Pisapia e compagnia

Prima firma? Giuliano Pisapia, sindaco di Milano. Seconda firma? Basilio Rizzo, presidente del Consiglio comunale. Inizia così la battaglia della sinistra italiana che guarda ai futuri elettori: una raccolta firme per presentare due proposte di legge di iniziativa popolare sui temi della cittadinanza e del diritto di voto per gli immigrati. L’obiettivo? Raggiungere 50mila firme per portare i due documenti al vaglio del parlamento. L’appuntamento è per sabato prossimo. Da Torino a Milano, da Bologna a Firenze. E ancora: Roma, Bari e decine di città in tutto il Paese. I comitati locali della campagna allestiranno banchetti e organizzeranno incontri di sensibilizzazione. L’Italia sono anch’io è il nome dell’inziativa, subito sottoscritta dal neosindaco di Milano, per dare agli immigrati la possibilità di votare alle amministrative. Una iniziativa che sarà sviluppata in modo capillare in tutto il Paese. Nomi illustri tra i sostenitori: l’editore Carlo Feltrinelli, parte del mondo cattolico (dalla Caritas alle Acli), la Cgil e la fondazione Migrantes.
La prima proposta di legge va a riformare la legge sulla cittadinanza. Si punta a sostituire lo ius sanguinis con lo ius soli, passare cioè dalla cittadinanza trasmessa per via del sangue (quindi solo se si è figli di italiani) alla cittadinanza trasmessa a chiunque nasce in Italia. I promotori vorrebbero, infatti, modificare la normativa vigente con il diritto alla cittadinanza per chi nasce nel Belpaese da almeno un genitore legalmente presente da un anno nel nostro Paese, per chi fa domanda entro i due anni successivi al 18esimo anno di età ed è nato in Italia o vi è arrivato prima dei dieci anni soggiornando legalmente, per gli adulti che soggiornano regolarmente da cinque anni o su proposta dei sindaci. La seconda proposta punta, invece, a concedere il diritto di elettorato attivo e passivo alle elezioni amministrative (comunali, provinciali e regionali) agli stranieri residenti regolarmente in Italia da cinque anni.
La proposta, promossa dal sindaco di Reggio Emilia Graziano Delrio, non è piaciuta alla Lega Nord. “Ma che stiamo scherzando?”, sbotta l’europarlamentare Lorenzo Fontana: “Attualmente la legislazione va già bene… anche se io la restringerei, soprattutto per gente come gli islamici che fanno davvero fatica a integrarsi nel tessuto sociale del Paese in cui vanno a vivere”. L’esponente del Carroccio porta l’esempio della Svezia che, pur offrendo agli immigrati uno stato sociale davvero alto, sta progressivamente chiudendo le frontiere ai nuovi arrivati. “In un momento di crisi così forte come quello che stiamo vivendo – continua Fontana – non possiamo permetterci di mantenere tutte le persone che arrivano nel nostro Paese”. D’altra parte la preoccupazione non è solo a livello europeo, ma va a colpire anche le amministrazioni locali. A Milano, per esempio, dove Pisapia sta per tagliare oltre 50 milioni di euro proprio ai servizi sociali destinati ai milanesi, l’opposizione di centrodestra promette battaglia. “E’ l’ennesima carota che Piaspia dà a una parte marginale della città – ha commentato Alessandro Morelli, ex assessore comunale – mentre ai milanesi viene dato il bastone con tasse e tagli ai servizi”. Morelli fa infatti sapere che alla proposta di legge di L’Italia sono anch’io la Lega ne contrapporrà un’altra per dare i punteggi per la graduatoria per le case popolari in base agli anni di residenza. Una proposta di legge già sperimentata a Verona dove, durante l’amministrazione di centrosinistra, quasi il 90 per cento delle case popolari veniva assegnato a cittadini extracomunitari. Adesso è stata invertita la rotta. Qualora la raccolta firme raggiungerà il numero necessario per portare le due proposte di legge in parlamento, la Lega assicura che si metterà di traverso. Se infatti la sinistra punta a formare una pletora di “nuovi italiani” e potenziali nuovi elettori, il Carroccio intende difendere lo stato sociale del Paese. “Per ottenere il diritto di voto – conclude Fontana – bisogna essere integrati e la maggior parte degli immigrati che risiedono in Italia non sanno nemmeno scrivere…”.

Oltre la gnoccofilia

Di gnoccofilia, ne parla in un bellissimo post Nico e non serve aggiungere molto altro. Le donne sono sante, le donne sono puttane, gli uomini sono santi e gli uomini sono puttanieri. I soldi, fanno il resto. Il fatto è che il premier ha sbagliato alla grande a finire dentro ad una storia del genere… e comunque, da ingenua continuo a pensare che alla fin fine, tutti avrebbero potuto sbagliare. Persino i santi. Ma tant’è… che un paio di notizie sfiziose ci sono, e le posto ora perchè magari, qualcuno non ci ha nemmeno fatto caso dopo tutto il marasma delle intercettazioni:
Napoli – La città affonda tra i rifiuti ma il cda di NapoliServizi si regala un premio da 5mila euro al mese. Desta stupore nella giunta napoletana la gestione pd della società nata per occuparsi del decoro urbano della città partenopea. Tra debiti, assunzioni immotivate e stanziamenti milionari finiti in nulla, ora de Magistris eredita una bella gatta da pelare, che gli causerà più di qualche grattacapo. A riverlarlo Il Mattino e il Corriere della Sera.
5mila euro in più al mese. Un aumento di 1,7 milioni di euro, e non una tantum, ma una lievitazione consistente dello stipendio di 13 dirigenti della società napoletana che si occupa del decoro urbano, la NapoliServizi, considerata un feudo del Partito Democratico. E’ quanto decideva il cda della azienda a gennaio 2011, con una decisione che lascia oggi perplessa la giunta napoletana e che ha costretto de Magistris a una domenica di lavoro straordinario per discutere della questione. Ignoti i motivi che avrebbero portato alla decisione di auto-assegnarsi l’aumento, un incremento della base di retribuzione di circa 5mila euro mensili, che per altro non è l’unica vicenda a destare dei sospetti sulla gestione della società.
Spese non giustificate. Ad essere poca chiara è anche la gestione economica di NapoliServizi. Tra i documenti già passati al vaglio comparirebbero infatti spese extra difficilmente giustificabili e poco chiare, di cui per altro non c’è traccia nelle carte comunali. Al comune spetterebbe di norma l’approvazione di ogni spesa aggiuntiva, ma dei 3,5 milioni di euro stanziati per la guardia armata di luoghi non meglio precisati, si ipotizza i parchi cittadini, non c’è traccia da nessuna parte.
Assunzioni immotivate. Ma non sono neppure solo spese aggiuntive e aumenti di stipendio immotivati a preoccupare la giunta de Magistris. Al di là di questi aspetti destano numerose preoccupazioni anche una serie di assunzioni non giustificate e i debiti accumulati da NapoliServizi. La società entra in attività con 400 dipendenti, lavoratori ex socialmente utili. Dipendenti che lievitano nel giro di pochi anni: nel 2003 sono 470 le nuove assunzioni, altre 500 nel 2007. Nel 2008 si decide di cancellare la società, per poi stanziare 50 milioni di euro a bilancio e ripianare i debiti accumulati nel tempo. Assunzioni e stanziamenti immotivati, su cui nessuno fa domande e che vengono giustificate con nuove competenze assegnate alla società, dalle pratiche di condono, alla gestione di catasto e eventi sportivi, alla vigilanza armata dei parchi. Proprio quest ultimo è un altro punto dolente, causa di nuove assunzioni. Alcuni dipendenti della società hanno infatti precedenti penali, che gli impediscono di girare armati.
Dietro la mala gestione l’ex assessore al bilancio. E dietro al portafoglio facile della giunta Iervolino nei confronti della società ci sarebbe la stessa persona, Riccardo Realfonzo, assessore al Bilancio nel 2009 e unico Iervoliniano a essere presente nella nuova giunta. Un caso di malgoverno amministrativo che ora ricade sulle spalle del vicesindaco Sodano, che dovrà occuparsi della fusione di NapoliServizi a Asìa, società incaricata della gestione della raccolta dei rifiuti. Il paradosso è che mentre la giunta Jervolino con una mano rimpinguava il portafogli dei dirigenti della società, con l’altra bacchettava il governo per i tagli delle risorse agli enti locali…

Di Pietro difende il figlio: “Per lui nessuna spinta”. La base Idv non perdona di Andrea Indini

Roma – “Io, da militante Idv, credo fermamente che non sia opportuna questa candidatura, e soprattutto in questo momento. Si parla tanto di combattere la casta, il nostro movimento sembrava un punto di riferimento in tal senso ma questa storia va decisamente contro le buone intenzioni manifestate”. Andrea Bruni non usa mezzi termini nel commentare le giustificazioni che Antonio Di Pietro ha dato sul suo blog dopo aver candidato il figlio Cristiano alle regionali in Molise suscitando numerose defezioni all’interno del partito. Cade nel vuoto la difesa dell’ex pm. “Di Pietro come Bossi, accomunati dalla stessa concezione familistica e privatistica della politica”, avevano denunciato ieri mattina i componenti del circolo Idv di Termoli che hanno abbandonato l’Italia dei Valori per protestare contro la candidatura di Di Pietro junior. Dopo aver divulgato una nota alle agenzie di stampa per giustificare la propria scelta, oggi Di Pietro ha anche postato un video sul blog. “A Montenero di Bisaccia abbiamo candidato Cristiano non perchè é è un figlio di papà senza esperienza politica – ha spiegato Di Pietro – ha dovuto fare, e deve continuare a fare, la trafila come tutti gli altri iscritti all’Idv”. Come già spiegato ieri, l’ex pm ha ribadito che Cristiano non si è svegliato una mattina per trovarsi candidato. “Quando abbiamo creato il partito, dieci anni fa, si è rimboccato le maniche anche lui e ha contribuito, con me e con migliaia di altre persone, a costruirlo – ha continuato Di Pietro – non è andato a fare il ‘trota’ di turno con un’elezione sicura in parlamento, o in qualche listino regionale o in qualche assessorato”.

Polemica chiusa? Assolutamente no perché i militanti dell’Idv non ha comunque digerito la decisione di Di Pietro di andare avanti su questa strada. E proprio sul blog dell’ex pm si è scatenato un vero e proprio dibattito sull’opportunità di candidare Cristiano alle regionali. “Nel caso di Cristiano Di Pietro le discriminazioni sono strumentali – commenta Domenico Ferraris – fatte di proposito per spostare l’attenzione dalle battaglie dell’Italia dei valori e dal momento politico delicatissimo per il paese”. Ma non tutti sono d’accordo con lui. Anzi. “C’è un problema di credibilità alla base di tutto – ribatte Lambruschino – Di Pietro sarà credibile solo se riuscirà a fare in modo che il candidato Cristiano Di Pietro sia un puro caso di omonimia con suo figlio”. Giancarlo, invece, ci va giù ancora più duramente: “Di Pietro ha l’insana abitudine di martellarsi periodicamente le ‘ginocchia’, dopo un paio di ottimi risultati politici (i referendum scorsi) torna a dare sfogo a questa sua perversione, è più forte di lui e non riesce a farne a meno”. Non solo. A chi è favorevole alla candidatura perché Cristiano “non risulta indagato e tantomeno condannato”, Andrea Moretti pone l’accento sul legame tra il figlio di Di Pietro e Mario Mautone, che al tempo lavorava al ministero dei Lavori pubblici: “Se non sbaglio non è quello che telefonò al padre, allora Ministro, per caldeggiare una pratica di un certo Mautone? E non fu il padre che disse, correttamente, la Magistratura deve svolgere il suo ruolo e se mio figlio ha sbagliato deve pagare (nobili parole). Da allora, come avviene nella stragrande maggioranza dei misfatti che i politici commettono ed hanno commesso, tutto viene messo sotto silenzio”. Anche Enzo non va per il sottile: “Se non sbaglio suo figlio in passato si è gia contraddistinto per intercettazioni a dir poco edificanti”. All’interno del partito c’è poi chi pensa ad un possibile calo dei consensi: “Ripensateci se non è troppo tardi che qua si perdono milioni di voti”. “Con un po’ di cinismo ne sarei soddisfatto ed oltremodo felice in quanto è ragionevole pensare che questi voti andrebbero verso il movimento 5 Stelle fa eco un altro – purtroppo credo che dovrò realisticamente accontentarmi di qualche migliaia”. Stefano Zuccarini, poi, dà un consiglio: “Di Pietro, lascia i parenti e quindi anche i figli fuori dalla politica! Se così non fosse non ti voto più”. Insomma, il dibattito è tutt’altro che conciliante. E, forse, la base dipietrista si troverà a dover fare i conti con questa candidatura “scomoda” che, alle prossime regionali in Molise, rischierebbe di trasformarsi in un vero e proprio schiaffo.

Cosa è stata veramente la Resistenza

Nel verbale della Guardia Nazionale Repubblicana (Archivio Centrale dello Stato, Fondo Gnr, c. 36, f.VII, sf.8. si legge: <Oggetto: Attentato terroristico. Milano, lì 8/8/1944. Ore 8,15 di oggi in Viale Abruzzi all’altezza dello stabile segnato con il N° 77 scoppiavano due ordigni applicati ad opera d’ignoti all’autocarro germanico con rimorchio targa W.M. 111092 lì sostante dalle ore 3 di stamane e affidato all’autiere caporal Maggiore Kuhn Heinz, che dormiva nella cabina di guida>. Nessuno ha rivendicato quell’attentato, nessuno ha indicato l’autore, nessuno ha saputo spiegare le motivazioni. Rimane il fatto condannabile in quanto diretto contro la popolazione civile, persone che erano attorno all’autocarro tedesco carico di bidoni di latte, distribuito gratuitamente. È una storia che merita di essere raccontata. Il fatto è avvenuto a Milano, ma poteva accadere in qualsiasi altra città del Centro-Nord.

Principalmente dopo le sconfitte dell’Asse in Russia e in Africa del nord, i capi Alleati imposero l’ordine indicato come Moral Bomber, accompagnato da questo incitamento di Winston Churchill: <Mi sembra che il momento sia venuto: bombardare le città dell’Asse così da incrementare il terrore, in modo che altre ribellioni possano verificarsi (…)>. Di conseguenza gli aerei alleati, ormai padroni degli spazi aerei, possono sciamare indisturbati, mitragliando qualunque cosi si muova, perfino il singolo ciclista. L’afflusso di viveri dalla campagna si riduce quasi a zero e nelle città si muore letteralmente di fame. E, di conseguenza, la crisi colpisce soprattutto i bambini e, particolarmente i neonati; le loro madri hanno poco latte. Spinto da impulso personale, un anziano sottufficiale della Wehrmacht, quando può, si muove con un piccolo camion fa il giro delle campagne a procurare del latte e, tornato in città, parcheggia il mezzo sempre nella stessa località, a Viale Abruzzi il sottufficiale tedesco provvede alla distribuzione del prezioso alimento. Alle nove una mano misteriosa depone sul sedile dell’automezzo una bomba. Riportiamo quanto ha scritto lo storico Franco Bandini su Il Giornale del 1 settembre 1996: <Nell’esplosione e poche ore dopo muoiono sei bimbi, una donna che non sarà mai identificata e due giovani padri. Tra i 13 feriti gravi altri sei tra  bambini, madri e padri, spireranno il giorno dopo, portando il bilancio finale a 15 morti, sette feriti gravi e qualche decina di leggeri. L’unico che se la cava è il sottufficiale tedesco, per cui la strage rimane “affare italiano”>. “Affare italiano”, ma non tutti sono d’accordo. Questo di Viale Abruzzi non è che uno dei tanti attentati e ciò rende il comando germanico furioso. Uno degli addetti al comando era il capitano Theodor Saevecke che ordina una rappresaglia nella misura di uno per uno. A questa si oppongono il cardinale Schuster, il prefetto Pietro Barini che si dimette. Mussolini invia una protesta all’ambasciatore tedesco presso la Rsi, Rudolf Rahn, accompagnandola con queste parole: <(questi metodi) sono contrari ai sentimenti degli italiani e ne offendono la naturale mitezza>. Niente da fare! Theodor Saevecke pretende la rappresaglia e compilò lui stesso la lista, come testimoniato da Elena Morgante, impiegata nell’ufficio delle SS, cui fu ordinato di battere a macchina i nomi dei 15 ostaggi, imprigionati nelle carceri di Milano. Ecco i nomi: Gian Antonio Bravin (28 febbraio 1908), partigiano del varesotto e capo del III gruppo GAP (Gruppo Azione Partigiana); Giulio Casiraghi (17 ottobre 1899) incaricato ai rifornimenti di armi alle formazioni partigiane; Renzo del Riccio (11 settembre 1923) partigiano delle formazioni Matteotti operante nel comasco; Andrea Esposito (26 ottobre 1898) partigiano della 113° brigata Garibaldi; Domenico Fiorani (24 gennaio 1913) appartenente alle brigate Matteotti; Tullio Galimberti (31 agosto 1922) membro della 3° brigata d’assalto Garibaldi GAP; Emilio Mastrodomenico (30 novembre 1922) capo dei GAP; Angelo Poletti (20 giugno 1912) partigiano in Val d’Ossola, appartenente alla 45° brigata Matteotti; Salvatore Principato (29 aprile 1892) membro della 33° brigata Matteotti; Andrea Ragni (5 ottobre 1921) partigiano formazione Garibaldi, Eraldo Soncini (4 aprile 1901) appartenente alla 107° brigata Garibaldi; Libero Temolo (31 ottobre 1906 partigiano delle SAP: Vitale Vertemati (26 marzo 1918) partigiano della Garibaldi GAP; Umberto Fogagnolo (2 ottobre 1911) rappresentante del Partito d’Azione; Vittorio Gasparini (30 luglio 1913) incaricato della trasmissione radio messaggi clandestini. Come si vede dall’elenco 13 erano partigiani riconosciuti e i due ultimi dell’elenco, anche se coinvolti nella Resistenza, non risultano partigiani. Così il 10 agosto successivo i quindici ostaggi vennero fucilati dai militi della legione Ettore Muti, eseguendo l’ordine di Saevecke il quale, affidando la fucilazione ad una formazione italiana intendeva rimarcare che era un affare italiano, ignorando le proteste di Mussolini, di Schuster e del prefetto italiano. Ma la spirale della pazzia continua con l’ordine dato dal CLNAI alle formazioni partigiane di montagna di procedere, quale rappresaglia alla rappresaglia, alla fucilazione di 30 militi della Rsi e di 15 tedeschi prigionieri, appunto, dei partigiani.

Quale era la figura e la legittimità del partigiano?

Da Diritto Istituzionale, pagg. 583-584: <Sulla base delle Convenzioni dell’Aja del 1899 e del 1907 e in particolare della III Convenzione di Ginevra del 1949, si possono classificare quattro categorie di legittimi combattenti (…). I militari delle Forze armate regolari di uno Stato belligerante, purché 1) indossino una uniforme conosciuta dal nemico; 2) portino apertamente le armi; 3) dipendano da ufficiali responsabili; 4) dimostrino di rispettare le leggi e gli usi di guerra>. È facile dimostrare che il partigiano non rispettava alcuna di queste norme imposte dalle Convenzioni Internazionali del tempo; quindi il partigiano era un illegittimo combattente.

Cosa prevedeva il Diritto Internazionale per l’illegittimo combattente? Pag. 584, art. 4: <Gli “illegittimi combattenti” vengono dovunque perseguiti con pene severissime e sono generalmente sottoposti alla pena capitale. Nella guerra terrestre i franchi tiratori che operano nelle retrovie nemiche, infiltrandosi alla spicciolata sotto mentite spoglie, vengono passati per le armi in caso di cattura; lo stesso dicasi per i sabotatori>.

A convalidare quanto disposto dal Diritto Internazionale, c’è una sentenza del 26/4/1954, quindi ampiamente dopo la fine delle ostilità, emessa dal TRIBUNALE MILITARE, sentenza che mandò in bestia i più alti esponenti dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani), essa attesta: <(…). Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 la sovranità di fatto, o meglio l’autorità del potere fu, nella parte dell’Italia ove risiedeva il Governo legittimo, esercitata dalle Potenze alleate occupanti. Non poteva essere altrimenti, dal momento che, durante il regime di armistizio, permaneva lo stato di guerra e l’occupante era sempre giuridicamente “il nemico” (per chiarezza: per “nemico” si intendono gli “angloamericani”, nda). Basti considerare che tutte le leggi e tutti i decreti ricevevano piena forza ed effetto di legge a seguito di ordini degli Alleati. Pertanto il Governo del Re era un Governo che esercitava il suo potere “sub-condicione”, nei limiti assegnati dal comando degli eserciti nemici (…). Indubbiamente pressoché immutato era rimasto l’ordinamento giuridico esistente nella Repubblica Sociale Italiana; gli stessi codici, le stesse leggi venivano applicati dagli organi del potere esecutivo della Magistratura (…). Tale formale preclusione non esisteva per la Repubblica Sociale Italiana che emanava le sue leggi e i suoi decreti senza l’autorizzazione dell’alleato tedesco>. E cosa prevedeva la suddetta sentenza al riguardo delle forze della Rsi e dei partigiani? Essa attestava: <Si dimentica che anche le Forze Armate alle dipendenze di Mussolini e di Rodolfo Graziani occupavano il territorio suddetto. Che l’Ordinanza Kesserling, in data 11 settembre 1943, che assoggettava il territorio italiano alle leggi tedesche, cessò di avere efficacia proprio con il 23 settembre 1943, quando, se pur non ancora proclamata la Repubblica Sociale Italiana (che nacque il 25 novembre 1943), esisteva già il così detto Stato Fascista Repubblicano>. E di seguito: <Pertanto deve concludersi che i partigiani, equiparati ai militari, ma non assoggettati alla legge penale militare, per lo espresso disposto dell’articolo 1 del decreto legge 6 settembre 1946 n° 93, non possono essere considerati belligeranti, non ricorrendo nei loro confronti le condizioni che le norme del diritto internazionale cumulativamnente richiedono>.

Filippo Giannini

Gli avvoltoi

MILANO – «Il premier si dimetta». È compatta la reazione delle opposizioni di fronte ai nuovi dettagli riguardanti Silvio Berlusconi, emersi dall’inchiesta su escort e appalti della Procura di Bari.
PD: UMILIANTE DEGRADO CIVILE- «L’Italia, con i suoi gravi problemi, non si può permettere un esecutivo che governa a tempo perso. Le parole sono finite. Berlusconi si rechi al Quirinale e rassegni le dimissioni» attacca Davide Zoggia, responsabile Enti locali del Pd, parlando a nome della segreteria del partito. «Continuano a emergere comportamenti di Silvio Berlusconi che confermano un reiterato e intenzionale tradimento dei suoi doveri e delle sue responsabilità» continua il senatore Luigi Zanda, vicepresidente del gruppo del Partito democratico al Senato. «Le cose sono arrivate a un punto tale che i parlamentari della maggioranza che dovessero continuare a sostenere Berlusconi – conclude Zanda – si renderebbero personalmente corresponsabili del discredito internazionale e dell’umiliante degrado civile che stanno travolgendo l’Italia».
IDV: SCENARIO SQUALLIDO E INQUIETANTE – Duro attacco al premier dall’Italia dei Valori. «Ci sono tutte le condizioni per parlare di circonvenzione di incapace. Con questo premier inebetito siamo un Paese a rischio – dice Felice Bellisario, capogruppo dell’Idv al Senato -. Le ultime intercettazioni sui baccanali del premier svelano uno scenario squallido e inquietante: Berlusconi è nelle mani di lenoni e meretrici che lo sfruttano per ottenere appalti e ruoli di prestigio in aziende pubbliche. Il Presidente del Consiglio, come ebbe a dire la sua ex moglie, è un uomo malato: dovrebbe essere allontanato da Palazzo Chigi e spedito in qualche struttura di cura». E il leader Antonio Di Pietro interviene anche sull’eventuale post Berlusconi: «Noi dell’Idv ieri sera (sabato, ndr) con Sel e Pd abbiamo posto le basi per una coalizione politica e di programma, perché per vincere le elezioni non bisogna solo mettersi insieme per fare numero ma costruire un Paese diverso da quello di Berlusconi».
UDC: GOVERNO DI RESPONSABILITA’ NAZIONALE – Richiesta di dimissioni, ma diverso scenario sul dopo Berlusconi, invece, per il segretario nazionale dell’Udc, Lorenzo Cesa: «Il presidente del Consiglio faccia subito un gesto di generosità nei confronti degli italiani e si dimetta dal suo incarico. Si difenda nel modo migliore ma spinga il suo partito a iniziare una nuova fase politica dando l’occasione di arrivare a un governo di responsabilità nazionale».
SEL: SMOTTAMENTO DEL CENTRODESTRA «L’auspicio è che abbia ragione Bossi nel ritenere che si stia esaurendo il tempo del governo Berlusconi» interviene il leader di Sinistra Ecologia Libertà Nichi Vendola, riprendendo la dichiarazione del leader del Carroccio, Umberto Bossi, secondo il quale il traguardo di fine legislatura, nel 2013, sarebbe «troppo lontano». Per Vendola, «lo smottamento del centrodestra è evidente anche dalle parole di Bossi» e «spero – ha detto – che tra le cose che metteremo in archivio ci possa essere anche quel linguaggio, quella volgarità istituzionale». «Naturalmente», precisa, Bossi «ha torto marcio quando immagina che la crisi dell’Italia, di cui lui è uno degli artefici principali, possa esser affrontata in termini di secessione».
FINI: NUOVO GOVERNO CON UN NUOVO PREMIER – Interviene anche Gianfranco Fini: «Io non giudico, io dico che purtroppo l’immagine dell’Italia a livello internazionale si aggrava giorno per giorno e nessuno capisce quello che sta accadendo nel nostro Paese» dice il presidente della Camera commentando l’intercettazione telefonica in cui Berlusconi afferma di fare il premier a tempo perso. Poi attacca: «Personalmente spero che, anche nell’ambito della maggioranza, finisca per prevalere il buon senso e la decisione di dare vita a un altro governo che abbia maggior credibilità internazionale, che si occupi dei problemi dell’economia e faccia uscire il Paese da questa crisi». Quindi precisa: «Un altro governo presuppone, almeno per me, un altro presidente del consiglio».

Coop, Esselunga, togherosse e censura

Milano – Guai a chi tocca le cooperative: la guerra della mozzarella finisce nelle aule di tribunale. Ve lo ricordate il libro Falce e Carrello? Il volume, pubblicato nel 2007, fece molto scalpore: era la denuncia di Bernardo Caprotti, fondatore del gruppo Esselunga, nei confronti della politica che attraverso le cooperative mette le mani sulla spesa degli italiani. Apriti cielo: guai a toccare la sinistra e tutte le sue declinazioni, anche quelle economiche. L’impero Coop è intoccabile: la Coop sei tu, chi può darti di più? Beh, diciamo che dove non arrivano le lunghe mani delle cooperative arrivano quelle dei magistrati. A distanza di quattro anni arriva la vendetta. Il Tribunale di Milano ha deciso che il libro è “un’illecita concorrenza per denigrazione ai danni di Coop Italia”. Tutto qui? Assolutamente no: risarcimento di 300mila euro, ritiro del pamphlet dalle librerie e “divieto di reiterarne la pubblicazione e diffonderne gli scritti”. Una punizione esemplare e non facilmente comminabile. Vogliamo chiamarla censura? Il precedente è piuttosto inquietante: se scrivi male delle cooperative ti “bruciano” il libro. Sotto la tagliola della procura finiscono anche la casa editrice Marsilio, il coautore del libro Stefano Filippi (inviato del Giornale) e pure l’economista Geminello Alvi, reo di aver steso la prefazione di Falce e Carrello.
Al quartier generale della Coop festeggiano: “Abbiamo sempre respinto ogni accusa che viene mossa da un libro che si fonda solo sull’acredine dei suoi autori nei confronti di un sistema di imprese di successo che gode della fiducia di oltre 7 milioni e mezzo di italiani. Riteniamo che questa sentenza renda ragione anche a loro”. E poi sanciscono anche un nuovo principio: la superiorità morale della mozzarella Coop rispetto a quella della rivale Esselunga: “Va aggiunto anche il recente pronunciamento della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che riconosce la distintività delle imprese cooperative in merito alle esenzioni fiscali che non devono essere considerate come aiuti di stato. Le cooperative sono diverse dalle imprese private, rette da principi di funzionamento particolari, ma esempi di correttezza e lealtà imprenditoriale”. Che è un po’ come dire: lo stato ci aiuta economicamente perché siamo migliori. Alla faccia del liberismo. Perché i soldi, quando li maneggiano loro, hanno sempre un odore migliore rispetto a quelli degli altri. Insomma la Coop sei tu, ma non proprio tu, un tu migliore da quello che compra la mozzarella all’Esselunga: è la guerra del carrello, bellezza.

Le dodici moschee

Come di tanto in tanto, si parte da un commento: “Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio e il Suo Messaggero hanno dichiarato illecito, e coloro fra quelli cui fu data la Scrittura, che non s’attengono alla Religione della Verità. Combatteteli finché non pagano il tributo, uno per uno umiliati”(Corano, IX 29)[1] . Parole dettate dal profeta Maometto dopo aver ordinato, e partecipato in prima persona, all’assassinio di un tribu di 650 ebrei medinesi colpevoli solo di non voler abiurare la loro fede. Quanto all’integrazione invocata da tanti buonisti basta leggere i fatti di cronaca per rendersi conto di cosa intendono i musulmani per integrazione. Padri, madri, fratelli e sorelle che condannano chi vuole veramente integrarsi arrivando fino all’omicidio. Per l’islam l’integrazione esiste solo a senso unico : vengono in casa nostra per integrare noi, con le buone oggi con le cattive domani, non per adeguarsi alle nostre leggi e «integrarsi». A termini e proseguendo con questo andazzo la miglior condizione che ci si prospetta e quella di diventare «dhimmi», l’alternativa la morte per apostasia.
Dodici moschee. Una per ciascun centro islamico. Il disegno di Palazzo Marino era già chiaro – una volta accantonato il progetto (tutto elettorale) di un unico grande «duomo dell’islam». Ora è finito nero su bianco anche il numero. Lo ha riportato il «Mattino di Padova»: «Abbiamo deciso di realizzare – avrebbe detto il sindaco, nel corso di un incontro nella cittadina veneta con il collega Flavio Zanonato – dodici moschee in altrettante aree della città, evitando così di costruire un unico centro islamico come invece inizialmente avevamo pensato». Dunque 12 luoghi destinati a ospitare le attività culturali, sociali e anche di culto che le associazioni musulmane conducono, con vario orientamento, nelle attuali sedi, in gran parte piccole, inadeguate e insicure. Ieri sera lo stesso Pisapia ha smentito: «Non è stata presa nessuna decisione né sul numero né sull’ubicazione di questi centri di preghiera».
Sarà dunque dedicato a questo, l’incontro che, come programmato da tempo, oggi sarà ospitato a Palazzo Marino: un vertice con le comunità religiose cittadine a cui parteciperà mezza giunta; oltre al vicesindaco Maria Grazia Guida, ci saranno gli assessori alla Sicurezza, Marco Granelli, allo Sport Chiara Bisconti e all’Urbanistica Lucia De Cesaris. Una formazione che prefigura già un ordine del giorno piuttosto concreto, che va al di là di un semplice dialogo preliminare. Al di là di un lavoro «per commissioni» su temi come la condizione delle donne, la scuola (con l’insegnamento della lingua araba), e il lavoro (si parla del problema della pausa del venerdì, giorno tradizionalmente dedicato alla preghiera più importante). «Si inizierà a ragionare dei luoghi di culto esistenti – conferma Davide Piccardo, portavoce del Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano, che ha incassato l’adesione di altre due sigle, fino dunque al numero di dodici – i luoghi devono essere accessibili, dignitosi, trasparenti». Quanto al ruolo del Comune, Piccardo è molto netto: «Le spese le sosteniamo da sempre noi, il Comune non fa le moschee, il ruolo del Comune sarà di accompagnamento nel dialogo con i quartieri e i privati, per dare tranquillità. Il tempo della paura è passato – conclude il portavoce del Caim – i problemi sono di ordine pratico».
Non la vede così il vicepresidente del Consiglio comunale, ed ex assessore alla Sicurezza, Riccardo De Corato, del Pdl, che torna a ribadire il suo «no» al progetto di Palazzo Marino. «Da oggi – ironizza De Corato – il Comune si trasforma in un’immobiliare islamica». Dello stesso tenore la posizione della Lega, che con il consigliere Alessandro Morelli, attacca: «Con una giunta come questa, che nel momento di crisi per migliaia di famiglie si occupa di priorità fasulle per la città, capisco le sempre maggiori richieste da parte degli islamici che chiedono permessi di lavoro, pause più lunghe e la creazione di corsi di educazione civica gestiti loro e non dal Comune. Il prossimo passo saranno le madrasse?». Dal Pd Pierfrancesco Majorino fa sapere: «Quello che faremo come istituzione è una verifica approfondita sull’idoneità dei luoghi scelti per il culto».

Confronto tra due rivoluzioni

Ho ricevuto lo scorso luglio una mail a firma di (un per me sconosciuto) PCL. Il messaggio inizia con: “Caro/a Compagno/a” e termina con: saluti rossi, A…Genova. Ovviamente si tratta di un nuovo movimento comunista. Ora d’accordo che lo stesso Palmiro Togliatti aveva sentenziato (cito a memoria): , concetto che posso anche accettare con alcuni distinguo. Tuttavia inviare a me una mail che inizia con: Caro compagno, beh! È un po’ eccessivo. Avrei potuto accettarlo settanta anni fa se non ci fossero state quelle carognose ammazzatine e un Piazzale Loreto; ma quelle ci sono state e oggi non accetto più alcun compromesso. Sono sul punto di terminare un altro volume (come i lettori possono constatare Don Chisciotte non combatte contro i mulini a vento solo in Spagna) e il mio lavoro tratta anche di quanto accadde nella Russia di Stalin, ma anche di quanto fece il Duce per evitare quella catastrofe che tutti i Paesi capitalisti volevano. Poiché la mail è giunta proprio nel momento che proponevo un parallelo di come fu affrontata la grande depressione economica iniziata nel 1929 dall’Italia fascista e dal resto del mondo, propongo quanto stavo scrivendo circa le felici soluzioni messe in atto dal Socialismo reale (URSS) e quelle soluzioni messe in atto dal mai sufficientemente deprecato infausto Ventennio. Quindi riporto uno stralcio tratto dal mio citato volume, che avrà per titolo (provvisorio) “Benito Mussolini, il grande artigiano della pace”. Preciso che questo titolo l’ho carpito da un giudizio del più apprezzato giornalista svizzero Paul Gentizon.
Ecco il testo. Mentre il mondo occidentale era investito da queste calamità (la depressione iniziata nel 1929), cosa avveniva nella Russia sovietica? Possiamo anticipare che proprio in questo caso si evidenzia la differenza che caratterizzò le due rivoluzioni, quella di Lenin e quella di Mussolini. Mentre il primo pretese di cancellare ipso facto il precedente sistema e instaurare il nuovo, il secondo, salito al potere, mantenne il precedente, mutandolo gradualmente, con profonde riforme sociali, quasi tutte ancora oggi in vigore. Stalin successe a Lenin, ma entrambi furono la causa del fallimento dell’idea di Karl Marx. Stalin fu il responsabile del periodo del terrore che investì l’URSS nello spazio di tempo a cavallo degli anni Trenta. Riprendiamo da un saggio di Giuseppe Valguarnera (Historica n° 19) il ricordo dello sterminio dei piccoli proprietari terrieri (kulaki), fatto che costituì la premessa per la più atroce delle carestie, tappa fondamentale del passaggio al Terrore staliniano. La collettivizazione forzata voluta da Stalin incontrò la resistenza dei kulaki. Allora Stalin ordinò l’eliminazione di qualsiasi opposizione con la distruzione dei villaggi che rifiutavano il programma staliniano (collettivizzazione). Nel 1930 una buona metà delle fattorie individuali entrò a far parte delle fattorie collettive. La scarsità dei prodotti agricoli e di bestiame produsse una tragica carestia che ebbe inizio nel 1932, raggiungendo livelli estremi alla fine del 1933. Conseguenza: la fame. I funzionari governativi requisivano non solo il grano, ma qualsiasi genere alimentare, il bestiame e gli attrezzi agricoli, senza lasciare nulla per l’alimentazione e le semine. In agosto (1933) venne promulgata la feroce legge delle cinque spighe che prevedeva la pena di morte per poche spighe di grano cadute o raccolte durante la mietitura. Si moriva di fame nelle città e nelle campagne. Le prime vittime furono i bambini, poi gli anziani seguiti dagli uomini e dalle donne mentre la denutrizione si espandeva a macchia d’olio con le conseguenti malattie. I sopravvissuti si nutrivano di ogni genere di piante e di animali, cani e gatti, a volte di cadaveri. Particolarmente colpita fu l’Ucraina con 3 milioni e mezzo di morti. Uno dei primi a parlare di questa tragedia fu Solženitsyn che indicò la cifra dei morti per fame in 7 milioni. Nel marzo 2008 il Parlamento ucraino e 19 nazioni indipendenti hanno riconosciuto le azioni del governo sovietico in Ucraina nei primi anni Trenta come atto di genocidio. Sin qui una parte di quanto ho scritto nel mio libro, ma come reagì Mussolini alla Grande congiuntura? Dato che il volume di imminente uscita riguarda la politica estera del Governo Mussolini, la politica interna, di cui appunto è parte la reazione alla grave crisi che investì il mondo, riguarda il mio precedente saggio Benito Mussolini nell’Italia dei miracoli. Generalmente non mi piace reclamizzare i miei lavori, ma dato che ancora oggi, se è permesso il sorgere di idee e proposte che portarono il mondo ad assistere ad atrocità di ogni genere e non mi riferisco solo alle idee staliniane, ma anche – e soprattutto – a quelle liberiste che per essere protagoniste incontrastate della gestione delle ricchezze mondiali, allora non vedo il motivo per non ricordare quanto di bene e di buono fece Benito Mussolini e il suo Regime. Cito, per avviarmi alla conclusione, un giudizio di James Gregor, docente dell’Università di Berkeley, nel suo libro Interpretation of Fascism, l’Autore ricorda che la produzione industriale italiana, rapportata al 1913, salì di 81 punti negli anni della catastrofe economica. L’Italia sbalordì il mondo, scrive sempre James Gregor, presentando un aumento del 41% della produzione generale globale, superando quella francese (40%), quella tedesca (31%), quella americana (26%), quella inglese (16,5%). A questo si aggiunga che proprio in quegli anni il Regime offrì ai lavoratori e alle loro famiglie, una serie di proposte sociali, sino ad allora sconosciute non solo in Europa, ma nel mondo intero. E ancora James Gregor attesta:  Se è il confronto che convince…

Filippo Giannini

Milano, 2 notizie

Milano – Domani a Palazzo Marino i musulmani andranno a Palazzo Marino per chiede una moschea.”Sono pronte le proposte che i musulmani che risiedono a Milano avanzeranno domani al Comune nell’incontro programmato con il vice sindaco Maria Grazia Guida”. E’ quanto ha annunciato il portavoce del Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano. E gli islamici sembrano davvero “coordinati” visto che porranno sul tavolo del comune una lista fitta di richieste. “In questo incontro speriamo si possano definire le commissioni che inizieranno a lavorare sui diversi temi di interesse comune: in primis la questione dei luoghi di culto con l’adeguamento degli spazi esistenti e la ricerca di nuove soluzioni per affrontare le emergenze e portare avanti una strategia di decentramento efficiente e sostenibile. Poi proporremo di avviare un lavoro ad hoc su seconde generazioni, donne, scuola e lavoro”, ha aggiunto il portavoce.
Il rapporto con il comune. Secondo il Caim l’amministrazione attuale sarebbe sulla stessa linea degli islamici milanesi: “L’amministrazione condivide la nostra proposta per una Milano che diventi laboratorio a livello nazionale per la libertà di culto”. E gli islamici chiedono anche sconti sull’orario di lavoro chiedendo “una pausa più lunga il venerdì per consentire ai fedeli di pregare in moschea, o permessi per le due grandi festività islamiche”.
Milano – “Un aiuto folle e vergognoso”. Il leghista Matteo Salvini non usa mezzi termini per condannare l’amministrazione giudata dal sindaco Giuliano Pisapia che si è proposta di regolarizzare entro fine anno il Leoncavallo, lo storico centro sociale di Milano. Pisapia ha, infatti, deciso di avviare un tavolo con le associazioni che animano lo spazio occupato e la proprietà dell’immobile per raggiungere una soluzione. “I giovani milanesi hanno ben altri bisogni”, tuonano i lumbard accusando il neosindaco di legittimare chi vive nell’illegalità.
Il portavoce del Leoncavallo, nonchè coordinatore cittadino di Sel, Daniele Farina esulta. E’ una vittoria per il Leoncavallo. Dopo aver rassicurato la comunità musulmana garantendo la costruzione delle moschee di quartiere, adesso Pisapia paga il dazio anche ai no global dei centri sociali. Il primo appuntamento è in programma per la metà della settimana prossima e si dovrebbe svolgere in uno degli assessorati interessati alla partita. Il ruolo di Palazzo Marino sarà quello di “facilitatore affinché le parti trovino l’accordo”, ha spiegato Farina che ha sottolineato come il Leoncavallo “non chieda soldi al Comune ma di operare su un piano amministrativo per facilitare il raggiungimento del risultato”. Dopodomani perciò potrebbe essere l’ultima mattinata passata dai militanti del centro sociale ad attendere l’ufficiale giudiziario per lo sfratto. “I tempi sono maturi, si poteva fare anche in passato ma si sono persi molti anni”, ha proseguito il portavoce dello spazio occupato che si è augurato che l’opposizione di centrodestra “non alzi barricate ideologiche”. La regolarizzazione potrebbe passare per “diverse strade”, vista “la buona volontà delle parti”.
Ed è subito polemica. Il centrodestra attacca duramente la decisione di Palazzo Marino di fiancheggiare l’illegalità. “La messa a norma del Leoncavallo e, a breve, di altre realtà simili, non solo non mi convince mami preoccupa, al pari della stragrande maggioranza dei cittadini milanesi – tuona l’assessore regionale alla Sicurezza, Romano La Russa – al di là degli aspetti pseudo culturali con cui si sono sempre trincerati i frequentatori dei centri in questi luoghi di pseudo aggregazione, è noto atutti che l’illegalità e il non rispetto delle regole ha, spesso, caratterizzato l’attività di queste realtà”. Una serie di provvedimenti di facciata non faranno certo cambiare la testa e la mentalità di chi, negli anni, ha coltivato non solo una cultura della protesta ma anche dell’odio e dello scontro fisico e verbale. “Tutti sanno che il Leoncavallo – conclude l’esponente del Pdl – è ormai diventato un’impresa commerciale a tutti gli effetti, forte di ungiro di affari stimato in vari milioni di euro. Ma se è così, non dovrebbe competere ad armi pari con le altre aziende e realtà imprenditoriali cittadine?”. In primis, pagando le tasse e i contributi come tutti. Quindi, assumendo i dipendenti, emettendo regolari scontrini fiscali e rispettando. Solo in questo caso il centrodestra sarebbe disposto ad aprire il dialogo con il Leoncavallo.
Nessun sindaco e nessun assessore delle precedenti giunte si è mai seduto ad un tavolo con i rappresentanti del Leoncavallo. Per la prima volta Palazzo Marino decide di trattare con un centro sociale. “Senza ricordare i suoi nefasti precedenti degli ultimi trent’anni fatti di violenze fisiche nei confronti di chi si opponeva alla loro logica di violenza e soppraffazione – tuona l’ex vicesindaco Riccardo De Corato – il Loncavallo ha visto una serie incredibile di violazioni di leggi e normative che sono sotto gli occhi di tutte le istituzioni e che Pisapia e la sua giunta conoscono benissimo”. Che una trattativa del genere fosse nell’aria lo si poteva intuire, visto che Pisapia deve pagare il prezzo della sua elezione ai centri sociali. Il Pdl assicura tuttavia battaglia. “Contrasteremo in città e nelle aule di Palazzo Marino con ogni mezzo lecito – conclude De Corato – quella che aprirebbe una strada pericolosa visto che bisognerà dimostrare l’interesse pubblico intorno a una vicenda urbanistica di questa portata, e sopratutto visto chi sarebbero gli interlocutori del Comune”. Intanto l’associazione delle “Mamme antifasciste” del Leoncavallo, una delle associazioni che animano il centro sociale, ha deciso di querelare Salvini che ha definito “folle e vergognosa” l’intenzione del Comune di “aiutare chi semina e distribuisce droga con eventi pubblici”. “Mi querelano? Sono pronto a confrontarmi congli occupanti del centro sociale sui modelli di vita e sulla visione di Milano diversi, se vogliono anche nel centro – ribatte l’esponente del Carroccio – chi non condanna con fermezza l’uso e la diffusione di qualsiasi droga e occupa abusivamente non può dialogare con il Comune”.

Magheggi sinistri

Una straordinaria coincidenza. Ma come fate a non capirlo? Angelo Rovati, l’amico di Romano Pro­di, parla al telefono con Bruno Binasco, l’amico di Marcellino Gavio. A prima vista tutto fa pensare che l’oggetto della conversazione sia la tangente al cen­tro dell’inchiesta su Penati, ma in realtà non è così, spiega Rovati. In realtà è solo una «straordinaria coin­cidenza». Che avevate pensato? Sì, è vero: i due discu­tono di una «caparra immobiliare», che guarda caso è proprio il meccanismo con cui, secondo i pm, si pa­gavano le mazzette al centro dell’inchiesta Penati. E per di più la «caparra immobiliare» di cui parla Rova­ti è intestata a Binasco, propri come quella al centro dell’in­chiesta Penati. E per di più la «ca­parra immobiliare» scade anche lo stesso giorno, cioè il 31 dicembre 2010, proprio come quella al cen­tro dell’inchiesta Penati. Ma che ci volete fare? Quando il fato si mette d’impegno, le straordinarie coinci­denze non finiscono mai. Dunque ricapitoliamo: nell’in­chiesta Penati c’è una caparra im­mobiliare intestata a Binasco che scade il 31 dicembre. E Rovati al te­lefono parla di una caparra immo­biliare intestata a Binasco che sca­de il 31 dicembre. Però, sia chiaro: si tratta di due caparre immobiliari diverse. Sembrano uguali: tutte e due intestate proprio alla stessa persona, tutte e due datate proprio 31 dicembre, ma è solo una straor­dinaria coincidenza. Che si metto­no in testa alle volte i magistrati: l’amico di Prodi,per l’amor del cie­lo, non parla di mazzette. Al massi­mo parla di una trattoria. Davvero, non stiamo scherzando. Lo sostie­ne lui: quella caparra era legata al­l­’acquisto di un immobile destina­to a ristorante. In effetti stiamo pa­r­lando in entrambi i casi di persone che hanno tanta voglia di mangia­re…
Ma adesso basta con le battute. Rovati va preso sul serio: in fondo a chi di voi non è capitato nella vita di parlare al telefono con Bruno Bina­sco di una caparra immobiliare che scade il 31 dicembre 2010? È normale, lo facciamo tutti. E se nel­lo stesso tempo quella caparra im­mobiliare sta al centro di un gigan­te­sco episodio di corruzione che ri­guarda proprio il vostro partito, che ci volete fare? È una coinciden­za. State attenti:se al telefono c’è Bi­signani, ecco, allora di può parlare di P3, P4, rete occulta, trama segre­ta. Se c’è,per dire,Denis Verdini,al­lora è subito una cricca. Se c’è un qualsiasi amico di Berlusconi, in­somma, siete legittimati a parlare di una società criminale, Spectre micidiale, massoneria, impero del­la corruzione. Ma se al telefono c’è l’amico di Prodi, state tranquilli. È solo una «straordinaria coinciden­za». Del resto è una vita che il centrosi­nistra vive d’aria, d’amore e di stra­ordinarie coincidenze. Nell’otto­bre 1989, per esempio,venne accer­t­ato nell’ambito dell’inchiesta Eni­mont, che Raul Gardini entrò a Bot­teghe Oscure con un miliardo di li­re e uscì senza: vedi alle volte le stra­ordinarie coincidenze, che ti com­binano? Il pm Nordio indagò su 370 milioni passati dalla coop Unie­co a Marcello Stefanini, allora teso­riere del Pd, ma dovette conclude­re che si trattava di straordinarie coincidenze. Le stesse straordina­rie coincidenze che hanno portato miliardi nel borsellino di Primo Greganti, il mitico compagno G, o sui conti esteri di Cesare De Piccoli, ex parlamentare veneto del Pci. Vo­gliamo arrivare a periodi più recen­ti? Secondo voi perché D’Alema te­lefona a Giovanni Consorte, nume­ro uno di Unipol, durante la scalata Bnl, e gli dice «vai facci sognare»? E perché Fassino gli chiede «abbia­mo una banca?». È evidente: si trat­ta di coincidenze. Forse volevano anche loro comprare un ristoran­te, ma non si sono spiegati bene.
E Sandro Frisullo? Il vicepresi­dente pugliese, secondo i pm, rice­veva denaro ed escort da Tarantini, e poi lo portava a cena, dove c’era pure D’Alema. Guarda che coinci­denza. E Alberto Tedesco? L’asses­sore alla sanità pugliese, indagato per corruzione e associazione a de­linquere, è diventato, per una stra­ordinaria coincidenza, senatore del Pd: ha ottenuto il seggio quando già aveva alle calcagna i magistrati e ha ottenuto l’immunità in Parla­mento, nonostante il Pd avesse di­chiarato voto contrario. Lo vedete come si sommano le coincidenze? Arrestano per bancarotta fraudo­lenta Vittorio Casale, immobiliari­sta vicino a D’Alema? Coincidenza. Finiscono nei guai Vincenzo Mori­chini e Roberto De Santis, i due soci di Ikarus, lo yacht di D’Alema? Coin­cidenza. L’imprenditore Pio Picci­ni parla di finanziamenti al Pd e alla fondazione Italianieuropei in cam­bio di commesse da Finmeccani­ca? Coincidenza. Che ci volete fare, quando il fato si mette d’impegno ottiene ciò che vuole: quelli del cen­trodestra creano cricche, P3, P4, re­ti segrete, trame oscure. Quelli del centrosinistra, invece, niente: non hanno nemmeno bisogno di orga­nizzarsi. Si affidano alle coinciden­ze. Che, alle volte, sono assai ricche. Per esempio: Franco Pronzato, amministratore dell’ Enac ed ex consu­lente di Bersani, è stato arrestato con l’accusa di aver intascato ab­bondanti mazzette in cambio di ap­palti agevolati sui voli aerei…. Quan­do l’hanno interrogato, s’è giustifi­cato dicendo: «Pensavo fossero un regalo di Gesù Bambino». In fondo, che straordinaria coincidenza, era proprio la vigilia di Natale.