Un frammento di V. Putin e …uno di G.K. Chesterton

Un post che si limita ad accostare per incorniciarli, non acriticamente, alcuni stralci d’idee pronunciati in epoche differenti e da figure diverse, ma dal cui incontro concettuale possono scaturire elementi d’interesse data la situazione odierna.

Nella discussione inerente al precedente post, ho allegato (con un certo clamore, pare) a un certo punto una parte del recente discorso di Putin,

Vandalismi Anticristiani in Emilia e non solo

Alcuni vandali al principio di Settembre hanno spezzato in due la statua in terracotta della Madonna Addolorata, opera di Cesarino Vincenzi, alle Caserme Rosse alla periferia di Bologna. 


La statua, che era stata già danneggiata due anni fa, è rotta in due parti.
 Dopo la profanazione della Madonna di Lourdes, in provincia di Bari, 
un altro fatto inquietante che attesta ulteriormente il clima di odio anti-cristiano presente non solo in “certi” paesi del mondo, ma anche nella nostra società.



La polizia municipale ha poi recuperato la parte alta del tronco e della testa consegnando le parti staccate ai servizi comunali, che hanno provveduto ad incaricare una ditta per il ripristino.

Più di recente, il 23 Settembre a Reggio Emilia vandali hanno incendiato un’edicola votiva della Madonna


 


Dopo gli episodi di Bari e Bologna ,
anche “Il Resto del Carlino“, del 21 settembre 2013, riporta il caso di vandalismo anti-cristiano di Reggio Emilia.
Come racconta il parroco della chiesa di Sant’Agostino, don Guido Mortari, nella notte tra sabato e domenica, alcuni vandali hanno dato fuoco a una piccola edicola votiva in via Cassoli.
Un pensionato che vive in zona, intervistato dal quotidiano emiliano, racconta: «Fortunatamente la statua della Madonna di Lourdes non è stata danneggiata. (…) Era chiusa dietro a un vetro e i vandali non sono riusciti a rompere il lucchetto. Ma tutto quello che hanno potuto, lo hanno rotto e bruciato». Il pensionato, che insieme ad altri parrocchiani si è adoperato per risistemare i danni, ha inoltre sottolineato «dovrebbero vergognarsi per quello che hanno fatto. Hanno spaccato i vasi di fiori e l’intera struttura è annerita dal fuoco».

Don Mortari ha spiegato come la statua della Madonna di Lourdes presa di mira dai vandali, «è una maestà storica, me la ricordo da quando ero bambino e ci passavo davanti (…) Tra l’altro è anche molto sentita dai fedeli, ci sono sempre i vasi di fiori davanti e nel mese di maggio ci andiamo a recitare il rosario».
Il triste episodio ha suscitato lo sdegno e lo stupore di tutto il quartiere, comprese le persone non credenti. La polizia ha avviato le indagini per risalire ai responsabili di questo stupido gesto.

Josh

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"Stanze", e….

Blaise Pascal, nei “Pensieri” affermava:

« […]
ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini proviene da una cosa
sola: dal non saper restare tranquilli in una camera. […]
Ho voluto
scoprirne la ragione, ho scoperto che ce n’è una effettiva, che consiste
nella infelicità naturale della nostra condizione, debole, mortale e
così miserabile che nulla ci può consolare quando la

Genitore 1 e Genitore 2 a Bologna

Si rientra dalla pausa estiva, sempre più scarna (eccetto i sempre più numerosi che nemmeno l’hanno fatta) e invece che occuparsi dei veri problemi, si mette sul banco anche a Bologna la vexata quaestio.

Dal Carlino:

Il Comune di Bologna “sta valutando proposte di modifica di termini segnalati come discriminatori nella modulistica per l’accesso ai servizi da parte dei cittadini”.
Così il sindaco di Bologna, Virginio Merola risponde, per bocca dell’assessore alla Scuola, Marilena Pillati, alle domande dei consiglieri Marco Lisei (Pdl) e Lucia Borgonzoni, che stamane a Palazzo D’Accursio chiedono se nelle intenzioni dell’amministrazione ci sia quella di cambiare i moduli di iscrizione alle scuole sostituendo le diciture “madre” e “padre” con “genitore 1” e “genitore 2” come chiederà la capigruppo di Sel, Cathy La Torre, con un ordine del giorno in una delle prossime sedute del Consiglio comunale.

I documenti programmatici del Comune di Bologna, spiega ancora il primo cittadino, definiscono come prioritarie le azioni contro le discriminazioni per l’orientamento sessuale.

Ma il punto è:   è discriminazione sessuale dire Papà e Mamma ?


Insoddisfatte le risposte dei consiglieri. Lisei, si chiede ironicamente se “quando mia figlia mi chiamerà ‘papà’, io mi debba sentire discriminato” e “se è reazionario usare termini che esistono da migliaia di anni”.
Borgonzoni, invece, attacca il sindaco: “Si dovrebbe vergognare, i cittadini vogliono sicurezza e servizi e non che si parli di questa fuffa, di queste cavolate, che magari portano tre voti in più a Sel che continua a tirare per la giacchetta Merola”.

La risposta del Card. Caffarra, da una lectio magistralis sulla famiglia al Teatro Manzoni:

Piu’ che un monito o una condanna, è una presa d’atto:
dalla società moderna “scompare la categoria della paternità-maternità, sostituita dalla generica categoria della genitorialità”. In un passaggio della sua lectio magistralis sulla famiglia al teatro Manzoni, il cardinale arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, dedica un breve accenno anche alla dibattuta proposta di cancellare dai moduli d’iscrizione dei bambini i termini “padre” e “madre”, sostituiti da “genitore 1” e “genitore 2”.

Idea che ha trovato d’accordo anche il ministro dell’Integrazione, Cecile Kyenge e che sotto le Due Torri vede Sel impegnata a concretizzarla e introdurla sugli atti amministrativi del Comune. La Curia di Bologna è ovviamente contraria alla proposta e Caffarra si limita oggi a sottolineare, con rammarico, la scomparsa della “categoria della paternità-maternità”.

La lezione del cardinale, all’apertura dell’anno formativo dell’itinerario di educazione cattolica per insegnanti, si concentra sul primato del matrimonio tra uomo e donna, che trova una sua “preziosità etica” nella “capacità intrinseca di dare origine a una nuova persona umana. E’ questa, nell’universo creato, la piu’ alta capacità e responsabilità che l’uomo e la donna hanno. E’ uno dei ‘punti’ dove l’azione creatrice di Dio entra nel nostro universo creato”. Poi aggiunge: “I testimoni della verità della coniugalità avranno vita difficile, come non raramente accade ai testimoni della verità. Ma questo è il piu’ urgente compito dell’educatore”.

Del resto, avverte Caffarra in un altro passaggio del discorso, una “persona puo’ anche rinunciare alla sua libertà e mantenersi al livello di chi ultimamente si lascia condurre o dal mainstream sociale o dalle proprie pulsioni. E la coniugalità è particolarmente esposta a questa insidia”.
“Ci hanno scippato l’amore”
Poi, un nuovo affondo. “Avete notato che mi sono ben guardato dall’usare la parola ‘amore’- dice Caffarra – come mai?
Perche’ e’ avvenuto come uno scippo. Una delle parole chiave della proposta cristiana, appunto ‘amore’, e’ stata presa dalla cultura moderna ed e’ diventata un termine vuoto, una specie di recipiente dove ciascuno vi mette cio’ che sente”.
Per questo, afferma Caffarra, “la verita’ dell’amore e’ oggi difficilmente condivisibile”. Il cardinale chiosa quindi riprendendo le parole di papa Benedetto XVI, scritte nella sua enciclica ‘Caritas in veritate’. “Senza verita’, la carita’ scivola nel sentimentalismo- cita Caffarra- l’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. E’ il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verita’”.
Il matrimonio omosessuale
Il matrimonio omosessuale “e’ incapace di porre le condizioni del sorgere di una nuova vita umana”. E questa “sconnessione” tra matrimonio e procreazione favorisce la nascita dei bambini in laboratorio, facendo passare il messaggio che “e’ ritenuto eticamente neutrale il modo con cui la nuova persona umana viene introdotta nella vita. E’ cioe’ indifferente se sia generata o prodotta”. E questo e’ un “vero e proprio scisma nelle categorie della genealogia umana: e’ una cosa molto seria”.

Caffarra non ci gira intorno e gia’ al primo punto del suo discorso affronta di petto la questione del matrimonio gay. “Partiamo pure dal fatto attuale- afferma- e’ stata introdotta in molti ordinamenti statuali il riconoscimento di una ‘coniugalita’ omosessuale’. Cioe’: la differenziazione sessuale e’ irrilevante in ordine alla definizione della coniugalita’”. Secondo Caffarra, pero’, che “lo si pensi o no”, che “lo si voglia o no, oggettivamente la definizione di coniugalita’, implicata nel riconoscimento della coppia omosessuale, sconnette totalmente la medesima coniugalita’ dall’origine della persona umana”. In altre parole, afferma il cardinale, “la coniugalita’ omosessuale e’ incapace di porre le condizioni del sorgere di una nuova vita umana. Pertanto delle due l’una: o non possiamo pensare la coniugalita’ nelle forma omosessuale o l’origine di nuove persone umane non ha nulla a che fare colla coniugalita’.

Questa “sconnessione” tra matrimonio e procreazione, ammette Caffarra, “sembra contraddetta dal fatto che gli stessi ordinamenti giuridici che hanno riconosciuto la coniugalita’ omosessuale, hanno riconosciuto alla medesima il diritto all’adozione o al ricorso alla procreazione artificiale”.

Ma allora, ragiona l’arcivescovo di Bologna, “o questo diritto riconosciuto fa si’ che cio’ che e’ stato cacciato dalla porta, entri dalla finestra. Cioe’, esiste una percezione indistruttibile, un’evidenza del legame procreazione-coniugalita’. Oppure e’ ritenuto eticamente neutrale il modo con cui la nuova persona umana viene introdotta nella vita. E’ cioe’ indifferente che essa sia generata o prodotta”.

Caffarra sottolinea come “fino a pochi anni orsono il termine coniugalita’ era univoco, aveva solo un significato, e veicolava la rappresentazione di una sola realta’: l’affezione sessuale fra uomo e donna”. Oggi invece “il termine e’ diventato ambiguo, perche’ puo’ significare anche una coniugalita’ omosessuale. Da questa ambiguita’ deriva una totale ed oggettiva sconnessione dell’inizio di una nuova vita umana dalla coniugalita’”. Secondo Caffarra, questo scollamento “e’ un vero e proprio scisma nelle categorie della genealogia della persona. E’ una cosa molto seria”, perche’ “scompare la categoria della paternita’-maternita’, sostituita dalla generica categoria della genitorialita’”. E scompare anche “la dimensione biologica come elemento costitutivo della genealogia, mentre la genealogia della persona e’ inscritta nella biologia della persona”. Il concepimento, dunque, “puo’ essere un fatto puramente artificiale” e la “categoria della generazione diventa opzionale nel racconto della genealogia”.

Ma allora, si chiede Caffarra, “che ne e’ della persona umana che entra nel mondo? E’ una persona intimamente sola, perche’ privata delle relazioni che la fanno essere”. Secondo il cardinale, dunque, “l’avere percorso il cammino che molte societa’ occidentali stanno percorrendo, ci conduce ad una conclusione: ritenere che la coniugalita’ sia un termine vuoto di senso, al quale il consenso sociale puo’ dare il significato che decide, e’ la devastazione del tessuto fondamentale del sociale umano: la genealogia della persona”.
Caffarra sostiene quindi che “la vera natura della coniugalita’” e’ legata al fatto che “esistono due forme di umanita’, quella maschile e quella femminile”, create perche’ “ciascuno dei due possa uscire dalla sua solitudine originaria e realizzarsi nella comunione con l’altro”.

Uomo e donna, insiste Caffarra, “essendo radicati nella stessa umanita’, sono capaci al contempo di costituire una comunione di persone e di trovare in questa comunione la pienezza di se stessi in quanto persone umane”. E nel matrimonio tra uomo e donna sono radicati “la paternita’ e la maternita’- ribadisce Caffarra- e’ solo nel contesto della coniugalita’ che la nuova persona umana puo’ essere introdotta nell’universo dell’essere in modo adeguato alla sua dignita’. Non e’ prodotta, ma generata. E’ attesa come dono, non esigita come un diritto”.
Il matrimonio gay, invece, “in fondo trasmette oggettivamente questo messaggio: ‘Di meta’ dell’umanita’ non so che farne; in ordine alla piu’ intima realizzazione di me stesso e’ superflua’”, scuote la testa il cardinale, che ricorda come nella famiglia si crei il primo nucleo della societa’. “Prima non in senso cronologico- precisa Caffarra- ma ontologico e assiologico. E impedisce la riduzione del sociale umano al contratto”.
—-
C’è ben poco da aggiungere.

Non riesco proprio a immaginare sentir dire: “Ciao Genitore, 1 mi paghi la benza?”
“Dai Genitore 2, mi ricarichi il cellulare?”
Ieri Genitore 2 aveva mal di testa, ma Genitore 1 ci ha portati fuori a cena.
Siamo alla Neolingua Orwelliana.

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Anno Costantiniano

Il 2013 può essere ricordato per varie cose,
in realtà in buona parte assolutamente deprimenti e negative, sia sul piano nazionale che mondiale, dalle “rivoluzioni” religiose a rotture politiche, a perdite di senso, a intrallazzi internazionali, a falsi movimenti bellici, a menzogne su scala globale, ma è anche una ricorrenza storica di notevole importanza che a quanto pare non ha destato nè

Anziani e Turisti taglieggiati dai nomadi nella nuova Stazione

«Ti porto la valigia» e chiedono 20-50 euro. Il fenomeno in aumento alla nuova stazione

Riporta il Resto del Carlino  (art. di Emanuela Astolfi)

“PREFERISCONO i turisti o i viaggiatori anziani. Si avvicinano e con la scusa di aiutarli a portare borse o valigie, che a volte afferrano con prepotenza, chiedono una ricompensa che va dai 20 ai 50 euro. Succede nella nuova stazione dell’Alta velocità e loro sono cittadini nomadi, in particolare rom. Che quando vedono avvicinarsi la vigilanza o gli agenti della Polfer si dileguano.

«Il problema c’è, è inutile negarlo», ammette Giulio De Simone, vice segretario provinciale del Sap, il Sindacato autonomo di polizia. «I nomadi sono in aumento — aggiunge — . Si aggirano lungo i binari, agli ingressi o nei tunnel e non si limitano alla questua: con il metodo del ‘porta valigia’ chiedono soldi. E non pochi. I servizi mirati che facciamo anche in borghese sono tanti, ma non bastano». Anche l’altro giorno tre nomadi sono stati denunciati. 
Il metodo è sempre lo stesso: prendono di mira soprattutto turisti e persone anziane, si offrono di portare i bagagli e in cambio vogliono un compenso. Ma c’è anche chi aiuta i viaggiatori a fare il biglietto del treno alle macchine self-service e poi pretende il resto.


LA PRESENZA degli uomini in divisa è, ovviamente, un deterrente, per il ‘popolo dei nomadi’ presente nella stazione della Tav, ma le segnalazioni dei viaggiatori sono in aumento. «Noi interveniamo con gli strumenti normativi che abbiamo a disposizione — sottolinea il sindacalista —, li multiamo, sequestriamo i soldi perché sono provento di attività illecita, ma serve a poco. La superficie da presidiare è troppo vasta e servirebbe più personale in divisa o in borghese». 

Nella nuova stazione, 70mila metri quadrati divisi su tre piani, la mole di lavoro per gli agenti della Polfer è tanta. «Servirebbero 80 agenti in più, anche se la stima è molto ampia, rispetto a quelli che ci sono — dice De Simone —, hanno già mandato dei rinforzi e ne arriveranno altri 10, credo dopo l’estate, ma restiamo di molto sottorganico».

POI C’È il nodo delle telecamere. Il sistema di videosorveglianza «non è totalmente attivo: vediamo circa 10 monitor su migliaia, ma dovrebbe essere più efficace a livello telematico. E le telecamere dovrebbero attivarsi al passaggio delle persone». Nella nuova stazione, inoltre, le radio degli agenti di polizia non funzionano. «Non c’è possibilità di fare un ponte radio — dice De Simone —, non è stato previsto in sede di progettazione, e ci hanno lasciato totalmente scoperti. Con i cellulari non si avvisano 20 colleghi contemporaneamente se c’è un’emergenza e non si può stare collegati costantemente con la centrale. E’ una questione di sicurezza, sia degli utenti che nostra».

….

Pare evidente che la nuova Stazione di Bologna è assolutamente insicura e difficile da presidiare, pure. Poveri viaggiatori!

Ma non è finita. Poniamo di esser sopravvissuti a Bologna, aver preso un treno e scendiamo a Firenze….

GRUPPI DI PERSONE TI SEGUONO E RAPINANO!

L’articolo QUI:

“Firenze Stazione-La nuova Furti S.p.A.”

Una quarantina di slavi, ben vestiti, si riuniscono ogni giorno all’alba per pianificare i colpi
di Laura Tabegna

Tutto inizia alle 6.30 alla fermata dell’autobus che dall’Osmannoro arriva alla stazione di Santa Maria Novella. Barba fatta e magliette pulite, aria innocua. La prima riunione tutti insieme nella sala d’attesa e poi si comincia il lavoro. Non stiamo parlando di pendolari che ogni giorno attraversano la stazione principale di Firenze, ma di un gruppo di nomadi che dalla mattina alla sera tartassa con i “trucchi” più vari l’ondata di lavoratori e turisti di passaggio per Santa Maria Novella per mettere a segno borseggi.

Sono più di quaranta, uomini e donne. La loro specialità è il furto con destrezza. Sotto gli occhi di tutti, anche delle telecamere della stazione, ogni giorno, senza ferie o festivi, va in scena tra i binari il valzer del borseggio, un vero e proprio racket con appostamenti strategici e logistica da intelligence. Alla Nazione sono giunte segnalazioni da parte del personale interno alla stazione, esausto di questo martellamento continuo: “Vorrei denunciare il forte degrado della stazione – dice l’ultima mail – dovuta anche a una presenza costante e violenta di circa 40 nomadi che sotto gli occhi di tutti derubano turisti…”. Grazie a queste segnalazioni, ieri siamo andati sul campo “aiutati” dalla nostra fonte ed è stato possibile seguire ogni mossa del gruppo di nomadi.

La scena che si presenta è questa: mentre gli uomini fanno il palo in diversi punti della stazione, soprattutto nel sottopasso del binario 3, le donne simulano con falsa cortesia di voler aiutare i turisti a portare i bagagli, oppure a fare il biglietto alle macchinette. Basta un po’ di disattenzione e il borsello è già un ricordo lontano. Tutta l’organizzazione è poi corredata da un codice gestuale con cui la banda comunica anche a distanza.  

L’area più battuta è quella dei primi cinque binari, dove arrivano i regionali, meno controllati degli Eurostar. Capita spesso, come hanno raccontato addetti ai treni, che qualche passeggero si ribelli e che dalle adulazioni petulanti i nomadi passino alle minacce. Ieri sono stati anche segnalati atti osceni all’interno di un treno fermo al binario.

Altro bersaglio facile per rubare qualche spicciolo sono le macchinette del caffè e delle merendine. Nell’area della stazione ci sono circa quaranta apparecchi che, come è stato raccontato da un addetto alla manutenzione, sono spesso danneggiate e scassinate, per un totale stimato in circa 10mila euro al mese. Il gioco è semplice: basta inserire una paletta di plastica nella gettoniera con monete di piccolo taglio in maniera da bloccare i soldi inseriti dagli utenti.

Il fatto più disarmante, però, è che la stazione è presidiata con attenzione da molti agenti della Polfer, dalle guardie giurate e anche dagli stessi capotreni, che ormai conoscono i ‘loro polli’. Tutti impegnati ogni giorno in una sfibrante opera di prevenzione. L’azione della polizia però non può andare oltre al continuo e incalzante allontanamento dei presunti borseggiatori dalle loro prede. Se non c’è flagranza di reato, è impossibile l’arresto, e comunque anche le manette non farebbero altro che portare alla sostituzione di un altro attore della stessa scena.
Nonostante lo schieramento delle forze dell’ordine dunque, il massimo a cui si può ambire è un ping pong tra guardie e presunti ladri, dove la prontezza degli agenti a sventare il tentativo di furto sia più efficace di quella dei ladri a frugare nelle borse. Oltre ai quaranta nomadi che ogni mattina timbrano puntuali il ‘cartellino’ della stazione, Santa Maria Novella ospita pure molte facce ormai note negli schedari delle forze dell’ordine. Se non fosse un triste palcoscenico di degrado umano, la comunità ‘parallela’ che abita la stazione potrebbe sembrare una folcloristica armata Brancaleone.

Sempre come raccontato da alcune persone che lavorano in loco, passeggiando sui binari si possono incontrare le cosiddette temibili gemelle. Le due donne sarebbero abilissime borseggiatrici che sanno muoversi all’unisono come due cloni. Fuori e dentro la cella come a casa loro, si racconta che le gemelle sfidano la polizia ogni giorno, senza aver paura nemmeno del plotone di nomadi. In questo desolante teatro di strada, una parte di tutto rilievo è quella della storica prostituta del parcheggio davanti all’entrata della stazione. La prima vittima della ‘bella di giorno e di notte’ è proprio la polizia. Per non mettere le mani addosso alla donna, attrice di continui atti osceni, sono stati gli stessi agenti ad avere la peggio. Sembra che nemmeno le lusinghe di casa e assistenza dei servizi sociali abbiano finora distolto la donna dall’esercizio della sua “professione”. E poi alla base della piramide ci sono loro, i senzatetto. Almeno in questo caso la richiesta di una moneta o di un caffè è fatta con un sorriso. Nonostante il pattugliamento continuo che avviene alla stazione, rafforzato anche da telecamere amiche, il racket dei furti riesce quindi a sopravvivere. Non esiste crisi nella microcriminalità, che però conosce la concorrenza. Spesso bande rivali vanno a litigare sui binari, verso la Fortezza. L’unico accordo implicito, infatti, è discutere o picchiarsi lontano dalla polizia. Ma dopo la rissa lontano dalla stazione, torna zelante il solito tran tran: l’attesa del turista distratto appena la polizia gira l’angolo.”

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Una pubblicità a Bologna

Si vede affisso da un paio di settimane questo manifesto TIM a Bologna.

Probabilmente pubblicizza una tariffa internazionale per gli arabi, come evidente, che vogliono telefonare a casa (nel senso: in madrepatria d’origine) con tanto di modello prestante e ammiccante in foto.

Ma per il momento siamo in Italia e non si capisce perchè non dobbiamo capire anche noi italiani, che per ora siamo ancora la maggioranza della popolazione, cosa dica il manifesto pubblicitario privo di scritte in italiano.
Il nostro misterioso idioma infatti manca dalla pubblicità.

Il consigliere comunale della Lega Lucia Borgonzoni fa notare che “Bologna è tappezzata di cartelloni in lingua araba”.
“Dopo che l’anno scorso su mia richiesta è stato modificato il regolamento per le insegne (traduzione obbligatoria in italiano, più grande della scritta straniera), rimane un vuoto normativo sui cartelloni. Se volessimo adottare “il caso più prossimo” della giurisprudenza, andrebbero sequestrati e sanzionati ognuno con un’ammenda di 516 euro.
Chiederò un’immediata udienza conoscitiva, con annessa modifica di regolamento….per sanare una situazione che risulta impari sul nostro territorio!”
. E conclude: “A casa nostra, dobbiamo poter capire cosa viene pubblicizzato e scritto!”.

 Da QUI

Comunque sia, perchè nella nostra città ci sono manifesti pubblici non “tradotti” nella nostra lingua?
Siamo forse capitati in un’enclave? 
Non è che allora ha ragione chi da tempo dice che siamo “stranieri in casa nostra”?

Josh

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Card. Biffi, Dossetti, De Mattei, e alcune considerazioni sul Conc. Vat. II

Propongo un Articolo di Sandro Magister che per quanto di 2 anni fa, riporta alcune questioni mai sopite:

Il cardinale Biffi rompe un altro tabù. Su Dossetti

Cioè su un protagonista influentissimo del Vaticano II. Bocciato come teologo e per come si comportò allora e dopo. “C’era in lui il monaco nel politico, e il politico nel monaco”. Intanto una nuova storia del Concilio… di Sandro Magister

ROMA, 3 gennaio 2011 – Lo storico cattolico Roberto de Mattei ha dato recentemente alle stampe una nuova storia del Concilio Vaticano II che fa molto discutere, per il metodo e le conclusioni.

Quanto al metodo, de Mattei si attiene strettamente ai fatti storici, allo svolgimento dell’evento conciliare, poiché – sostiene – i documenti del Concilio possono essere capiti e giudicati solo alla luce delle vicende che li hanno prodotti.

Quanto alle conclusioni, de Mattei ricava dalla ricostruzione di tale vicenda che 
i documenti del Concilio Vaticano II sono effettivamente qua e là in contrasto con la precedente dottrina. Chiede quindi al papa attuale (n.d.r. Benedetto XVI all’epoca dell’articolo) di promuovere “un approfondito esame” di tali documenti, “per dissipare le ombre e i dubbi”.

*

Fermandoci alla ricostruzione storica fatta da de Mattei, colpisce l’enorme peso che alcuni individui e gruppi hanno avuto nel determinare lo svolgimento del Concilio e la genesi dei suoi documenti.

Uno dei più influenti è stato sicuramente l’italiano Giuseppe Dossetti (1919-1996, nella foto), nella sua qualità di perito del cardinale Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna.

Prima di farsi monaco, Dossetti aveva studiato diritto ecclesiastico, aveva militato nella guerra partigiana contro fascisti e tedeschi, aveva partecipato alla stesura della nuova costituzione italiana ed era stato un politico di prima grandezza nel partito che governò l’Italia del dopoguerra, la Democrazia Cristiana, dove eccelleva nella padronanza dei meccanismi assembleari.

Come perito conciliare, Dossetti mise a frutto queste sue capacità. Il 10 novembre 1962, un altro celebre perito, il teologo domenicano Marie-Dominique Chenu, annotò nel suo diario questa frase di Dossetti: “La battaglia efficace si gioca sulla procedura. È sempre per questa via che ho vinto”.

Il suo apogeo fu nel 1963, nella seconda sessione del Concilio, quando per alcuni mesi Dossetti operò di fatto come segretario dei quattro cardinali “moderatori”, uno dei quali era Lercaro, divenendo il perno dell’intera assise.

Era lui a scrivere i quesiti su cui i padri conciliari dovevano pronunciarsi. Il 16 ottobre 1963 quattro di tali quesiti – sulla questione della collegialità episcopale – uscirono, prima ancora d’essere consegnati ai padri, sul giornale di Bologna “L’Avvenire d’Italia” diretto da Raniero La Valle, amico strettissimo di Dossetti e Lercaro. Irritato, Paolo VI ordinò il ritiro delle 3000 copie di questo giornale che, come ogni mattina, stavano per essere distribuite gratuitamente ai padri.

Anche dopo il Concilio Dossetti continuò ad esercitare una profonda influenza sulla cultura cattolica non solo italiana.

È lui che diede vita – con alcuni storici suoi seguaci di cui il primo fu Giuseppe Alberigo – a quell’interpretazione del Vaticano II che ha avuto fino ad oggi più fortuna in tutto il mondo, condensata in cinque volumi di “Storia” tradotti in più lingue.

Non solo. Dossetti è stato per molti anche un grande ispiratore di visione teologica e politica insieme. Con un forte ascendente tra il clero, tra i vescovi e tra i cattolici politicamente attivi, a sinistra.

Ma mentre la sua maniera di interpretare il Concilio Vaticano II è da qualche tempo sottoposta a critica crescente – specie dopo il memorabile discorso, a ciò dedicato, di Benedetto XVI del 22 dicembre 2005 –, nessuno, fino a poche settimane fa, aveva osato mettere in dubbio, con autorità e in pubblico, la solidità della sua visione teologica.

A rompere il tabù è stato il Cardinale e teologo Giacomo Biffi, che dal 1984 al 2003 è stato arcivescovo di Bologna, la diocesi di Dossetti.

Nella seconda edizione delle sue “Memorie e digressioni di un italiano cardinale”, pubblicata lo scorso autunno, Biffi ha dedicato a Dossetti una ventina di pagine sferzanti.

Nelle quali mette a nudo le gravi insufficienze della sua teologia, a partire dal modo con cui egli agì nel Concilio Vaticano II e nei decenni successivi.

Ecco qui di seguito i passaggi salienti della critica del cardinale Biffi a Dossetti e ai “dossettiani” di ieri e di oggi.

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LA “TEOLOGIA” DI DOSSETTI

da Giacomo Biffi, “Memorie”, seconda edizione, pp. 485-493

Giuseppe Dossetti è stato un autentico uomo di Dio, un asceta esemplare, un discepolo generoso del Signore che ha cercato di spendere totalmente per lui la sua unica vita. Sotto questo profilo egli resta un raro esempio di coerenza cristiana, un modello prezioso seppur non facile da imitare.

È stato anche un vero teologo e un affidabile maestro nella “sacra doctrina”?

La questione non è semplice, data la complessa personalità del protagonista, e richiede un discorso articolato. Mi limiterò, richiamando qualche notizia utile, a formulare alcune osservazioni che riguarderanno prima di tutto l’ecclesiologia, poi la cristologia e infine la metodologia propria e inderogabile della “sacra doctrina”.

UNA ECCLESIOLOGIA POLITICA

Il 19 novembre 1984, in una lunga conversazione con Leopoldo Elia e Pietro Scoppola, don Dossetti si è lasciato andare a qualche considerazione che deve renderci avvertiti. Egli legge sorprendentemente il suo apporto al Concilio Vaticano II alla luce della sua partecipazione ai lavori della [Assemblea Nazionale] Costituente [tra il 1946 e il 1948]: “Nel momento decisivo proprio la mia esperienza assembleare ha capovolto le sorti del Concilio stesso”. […]

Di più, nella stessa circostanza Dossetti addirittura si compiace di aver “portato al Concilio – anche se non fu trionfante – una certa ecclesiologia che era riflesso anche dell’esperienza politica fatta”. Ma che tipo di “ecclesiologia” poteva scaturire da una tale ispirazione e da queste premesse “mondane”?

“Anche se non fu trionfante”: questo inciso, sommesso e un po’ reticente, evoca con discrezione la fine della attività conciliare di don Giuseppe; e merita che lo si chiarifichi nella sua rilevanza.

Egli era stato introdotto nell’assise vaticana con la qualifica di esperto personale dell’arcivescovo di Bologna [Giacomo Lercaro]. Il 12 settembre 1963 il nuovo papa, Paolo VI, comunica la sua decisione di designare quattro “moderatori”, nelle persone dei cardinali Lercaro, Suenens, Döpfner e Agagianian, con il compito di presiedere a turno l’assemblea conciliare per conto del papa. Era, come si vede, un incarico che ciascuno dei designati avrebbe dovuto esercitare soltanto singolarmente.

Lercaro persuade invece i suoi colleghi ad accettare don Dossetti come loro comune segretario; e con questa nomina si configura in pratica una specie di “Consiglio dei moderatori”, che finisce con l’avere indebitamente una funzione molto diversa da quella prevista e intesa, con un’autorità ben più ampia della sua indole originaria.

È il momento della massima influenza di Dossetti; ma non poteva durare. Si trattava, in fondo, di un arbitrario colpo di mano che alterava la struttura legittimamente stabilita. Il Concilio aveva già una segreteria generale, presieduta dal vescovo Pericle Felici, il quale non tarda a lamentarsi della situazione irregolare che si era creata.

Di più, l’attivismo del segretario sopraggiunto e le tesi innovative da lui propugnate cominciano a suscitare qualche naturale inquietudine. “Quello non è il posto di don Dossetti”, è il commento del papa. “Alla fine don Dossetti – afferma il cardinale Suenens – a causa dell’atmosfera ostile e per tatto verso il papa, si ritirò spontaneamente evitandoci una situazione imbarazzante”. […]

Le apprensioni di Paolo VI però non erano soltanto di natura procedurale e organizzativa. Egli sentiva acutamente la sua responsabilità di salvaguardare in pienezza, pur nella cordiale accettazione della collegialità episcopale, la verità di fede del primato di Pietro e del suo totale, incondizionato e libero esercizio. Questa è la ragione che lo spinge a proporre la famosa “Nota esplicativa previa”, nella quale offriva alcuni criteri interpretativi inderogabili di lettura e comprensione del capitolo III della “Lumen gentium” (che pur veniva da lui accolto integralmente). Così tranquillizzò tutti i padri sinodali e ottenne l’approvazione praticamente unanime del documento nella votazione del 21 novembre 1964: 2151 “placet” e solo 5 “non placet”. Con il suo intervento diretto e risoluto aveva evitato il rischio di possibili future interpretazioni contrarie alla dottrina tradizionale; e aveva salvato il Concilio. […]

UNA CRISTOLOGIA IMPROPONIBILE

Alla fine di ottobre del 1991 Dossetti mi ha cortesemente portato da leggere il discorso che gli avevo commissionato per il centenario della nascita di Lercaro. “Lo esamini, lo modifichi, aggiunga, tolga con libertà”, mi ha detto. Ed era certamente sincero: in quel momento parlava l’uomo di Dio e il presbitero fedele.

Purtroppo, qualcosa che non andava ho effettivamente trovato. Ed era l’idea, presentata da Dossetti con favore, che, come Gesù è il Salvatore dei cristiani, così la Torah, la legge mosaica, è anche attualmente la strada alla salvezza per gli ebrei. L’asserzione era mutuata da un autore tedesco contemporaneo, ed era cara a Dossetti probabilmente perché ne intravedeva l’utilità ai fini del dialogo ebraico-cristiano.

Ma come primo responsabile dell’ortodossia nella mia Chiesa, non avrei mai potuto accettare che si mettesse in dubbio la verità rivelata che Gesù Cristo è l’unico Salvatore di tutti. […]

“Don Giuseppe, – gli  dissi – ma non ha mai letto le pagine di san Paolo e la narrazione degli Atti degli Apostoli? Non le pare che nella prima comunità cristiana il problema fosse addirittura quello contrario? In quei giorni era indubbio e pacifico che Gesù fosse il Redentore degli ebrei; si discuteva caso mai se anche i gentili potessero essere pienamente raggiunti dalla sua azione salvifica”.

Basterebbe tra l’altro – mi dicevo tra me – non dimenticare una piccola frase della lettera ai Romani, là dove dice che il Vangelo di Cristo “è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del giudeo prima e poi del greco” (cfr. Rm 1, 16).
Dossetti non era solito rinunciare a nessuno dei suoi convincimenti. Qui alla fine cedette davanti alla mia avvertenza che, nel caso, l’avrei interrotto e pubblicamente contraddetto; e accondiscese a pronunciare questa sola espressione: “Non pare che sia conforme al pensiero di san Paolo dire che la strada della salvezza per i cristiani è Cristo, e per gli ebrei è la Legge mosaica”. Non c’era più niente di errato in questa frase, e non ho mosso obiezioni, anche se ciò che avrei preferito sarebbe stato di non accennare nemmeno a un parere teologicamente tanto aberrante.
Questo “incidente” mi ha fatto molto riflettere e l’ho giudicato sùbito di un’estrema gravità, pur se non ne ho parlato allora con nessuno. Ogni alterazione della cristologia fatalmente compromette tutta la prospettiva nella “sacra doctrina”. In un uomo di fede e di sincera vita religiosa, come don Dossetti, era verosimile che l’abbaglio fosse conseguenza di una ambigua e inesatta impostazione metodologica generale.

DUE TRAGUARDI, UNA SOLA TENSIONE

“C’era in Dossetti il monaco nel politico, e il politico nel monaco”. Questa breve espressione, enunciata dal professor Achille Ardigò che gli è stato per diverso tempo vicino e ha collaborato con lui, coglie con rapida sintesi una personalità singolare e complessa.

Chi ne ha studiato la lunga e multiforme vicenda non può non riconoscere la validità e la pertinenza di tali parole. […] La coesistenza, se non l’identificazione dei due traguardi – quello “politico” e quello “teologico” –, inseguiti da lui simultaneamente e col medesimo impegno, è all’origine di qualche incresciosa confusione metodologica. Dossetti proponeva le sue intuizioni politiche con la stessa intransigenza del teologo che deve difendere le verità divine; ed elaborava le sue prospettive teologiche mirando a finalità “politiche”, sia pure di “politica ecclesiastica”.

E qui c’è anche il limite intrinseco del suo pensiero e del suo insegnamento. Perché la teologia autentica è essenzialmente contemplazione gratuita e ammirata del disegno concepito dal Padre prima di tutti i secoli per la nostra salvezza e per il nostro vero bene; e solo in quel disegno si trovano e vanno esplorate le luci e gli impulsi che potranno davvero giovare alla Sposa del Signore Gesù, che è pellegrina nella storia.

I “TEOLOGI AUTODIDATTI”

Dossetti ha avuto uno svantaggio iniziale: è stato teologicamente un autodidatta.

Qualcuno domandò una volta a san Tommaso d’Aquino quale fosse il modo migliore di addentrarsi nella “sacra doctrina” e quindi di diventare un buon teologo. Egli rispose: andare alla scuola di un eccellente teologo, così da esercitarsi nell’arte teologica sotto la guida di un vero maestro; un maestro, soggiunse, come per esempio Alessandro di Hales. La sentenza a prima vista meraviglia un po’. […] E invece ancora una volta il Dottore Angelico rivela la sua originalità, la sua saggezza, la sua conoscenza dell’indole sia della “sacra doctrina” sia della psicologia umana. Nella sua concretezza egli vedeva il rischio non ipotetico degli autodidatti: quello di ripiegarsi su se stessi e di ritenere fonte della verità le proprie letture e la propria acutezza; più specificamente il rischio di finire col compiacersi di un sapere incontrollato, e perfino di arrivare a un’ecclesiologia incongrua e a una cristologia lacunosa.

È stato appunto il caso di don Giuseppe Dossetti, che nell’apprendimento della “scientia Dei, Christi et Ecclesiae” non ha avuto maestri.

A chi gli avesse chiesto da dove avesse preso le sue idee, le sue prospettive di rinnovamento, le sue proposte di riforma, egli avrebbe ben potuto rispondere (e non facciamo che usare le sue parole): “Dalla mia testa e dal cuore”.

I “TEOLOGI IMMAGINARI”

Don Giuseppe nutriva grande stima per don Divo Barsotti e aveva iniziato a coinvolgerlo nella sua vita spirituale oltre che nella sua presenza attiva entro il mondo cattolico.

Don Divo però, che era teologo – oltre che geniale – autentico e di solida formazione, si rese conto ben presto delle lacune e delle anomalie del pensiero dossettiano. […] E mi confidava, alla fine dei suoi giorni, di essere ancora molto preoccupato degli influssi che la “teologia dossettiana” continuava a esercitare su certe aree della cristianità.
Anch’io, devo dire, mi sono reso conto che l’apprensione di don Barsotti non era priva di fondamento. Nei contesti dove oggi ci si richiama all’eredità e all’ispirazione di Dossetti non sempre ritroviamo la serietà e la sufficiente competenza, doverose quando si discorre su argomenti che attengono alla “sacra doctrina” e alla vita della Chiesa.

Appunto nell’area dichiaratamente “dossettiana” ci si imbatte talvolta in alcuni “teologi immaginari”, che in genere sono molto apprezzati dagli opinionisti mondani, abbastanza sprovveduti in questa materia, e trovano facile spazio nei più diffusi mezzi di comunicazione.

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Sul libro da cui è stato tratto questo brano:

> Le memorie scomode del cardinale Biffi

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Sul libro-intervista postumo di Dossetti, citato dal cardinale Biffi:

> Concilio “capovolto” e Opus Dei. Un inedito bomba di Giuseppe Dossetti
(1.12.2003)

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Il libro del professor de Mattei:

Roberto de Mattei, “Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta”, Lindau, Torino, 2010, pp. 632, euro 38,00.

E una sua recensione critica da parte del direttore del CESNUR, Centro Studi sulle Nuove Religioni:

Massimo Introvigne, “A che serve la storia? ‘Il Concilio Vaticano II’ di Roberto de Mattei”.

di Sandro Magister da QUI

Su argomenti simili, e serio taglio critico Don Curzio Nitoglia:

http://doncurzionitoglia.net/2012/11/01/83/

http://doncurzionitoglia.net/2013/06/24/478/

http://doncurzionitoglia.net/2013/07/08/513/

http://doncurzionitoglia.net/2013/06/11/il-cristianesimo-equivale-a-porgere-laltra-guancia/

http://www.doncurzionitoglia.com/commentanostraetate.htm

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Rapina tramite Sequestro, nuove tattiche a Bologna: Attenzione

Il fatto risale al 16 marzo.
Questa volta l’indagine si è conclusa in modo positivo, in questi giorni.

I carabinieri  hanno catturato gli autori del sequestro della signora tenuta in ostaggio.
Erano le 9.15 circa, quando la donna, come di consueto, era uscita da casa, in via dei Bibiena, per andare a prendere un caffè in un bar situato in piazza Aldrovandi. Qualche istante dopo, due balordi  la costrinsero a salire a bordo di un furgoncino condotto da un terzo uomo. 
Lì le hanno sottratto le chiavi di casa,
e sono entrati indisturbati nel suo appartamento, aprendo regolarmente con le chiavi rubate, mentre la signora era in ostaggio sul furgoncino.
Meno di un’ora dopo, l’anziana fu ritrovata da un passante in via Viadagola, seduta a terra, sporca di fango e con i polsi bloccati dietro la schiena con il nastro adesivo.
E la casa svuotata.

La vittima per le ferite riportate fu trasportata al Policlinico Sant’Orsola Malpighi e ricoverata con una prognosi di venti giorni per i traumi riportati all’altezza dell’addome durante le fasi del sequestro: uno dei malviventi, dopo averle intimato “Stai tranquilla che non ti succederà niente”, si era seduto sulla schiena dell’anziana, schiacciandola con il peso del proprio corpo e procurandole due fratture alle costole. 
Dalle indagini è stato possibile identificare gli autori del sequestro che si avvalevano della collaborazione di una basista, si tratta di una barista, che aveva segnalato ai complici le abitudini dell’anziana ottantaseienne.

Le indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Bologna hanno consentito di sottoporre a fermo per sequestro di persona e rapina, tre cittadini ucraini e un moldavo (…) e di arrestare, in flagranza di reato, tre soggetti (due tunisini e un moldavo) (…) per spaccio di sostanze stupefacenti e ricettazione. 

Questi ultimi cedevano eroina, cocaina e hashish ai sequestratori, in cambio di parte della refurtiva. Dalle perquisizioni domiciliari svolte a carico degli indagati, è stato possibile recuperare parte dell’argenteria sottratta alla legittima proprietaria.

Il veicolo utilizzato dai sequestratori durante le fasi della rapina, il Renault Kangoo, è stato individuato e sequestrato. Dagli accertamenti è emerso che anche il mezzo era stato rubato nel novembre 2012 a un ristoratore di Bologna. Qualche giorno prima della rapina, inoltre, il veicolo era stato “preparato” dai sequestratori mediante l’applicazione di ulteriori targhe rubate e l’oscuramento delle finestre laterali e posteriori. I fermi sono stati convalidati dal Gip e gli arrestati sono stati tradotti alla Casa Circondariale della Dozza, assieme agli altri tre spacciatori. 
Speriamo anche che ce li tengano un bel po’.

da QUI

_n.d.r.: La faccenda si aggrava. Non più solo furti in appartamento e furti con strappo, o stupri, ma siamo arrivati al sequestro per rubarti le chiavi ed entrare indisturbati, fregando porte, portoni, inferriate, allarmi. L’escalation non rallenta in una delle città più multi-di tutto-di-più d’Italia.

_p.s. OGGI Stride particolarmente l’escalation di violenza anche nella nostra città, dopo l’orrendo episodio milanese del tizio (Mada Kabobo) che ha preso a picconate dei cittadini senza motivo, 
e al contempo sentire papa Bergoglio a Lampedusa accusare noi cittadini italiani INERMI di non dare mai abbastanza:  
_a suo illustrissimo avviso “noi dobbiamo chiedere perdono”…..
e di che, di grazia, visto che siamo invasi senza mai aver avuto vere colonie?
_“noi abbiamo il cuore chiuso dall’opulenza e dobbiamo dare tanto di più”

….noi italiani l’opulenza? ma o abbiamo stipendi da fame o pensioni da fame,
contratti del piffero,
ci sono operai-impiegati-imprenditori che si impiccano, si buttano nel vuoto o si danno fuoco e saremmo nell’opulenza? 

Noi che già manteniamo tramite tasse i clandestini e gli immigrati in genere, cioè i “diversamente sopraggiunti”,  mentre lo Stato e l’UE ci espropriano con tasse immense beni immobili e mobili, dobbiamo dare di più?  prendendolo da dove?

Dedico la corona di fiori dell’immagine sopra a tutti gli italiani ed europei morti per crimini causati dalla delinquenza connessa all’immigrazione. 

Certo, è ormai obbligo dire: non sono tutti così, e abbiamo anche criminali nostrani. Appunto, ci bastavano.

Salutiamo …anche noi il “papa dei poveri-degli altri paesi”, che ha lacrime globaliste per gli extracomunitari, 
ma palpebre asciuttissime per gli italiani che a casa propria muoiono per mancanza di lavoro o per debiti o per crisi indotta, 
o per furto-stupro-rapina o picconate in testa grazie agli “arrivati”.
   

Un cittadino stanco: Josh

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