Ancora una nomina (rossa)

Silvestri eletto presidente della Corte Costituzionale. Un curriculum tutto di sinistra. Aveva la tessera del Pds e del Psi. Apre subito il mandato parlando di legge elettorale: “Va cambiata”. Voto in vista?

Un uomo di sinistra sulla poltrona della presidenza della Corte Costituzionale. Gaetano Silvestri, è il nuovo presidente della Consulta. E’ stato eletto con 8 voti su 15. Un risultato che parla già di una spaccatura all’interno della Corte durante le operazioni di voto. Silvestri è vicino al centrosinistra, essendo stato in passato iscritto al Pci e al Pds. Dal 1990 al 1994 è stato componente del Consiglio superiore della magistratura eletto dal Parlamento. Dal 1996 al 1998 è stato componente della Commissione paritetica per le norme di attuazione dello Statuto della Regione siciliana. Nel 1998 è stato nominato componente del Consiglio scientifico dell’Istituto di studi sulle Regioni del Consiglio nazionale delle ricerche. Rettore, dell’Università di Messina dal 31 luglio 1998, è stato successivamente rieletto per il triennio 2001-2004. Dal 2002 al 2004 è stato vicepresidente della Conferenza dei rettori delle università italiane.

Cambiare legge elettorale –  Uomo abituato a frequentare i palazzi delle istituzioni e della politica esordisce il suo mandato parlando di legge elttorale: “La legge elettorale presenta aspetti problematici rispetto al premio di maggioranza senza soglia. Questo non significa anticipare un giudizio di costituzionalità che è altra cosa”. Un segnale? Le parole di Silvestri probabilmente indicano un’accelerazione sulla riforma elettorale e probabilmente il segnale conduce anche ad un’ipotesi di voto anticipato. Poi il presidente non ha voluto parlare dei vizi di costituzionalità della legge Monti-Severino: “Se mi esprimessi potrebbe sembrare che io anticipi un’opinione che è possibile io debba dare nella sede competente”. E ha aggiunto: “Oggi, non solo in Italia, c’è una tendenza a scaricare sul potere giudiziario decisioni che il potere politico non riesce a prendere”. Ma di sicuro, la sua presidenza, con un curriculum di sinistra, avrà un peso nella discussione sulla legge che vorrebbe far fuori il Cav dal Senato e renderlo incandidabile alle prossime elezioni.

Busta paga da capogiro –  Per Silvestri comunque l’elezione a presidente è un “affare”. Andrà in pensione da presidente emerito con un trattamento previdenziale da capogiro. La busta paga è pesante. I giudici della Consulta da tempo usano un tournover alla velocità della luce per assicurare a tutti la carica da presidente emerito. Quella poltrona vale oro. Nonostante la Costituzione preveda che l’elezione del presdente debba essere ogni 3 anni, la Consulta di fatto fa di testa propria. Ecco cosa prevede la Carta: “La Corte elegge tra i suoi componenti, secondo le norme stabilite dalla legge, il Presidente, che rimane in carica per un triennio, ed è rieleggibile, fermi in ogni caso i termini di scadenza dall’ufficio di giudice”. Dunque secondo Costituzione il presidente dovrebbe cambiare ogni 3 anni, o quanto meno rieletto anche per un secondo mandato dopo 36 mesi. Le cose invece vanno in maniera completamente diversa. La poltrona da presidente con relativa pensione fa gola a tanti e allora bisogna accontentare tutti. Così dagli Anni Ottanta la norma è stata aggirata per un tornaconto personale.

Autoblu e indennità – Per consentire al maggior numero di membri di andare in pensione col titolo da presidente emerito, e fino al 2011 con tanto di auto blu a vita, si è deciso che il prescelto debba essere quello con il maggior numero di anni di servzio. Il principio di anzianità. Questo passaggio di consegne oltre a garantire una pensione più sostanziosa rispetto a quella di un semplice giudice costituzionale, offre anche un’indennità aggiuntiva in busta paga.

Presidenti solo per 3 mesi – Così ad esempio accade che Giovanni Maria Flick è stato presidente per soli 3 mesi, dal 14 novembre 2008 al 18 febbraio 2009. Flick si difese dicendo che quella “era ormai una prassi consolidata”. Già, consolidata in barba alla Carta Costituzionale che loro per primi dovrebbero rispettare. Gustavo Zagerblesky ad esempio è stato presidente per soli 7 mesi. Poi è stato il turno di Valerio Onida, presidente per 4 mesi dal 22 settembre 2004 al 30 maggio 2005. Ugo De Servio invece ha tenuto la poltrona dal 10 dicembre 2010 al 29 aprile 2011, 4 mesi anche per lui. Recordman invece Alfonso Quaranta che è stato in carica per un anno e sette mesi, dal 6 giugno 2011 al 27 gennaio 2012. Ora è il turno di Gallo che è rimasto in carica solo 9 mesi. Amato sarà ben lieto di prendere il suo posto. Quei 31 mila euro di pensione che percepisce mensilmente sono davvero pochi in tempo di crisi.

Gad Lerner, il moralmente superiore

Lerner insulta gli elettori del Cav: “Stupidi o i complici nell’illegalità”. Il giornalista sul blog contro chi vota Berlusconi: “Vittime della dabbenaggine oppure complici nella furbizia illegale” di Sergio Rame

Parole di fuoco contro Silvio Berlusconi e insulti violentissimi contro gli elettori del Pdl. L’ultimo attacco di Gad Lerner arriva dalle pagine del suo blog. Nel post intitolato L’ultima gag: spacciarsi in Europa come perseguitato politico, il giornalista non solo contesta pesantemente la decisione dei legali del Cavaliere di fare ricorso alla Corte dei diritti dell’uomo, ma se la prende con quei dieci milioni di italiani che hanno votato il Pdl alle ultime elezioni. Li accusa di essere stupidi, “vittime della dabbenaggine”, o tutt’al più degli impostori, “complici (di Berlusconi, ndr) nella furbizia illegale”. “Gli italiani che ancora credono alla favola del Berlusconi uomo della provvidenza, capace di fare gli interessi della nazione a costo di sacrificare gli affari suoi, diminuiscono ogni giorno – scrive Lerner sul suo blog – la maggioranza è ormai un lontano ricordo”. E cosa sono per il giornalista questi dieci milioni di italiani? “Vittime della dabbenaggine e complici nella furbizia illegale”. Parole sue. Tradotto: circa un sesto della popolazione, quella che vota per Berlusconi, è un branco di stupidi e farabutti. Tutti d’arrestare, insomma, visto che sono complici del leader del Pdl “nella furbizia illegale”. Ma Lerner non si ferma certo qui. “È per loro che gli avvocati del quasi ex senatore hanno confezionato l’ultima bufala del ricorso anticipato alla Corte europea dei Diritti dell’uomo contro la sua decadenza automatica dal Parlamento, in quanto colpevole di frode fiscale – tuona nel post – è a loro che si vuole vendere l’ultima delle incarnazioni dell’oligarca, cioè quella del dissidente perseguitato politico”. Aldilà di come si esprimerà la Corte di Strasburgo, il giornalista ha già deciso che il ricorso è “una caricatura di comicità rara”, ha già deciso che il documento presentato ieri “farà sganasciare dalle risate i magistrati chiamati a valutarlo”. Dulcis in fundo, il giornalista lancia strali (preventivi) contro chi prenderà le parti del Cavaliere. “Ci sarebbe da ridere – conclude Lerner – se non dovessimo prepararci a subire nei prossimi giorni un diluvio di trasmissioni televisive in cui questa buffonata troverà attori addestrati a recitarla con la massima serietà”. Sarebbe, però, da chiedere se anche i giuristi, i costituzionalisti e gli opinionisti (come Nordio, Violante, Capotosti e Onida) che in questi giorni hanno espresso forti dubbi sulla decadenza di Berlusconi da senatore, sono “attori addestrati”.

L’idiozia che non ha confini

Basta con mamma e papà. «Sui moduli? Secondo genitore». Venezia, idea della neo delegata ai diritti gay: domande per le scuole, si cambia

VENEZIA — Addio alla dicitura «mamma» e «papà» dai moduli per l’iscrizione agli asili nido e alle scuole dell’infanzia. Al loro posto comparirà «genitore 1» e «genitore 2». E nei bandi per l’assegnazione delle case popolari di Venezia sarà presto specificato che possono partecipare anche coppie non eterosessuali. È il programma della delegata del sindaco Giorgio Orsoni ai Diritti Civili e alle Politiche contro le discriminazioni, la consigliera comunale Camilla Seibezzi. Lo ha presentato ieri, fresca di nomina. Ma il suo programma scatena subito la polemica, anche all’interno della stessa maggioranza di Ca’ Farsetti. A partire dal primo cittadino, caduto dalle nuvole: «Parte male», dice secco. Camilla Seibezzi, consigliera della lista «In Comune», lavora da anni sui temi dei diritti. E spiega che il linguaggio è un obiettivo fondamentale per contrastare gli stereotipi: «La modulistica costruisce una categoria di pensiero, una prassi quotidiana», dice. Ecco perchè nel suo programma la modifica dei bandi del Comune è tra i primi punti.

Non c’è solo quello nelle linee progettuali della nuova delega, che può contare su uno stanziamento di 40 mila euro per il 2013 e 120 mila nel 2014 e punta ad azioni concrete per valorizzare i diritti civili, con la collaborazione dei vari assessorati e di organismi nazionali e internazionali, come il «Master europeo in Diritti Umani e democratizzazione del Lido» e il Consiglio d’Europa. «Con l’assessorato alle Politiche giovanili lavorerò ai progetti contro omofobia e discriminazioni razziali ed etniche — dichiara Seibezzi —. Insieme all’assessorato all’Istruzione mi occuperò di testi per l’infanzia, in cui la differenza venga presentata come una realtà esistente e di pari dignità. Altri campi d’azione sono l’integrazione di persone affette da disagio mentale, la discriminazione di genere, la mobilità sociale, piaga che affligge l’Italia». Ma sono i primi atti concreti annunciati per moduli e bandi a scatenare subito le proteste a Venezia. In realtà Ca’ Farsetti da oltre un decennio non fa distinzioni tra coppie eterosessuali o omosessuali nell’assegnazione degli alloggi popolari, usando un concetto ampio di «famiglia». E già quest’anno sui moduli di iscrizione scolastici, se gli uffici non avessero ritardato gli atti finali, sarebbero dovute sparire le parole «madre» e «padre» su indicazione dell’ex assessore alla Cittadinanza delle donne, Tiziana Agostini. «La riflessione sulla cancellazione delle “gerarchie”, prima padre poi madre, ci aveva spinto a prendere la decisione l’anno scorso», conferma Agostini. Un conto però è una decisione presa senza tanta pubblicità, un altro è una scelta politica dichiarata.

Non a caso il primo contrariato è il sindaco: «Non ne sapevo nulla. I delegati prima di lanciare qualche iniziativa ne devono parlare con me». Orsoni però difende la delega: «Lo abbiamo fatto per la tutela dei diritti. Nelle politiche del nostro Comune c’è una particolare attenzione ai diritti di tutti». Meno diplomatico Simone Venturini, capogruppo dell’Udc in Consiglio comunale: «La delega ai diritti civili è un provvedimento personale del sindaco non concertato con la maggioranza, per cui ogni iniziativa verrà valutata o bocciata. Non ci sentiamo vincolati dal patto di maggioranza su questa delega». E aggiunge: «Per noi la famiglia resta formata da uomo e donna, ma questo non vuol dire togliere diritti agli altri. La modifica dell’etichetta non credo dia sostanza ai diritti. Prima risolviamo le emergenze, la lotta di bandiera non è un buon servizio alla città, non cerchiamo punti che ci dividono». A difendere il programma di Seibezzi è l’assessore alle Politiche Giovanili Gianfranco Bettin. «Sono pienamente d’accordo—dice— nei moduli della scuola dell’infanzia la qualifica di genitore è più che esaustiva per specificare questo tipo di rapporto ». Da Roma Giancarlo Galan, parlamentare Pdl, lancia un affondo a Orsoni: «E’ un’operazione propagandistica, che il sindaco si candidi in Parlamento nazionale se vuole occuparsi di altro rispetto alla politica locale. Mi fa ridere che un sindaco si occupi di discriminazioni razziali o di matrimoni omosessuali».

Firenze e gli zingari

I rom invadono Firenze e il sindaco non fa nulla. Nelle più belle piazze di Firenze rom ed extracomunitari lavano i panni sporchi e si fanno il bidet nelle fontane storiche accanto a turisti esterrefatti. Mentre Renzi pensa a pedonalizzare e a mettere i vasoni pieni di fiori in centro e il ministro Kyenge allo ius soli. Torselli (FdI): “Quel tabernacolo del ‘500 diventato vasca da bagno e lavanderia” di Fabrizio Boschi

Chissà cosa avrebbero detto Girolamo e Giovanni Della Robbia, autori della vasca cinquecentesca con fontana del Tabernacolo delle Fonticine sull’asse di via Nazionale, a pochi passi dal mercato di San Lorenzo. Due zingare, come se fossero al chiuso di una lavanderia, sciacquano una secchiata di panni. Non contente, li stendono, incuranti, di occupare un luogo pubblico. Un uomo, con totale indifferenza, prima l’ha fatta “fuori dalla tazza” e poi ha utilizzato la fontana come un bidet. L’ennesimo fermo immagine di questo album delle figuracce che Firenze sta regalando al mondo. Alcuni commercianti della zona postano su Facebook anche foto di chi si fa lo shampoo e chi si lava i denti. “Una vergogna – racconta una esercente-. Sta per partire una raccolta firme, una situazione del genere è intollerabile”. A fare da cornice anche l’odore: disgustoso. “Spesso chiamiamo l’azienda di pulizie Quadrifoglio – sottolinea l’esercente – ma serve a poco: questo angolo è stato scambiato per un wc”. Intanto il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, di ritorno dalla sua vacanza in America, pensa a cambiare il simbolo della città di Firenze. Di questo passo sarà costretto a scegliere una toilette. Mentre il ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge si è fissata sullo ius soli, col rischio di un’invasione di stranieri in Italia. “Si metta fine allo scempio del tabernacolo dei Della Robbia in via Nazionale usato come bagno pubblico dai rom”, tuona in Palazzo Vecchio il consigliere comunale di Fratelli d’Italia, Francesco Torselli. “Chi può anche solo immaginare di possedere una stanza da bagno o una lavanderia realizzata da Girolamo e Giovanni Della Robbia? Nessuno. Eppure il tabernacolo di via Nazionale, le cosiddette Fonticine pare proprio abbiano assunto tali, svilenti, funzioni per alcuni rom ed extracomunitari della zona”, denuncia Torselli. “Alcuni commercianti e lavoratori della zona mi hanno segnalato il problema – spiega Torselli – ma ho stentato a crederci fino a quando non ho visto coi miei occhi alcune donne rom avvicinarsi in pieno giorno alle Fonticine e con la massima disinvoltura, prima spogliarsi e lavarsi parti del corpo utilizzando addirittura bottiglie d’acqua (?) prese dalle loro borse, poi addirittura sciacquare nel tabernacolo del 1522 i propri abiti”. “La cosa grave è che – prosegue il consigliere di centrodestra – in risposta a chi faceva notare alle donne il cattivo gusto del loro gesto, abbiamo ricevuto solo offese e sfottò. Ci dispiace che la parola degrado urti la sensibilità del nostro sindaco, ma noi conosciamo pochi altri termini per definire simili comportamenti. Possiamo dire scempio, offesa o mancanza di rispetto verso Firenze, i fiorentini e la nostra storia, ma a prescindere dalle parole, pretendiamo una sola risposta: che si ponga fine a questi deplorevoli comportamenti veramente disgustosi nel pieno centro di Firenze, di fronte agli occhi di tutto il mondo”. E oltre al danno, c’è sempre la beffa. Dal 2004 ad oggi il centrosinistra ha speso 14 milioni e 703.819 euro per la gestione dei campi rom a Firenze. A cosa sono serviti tutti questi soldi dei fiorentini? Il Comune di Firenze ha in vigore un regolamento per la gestione dei due campi: è stato rispettato, o il Comune non ha fatto ciò che è previsto? I soldi sono serviti per accogliere i rom e integrarli e superare in maniera graduale la logica dei campi, o soltanto a dimostrare una falsa accoglienza e a far lavorare le cooperative? Tutte domande che per il momento non hanno una risposta.

Banca delle Marche e Pd

Il caso Banca delle Marche e il potere locale dei partiti

Le notizie di stampa sulla vicenda Banca delle Marche, piuttosto numerose in questa prima metà di agosto, dicono molto su come la partitocrazia trasforma, in una regione italiana, la democrazia in una oligarchia di comitati di affari che gestiscono come propria la cosa pubblica e, quel che è forse ancora più grave, condizionano potentemente l’economia locale, sottraendo risorse alla collettività e creando privilegi e rendite di posizione, disegnando un nuovo feudalesimo. La premessa è che le Marche sono una regione italiana laboriosissima, con il più alto tasso di iniziativa imprenditoriale d’Italia; si aggiunga una tradizionale tendenza a non confliggere con il potere costituito, retaggio forse di secoli di dominio della Curia romana, per cui all’autorità vigente è meglio sottomettersi, purché in cambio si possa lavorare; un’area nella quale, fin dagli anni Sessanta, si è affermato il celebratissimo “modello adriatico”, imperniato su di un tessuto di piccole imprese a bassissima conflittualità sociale, con elevata capacità di innovazione ed attenzione alla qualità; una regione infine che, trent’anni fa, uno studio Fininvest considerava la regione italiana con maggiore accumulo di risparmio. Su questo tessuto si è instaurato un sistema partitico immobile, nel quale persino la ventata di Mani Pulite ha semplicemente accentuato un trasformismo capace di perpetuare una classe dirigente di professionisti della politica, saldamente alimentata da un clientelismo omnipervasivo, che però è sempre riuscito ad evitare scandali di grosse proporzioni, garantendo una pluridecennale, assoluta stabilità degli equilibri politici.

Le gravissime difficoltà di Banca delle Marche, il maggiore istituto bancario della Regione, suonano quindi come un serio campanello d’allarme per questi equilibri, soprattutto perché, dietro i gravissimi dati di bilancio della banca, vengono a galla informazioni rivelatrici di come, all’ombra di un narcotizzante immobilismo politico, gruppi affaristici ben radicati nel malgoverno del Paese abbiano potuto operare tranquillamente a danno dell’economia reale, vale a dire del lavoro delle imprese e dei cittadini. Il sistema dei partiti comincia a rendersi perfettamente conto del pericolo che la crisi di Banca delle Marche rappresenta per la propria continuità di potere: lo dimostra, come ultimo esempio, la quasi esilarante intervista di un esponente dell’establishment marchigiano, nonché senatore della Repubblica, il quale commenta come segue gli ultimi eventi: “Banca Marche ha quasi una funzione sociale nella nostra regione, mi verrebbe da dire istituzionale. Questo significa che i comportamenti debbono essere adeguati. Quindi adesso bisogna comprendere bene ciò che è successo durante la gestione passata. Bisogna capire bene dove sono stati commessi gli errori e perseguire i responsabili. Parlare genericamente di “politica” non ha senso, non aiuta a individuare le responsabilità” (1). La linea adottata è dunque ben chiara: evitare ad ogni costo il naturale collegamento con il potere politico locale. Anche se subito dopo il senatore è costretto a toccare la questione, ovviamente e del tutto politica, delle Fondazioni bancarie che anche qui, dal 1994, rappresentano la stanza dei bottoni di Banca delle Marche, dato che controllano il 55% del pacchetto azionario globale e tutte le nomine dei vertici dell’istituto. Per cui sorge spontanea la domanda: ma non è allora invece proprio “politica” la principale responsabilità di quanto accaduto, o lasciato accadere? Vogliamo essere ancora più precisi: non è responsabilità specifica dei partiti che hanno espresso i vertici delle Fondazioni quello che è accaduto o che si è lasciato accadere?

A questo punto, la tattica dell’establishment è chiamare in soccorso, come già avvenuto a livello nazionale, i cosiddetti “tecnici”, in questo caso un accademico di chiara fama che, a suo dire, è stato richiesto di intervenire per iscritto addirittura dal presidente della Regione. Un accademico che, per di più, è ora presente anche nel consiglio di amministrazione della Banca delle Marche: situazione del resto molto frequente nel sistema italiano, in cui evidentemente non ci si pone il problema dell’opportunità del fatto che chi, con ogni garanzia di indipendenza, dovrebbe fare ricerca e analisi scientifica sia invece allo stesso tempo fra gli amministratori di aziende su cui quella ricerca e quell’analisi dovrebbero concentrarsi, nel solo interesse di verità e scienza. L’accademico di turno se la cava benissimo, del resto, con un’analisi che anche in questo caso farebbe sorridere, se non venisse da un esimio docente universitario: la Banca delle Marche va male perché tutte le banche italiane vanno male. Sì, è vero che Banca delle Marche ha un risultato peggiorativo di ben 6,5 volte superiore al previsto, rispetto ad una media dell’1,5 a livello nazionale, ma ciò dipende senza dubbio da una sfortunata serie di fattori negativi. “Le esorbitanti perdite su crediti vanno interpretate – aggiunge il professore – come una profonda azione di risanamento che ha creato le premesse per la messa in sicurezza e il rilancio consistente e sostenibile di BM. Lo slogan che mi viene alla mente è “non gettare via il bambino con l’acqua sporca”. Questa azione di pulizia e di selezione tra ciò che non ha funzionato e ciò che funziona va vista in prospettiva con fiducia e sostegno da parte di tutti i portatori di interessi della banca. Vanno opportunamente vagliate le responsabilità di ciò che non ha funzionato, ma sapendole circoscrivere entro i precisi confini di ciò che è individuabile lasciando eventualmente questo compito alle sedi competenti” (2). Anche in questo caso, ci si limita quindi ad un filosofico “chi ha dato ha dato, chi ha avuto avuto”, senza che l’impulso alla conoscenza ed alla verità ponga altri problemi allo studioso: l’essenziale è circoscrivere il problema e confortare la pubblica opinione sull’eccellenza del sistema. Né più né meno del senatore poc’anzi citato. Da un docente di economia politica avremmo sperato qualche approfondimento in più, per esempio, su quali siano le ragioni di un -75% sulla raccolta dalla clientela large corporate, che ha comportato una riduzione di 679 milioni di euro di fatturato; sulle ragioni e sugli effetti di una strategia di credito che concentra il 48,3% dell’accordato sul 3,5% dei clienti; su quale sia la relazione fra le cosiddette “rettifiche di valore per il rischio creditizio”, con cui a bilancio si giustifica l’enorme perdita di esercizio, e le singolari vicende che stanno arrivando agli onori della cronaca. Vicende che hanno portato, a quanto pare, in un crescendo rossiniano, ad una serie di esposti da parte della nuova direzione di Banca delle Marche nei confronti di ben sedici società e gruppi, primari clienti dell’istituto, esposti scaturiti, così dice cautamente la stampa locale, in relazione a “presunte anomalie riscontrate nel sistema di istruttoria, erogazione, gestione e controllo del credito ed all’analisi delle eventuali responsabilità dei precedenti dirigenti apicali della banca”.

In soldoni anche i non-professori possono capire che la perdita di 526 milioni (in realtà di oltre 650 milioni, contando anche l’azzeramento dell’utile della gestione 2011) così determinatasi è, in qualche modo e misura, in relazione con una condotta non propriamente trasparente ed illuminata da parte della banca. Condotta che, anche solo stando alle indiscrezioni su talune operazioni dell’ex direttore generale Massimo Bianconi riprese dalla stampa nazionale, è stata originata ai massimi livelli della banca. Per tacere di tutta una serie di presenze non propriamente qualificate negli organi direttivi, delle quali un pesante intervento di Bankitalia del settembre 2012, oltre a somministrare una severa multa, ha chiesto l’immediata sostituzione. Rispetto a tutto questo, ci sembra quindi davvero difficile pensare che “la politica” possa chiamarsene fuori, semplicemente facendo appello ai tecnici; così come che i tecnici possano semplicemente appellarsi alla crisi generalizzata del sistema bancario mondiale, in una catena di scaricabarile che non fa onore né ai politici di lungo corso né agli accademici di alto bordo. Troppo facile per la “politica” chiamarsi fuori anche dalle altre conseguenze, di carattere più ampio, per esempio in termini di effetti sul patrimonio delle tre fondazioni bancarie (Pesaro, Macerata, Fano), patrimonio che, come sappiamo, è di interesse collettivo – dato che è stato costruito con più di cento anni del lavoro dei cittadini marchigiani: un patrimonio la cui amministrazione è da tempo affidata proprio al sistema politico, vale a dire al sistema dei partiti. La perdita in questione, infatti, eguaglia quasi i 687 milioni di euro di valore delle quote azionarie delle tre fondazioni che detengono la maggioranza del capitale della banca: un dato abbastanza impressionante.

Ma non basta. Scopo dell’articolo del ricordato docente universitario, infatti, è lanciare un accorato appello al coraggio degli imprenditori marchigiani a seguito della nuova, urgente richiesta di capitali con cui sostenere il patrimonio di Banca delle Marche: appello che pare ad oggi non avere raggiunto nemmeno lontanamente l’ammontare deliberato col “piano industriale” approvato ai primi di agosto, che esige l’apporto di ben 300 milioni di euro entro la fine del 2013. Alla luce di quanto accaduto, quali garanzie di trasparenza, indipendenza e autonomia questa classe dirigente intende offrire a quegli imprenditori che avessero il coraggio e la determinazione di intervenire? Chi ancora, tra le imprese e i risparmiatori del territorio marchigiano, può affidare il proprio denaro ad un sistema di gestione controllato da una “politica” che ha fatto così scadente e sospetta prova di sé? Senza dimenticare il fatto che, nello stesso “piano industriale”, il previsto risparmio di 120 milioni di euro di costi di funzionamento dell’istituto comporterà in pratica anche robusti tagli ai ben 3.000 dipendenti, forse cresciuti troppo rispetto a quello che la banca poteva effettivamente permettersi. Riuscirà il sistema di potere locale a far digerire alle organizzazioni sindacali, per altro abbastanza facilmente addomesticabili, i tagli al personale che dovranno sicuramente essere praticati in velocità? Sono quindi ben chiare le ragioni per cui la vicenda di Banca delle Marche è diventata negli ultimi mesi una questione strategica per la difesa del potere locale dei partiti marchigiani, per i quali rappresenta uno strumento fondamentale di quella che Michel Foucault chiamava la “microfisica del potere”, vale a dire il modo con cui concretamente il potere agisce sulla gente nella vita quotidiana della comunità.

Proprio analizzando questa “microfisica”, si vede bene come non sia affatto qualunquistica la generale insoddisfazione che va crescendo anche nelle Marche nei confronti del sistema di potere dei partiti: gli operatori economici che lavorano, rischiano e producono, hanno ormai chiarissima percezione del danno che quotidianamente produce la patologica commistione fra interessi economici e amministrazione politica che caratterizza il sistema partitocratico, bene evidenziata non solo dal caso Banca delle Marche, ma anche da quelli più noti del Monte dei Paschi e dello “scandalo Ligresti”, solo per citare i più recenti. Sarebbe un serio problema per la sclerotizzata classe dirigente marchigiana se la gente cominciasse a reclamare un modello di organizzazione sociale nel quale fosse impedito alle forze finanziarie di acquisire potere politico e ai partiti di influenzare in modo determinante le scelte economiche. Eppure se non si arriva a questo passo decisivo, la malattia profonda della società italiana continuerà ad erodere, oltre che quelle economiche, le sue risorse più importanti e, ci si lasci dire, determinanti: la voglia di costruire non per se stessi ma per il futuro del nostro Paese.  

Prima, gli italiani

Tenendo presente che in italia ci sono ancora migliaia di ITALIANI terremotati che vivono in altrettanti container o chi ha perso il lavoro e insieme al lavoro anche la casa… e vive in maniera del tutto precaria… Quindi, prima si dovrebbero risolvere i problemi degli italiani e poi si potrebbe (forse) guardare ad altro. Ma. ovviamente la Kyenge è lì per risolvere problemi altrui.

Isola di capo rizzuto. La ministra Kyenge bloccata dai migranti. «Venga a vedere i container dove viviamo». L’auto della ministra fermata da trenta di migranti che l’hanno invitata a vedere anche gli alloggi e i servizi igienici

Piccolo fuoriprogramma per Cecile Kyenge. Durante la visita alle strutture di accoglienza della Calabria la ministra per l’integrazione è stata bloccata da un gruppo di immigrati che l’hanno invitata a visitare i container dove sono ospitati. «Venga a vedere anche i nostri alloggi» avrebbero detto i migranti. La ministra non ha fatto una piega e ha accettato ben volentieri di farsi guidare dagli stessi immigrati in una parte di visita che non era in programma.

CON I MIGRANTI – È avvenuto durante il suo giro nel Centro d’accoglienza di Isola Capo Rizzuto. L’auto sulla quale viaggiava la ministra è stata bloccata da una trentina di immigrati ospiti della struttura. Lo stesso gruppo che ieri aveva manifestato lungo la statale 106 per protestare contro i ritardi nelle procedure per i richiedenti asilo politico. Fino a quel momento alla ministra erano state mostrate la ludoteca, la mensa e altri spazi comuni della struttura. I migranti l’hanno invece invitata a andare oltre e vedere anche altri settori del centro di accoglienza, compresi i loro alloggi ricavati all’interno di container e persino i servizi igienici.

VISITA AL CIE – Il ministro si è anche trattenuta a parlare i migranti ospiti della struttura. «Sono scappato dalla guerra e voglio restare nel vostro Paese» ha detto un giovane siriano. Cecile Kyenge era giunta in mattinata a Isola Capo Rizzuto. Il centro di accoglienza di Sant’Anna è il più grande d’Europa. Il ministro ha anche visto le condizioni dell’attigua struttura del Cie, il centro di identificazione ed espulsione, distrutto oltre dieci giorni fa durante la rivolta dei migranti per morte di un giovane marocchino.

Il ricco e il povero (mutande in faccia)

Crocetta è il “Paperone” d’Italia: guadagna 330 mila euro all’anno, molto più di Barack Obama. E’ tra i governatori più pagati del Paese. Ma a gravare sulle casse siciliane è l’intero costo della sua giunta: 2 milioni di euro contro i 400 mila di quella lombarda

La lotta ai costi della politica si ferma sullo stretto di Messina. In Sicilia i “Paperoni” della politica continuano a riempire le loro tasche. Uno dei “ricconi” dell’Isola è proprio il governatore Rosario Crocetta. Dalla Regione siciliana Crocetta percepisce per il proprio incarico 81 mila euro lordi (il 10 per cento in meno rispetto allo scorso anno). A questa cifra vanno sommati altri 230 mila che il governatore riceve da Palazzo dei Normanni, sede del Parlamento regionale, come deputato. Il totale, come racconta l’Espresso, è da capogiro: 311 mila euro lordi all’anno. Molto di più del lombardo Roberto Maroni, che percepisce per i due incarichi di presidente della Giunta e di consigliere regionale 208 mila euro lordi all’anno, e del toscano Enrico Rossi, 154 mila euro. Crocetta è tra i politici più pagati d’Italia.

Più di Obama – Ma anche del mondo. Il suo stipendio è superiore a quello percepito dall’inquilino della Casa Bianca. Barack Obama percepisce un’indennità di 400 mila dollari, ma ha rinunciato al 5 per cento, per cui il suo stipendio annuo è di 380 mila dollari: che corrispondono a circa 287 mila euro. Ben lontano dai 331 mila euro del governatore siciliano. Ma a pesare sulle casse siciliane non è solo l’indennità di Crocetta, ma l’intera giunta del governatore. La giunta regionale siciliana costa, per le indennità dei propri componenti, cinque volte quella della Lombardia. Confrontando il bilancio 2013 della Regione siciliana con quello della Lombardia, infatti, emerge che Rosario Crocetta e i suoi assessori costano 2 milioni 331 mila euro all’anno, contro i 442 mila del Pirellone. Insomma della lotta ai costi della politica e delle promesse di tagli alle indennità fatte da Crocetta durante la campagna elettorale non resta che una cifra: 331 mila euro. Obama chiederà di sicuro un’adeguamento della sua indennità?

Ignazio Marino dopo aver chiuso le strade vuole riaprire le casse. Il suo stipendio non gli basta più e dopo soli due mesi dalla sua elezione parla già di un “riequilibro del suo salario”. Il sindaco di Roma guadagna 4500 euro al mese. I suoi assessori 3600. Cifre che in tempo di crisi, con gli italiani che arrancano tra salari bloccati a 800 euro, appaiono di tutto rispetto. Ma per un sindaco che va in bici a quanto pare quei 4500 euro sono pochi. Così al Venerdì confida: “Amministriamo bilanci miliardari e responsabilità enormi. Ammetto che forse con la battaglia sui costi della politica si è ecceduto. Ma prima o poi bisognerà riequilibrare”.

La vita dura del sindaco – Insomma Marino aspetta che passi la bufera anticasta, poi sarà prontissimo ad alzare il suo stipendio. E per giustificare il rialzo parla della sua giornata lavorativa che definisce davvero “faticosa”. “Prima riunione alle 8 del mattino per l’agenda di giornata – racconta- . Alle 23 l’ultima di bilancio. Poi a casa a mezzanotte. Niente mondanità. Sveglia alle sei del mattino. Dodici giorni di ferie per gli assessori, per me sette”. Per una vita così 4500 euro sono davvero pochi. Lui avverte: “Non è un buon momento per rivendicazioni salariali”. Ma alla fine cede e sottolinea: “Prima o poi bisognerà riequilibrare”. Le promesse di una politica che costi il giusto sono solo un miraggio in un’estate romana.

L’assoluta incapacità di voler capire

Caro ministro lei non poteva non sapere di Giuseppe Marino

Personalmente trovo sopravvalutata l’esasperata ricerca di competenza nei politici: tanti specialisti sono stati pessimi ministri nei settori di propria competenza. Eppure, quando Cecile Kyenge è stata nominata ministro, quanto meno, in quanto donna che ha alle spalle una storia di immigrazione di successo, ci si aspettava avesse una conoscenza particolareggiata della materia. Invece il ministro dell’Integrazione pare non avere idea di come gestire la marea umana che si sta riversando sulle coste dell’Italia meridionale con cadenza quotidiana. Peggio: la dottoressa Kyenge si dichiara impegnata a farsi un’idea del fenomeno e dei problemi dei Centri di identificazione: «Da tre mesi sto facendo un monitoraggio e cercherò di analizzare tutte le problematiche e le proposte che verranno dai territori per individuare una soluzione». Chi pensava che il ministro avesse già in mente che direzione prendere si metta dunque l’anima in pace. Siamo alla ricerca. Ancora una volta, l’impressione è che, di fronte alla reale difficoltà di gestire un esodo imponente dall’Africa e dal Medio Oriente, chi ieri tuonava contro i governi di centro destra e predicava l’accoglienza senza se e senza ma, si trovi oggi a fare i conti con la realtà. Che arriva sotto forma di mafie che gestiscono il traffico di uomini e donne, scafisti, navi madre, poveri cristi abbandonati in acqua ad annegare. Ora che è ministro, di fronte a questo disastro, Cecile Kyenge non può limitarsi a frasi a effetto, tipo «cambiamo la Bossi-Fini» e «la terra è di tutti». E soprattutto, perfavore, non ci venga a dire che non sapeva quant’è grave la situazione. Proprio lei, ministro, non poteva non sapere.

Sbarchi a migliaia, Cie pieni Ecco l’emergenza annunciata. Dopo la rivolta, in Calabria è arrivata il ministro Kyenge. E ripete i soliti slogan: ius soli e “cambiare la Bossi-Fini” di Gianpaolo Iacobini

Gli sbarchi non si fermano più e i Centri di identificazione ormai sono oltre il livello di emergenza. Tenere il conto è difficile. Col mare calmo, con le notti illuminate a giorno dalla luna, coi focolai di guerra che minacciano vita e pace dall’Oriente all’Africa, i mercanti di carne umana hanno ripreso a fare affari. Nella notte tra lunedì e martedì 336 persone, tra le quali 67 donne e un neonato, sono state tratte in salvo a sud di Porto Empedocle da due motovedette della Guardia costiera e da un mezzo navale della Guardia di finanza, che ha intercettato il barcone colmo di eritrei, alla deriva a 12 miglia dalla costa. Nelle stesse ore sul litorale di Ognina, nel siracusano, i militari della Capitaneria di Porto hanno rintracciato 67 tra siriani e pachistani, giunti in Italia dopo 10 giorni di viaggio. Ieri mattina, invece, il pattugliatore “Comandante Foscari” della Marina Militare, in navigazione nel canale di Sicilia, ha avvistato e soccorso – 50 miglia a sud di Lampedusa – un’imbarcazione con a bordo 233 persone, poi trasferite sulla terraferma dai guardiacoste. Seicento e più profughi in meno di 24 ore. E in 200 hanno fatto perdere le proprie tracce una volta approdati a Porto Empedocle.

Intanto è ancora chiuso – «temporaneamente ma a tempo indeterminato», recitano le comunicazioni ufficiali – il Cie di Crotone, devastato dagli immigrati in rivolta. E in quello di Gradisca, all’altro capo della penisola, sei immigrati sono scappati. Segno che quei centri, prima spia del livello di allarme dell’ondata migratoria, siamo all’emergenza. Emergenza annunciata, anzi annunciatissima. Ma la verità è che, cancellati i respingimenti di Maroni, bocciata la politica delle espulsioni, nessuno sa bene che fare. E fioccano le analisi. «Per l’immigrazione siamo la porta d’ingresso dell’Europa», ha cercato di mettere di una pezza il viceministro degli esteri, Lapo Pistelli: «C’è un mondo che cambia, decine di milioni di persone si muovono: noi siamo su una delle faglie delle migrazioni». A Crotone è arrivata anche il ministro dell’integrazione Cècile Kyenge. Ma anche qui solo promesse e vaghe ricette. Come l’auspicio di una non meglio precisata revisione della Bossi-Fini: «Serve il confronto, perché dobbiamo avere un approccio diverso, che metta al centro la persona» e la confermato che il percorso sullo ius soli va avanti: «Non è una mia esigenza personale, ma proviene dalla società civile e l’Italia deve prenderne atto». Parole su cui è scoppiata immediata la polemica ma, anche non fosse così, sarebbero ricette in grado di evitare drammi sulle spiagge e nei Cie? A Isola Capo Rizzuto, alla vigilia di Ferragosto, il centro di identificazione è stato assaltato dagli ospiti inferociti per la morte di un giovane marocchino. «Sono venuta anche per capire», aveva detto lunedì in conferenza stampa il ministro, giurando davanti ai giornalisti di non essere a conoscenza della vicenda. Ieri, mentre a decine presidiavano ancora la statale 106, ha provato ad aggiustare il tiro, passando ad altri la patata bollente: «È importante aprire con il Viminale, che si occupa di queste situazioni, un fronte di discussione». Eppure, che al Cie di Isola le cose non andassero per il verso giusto, viste le difficoltà poste dall’assalto alle coste, non era un mistero: il garante per l’infanzia della Calabria Marilina Intrieri, già il 3 agosto, segnalava nero su bianco che «70 minori non accompagnati sono stati collocati in un capannone». Tutti insieme, indistintamente: quasi diciottenni e bambini di 11 anni a spartirsi «due sanitari alla turca, due docce, un lavabo». Dispacci recapitati a tutte le autorità. Anche di questo la Kyenge non sapeva niente?

Ma che, davero?

Napolitano: “Europa malata di mancato sviluppo”. “Non riesce a crescere, sta perdendo velocità e competitività”

“L’Europa non sta bene. E’ malata di mancato sviluppo economico e sociale”. Al meeting di Comunione e Liberazione di Rimini Giorgio Napolitano parla della situazione del nostro continente. “Non riesce a crescere, sta perdendo velocità, competitività – spiega – e questo è senza dubbio uno dei fattori fondamentali di crisi”. Già, la crisi. Per il Capo dello Stato il periodo negativo che stiamo attraversando è partito da lontano: “E’ cominciato già parecchi anni fa, più o meno alle soglie del nuovo millennio – dice – Naturalmente la moneta unica non è stata responsabile di ciò, ma non ha potuto dare tutto l’impulso che era chiamata a dare, in quanto sono mancati altri elementi fondamentali per garantire un nuovo dinamismo alla crescita economica e sociale in Europa”. E ancora: “Siamo in difficoltà – afferma – anche perché le classi dirigenti non hanno capito che il mondo stava cambiando e l’Europa non poteva rimanere ferma”. Il Presidente della Repubblica parla quindi dei giovani: “Penso – aggiunge – che costruiscano l’Europa, oggi, tutti i giovani che si incontrano, quelli che si riconoscono come europei e non più soltanto come italiani, tedeschi, spagnoli e così via”.

Comunisti,maestri di spesa e di tasse

Aumentano le tasse, ma aumenta anche il debito pubblico.
Nelle aziende private si taglia, a cominciare dal personale.
Nello stato invece basta affidare ad un comunista un ministero e la spesa aumenta, a cominciare dal personale.
Così al richiamo della cgil il ministro per la “cultura” annuncia nuove assunzioni, soprattutto al sud nella migliore tradizione clientelare e spendacciona.
Se c’è bisogno di personale in siti archeologici, musei etc., perchè invece non utilizzare gli statali che già ci sono in abbondanza, trasferendoli ai nuovi incarichi per coprire con gli esuberi in certi settori i vuoti di altri ?
No, a sinistra preferiscono spendere i nostri soldi, aumentare le tasse e aumentare il debito pubblico, in compenso non vogliono abolire la tassa sulla prima casa.



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