, siano distratti dalle vacanze.

Elisa Serafini

Massimo Fini, vecchio ragazzo

Quest’estate un amico mi ha prestato il libro (un po’ saggio, un po’ libello)  di Massimo FiniRagazzo” – Marsilio Editore.
Lì per lì ero prevenuta: ecco – dicevo – la solita biografia del solito giornalista  narciso che ha del tempo da perdere dietro ai suoi ricordi, che si parla addosso. Poi man mano che leggevo il libro mi sono accorta che in realtà Fini stava componendo la sua “de senectute” di uomo maturo, ma non vecchio.  Non ancora per lo meno. Il che, lo rendeva particolarmente impietoso nei confronti dei vari luoghi comuni sulla vecchiaia (la vecchiaia dà saggezza, diventeremo tutti vecchi, occorre sentirsi giovani dentro, e via con le panzane) .   Per non dire dei termini politicamente corretti che servono a definire la vecchiaia senza citarla: terza età, anzianità ecc. Il che lascia presumere che non è gradita, ma che nessuno lo voglia ammettere.
In realtà, protagonista del libro è il tempo. Il tempo inclemente che ci trascina dietro sé, che ci toglie e ci sottrae gli affetti più cari, riduce la sfera emozionale della giovinezza attraverso quella che chiamiamo esperienza. E alla fine, è proprio il tempo a toglierci le illusioni, le meraviglie, la gioia delle piccole scoperte giornaliere.
Ne emerge anche un  ruvido ritratto dell’uomo, coi suoi gusti e i suoi disgusti, le sue ubbie e malinconie, la sua paura della morte e ancor più delle malattie e della sofferenza. Forse, un uomo afflitto dal mal di vivere e dalla malinconia del dì che fugge. E se proprio vogliamo credere nei segni zodiacali, con un temperamento umbratile, tipico dello Scorpione.
Molto toccante, il suo controverso rapporto con la madre, un’ebrea russa che lui sopranomina la zarina, per il carattere autoritario e dispotico che tanto lo fece soffrire da ragazzo.  
I nodi, le asperità che hanno caratterizzato il  suo difficile legame con la genitrice, si sciolgono solo con la morte (mors omnia solvit) e sarà proprio la morte a conferire dignità e bellezza da selvaggia tartara al viso della madre devastata dalla malattia.
Il disincanto è la cifra di questo bel libro, che come è nello stile di Massimo Fini, divide i lettori: o lo si detesta o lo si ama.  
Ragazzo è la storia di una formazione dalla giovinezza, alle porte della vecchiaia, ma Fini non cadrà nel tranello di volersi sentire giovane per interposta persona, nemmeno attraverso l’amore di una giovane donna di trent’anni. Questione di stile, uno stile sobrio e volutamente antiretorico e disadorno.  

Qui, un’altra recensione del testo in oggetto.

Hesperia