Madonna Boldrini, gli immigrati e il disprezzo per gli italiani

Boldrini fa la tour operator sulla pelle degli italiani. La situazione sbarchi è al collasso, ma la presidente della Camera spalanca le frontiere agli immigrati di Massimiliano Parente

M a quale emergenza immigrazione, suvvia. Non esageriamo. Migliaia di sbarchi di sfollati ogni giorno e Laura Boldrini è lì lì per sbarcare in Sicilia, non a nuoto come Beppe Grillo perché non ha ancora fatto la prova costume ma portandosi dietro un mare di belle parole da dire agli immigrati, sentite qui: «Welcome, benvenuti in un posto sicuro, nessuno vi torturerà, nessuno vi ammazzerà, nessuno vi perseguiterà più». Una figata. Un discorso sensibilissimo, annunciato in un’intervista alla Stampa, che passerà alla storia come il discorso del welcome. Welcome, che problema c’è, è l’uovo di Colombo, l’ovetto fresco di Laura. Perfino l’Europa, un pachiderma addormentato che si è reso conto di Hitler solo quando ha invaso la Polonia, registra una situazione gravissima, gli svizzeri se ne fregano e con un referendum hanno chiuso le frontiere, ma per Laura la soluzione è semplice, è welcome, accogliere tutti con una ghirlanda di fiori come alle Hawaii, tanto diciamo la verità, Mare Nostrum per ora sono solo cavoli nostri. Attenzione, Laura mica parla a vanvera. Lei è stata in Sudan, lì si dorme nelle bettole, il bagno è un buco per terra, sarà di quelli alla turca, ma senza offesa per i turchi, ci mancherebbe. Ci sono posti in cui ti camminano addosso gli scarafaggi, lo sapevate? Se è per questo ci sono pure in molte periferie italiane, ma mica si possono imbarcare per tornare qui a prendere il welcome di Laura. Comunque sia: «Ora che siete qui organizzatevi, non riposate sugli allori, perché bisogna essere realistici, l’Italia può fare molto, ma non può fare tutto».

Veramente in Italia non riescono a organizzarsi neppure gli italiani per se stessi, siamo annientati dalle tasse, nei supermercati la gente toglie un detersivo dalla busta della spesa perché non ce la fa a arrivare a fine mese e non ha gli occhi per piangere e neppure la scorta per ridere. La disoccupazione forse si smuoverà nel 2017, con questa data che si sposta sempre più avanti, praticamente i giovani disoccupati già adesso hanno cinquant’anni. Ma non ci camminano mica addosso gli scarafaggi, al limite ci camminano addosso gli africani, ma questi sono discorsi egoistici. Anche perché gli italiani, non dimentichiamolo, sono occidentali, e per una di sinistra l’Occidente è come il peccato originale per un cattolico.

Qui al limite si suicidano gli imprenditori, che comunque per Laura sono il simbolo del capitalismo. Anzi, io questo welcome lo piazzerei a Lampedusa con un cartello al neon tipo Las Vegas. Che poi non sarà mica limitato ai soli poveracci che si imbarcano nel Mediterraneo, credo vada esteso a tutto il mondo, dovremmo organizzare un ponte aereo con ogni Paese sottosviluppato e portarli qui, a Welcomelandia. E anche sul femminicidio, quello vero, diamo asilo a tutte le donne maltrattate dai musulmani, sempre però che lo vogliano loro, perché la cultura islamica va rispettata sia lì sia quando arrivano qui, mica siamo Oriana Fallaci. Un italiano che picchia una donna è da arrestare, un musulmano che la uccide e la sotterra in giardino, in fondo, è cultura. Infatti l’esportazione della democrazia è sempre stata un’aggressione occidentale, per quelli come Laura. Invece la ricetta di Laura Welcome è geniale, è la dottrina Bush al contrario: importare l’Africa, e a questo punto scusate anche l’India, volete mettere il vantaggio, non c’è più bisogno di andare lì per ritrovare se stessi, si tengano solo i marò.

Welcome a chiunque voglia, insomma, senza discriminazione. Anche agli zingari, che sono nomadi ma non so perché sono stanziati da anni dentro i cassonetti sotto casa mia, appena li vedo gli dico welcome. Però poi Laura Welcome dice anche che «ci vuole una cabina di regia capace di far colloquiare tutti gli attori» e ti viene il dubbio che forse stia parlando di un film, abbiamo frainteso tutto. E allora se non la candidiamo al Nobel per la pace diamole almeno premio un Oscar per la migliore interpretazione della Vispa Teresa, mandiamola a Hollywood e quando torna l’accogliamo anche noi con un bel welcome a quel paese.

Il rottamatore richiama i rottamati zombie

Renzi sa solo fare promesse e si affida ai big dell’ex Pci. Il premier chiude la campagna sotto tono a Firenze. D’Alema e Veltroni in campo per aiutarlo. L’ex segretario Pd: “Spero che Matteo superi il mio risultato del 2008” di Laura Cesaretti

Giunti all’ultimo giorno, il Pd serra i ranghi e scendono in campo anche i veterani per combattere l’ultima, incerta battaglia. C’è Matteo Renzi, che sa di giocarsi domenica buona parte del suo futuro da premier, che convoca una conferenza stampa a Palazzo Chigi per mettere sul piatto (tramite immancabili slide) i risultati del governo e che ammette: «Devo fare autocritica, non siamo riusciti a far passare il messaggio delle cose realizzate. C’è stata una grande abilità di alcuni leader nel cancellare anche le riforme fatte». Secondo Renzi, «i provvedimenti assunti fino ad ora dal governo non sono ancora sufficienti a cambiare verso ma è difficile trovare altri governi che in 80 giorni hanno realizzato risultati così concreti e questo è per noi un elemento di stimolo».

C’è Walter Veltroni che gira per il Nordest per dare una mano ai candidati Pd alle Europee e che spiega a Huffington Post: «Sono l’unico recordman che si augura di essere battuto. Spero che domenica il Pd vada oltre il risultato del 2008». Oltre quel 34% che proprio lui, allora segretario del Pd e candidato premier, riuscì a sfiorare – nonostante il grave handicap dell’ultimo, tragicomico governo Prodi appena caduto – e che da allora è rimasto il sogno irraggiungibile dei suoi successori. Veltroni sponsorizza generosamente Renzi («Ha fatto tutto quello che doveva e poteva fare, in questa campagna elettorale. Mi auguro un ottimo risultato») e la candidata Alessandra Moretti, capolista a rischio bocciatura perché l’Emilia del suo primo talent scout, Pier Luigi Bersani, le ha chiuso le porte.

E c’è Massimo D’Alema, che denuncia inquietanti scenari speculativi e manovre finanziarie dietro il gran battage pubblicitario su Grillo e la mirabolante avanzata delle sue truppe, date da alcuni rilevamenti alla pari, se non addirittura in testa sul Pd. «Queste voci hanno fatto balzare verso l’alto lo spread – spiega – e quindi poi chi le ha diffuse ha comprato titoli a maggior rendimento bisogna stare molto attenti alle voci che vengono messe in giro». Il partito dell’ex comico, ricorda, «era già il primo partito alle Politiche del 2013, ma tutto questo è stato rimosso e quindi si è inventato che siamo di fronte alla ascesa del Movimento 5 Stelle. Invece questa volta Grillo sarà secondo».

Comunque vada, assicura Renzi da Roma, il governo «andrà avanti», la coalizione che lo sostiene (e che pure è anomala, ricorda, visto che i partiti che la compongono appartengono a tre diverse famiglie europee: Pse, Ppe e Alde) «rimarrà quella attuale» e soprattutto «le riforme andranno avanti comunque: non arretro di mezzo centimetro». Giovedì sera la manifestazione di chiusura della campagna elettorale ha lasciato un po’ di amaro in bocca: Piazza del Popolo era meno affollata che in altre occasioni (colpa anche di «un Pd romano diviso in gang che si fanno la guerra con ogni mezzo, e che Renzi dovrebbe affrettarsi ad asfaltare», spiega un dirigente Pd) e la manifestazione è stata disturbata da un manipolo di attivisti dei centri sociali armati di bandiere No Tav (e non solo, visto che è stato sequestrato dalla Digos anche un pugnale) che hanno provocato tafferugli e scontri anche fisici con il servizio d’ordine Pd. Risultato: quaranta fermati dalla polizia. Ieri sera, chiudendo il suo tour de force prima del sabato di silenzio elettorale, il premier è tornato là da dove era partito, nella sua Firenze. Proprio dove Grillo ha evocato il fantasma di Berlinguer, ergendosene a presunto erede, per tentare di costringere il candidato successore di Renzi, Dario Nardella, alla beffa del ballottaggio.

La demenziale follia di madonna boldrini

La presidente della camera alla presentazione del rapporto che registra il crollo dell’afflusso turistico. «Non si può offrire servizi di lusso ai turisti e trattare male i migranti». Boldrini: «Le politiche per il turismo andrebbero pensate in modo integrato con le altre politiche»

Un’affermazione da interpretare. E che sicuramente farà discutere. «Non possiamo, senza una insopportabile contraddizione, offrire servizi di lusso ai turisti affluenti e poi trattare in modo, a volte inaccettabile i migranti che giungono in Italia dalle parti meno fortunate del mondo, spesso in condizioni disperate» afferma la presidente della Camera Laura Boldrini. «Le politiche per il turismo andrebbero pensate in modo integrato con le altre politiche rivolte all’accoglienza degli stranieri che vengono da noi per ragioni di lavoro, di studio, di cura o semplicemente alla ricerca di pace, di diritti e di sicurezza» ha aggiunto la Boldrini.

Rapporto

Boldrini, ha aperto il suo intervento alla presentazione del Rapporto 2014 di Italiadecide, «Il Grand Tour del XXI secolo – L’Italia e i suoi Territori», in corso nella sala Regina di Montecitorio. Rapporto che, come evidenziato dal Corriere in un articolo di Gian Antonio Stella, vede l’Italia aver perso in 64 anni, significative quote del turismo mondiale (dal 20% al 4,4%). Perdita di quote di mercato però che secondo il rapporto, sembrano dovute soprattutto ad un calo della qualità media dei nostri servizi al turismo. Per Boldrini invece il Paese deve dare «l’esempio concreto di una cultura dell’accoglienza che sia integrale, a 360 gradi, e che sappia misurarsi con la sfida della globalizzazione, quella sfida che porta con sé, come è ovvio, anche maggiori opportunità di circolazione delle persone, e non soltanto delle merci, dei capitali delle informazioni».

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Peccato però che i turisti paghino per gli alberghi di lusso… Meglio toglierci dai coglioni quegli stronzi danarosi turisti e tenersi la feccia nordafricana, vero signora?

Non arrivare a metà mese…

Il comunista Rizzo si lamenta: “Dopo 20 anni di parlamento vivo con 4.500 euro al mese”. Il 55enne Rizzo si dice ancora “marxista-leninista” ma si lamenta del vitalizio. Rivolta sul web: “Dopo 42 anni di contributi, prendo 1200 euro” di Sergio Rame

Il comunista Marco Rizzo finisce impallinato in rete. A far infuriare gli internauti alcune dichiarazioni rilasciate all’Espresso in una recente intervista. “Noi siamo marxisti-leninisti, che vogliono il socialismo”, ha detto, fiero, l’ex parlamentare dei Comunisti italiani raccontando che, adesso che a soli 55 anni di trova fuori dalla politica dei palazzi romani, riesce a tirare fine mese ricevendo un vitalizio da 4.500 euro netti al mese perché ha lavorato vent’anni in parlamento.

In molti sul web hanno chiosato l’intervista di Rizzo ricordandogli l’età pensionabile degli Italiani. “Volevo semplicemente ricordarie che il sottoscritto, per poter percepire la pensione dovrà versare 42 anni di contributi e lavorare fino all’età di 64 anni – scrive Andrea Mavilla sul suo blog – mentre lei, dopo solo 20 lunghissimi anni in parlamento a ‘scaldare la poltrona’, percepisce una misera pensione di 4.500 euro al mese”. Insomma, un trattamento a dir poco differente. “Se l’Italia fosse stata una repubblica democratica, quindi governata dal popolo – è la stoccata finale – il popolo, essendo sovrano, non avrebbe mai e poi mai permesso queste disparità di trattamento, questi privilegi a senso unico che fino ad oggi hanno contribuito negativamente sulle capacità di sviluppo del nostro Paese”. Un’altra lettrice, Lucia, fa sapere al comunista Rizzo che, pur essendo donna con tre gravidanze alle spalle, potra andare in pensione intorno ai 66 anni, con oltre 46 anni di anzianità. Importo della pensione? Intorno ai 1.300 euro netti. “Secondo me – scrive Lucia – c’è qualcosa che non quadra”.

Claudia, invece, ha iniziato a lavorare a sedici anni. Dopo trentanove anni di contributi, però, è una degli esodati vittime della riforma firmata dall’ex ministro Elsa Fornero. Così all’attuale governo chiede: “Rizzo prende un vitalizio da 4500 euro e mille euro per noi esodati non si trovano proprio?”. “E lei si dice comunista della linea marxista/leninista? – chiede spazientito Nino – allora se lei avesse davvero lavorato come un comunista, dopo vent’anni la sua pensione si aggirerebbe intorno ai 200/300 euro al mese”.

Scouting con cani e porci

De Petris (Sel),numeri per governo scopo. Con dissidenti M5S, per modificare Porcellum

MILANO, 1 OTT – Ci sono i numeri per un governo di scopo con Sel e dissidenti di M5S per cambiare il Porcellum e affrontare le emergenze economiche. E’ quanto ha detto la senatrice Loredana De Petris, presidente del Gruppo Misto e dei senatori di Sel a palazzo Madama, intervistata da Radio Popolare. “Nessuno puo’ immaginarsi che i voti di Sel e di una parte del M5S possano andare domani a sommarsi ad un governo di larghe intese azzoppato”.

Continuità (mortale) post-Monti e post-Letta?

Il Colle: se salta Letta tocca a Saccomanni. Napolitano manda il premier a caccia di voti. Il piano B? Governo di scopo per salvare i conti e rassicurare Ue e mercati di Massimiliano Scafi

Roma – «Non ho più voce», dice rauco Giorgio Napolitano alle sei di sera scendendo dal treno che lo ha riportato a Roma. Poco male, la ritrova più tardi, quando Enrico Letta sale al Quirinale per concordare «la successione dei passi». La linea è questa. Primo, il premier andrà in Parlamento, chiederà la fiducia e, chissà, potrebbe pure strapparla. Secondo: comunque vada, scordatevi le elezioni a novembre. «Il presidente della Repubblica concede lo scioglimento delle Camere quando non c’è la possibilità di dar vita a una maggioranza e a un governo per il bene del Paese».

Terzo, niente governicchi, il percorso «deve essere lineare». Sintetizzando, se Letta cade, si va verso un esecutivo di «piccole intese» guidato da Fabrizio Saccomanni, più conosciuto in Europa di Grasso, con l’obbiettivo di varare la legge di stabilità e magari anche la riforma del Porcellum. Poi si vedrà. L’incontro al Quirinale dura un’ora e mezzo. Nel comunicato finale non si parla di dimissioni del premier, ma di verifica in aula: «Il succedersi di dichiarazioni pubbliche politicamente significative dei ministri dimissionari, di vari esponenti del Pdl e dello stesso presidente Berlusconi ha determinato un clima di evidente incertezza circa gli effettivi possibili sviluppi della situazione politica». Da qui «la decisione di illustrare in Parlamento, che la sede propria di ogni risolutivo chiarimento, le valutazioni sull’accaduto e sul da farsi».

I partiti litigano, la strana coppia è esplosa. Ma al dunque, come Re Giorgio spiega in mattinata a Napoli, è tutta una questione di matematica. Se ho fiducia nel Pdl? Il presidente non è che si fidi di una forza politica o dell’altra, ma valuta e agisce in base ai numeri determinati dagli elettori. «Valuterò tutte le opzioni, senza preconcetti. Vedrò se ci sono le possibilità per il prosieguo della legislatura». Insomma, contano i rapporti di forza in Parlamento, cioè quanti moderati o centristi decideranno di sostenere Letta. Presto per fare ipotesi, «siamo in una fase un po’ criptica». Però, in caso di crisi, Napolitano non vuole battezzare un governino qualsiasi, un esecutivo esposto a tutti i refoli dello Zodiaco. Userà lo stesso metro, sostiene, di quello della primavera scorsa, quando Bersani inseguiva a vuoto i grillini e dopo il suo flop sono nate le larghe intese: «I numeri rendevano impossibile la formazione di altri governi».

E ora, i numeri ci sono? Le prossime ore saranno decisive. Nel frattempo Napolitano tiene a rapporto Letta e rallenta la corsa della crisi. «Ho avuto come tutti la notizia sabato sera dal presidente del Consiglio e da una telefonata di cortesia di Alfano – racconta – Vedremo quale sarà il percorso possibile. Procederò a un’attenta verifica dei precedenti di altre crisi, a partire da quella del secondo Prodi». Dopo due anni sul filo, nel gennaio del 2008 il Professore in difficoltà cercò un’avventurosa fiducia. Sconfitto, restò in carica per gli affari correnti mentre Napolitano affidò l’incarico a Franco Marini. L’esplorazione fallì e un mese dopo Re Giorgio sciolse le Camere. Da qui si capiscono due cose. La prima è che Napolitano non vuole ripetere l’esperienza Prodi, l’altra è che la finestra elettorale di novembre è chiusa. E poi c’è la legge di Stabilità da approvare entro l’anno. L’Italia, teme il Colle, ha già il fiato sul collo delle agenzie di rating e dei mercati, non reggerebbe una crisi al buio. Napolitano ripete il suo mantra, «continuità e stabilità politica» e cerca in ogni modo di svelenire il clima.

Quando la parentopoli è loro… allora è corretto

Nomine e contratti in campidoglio: la cappon chiamata dall’assessore Flavia Barca. E il Comune di Roma assume l’«occupante». Contratto a tempo determinato per Benedetta Cappon (figlia dell’ex dg Rai): era portavoce del Teatro Valle occupato

ROMA – Da portavoce del teatro Valle occupato a impiegata nelle istituzionali e austere stanze del Dipartimento alla cultura del Campidoglio. È il salto professionale di Benedetta Cappon, 33 anni, figlia dell’ex direttore generale della Rai Claudio, assunta con contratto a tempo determinato dall’amministrazione di Roma Capitale su proposta dell’assessore Flavia Barca (e quindi a chiamata diretta, cioè senza bando pubblico). Benedetta Cappon, che prima di diventare la voce degli «occupanti» del teatro Valle era stata capo ufficio stampa dell’Eliseo, è una delle tredici persone assunte con delibere della giunta guidata da Ignazio Marino nell’ultimo mese, paradossalmente proprio mentre all’interno dello staff dello stesso sindaco c’era chi provava a studiare, come misura salva-bilancio, il prepensionamento di circa 5000 dipendenti comunali in esubero. L’ipotesi per adesso è accantonata. I dipendenti però si preparano ad affrontare tempi duri. «Se l’idea è di tagliare chi è entrato con concorso e intanto assumere a chiamata diretta i “figli di” o gli “amici di”, non ci siamo» protestano negli uffici comunali. Anche perché quanto accaduto nei giorni scorso proprio al Dipartimento cultura ha destato malumori e preoccupazioni. Appena insediata l’assessore Barca aveva annunciato agli uffici la volontà di «inserire delle nuove professionalità».

Dopo pochi giorni, la prima novità: Rosi Nicolai, dipendente del Comune che lavorava al Dipartimento cultura dai tempi di Gianni Borgna assessore (e che era rimasta con tutte le giunte, compresa quella di Alemanno), tornata da un periodo di ferie non ha ritrovato il proprio posto. Flavia Barca aveva deciso infatti di privarsi della sua collaborazione (dopo aver ricevuto tantissime attestazioni di stima e solidarietà, Rosi Nicolai è stata poi ripescata nella Commissione cultura dell’Assemblea capitolina). A breve giro di posta, dopo la rimozione della collaboratrice storica dell’ufficio, è stata quindi approvata la delibera che prevede l’assunzione a tempo determinato della Cappon e di altre due persone, Valerio Mingarelli e Mariangela Modafferi, selezionate perché – fra i vari motivi – «in considerazione delle numerose e rilevanti funzioni politico-istituzionali assegnate all’assessore, si rende necessario individuare dei collaboratori che, per esperienza, capacità personali e professionali, siano in grado di coadiuvare il medesimo nell’espletamento del proprio mandato». Tutti selezionati «intuitu personae», cioè a chiamata diretta a causa del «carattere fiduciario» dell’incarico. Le retribuzioni per tutti e tre i neo-assunti ammontano a circa 22 mila euro lordi all’anno, più un misterioso «emolumento unico» stabilito con «note protocollari» firmate dall’assessore che però, pur essendo citate, non sono allegate alla delibera (come del resto i curriculum delle persone selezionate, non ancora disponibili sul sito Internet di Roma Capitale).

I vermi e il letta-bis

Le trame. Letta-Bis, e la cena a casa Scalfari

Una cena a casa di Eugenio Scalfari per “apparecchiare” il Letta-bis. Un secondo mandato che dovrebbe vedere la luce a metà della prossima settimana grazie ai senatori “responsabili” e ai senatori a vita appositamente nominati da Napolitano. D’altronde sono molti i senatori azzurri che stanno via via prendendo le distanza da Berlusconi e a dimostrarsi disponibili a dare la fiducia a un Letta o a un Letta-bis. Un governo sostenuto da Pd-Scelta civica-autonomie con il sostengo dei quattro senatori a vita we dei dissidenti grillini, potrebbe contare su 150 voti. Dieci in meno per arrivare alla maggioranza ma centrodestra cominciano i malumori, non tutti hanno preso bene la decisione delle dimissioni di massa, non tutti sono pronti a sacrificarsi nel nome di Silvio e così il Letta-Bis non è più solo un’ipotesi.  Secondo Dagospia la possibilità di un Letta-bis si sarebbe configurata proprio a casa di Eugenio Scalfari con gli invitati eccellenti: il premier Enrico Letta, il presidente della Bce Mario Draghi e niente meno che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che avrebbe benedetto l’accordo. Secondo il sito Dagospia il Letta due ci propinerà altre tasse che saranno tutte ricondotte alla politica di Berlusconi che ha preferito “staccare la spina” al governo piuttosto che accettare la decadenza. “Se il banchiere Draghi non ha sbagliato i propri calcoli, ci aspettano un paio di settimane di turbolenza politica, ma i mercati ci risparmieranno perché Francoforte è con noi ed è pronta ad aiutare il Letta-bis sul fronte dello spread”, scrive Dagospia.

Segnali di allarme – Come dicevamo, i numeri ci sono tutti per un altro Letta. Ci sono già alcune prese di posizine pubbliche come quella di Paolo Naccarato di Gal che ha messo in guardia Berlusconi annunciando tradimenti insospettabili (Gaetano Quagliariello e Carlo Giovanardi non hanno firmato le dimissioni e non hanno alcuna intenzione di farlo adesso). E poi altre ai quattro senatori grillini che hanno lasciato Beppe ci sono quelli che davanti a un governo che abbia la posibilità di riscrivere l’odiata legge elettorale potrebbero anche accettare di votare la fiducia. Ci sono poi i sette senatori Sel, con Nichi Vendola che ha parlato della necessità di “cancellare il Porcellum e avviare l’Italia verso la ripresa”.

L’hanno fatto!

Mentre qualcuno ha finalmente avuto le palle di dimettersi, il nipote dello zio accusa gli avversari di essere folli… la verità è che folli siamo stati noi italiani ad aver sopportato tutto ciò. L’arrivo di Monti, la stracciatura della costituzione e l’arrivo di Letta e tutto lo schifo della criminale Ue che non sto ad elencare ora. Nel frattempo, si vocifera che la nazista si sia invaghita di Fonzie-Renzi e lo vorrebbe a capo del governo… (l’ennesimo mezzo democristiano e mezzo comunista) E, in tutto questo, c’è il fantasma della troika direttamente in casa (finora era travestita da Monti prima e da Letta poi) o di un Letta bis. E dopo questo ennesimo completo fallimento ideato dal rincoglionito Re Giorgio, che, per vergogna dovrebbe indire subito nuove elezioni e successivamente, togliersi dai coglioni e ritirarsi nelle proprie tenute a giocare coi nipotini. Invece, che fa? Ha la faccia come il didietro a dire che bisognerebbe fare una amnistia mentre parla di fiducia. E’ proprio vero che ad una certa età, il cervello non funziona più come dovrebbe. E Re Giorgio ne è la prova lampante.
Napolitano a Napoli: “Il futuro è incerto ma bisogna avere fiducia”. Il Colle, a Napoli per l’anniversario delle Quattro Giornate: “Futuro incerto, ma ci sia fiducia” di Lucio Di Marzo

In un parallelismo tra le Quattro giornate di Napoli, di cui oggi si celebra il 70esimo anniversario e l’attuale situazione italiana, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricordato oggi “l’esempio e l’impulso offerti alla riconquista dell’unità e dell’indipendenza nazionale” dall’insurrezione avvenuta durante la seconda guerra mondiale, episodio che deve “dare convinta fiducia in quello che di qui può ancora avvenire”. Il ricordo del Capo di Stato pensa al futuro della “causa comune dell’Italia e dell’Europa”, ma anche a Napoli, che ha “necessità di un incoraggiamento, ma anche necessità di riconoscimento e di attenzione sul piano nazionale”. Un allarme bomba è scattato al carcere di Poggio Reale, dove il Presidente era atteso. A preoccupare la presenza di un’auto sospetta a lato della prigione. L’allarme è cessato dopo un intervento tempestivo degli artificieri. Durante la sua visita alla prigione il Capo di Stato ha detto di avere pronto un messaggio per chiedere al Parlamento di valutare la possibilità di un indulto o un’amnistia, non soltanto per rispettare “la sentenza di Strasburgo”, ma per “un imperativo umano e morale”. A chi chiedeva se il provvedimento svelenirà il clima delle Camere, ha risposto di augurarsi che “il clima sia già sufficientemente svelenito affinchè la mia richiesta possa avere un’accoglienza serena”.

Dal nulla, nel nulla…

Bray, il ministro del nulla raccomandato da D’Alema. Il titolare dei Beni culturali, paracadutato dal Salento al governo, ha un curriculum indecifrabile e amici nei salotti progressisti di Giancarlo Perna

Mentre mi accingo a scrivere di Massimo Bray, neo ministro pd dei Beni Culturali, ho come la sensazione che, per parlarne, dovrò spesso ricorrere alla parola: nulla. Per cominciare, è dal nulla che proviene. Nessuno, tranne la cerchia dalemiana che lo ha prodotto, ne conosceva l’esistenza fino al debutto da deputato in febbraio e alla nomina a ministro il 28 aprile. Il ministro ai Beni culturali, Massimo BrayDue en plein in un paio di mesi per un uomo di mezza età – Bray ha 54 anni – che, toccato dalla bacchetta di Max D’Alema, ha emulato il cavallo promosso senatore da Caligola. Se n’è indignato Ernesto Galli della Loggia, in genere cauto commentatore del badiale Corriere della Sera, al punto da vergare un corsivo al gas nervino. «Mentre nessuno – scrisse il giorno stesso in cui Bray divenne ministro – avrebbe mai osato nominare all’Economia o all’Istruzione, un illustre sconosciuto, o qualcuno dalle competenze inesistenti, per i Beni culturali, si è potuto benissimo. È bastato che così abbia voluto un ras politico… per bassi calcoli di potere correntizio». Questo – concluse l’Ernesto furioso – è «cosa inaccettabile. Destinata a segnare un distacco ulteriore tra il Paese… e la politica». Ferocia forse eccessiva – alle mezze figure i Beni culturali sono abituati, dalla bella Melandri, ai diplomati Rutelli e Veltroni – ma il curriculum del neo ministro conferma che nulla lo destinava all’incarico se non il divin capriccio di D’Alema, ras del Salentino di cui il Nostro è nativo.

È di Lecce, infatti, Massimo Bray, cognome che da quelle parti si pronuncia con l’accento sulla ipsilon, Braì, rampollo di uno stimato cardiologo, oggi ultranovantenne. Dopo il liceo, il giovanotto traslocò a Firenze dove, a 25 anni, si laureò in Lettere. Ebbe il suo primo lavoro a 31 anni, assunto dall’Enciclopedia Treccani come redattore per le voci di Storia moderna. Come e perché sia stato reclutato in veste di storico, non è dato sapere. La biografia ufficiale nel sito del governo è avara di dati concreti, mentre largheggia in fronzoli. Non si capisce, per esempio, se sia laureato nel ramo storico o abbia approfondito la materia in studi successivi, così da giustificare l’assunzione. Neanche si afferra cosa abbia combinato dalla laurea nell’84 al primo impiego nel ’91. La biografia parla per questi sette anni di «un itinerario da borsista», espressione mondan-turistica che evoca l’immagine di un chierico vagante per le strade d’Europa. Secondo il sito, ha usufruito di borse di studio a Napoli, Venezia, Parigi e Simancas. Per cosa e conto di chi è un mistero. Le borse di studio, che si sappia, si ottengono da università, Cnr e simili istituzioni culturali. Chi le ha date a Bray per consentirgli di trotterellare a lungo prima di guadagnarsi da vivere con un normale lavoro? Ha per caso messo a frutto le ricerche con libri, saggi, articoli? Vattelapesca. Solo il soggiorno a Simancas, villaggio castigliano di tremila abitanti, ci dà una traccia. Costà ha sede, infatti, l’Archivio di Stato spagnolo che, ovviamente, ha attinenza con la Storia.

Massimo è tuttora dipendente della Treccani, dove ha collaborato alla digitalizzazione delle enciclopedie treccanesche. Quale sia stato, in quest’ambito, il suo reale contributo è, al solito, indecifrabile. Secondo la nota scheda, «ha seguito l’apertura al web con grande entusiasmo». Significa che ha materialmente fatto qualcosa o si è limitato a gridolini e salti di gioia? Vai a saperlo. Alla Treccani il forse storico ha frequentato Giuliano Amato, che presiedeva l’Istituto fino a una settimana fa quando è passato alla Consulta. Amato inoltre era socio della fondazione di D’Alema, Italianieuropei. Così, con la doppia protezione di Max e Giuliano, Massimo è diventato anche direttore dell’omonima rivista. Poi, come una ciliegia tira l’altra, Lucia Annunziata – che avendo in D’Alema il proprio faro, pensava di fargli cosa grata – ha offerto a Bray una rubrica sull’Huffington Post, il giornale digitale, affiliato alla catena dell’Espresso debenedettiano, che dirige. Collaborazione che Massimo ha proseguito imperterrito dopo la nomina ai Beni Culturali. Quindi, oggi abbiamo un ministro schierato con un gruppo editoriale e, se non scrive gratis, a libro paga del medesimo. Si è invece dimesso da un’altra curiosa prebenda ottenuta grazie al milieu pugliese di D’Alema: la presidenza de «La Notte della Taranta», fondazione che organizza nella Grecìa salentina un danaroso Festival di musica popolare, dedicato – nientemeno – che al recupero della pizzica. A dargli l’incarico anni fa furono i cacicchi locali di Baffino – Sergio Blasi e Salvatore Capone -, gli stessi che in febbraio lo hanno catapultato in Parlamento. Assurto a ministro, Bray ha dato il meglio di sé come piacione. Su diversi siti, su Facebook ecc., dice ininterrottamente la sua sulla cultura – «salviamola per salvare il Paese»; «su questo ci giochiamo tutto» -, infarcendo ogni riga di «fruizione», «nicchie di ricezione», «turismo consapevole» che danno la chiara sensazione del nulla. Tanto più che considera il bene culturale monopolio statale, con esclusione degli aborriti privati, in un momento in cui le casse pubbliche sono a secco. Ai pistolotti politici in rete, alterna citazioni, poesie di suo gusto, brevi cenni sull’universo che mandano in sollucchero le signore sue fan le quali, come Maya Santo commentano: «Fantastico, il mio ministro preferito» o come Alessandra che gli spedisce via web un fumettistico: «Smack».

Non inquietatevi se un giorno, visitando un museo o una dimora storica, vi troverete accanto un tipo bizzarro, con zainetto e auricolare, che pare sfuggito a un sorvegliante. È il Nostro in una delle sue incursioni a sorpresa nei luoghi d’arte, dove controlla che il personale sia efficiente e i sovrintendenti degni del ruolo. È già successo a Pompei dov’è andato in treno – ma senza riuscire ad arrivare perché a metà viaggio la Circumvesuviana fu manomessa da vandali -, alla Reggia di Caserta dove è giunto in bici e in altri luoghi. Inquietatevi invece se tornerà al Teatro Valle di Roma, dove ha trascorso una serata per assistere alla pièce della collega di Repubblica, Concita De Gregorio, del suo stesso gruppo editoriale. Il Valle, come si sa, fu occupato due anni fa alla maniera dei no global da borghesi e suffragette e vive illegalmente a spese della collettività. Diversi trovano chic andarci per sentirsi progressisti in trincea. Passi per Stefano Rodotà che deve dare un senso ai suoi ottant’anni. Ma se lo fa anche Bray, amoreggiando da ministro con l’illiceità, del ruolo che ricopre non ha capito nulla. E se il premier Letta fosse serio, il nulla dovrebbe tornare nel nulla.