CC, che carriera!

Claudia Cardinale è stata per anni il volto-simbolo del buon cinema italiano. Ripercorrere la sua strabiliante carriera è pertanto, ripercorrere la storia del nostro cinema quando era vero cinema, apprezzato e guardato con rispetto e interesse nel mondo intero. Ma anche la nostra storia e i nostri costumi. Oggi è un’anziana signora, con tanto di nipoti, che ha avuto la fortuna di

Il ciclo arturiano e la nascita di una nazione

Il ciclo brettone e arturiano è comune a due storie della letteratura: a quella francese e a  quella inglese. In Francia Chrétien de Troyes, autore medievale della letteratura cortese,  in Gran Bretagna Geoffrey di Monmouth, Robert Wace and Layamon che chiamavano la spada
Caliburn; una spada magica venuta da Avalon, secondo la tradizione celtica. E più tardi, sir Thomas Mallory (cognome che

Il posto delle fragole

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Recentemente il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa, nel suo saggio La civiltà dello spettacolo, ha sostenuto che “la nostra epoca, in accordo con l’inflessibile pressione della cultura dominante, che privilegia l’ingegno rispetto all’intelligenza, le immagini rispetto alle idee, lo humour rispetto alla gravità, la banalità rispetto alla profondità, non produce più artisti come Ingmar Bergman, Luchino Visconti o Louis Bunuel” e che ci dobbiamo accontentare di icone di serie B come Woody Allen, che sta a Orson Welles come Andy Warhol sta a Van Gogh, o come Dario Fo sta a Ibsen. Completamente d’accordo con lui, prendo spunto dalla sua osservazione per parlare di un grande maestro del cinema, Ingmar Bergman, un autore di cui sentiamo tanto più la mancanza in quanto siamo consapevoli che, oggi, nessuno, per le ragioni indicate da Vargas Llosa, potrebbe rimpiazzarlo, ma alle cui opere dobbiamo continuare ad abbeverarci sia per non perdere la capacità di distinguere tra il genio autentico e l’impostura del genio (un fenomeno che oggi possiamo osservare in tutti i settori, in particolare in quello delle discipline artistiche) sia per coltivare la speranza che prima o poi si cambi rotta e si ricominci ad insegnare e a distinguere dove stia la bellezza vera e dove invece la sua contraffazione e/o negazione.

Ingmar Bergman è stato uno dei più grandi registi di sempre, uno di quegli autori a cui guardare con venerazione e gratitudine per tutte le grandi opere che ci ha donato e attraverso le quali abbiamo sognato e vibrato d’intensa emozione. Potrei dire che, per me, egli rappresenti, nel cinema, quello che Shakespeare è stato per il teatro e la letteratura, un autore che ha fatto crescere di una buona spanna, per così dire, la disciplina in cui ha esercitato il suo genio, l’ha nobilitata e resa più bella, più importante. Nel corso della sua lunga esistenza ha realizzato più di trenta film, tra cui molti capolavori, ma quasi tutti importanti e tutti, in ogni caso, non riducibili a un commento frettoloso. Non è quindi possibile condensare in un solo articolo tutta la sua produzione. Mi limiterò, per questa volta, a parlare di un solo film, uno di quelli che, tra quelli girati dal regista svedese, mi è particolarmente caro forse perché è uno dei primi che ho visto, ma anche perché rappresenta una sorta di summa del suo lavoro e dei suoi temi. Il film è Il posto delle fragole, una di quelle opere il cui fascino rimane intatto e forse si accresce col trascorrere del tempo e che, rivista oggi, continua a farci vibrare nei punti più sensibili dell’anima, provocandoci tremori e sussulti ma anche qualche sorriso, sollecitandoci inoltre a scrutare senza timore nei luoghi più remoti della nostra coscienza. Esso è, tra l’altro, il film che ha dato al regista svedese la notorietà internazionale (quando uscì, nel 1957, vinse l’Orso d’oro a Berlino e il premio della critica a Venezia), ma, come dicevo, è un condensato dei suoi motivi espressivi: l’amore che, pur con le sue difficoltà, insufficienze e talvolta delusioni, rappresenta l’unico antidoto contro la solitudine e l’aridità dell’anima, quell’aridità che deriva dagli steccati che solleviamo tra noi e gli altri e che finisce per privarci della nostra umanità; il tempo che scorre via inesorabilmente e ci riempie di nostalgia per la gioia non più provata verso ogni quotidiana scoperta; il dubbio sul senso della vita; la paura della morte e del buio oltre la morte; la sensibilità e gratitudine verso l’animo femminile che può soccorrere l’uomo contro le sue amarezze e i suoi timori – il tutto restituito alternando ai momenti drammatici e angosciosi pause umoristiche e talvolta anche idilliache, in un gioco narrativo che tiene conto della lezione dei grandi autori letterari della modernità, da Proust a Yoice, da Strindeberg a Pirandello. La trama, un viaggio in auto da Stoccolma a Lund compiuto dal protagonista, è intessuta di squarci onirici, di ricordi a volte teneri, a volte penosi, e d’illuminazioni e riflessioni probabilmente desunti da ricordi autobiografici risalenti alle esperienze vissute dal regista in seno a una famiglia dominata da un padre severo, distaccato e intollerante, e da una madre forse troppo protettiva e quindi dal clima nevrotico e ansiogeno che i figli respiravano nel conflitto di carattere tra due genitori così diversi. I battibecchi feroci dei due coniugi che finiscono fuori strada con la loro auto e che il protagonista ospita per un tratto di strada sul proprio automezzo, delinea un rapporto dove l’astio e il rancore hanno ceduto il posto alla comprensione e all’amore, descrivendo un inferno coniugale che Bergman doveva conoscere molto bene.

In sintesi, Il posto delle fragole è una sorta di meditazione sull’esistenza da parte di un uomo, il professor Isak Borg, che, giunto quasi al termine della vita, si pone molti dubbi sulla sincerità e giustezza del proprio comportamento con se stesso e con gli altri, soprattutto verso la moglie ormai morta, con la quale non ha avuto un rapporto felice, e verso il figlio Evald e la nuora Marianna, coi quali non ha mai desiderato intrattenere un rapporto di comunicazione, mantenendo perciò un certo distacco dalla crisi coniugale che attraversano i due giovani. La nuora viaggia con lui perché, improvvisamente, ha deciso di tornare dal marito, che vive a Lund. Nel corso del viaggio il rapporto tra Isak e la nuora, inizialmente freddo, anzi quasi ostile, diventa cordiale e in un certo senso intimo, tanto che Isak le confiderà di fare strani sogni che interpreta come messaggi provenienti dal suo intimo più nascosto. “E’ come se cercassi di dire qualcosa a me stesso, qualcosa che non voglio udire quando sono sveglio”. Alla domanda della nuora su cosa potrebbe essere ciò che non vuole udire, il professor Borg risponde con decisione: “Che sono morto, pur essendo vivo”. La frase allude chiaramente al distacco e alla freddezza verso i suoi simili che egli ha ottenuto chiudendosi nel suo egoismo e nella sua indifferenza, e questa dichiarazione risulta come un’ammissione di colpa e di pentimento per un comportamento sbagliato. E alla fine del film, quando il figlio e la nuora si ritrovano, cerca, sia pur goffamente, di contribuire alla loro riconciliazione. Marianne lo capisce e, accomiatandosi da lui per andare a ballare col marito, gli stampa un bacio sulla guancia. “Ti voglio bene, Marianna”, dichiara Isak d’impulso e lei risponde con semplicità: “Anch’io ti voglio bene, papà Isak”. Il messaggio del film viene quindi condensato in queste due battute, dove il regista affida all’amore e alla comunicazione il compito di vincere il timore del contatto con l’altro e il disgusto di vivere per poter uscire dalla gabbia dell’indifferenza e della morte dell’anima.

Al tempo in cui girò il film, Bergman non aveva ancora compiuto quarant’anni ma, evidentemente, era già in grado di fare previsioni e bilanci su una vita giunta al tramonto, indubbiamente proiettandovi i suoi dubbi e i suoi rimpianti sull’esistenza che aveva condotto fino a quel momento. Il protagonista del film, un medico di settantotto anni che si reca a Lund per ricevere un prestigioso titolo accademico, è interpretato da un altro grande regista svedese, Viktor Sjostrom, che restituisce il personaggio con intensa partecipazione, svariando dalla trepida commozione all’angoscia e al rimpianto del proprio passato (rievocato proustianamente dall’incontro con i luoghi dove il professore ha trascorso momenti della sua giovinezza in cui rivede, nel mitico “posto delle fragole” dove avvenivano gli incontri tra innamorati, la ragazza che ha amato in gioventù ma che poi gli ha preferito un altro) e al rimorso per essersi isolato da tutti espresso dalla sua coscienza attraverso i sogni, tra cui spicca quello in cui un gelido docente universitario lo sottopone a un esame di medicina e boccia tutte le sue risposte, ricordandogli che il primo dovere di un medico è chiedere perdono e accusandolo quindi di indifferenza, egoismo e mancanza di riguardo. Bergman ha riconosciuto con sincerità l’apporto determinante di Sjostrom alla riuscita del film, ammettendo che l’amico e maestro aveva fatto suo il proprio copione per immettervi le sue esperienze e pervenendo così a una sorta di simbiosi con quelle del più giovane collega. E il risultato è stato un grande film che si è inserito d’autorità nella storia del cinema immortale.

Dionisio di Francescantonio

La bellezza di Sorrentino

Grande bellezza

Scrittore di un solo libro giovanile, “L’apparato umano”, Jep Gambardella, giornalista di costume, critico teatrale, opinionista tuttologo, compie sessantacinque anni chiamando a sé, in una festa barocca e cafona, il campionario freaks di amici e conoscenti con cui ama trascorrere infinite serate sul bordo del suo terrazzo con vista sul Colosseo. Trasferitosi a Roma in giovane età, come un novello vitellone in cerca di fortuna, Jep rifluisce presto nel girone dantesco dell’alto borgo, diventandone il cantore supremo, il divo disincantato. Re di un bestiario umano senza speranza, a un passo dall’abisso, prossimo all’estinzione, eppure ancora sguaiatamente vitale fatto di poeti muti, attrici cocainomani fallite in procinto di scrivere un romanzo, cardinali-cuochi in odore di soglio pontificio, imprenditori erotomani che producono giocattoli, scrittrici di partito con carriera televisiva, drammaturghi di provincia che mai hanno esordito, misteriose spogliarelliste cinquantenni, sante oracolari pauperiste ospiti di una suite dell’Hassler. Jep Gambardella tutti seduce e tutti fustiga con la sua lingua affilata, la sua intelligenza acuta, la sua disincantata ironia.
Anche Paolo Sorrentino, come molti registi dalla sicura ambizione, cade nella tentazione fatale di raccontare Roma e lo fa affondando le mani nel suo cuore nero, scoperchiandone il sarcofago da dove fuoriescono i fantasmi della città eterna, esseri notturni che spariscono all’alba, all’ombra di un colonnato, di un palazzo nobiliare, di una chiesa barocca. Un carnevale escheriano, mai realmente tragico ma solo miseramente grottesco, una ronde impietosa ritratta con altrettanta mancanza di pietà. A nessun personaggio di questa Grande bellezza è dato di evadere, e anche chi fugge lo fa per morte sicura o per sparizione improvvisa (ad esclusione del personaggio di Verdone, una sorta di Moraldo laziale, che si ritrae dal gioco al massacro tornando nella provincia da cui è venuto). Le figure di Sorrentino non hanno vita propria, sono burattini comandati da mangiafuoco, eterodiretti da una scrittura tirannica, verticale, sempre giudicante. Non hanno spazio di manovra, sembrano non respirare. Come fossero terrorizzati di non piacere al loro demiurgo, sembrano creature soprannaturali, evanescenti, eterne macchiette bidimensionali, schiacciate dall’imperativo letterario che le ha pensate. Con l’eccezione di quei personaggi cui è dedicato uno spazio più congruo come la Ramona di Sabrina Ferilli (davvero notevole) e il Romano di Carlo Verdone, gli altri animatori di questo circo hanno diritto a pochi concisi passaggi. Il domatore Jep Gambardella li doma tutti dispensando frusta e carota. La crisi di cui si dice portatore è senza convinzione, come i trenini delle sue feste, non porta da nessuna parte. Ma questa condanna sconfortata che cade su tutto e tutti, alla fine è assolutoria; e il ritratto di questa società decadente che si nasconde dentro i palazzi romani, mai visibile agli occhi di un comune mortale, sempre staccata dalla realtà, diventa solamente pittoresca.
Il Fellini della Dolce vita, cui si pensa immancabilmente, aveva una pietas profonda verso i suoi personaggi, e quella compassione permetteva allo spettatore di allora come di adesso, di agire una qualche proiezione emotiva. La grande bellezza di Sorrentino è invece abissale, freddissima, distanziata, un ologramma sullo sfondo. A favorire questo distanziamento c’è anche l’approccio volutamente anti-narrativo, già sperimentato in This Must Be the Place, ma qui ancora più evidente. Citando Celine e il suo Viaggio al termine della notte, Sorrentino sperimenta una narrazione errante, fatta di continue effrazioni, smottamenti, deliberati scivolamenti da un piano all’altro, da una situazione all’altra, lasciando tracce, abbozzi, improvvisi vagheggiamenti. Alla storia preferisce l’elzeviro, l’affondo veloce, la critica sferzante e sempre erudita. Al dialogo preferisce un monologo straordinariamente punteggiato (e nel film si monologa anche quando si dialoga).
La grande bellezza sembra essere un film geologico, come fosse l’affioramento improvviso di una stratificazione con i suoi tanti livelli sovrapposti e confusi; sembra essere un film archeologico, come fosse il ritrovamento di un’antica stanza romana con i suoi patrizi e le sue vestali. Sembra essere un film senile, come fosse la lettura postuma del diario di un vecchio dandy che ha vissuto nella Roma degli anni duemila. Sembra essere un film di fantasmi usciti dalla penna di uno scrittore fin troppo compiaciuto della sua arte e del suo mestiere. Infine, sembra essere la risposta erudita e d’autore al To Rome With Love, contraltare e vendetta alla cartolina di Woody Allen, con qualche traccia di troppo dell’impeto trascendentale di un Terrence Malick cattivo maestro.

Dario Zonta (by Mymovies)

Il Gatsby di Luhrmann

 

 

 

Jay Gatsby è un personaggio che continua ad attrarre, se non altro perché riviviamo una crisi anche peggiore di quella del ’29. Personalmente, però, sono contraria ai remake continui e sistematici.  Oltretutto rivelano una mancanza di fantasia. Ricordo che quella di cui parlo è la terza versione filmica.  Il minimo che si rischia è il raffronto non solo con l’opera narrativa, ma con

Schegge di Follia

Titolo Originale: Heathers
Anno: 1988
Regista: Michael Lehman
Interpreti: Winona Ryder; Christian Slater; Shannen Doherty
Costi di Produzione: 2 mln di dollari
Incassi: 1.1 mln di dollari
Siamo a Sherwood, cittadina immaginaria nell’Ohio. Alla scuola superiore frequentata dalla graziosa Veronica (Winona Ryder) tutto fila liscio secondo i cliché prestabiliti dalle gerarchie della commedia adolescenziale. In cima alla scala sociale ci sono loro, le “Heathers” le ragazze belle ma viziate e antipatiche tutte e tre di nome Heather. Le Heathers sono tipiche “fighette” superficiali, figlie di papà. maniache dello shopping che si divertono a tiranneggiare i compagni più deboli e brutti con scherzi crudeli. Ovviamente le “Heathers” non possono che accoppiarsi con i giocatori di football, bietoloni idioti, che occupano insieme a loro la cima della gerarchia scolastica. Veronica in linea teorica starebbe a metà strada, occuperebbe una zona intermedia tra i “fighi” e gli “emarginati”. Per uscire dalla mediocrità Veronica ha mollato i vecchi amici e si è aggregata alle “Heathers”. La vecchia Veronica però non è morta del tutto. Difatti mentre le altre due Heathers sono solo gli zerbini della capobranco, Hether Chandler, Veronica spesso sembra mostrare autonomia di pensiero e rimorso per le perfide burle del gruppetto. E proprio durante una crisi di coscienza di Veronica arriva JD (Christian Slater), il bello e dannato che non sopporta le gerarchie e che vorrebbe sovvertire il tutto dando una sonora lezione ai gruppi dominanti. 
Fin qui nulla di strano, la solita commedia adolescenziale americana direte. E invece no, perché quando sembra che tutto stia virando verso il solito intreccio scontato il tono cambia e si fa più duro e improvvisamente “dark” e si tramuta in commedia nera che più nera non si può. J.D. infatti non vuole dare solo una lezione alle “Heathers” e ai giocatori di football. Non vuole solo metterli in riga e convertirli. No, J.D. vuole estirpare le erbacce dal giardino in maniera definitiva e senza possibilità di appello ritenendo i soggetti in questione irrecuperabili.  E così ecco che uno dopo l’altro i “fighi” vengono brutalmente assassinati. JD uccide le sue vittime facendo passare gli omicidi per suicidi, grazie all’aiuto di Veronica la quale utilizza la sua capacità di imitare le calligrafie altrui per scrivere commoventi biglietti d’addio. Ma Veronica ha sempre una coscienza, e i rimorsi torneranno a farsi sentire. La bella fanciulla si sente in colpa per le vittime e, prima che JD degeneri del tutto, tenterà di fermarlo. Inoltre Veronica si rende conto che morta una Heather se ne fa un’altra. Via Heather Chandler, il suo posto viene preso da Heather Duke (Shannen Doherty) che si rivela perfino peggiore della precedente capobranco. 
Negli anni ’80 le commedie a tema adolescenziale erano assai popolari. Erano gli anni della “Brat Pack”, un gruppo di otto attori che rese questo genere particolarmente gradito al pubblico nel corso di quella decade con film come “Breakfast Club” e “St. Elmo’s Fire”. La “Brat Pack” però non durò a lungo, appena gli anni ’80 finirono, finirono pure loro. Gli attori del gruppo, con la sola notevole eccezione di Demi Moore, vennero gettati nel dimenticatoio nella decade successiva e il genere della commedia adolescenziale diventò sempre più demenziale, fino ad arrivare ai giorni nostri dove quel filone è ormai diventato pura spazzatura.   
E forse proprio per intonare il de profundis alla “Brat Pack”, che nel 1988 stava esalando i suoi ultimi respiri, Michael Lehman confezionò questa velenosa commedia nera. Uno strepitoso Christian Slater e una brava, ma ancora acerba Winona Ryder si burlano in maniera sarcastica delle storie zuccherose della “Brat Pack” confezionando un prodotto satirico di sicuro godimento. Certo le “Heathers” e i giocatori di football sono i cattivi, ma pure gli altri non sono esattamente i buoni. La professoressa hippy che vuol fare l’amica degli studenti è semplicemente una macchietta, una povera sciocca prigioniera di teorie strampalate. L’alternativo che raccoglie fondi contro la fame nel mondo alla fine della fiera è solo uno stronzo arrivista e ipocrita a cui dei “bambini africani” non frega una beata fava. 
“Heathers”, inspiegabilmente tradotto in italiano come “Schegge di Follia”, è comunque un film in cui ognuno di noi può un po’ identificarsi. Tutti noi abbiamo avuto le nostre “Heathers” a scuola (1) e quante volte abbiamo voluto fargliela pagare. Quanto avremmo voluto scatenare il JD che è in noi e distruggerle una volta per tutte, ma alla fine, come accade a Veronica, ci siamo messi l’anima in pace e abbiamo capito che distruggerle non era il modo esatto per affrontarle, che il male non si combatte col male, ma con altri mezzi.
Al momento dell’uscita in sala il film non ottenne grande successo, non riuscendo nemmeno a ripagare i limitatissimi costi di produzione. Come spesso accade però, “Schegge di Follia” ha ottenuto un grande seguito “di culto”successivamente. Grazie alla distribuzione in VHS “Schegge di Follia” è diventato un successo.  
“Schegge di Follia” ha contribuito a lanciare nel firmamento hollywoodiano Christian Slater e Winona Ryder, che diventeranno delle star negli anni ’90. Lui diventerà famoso con “Robin Hood: Principe dei Ladri”, lei invece interpreterà film come “L’Età dell’Innocenza”; “Edward Mani di Forbice”; “Sirene” e “Piccole Donne” e otterrà due candidature all’Oscar. 
Comunque, per chi vuol vedere un film adolescenziale diverso dal solito, denso di cinismo e humor nero, questo film è l’ideale. 
(1) Da noi le chiamavamo “Le Divine”. Carine, piene di soldi, stronze, viscide e pettegole. Autentiche aspidi, serpi piene di veleno. Ma ai professori apparivano “perfette”, per i docenti erano figure angeliche che subivano l’invidia dei compagni. Anche tra loro c’era comunque una “Veronica” va detto. 

Educazione Siberiana

Regia di Gabriele Salvatores

Produzione: Cattleya

Distribuito da 01

Cast: John Malkovich; Arnas Fedaravicius; Vilius Tumalivicius; Peter Stormare; Eleanor Tomlinson

Sceneggiatura di Gabriele Salvatores; Stefano Rulli; Sandro Petraglia

Costi di Produzione: 30 mln di Euro

1985: area non meglio identificata dell’Unione Sovietica (Transnistria?) un clan di origine siberiana vive esiliato e sopravvive grazie alla criminalità. Il clan dei “Siberiani” è però diverso dagli altri clan, è il più povero, ma allo stesso tempo è il più temuto. Contrariamente ad altre cosche i “Siberiani”, ortodossi devoti, hanno un rigidissimo codice etico e morale. Si ruba solo ciò che serve per il sostentamento della comunità e si ruba solo a coloro che meritano di essere derubati: banchieri; usurai; burocrati; polizia ed esercito sovietico. E soprattutto guai a immischiarsi con il traffico di droga oppure il capo del clan, nonno Kuzya (John Malkovich) te la farà pagare molto cara. I Siberiani non si sporcano le mani con quella schifezza.

E’ in questa società fortemente tradizionalista e legata ai suoi principi etici e morali che crescono Kolyma (Arnas Fedaravicius) e Gagarin (Vilius Tumalivicius). Fin da bambini sono coinvolti nelle scorribande contro l’oppressore sovietico. I due amici per la pelle vengono separati in maniera traumatica, durante un colpo Gagarin viene preso e passa diversi anni in prigione a Mosca.

1995: La vita continua nella piccola comunità. Il comunismo è morto e l’oppressione sovietica non c’è più, pare. Ma al comunismo sembra essersi sostituito un nemico forse ancora peggiore per il clan, il consumismo occidentale. La città, spartita geograficamente tra i clan rivali, è in preda a banchieri, palazzinari e spacciatori di droga. Kolyma è cresciuto e prende lezioni di tatuaggi, che per il clan hanno un significato tribale, dal “maestro” Ink (Peter Stormare). Nel frattempo il rampollo del clan si innamora della bella Xenya (Eleanor Tomlinson), la figlia del dottore mentalmente ritardata. Una ragazza che, come tutti i malati di mente, va difesa con le unghie e con i denti dalla comunità. Come ricorda nonno Kuzya le persone come Xenya, quelli che chiamiamo matti, sono in realtà i prediletti da Dio e guai a chi torce loro un capello. In questo clima torna a casa Gagarin, ma non è più lo stesso. In prigione si è legato al clan rivale del “Seme Nero” dedito al traffico di cocaina e legato all’esercito. Durante l’assenza Gagarin è stato strappato dalla sua terra, ha perso le sue radici, ha smarrito definitivamente l’etica e la morale d’origine. Lo scontro con il clan e con il vecchio amico è inevitabile e mortale.

Gabriele Salvatores torna nelle sale con l’adattamento dell romanzo sedicente autobiografico di Nicolai Lilin. Ora, il film in sè non è particolarmente spettacolare. La trama è abbastanza scontata e fin dal principio è evidente che tra i due amici si arriverà allo scontro finale. Ciò che però trovo prezioso è il messaggio fortemente tradizionalista di quest’opera. In un’epoca in cui il neoliberismo imperante ci impone di buttare al macero la nostra storia e le nostre tradizioni, in un’era in cui il turbo-capitalismo finanziario distrugge e divora popoli in nome del guadagno fine a sè stesso è importante che la “Settima Arte” lanci un grido di allarme.

Il messaggio che Salvatores manda è semplice e chiaro: chi ha radici; tradizioni e li conserva ha di conseguenza saldi principi etici e morali. Chi invece abbandona le proprie radici è perduto e preda della cupidigia e della brama di denaro ad ogni costo. Se dal punto di vista della sceneggiatura forse il film ha qualche pecca, e non presenta particolari colpi di scena, il messaggio di fondo passa in maniera chiara. E’ un messaggio semplice, ma forte e di cui in un’epoca come l’attuale c’è un grande bisogno.

Voto: 7 1/2

Una settimana da Oscar/Argo

ARGO

Regia di Ben Affleck

Distribuzione: Warner Bros

Cast: Ben Affleck; John Goodman; Alan Arkin; Bryan Cranston; Victor Garber; Kyle Chandler; Tate Donovan; Clea DuVall

Sceneggiatura: Chris Terrio

Costo di Produzione: 45 mln di $

Incassi ad oggi: 205 mln di $

Ci sono casi in cui la realtà supera la fantasia e il caso di “Argo” è uno di questi.
Come credo sia noto a qualunque persona con un discreto bagaglio culturale nel 1979 l’ambasciata americana a Teheran venne assaltata e per diversi mesi i suoi dipendenti vennero tenuti in ostaggio. La faccenda fu una figuraccia di proporzioni bibliche per l’amministrazione Carter che venne ricoperta di ridicolo per la gestione del dossier. La crisi dell’ambasciata a Teheran fu una delle cause che contribuirono alla caduta di Jimmy Carter e all’elezione di Ronald Reagan l’anno successivo.
Quello che forse alcuni non sanno è che non tutto il personale venne fatto prigioniero. Sei dipendenti scamparono durante l’assalto e vennero nascosti dall’ambasciata canadese. I sei fuggiaschi vennero poi rimpatriati grazie a una bislacca operazione di salvataggio. Credeteci o meno, ma i sei vennero fatti fuggire inscenando un film fittizio, intitolato per l’appunto “Argo”. I sei vennero assunti come membri della troupe di questa finta produzione di fantascienza e poterono così rimpatriare sotto falsa identità, sfuggendo ai controlli delle autorità iraniane. Le rocambolesche modalità di salvataggio vennero svelate solo vent’anni più tardi e nel 2012 l’agente della CIA che si occupò in prima persona della faccenda, Tony Mendez, ha pubblicato un libro descrivendo gli eventi.

La carriera artistica di Ben Affleck è strana come la vicenda che ci racconta nella sua terza opera dietro la macchina da presa. Inizialmente era una promessa di Hollywood, poi una lunga serie di fiaschi al botteghino (Daredevil; Jersey Girl; Amore Estremo) l’avevano reso una specie di paria nel mondo del cinema. Quindi, una volta capito che recitare non era proprio il suo forte, ha deciso di mettersi dietro la macchina da presa con risultati sorprendenti. Tanto in passato è stato schifato dalla critica come attore, tanto è oggi osannato come regista. Il successo crescente di critica e pubblico rende oggi Affleck uno dei registi più interessanti del panorama hollywoodiano e anche qui, come nei precedenti “Gone Baby Gone” e “The Town”, Affleck dimostra di che pasta è fatto.

“Argo” comincia ricostruendo a fumetti le vicende che hanno portato alla rivoluzione iraniana e alla cacciata dello scià, quindi si arriva all’occupazione dell’ambasciata USA e alla fuga degli ostaggi. Dopodiché comincia l’operazione di salvataggio e ci si sposta a Hollywood. Tony Mendez (Ben Affleck) incontra il produttore Lester Siegel (Alan Arkin) e il truccatore John Chambers (John Goodman) con cui inscena la produzione del finto film. Qui la parte comica del film, in cui i veterani Arkin e Goodman intrattengono gli spettatori formando una memorabile coppia comica. Quindi Mendez si sposta in Iran, e qui comincia la parte “thriller” del film. Affleck riesce a non far mai calare la tensione e a tenere gli spettatori letteralmente incollati alla poltrona. Nei trenta minuti finali, in cui i sei riescono finalmente a fuggire si tocca l’apice del film e della classe di Affleck. Sebbene si sia già a conoscenza del “lieto fine” la scena della fuga in aeroporto è al cardiopalmo e la tensione rimane altissima. Senza nemmeno sparare un colpo di pistola Ben Affleck riesce a tenere i suoi spettatori col fiato sospeso per mezzora. Un film memorabile e da vedere, per me il migliore del lotto degli Oscar di quest’anno.

La corsa di “Argo” verso l’agognata statuetta è stata strana come la storia che racconta. Inizialmente l’inspiegabile esclusione di Ben Affleck dalla cinquina del premio alla regia sembrava aver condannato “Argo”. Paradossalmente però l’esclusione di Affleck dalla nomination ha provocato quasi una “rivolta” a Hollywood e tutti i “precursori” degli Oscar hanno, quasi per ripicca, premiato Affleck. Ragion per cui domenica probabilmente “Argo” diventerà il secondo film della storia a vincere l’Oscar come Miglior Film senza avere una candidatura alla regia. L’unico precedente di questa evenienza risale al 1990 quando “A Spasso con Daisy” si aggiudicò il premio come Miglior Film senza che il regista, Bruce Beresford, fosse candidato. A meno di sorprese domenica “Argo” sarà il secondo film a realizzare questa impresa. Ben Affleck ci ha scherzato su, ritirando il Golden Globe per la miglior regia ha ironicamente detto “nessuno ha detto che sono stato snobbato quando non mi hanno candidato come miglior attore” (effettivamente neanche in questo caso l’interpretazione di Affleck è al massimo NDA). Insomma, nonostante “Argo” si aggiudicherò la più ambita statuetta anche quest’anno Affleck non stringerà un Oscar alla regia che, a mio avviso, sarebbe più che meritato, ma credo che, se continuerà a sorprenderci come sta facendo Affleck avrà certamente altre occasioni. Ottimo lavoro Ben, continua così!

Voto: 8.5

Premi e Candidature

Oscar

Candidature

Miglior Film
Miglior Attore Non Protagonista: Alan Arkin
Miglior Sceneggiatura Non Originale
Miglior Colonna Sonora
Miglior Sonoro
Miglior Montaggio Sonoro
Miglior Montaggio

Golden Globe

Vinti

Miglior Film Drammatico
Miglior Regista: Ben Affleck

Candidature

Miglior Attore Non Protagonista: Alan Arkin
Miglior Sceneggiatura
Miglior Colonna Sonora

BAFTA

Vinti

Miglior Film
Miglior Regista: Ben Affleck
Miglior Montaggio

Candidature

Miglior Attore Protagonista: Ben Affleck
Miglior Attore Non Protagonista: Alan Arkin
Miglior Sceneggiatura Non Originale
Miglior Colonna Sonora

Critics Choice

Vinti

Miglior Film
Miglior Regista: Ben Affleck

Candidature

Miglior Cast
Miglior Attore Non Protagonista: Alan Arkin
Miglior Sceneggiatura Non Originale
Miglior Colonna Sonora
Miglior Montaggio

Sindacati

Vittorie

Sindacato dei Produttori-Miglior Film
Sindacato dei Registi-Miglior Regista: Ben Affleck
Sindacato degli Attori-Miglior Cast
Sindacato degli Sceneggiatori-Miglior Sceneggiatura Non Originale

Candidature

Sindacato degli Attori-Miglior Attore Non Protagonista: Alan Arkin

Una settimana da Oscar/Zero Dark Thirty

ZERO DARK THIRTY

Regia di Kathryn Bigelow

Distribuzione: Universal

Cast: Jessica Chastain; Jason Clarke; Joel Edgerton; Jennifer Ehle; Mark Strong; Kyle Chandler

Sceneggiatura: Kathryn Bigelow e Mark Boal

Costo di produzione: 40 milioni di dollari

Incassi ad oggi: 100 milioni di dollari

Domenica, oltre alle elezioni italiane, si terrà la cerimonia degli Oscar. Visto che tanto, quale che sia il risultato a comandare saranno la mai-eletta Commissione Europea, la mai-eletta BCE e il mai-eletto Fondo Monetario, ritengo la cerimonia dei massimi riconoscimenti cinematografici cosa assai più interessante.

Cercherò in questa settimana di recensire i film che più mi hanno impressionato tra quelli candidati alla rassegna. Avendo già recensito “Lincoln”, la settimana da Oscar comincia con un film fresco di visione (ieri sera). Il lavoro in questione è “Zero Dark Thirty” di Kathryn Bigelow. La trama del film credo sia piuttosto nota. Il film della Bigelow tenta di seguire le tappe che hanno portato la CIA all’individuazione del rifugio di Osama bin Laden. La ricostruzione vede come protagonista l’agente Maya (nome di fantasia) interpretata da una bravissima Jessica Chastain, che in un periodo di otto anni cerca di convincere i piani alti della CIA a seguire quella che lei ritiene essere “la pista giusta” che possa portare gli Stati Uniti a catturare lo sceicco del terrore. Maya crede che sia necessario seguire un “corriere” che secondo lei porterebbe al rifugio di Osama, ma si scontra con burocrati e politicanti, preoccupati che la sua sia una pista sbagliata. Solo alla fine riuscirà a convincerli del contrario.

Come nel caso di “Lincoln” una critica del film va fatta su due livelli. Un livello tecnico e un livello politico.

A livello tecnico il film è semplicemente grandioso. Incentrato quasi esclusivamente sulla sola Jessica Chastain, il film della Bigelow sembra quasi un documentario sulla caccia a bin Laden. Uno stile che ricorda da vicino quello del precedente lavoro della Bigelow. il pluripremiato ma poco visto”The Hurt Locker”. Kathryn Bigelow ripercorre la storia degli otto anni che hanno impegnato questa agente, questa killer all’apparenza fragile ma in realtà abile e determinata nella ricerca e uccisione del più pericoloso terrorista del globo terracqueo. La coppia Bigelow/Chastain riesce a far trasparire l’ansia, la determinazione e la fatica di questa donna tanto minuta quando decisa nel portare a termine la missione. Tra le sequenze più contestate quelle della tortura ai prigionieri. La Bigelow è stata accusata di fare apologia di tortura, ed effettivamente non sembra che dalla regista arrivino particolari contestazioni a queste pratiche. La Bigelow, pur tra vari intermezzi, riesce a mantenere alta la tensione fino al momento finale. dopodiché, ultimato il blitz, il pianto liberatorio di Maya. Maya torna a casa e per la prima volta sembra realmente umana sciogliendosi in lacrime. Il suo lavoro è finito, le vittime del “World Trade Center” hanno avuto giustizia. Insomma, bin Laden il grande terrorista islamico, misogino e sessista, distrutto da una donna solo apparentemente fragile e scheletrica.

Se a livello tecnico c’è poco da dire, a livello politico ci sono molte domande ancora senza risposta.

In primis mi è parso palese ed evidente che la Bigelow e il fido sceneggiatore Mark Boal sappiano ben più di quanto dovrebbero. La Casa Bianca ha negato fughe di notizie, ma la ricostruzione dell’ex signora Cameron è in certi aspetti troppo perfetta. Troppo per essere solo una libera interpretazione degli eventi. E’ evidente che il duo Boal/Bigelow ha avuto accesso a informazioni riservate. E’ ovvio che abbiano potuto leggere e visionare documenti non accessibili a noi comuni mortali.

In secundis buona parte dell’interpretazione del film dipende dalle singole opinioni personali sul caso bin Laden. Sullo sceicco del terrore pendono ancora molti misteri.

Com’è possibile che ci siano voluti dieci anni per rintracciarlo quando questi se ne stava comodo e tranquillo a 50 km dalla capitale del Pakistan e non in qualche sperduta grotta?

Che ruolo ha avuto il governo del Pakistan in tutto questo? Le autorità pakistane hanno coperto bin Laden? A che gioco hanno giocato le autorità di Islamabad in questi dieci anni? E sempre parlando del Pakistan è vero che Benazir Bhutto pochi mesi prima della sua uccisione sostenne che Osama bin Laden fosse in realtà già morto?

Quali sono stati i reali rapporti tra CIA e Al Qaida quando negli anni ’80 USA e bin Laden combattevano lo stesso nemico in Afghanistan (1), ovvero l’Unione Sovietica? E’ vero, come sostenne l’ex ministro degli esteri britannico Robin Cook, che bin Laden è stato un prodotto della CIA?

E soprattutto, per quale motivo l’amministrazione Obama si rifiuta categoricamente di rendere pubblici i documenti sul blitz? Perché Obama e il suo staff chiedono all’opinione pubblica di credergli sulla parola?

E’ vero che non è compito della signora Bigelow rispondere a questi dubbi sull’epopea di bin Laden e Al Qaida, ma è impossibile toglierseli dalla testa.

Un ottimo film che però non contribuisce a togliere le domande e i sospetti. Per quel che riguarda il discorso “Oscar”, Kathryn Bigelow è stata esclusa dalla cinquina per il premio alla regia. Probabilmente l’ex signora Cameron ha buttato sale su ferite ancora aperte e le pressioni della politica le hanno impedito di ottenere una candidatura che sarebbe stata più che meritata. Se la statuetta come miglior Film appare impossibile, rimangono buone le possibilità di una statuetta per Jessica Chastain come miglior attrice o per Mark Boal come miglior sceneggiatura.

VOTO= 7.5

Candidature all’Oscar

Miglior Film
Miglior Attrice Protagonista: Jessica Chastain
Miglior Sceneggiatura Originale
Miglior Montaggio
Miglior Montaggio Sonoro

Premi Golden Globe

Vinti

Miglior Attrice Drammatica: Jessica Chastain

Candidature

Miglior Film Drammatico
Miglior Regista: Kathryn Bigelow
Miglior Sceneggiatura

Premi BAFTA

Candidature

Miglior Film
Miglior Regista: Kathryn Bigelow
Miglior Attrice: Jessica Chastain
Miglior Sceneggiatura Originale
Miglior Montaggio

Critics Choice

Vinti

Miglior Attrice: Jessica Chastain
Miglior Montaggio

Candidature

Miglior Film
Miglior Regista:Kathryn Bigelow
Miglior Sceneggiatura Originale

Premi dei Sindacati

Vinti

Sindacato degli Sceneggiatori-Miglior Sceneggiatura Originale

Candidature

Sindacato dei Produttori-Miglior Film
Sindacato dei Registi-Miglior Regista: Kathryn Bigelow
Sindacato degli Attori-Miglior Attrice: Jessica Chastain

(1) A proposito, ecco cosa pensava Ronald Reagan dei talebani

La migliore offerta

Solitamente non amo i films di Tornatore. Non ne ricordo uno dove non mi sia annoiata, eccezion fatta per “Nuovo cinema Paradiso” che però contiene qualche melensaggine di troppo. Ma devo ricredermi con “La migliore offerta”, suo ultimo film che sta ottenendo buon successo di pubblico e critica. La trama viene sunteggiata punto per punto in  molti siti web. Ma evidentemente non ne possono