Mentre l’Islanda si prepara a dire “NO” all’UE, sentiamo cos’ha da dire il presidente Grimsson

geyeser
Pubblicato anche su “Scenari Economici
Correva l’anno 2007 e nel mondo le cose andavano avanti. L’ONU stilava la sua annuale graduatoria dell’Indice di sviluppo umano e la medaglia d’oro di questa graduatoria andava a un’isola del Mare del Nord abitata da circa 300mila abitanti, ovvero l’Islanda.
Sì, stando alle sirene onusiane, alle agenzie di rating e ai media non c’era posto migliore in cui vivere dell’Islanda. Il settore finanziario deregolamentato e liberalizzato agli albori del millennio aveva creato un benessere mai visto prima in quella terra fredda e isolata dal resto del mondo. Ma quando nel settembre del 2008 Lehman Brothers, dotata di valutazione AAA secondo le tre Parche del rating, dichiara il proprio fallimento, il sogno islandese finisce bruscamente. Di colpo infatti l’Islanda scopre di essere seduta su un vulcano ben più pericoloso ed esplosivo di tutti i suoi celebri geyser messi insieme. Le tre banche, che con politiche finanziarie allegre e credito facile avevano aiutato il boom dell’isola di ghiaccio, Landisbanki, Kaupthing e Glitnir, si ritrovano al collasso e vengono nazionalizzate, mentre la libera circolazione dei capitali viene temporaneamente limitata.
L’Islanda, la perla del Nord si ritrova a chiedere un prestito al Fondo Monetario come un qualsiasi paese africano. Il sogno islandese diventa un incubo. Oggi però, a cinque anni di distanza dall’apocalisse, l’Islanda pare essere uscita dal tunnel. L’isola di ghiaccio, devastata dai disastri della cieca cupidigia di banchieri e speculatori, sembra si stia avviando verso un nuovo inizio.
L’economia islandese è ben lontana dai fasti del 2007, ma cresce del 2% l’anno e la disoccupazione, schizzata dal 3 all’8% dopo la crisi, è ora in calo intorno al 5%. Nell’indice di sviluppo umano l’Islanda, crollata dal primo al diciasettesimo posto, è ora risalita in quattordicesima posizione. Come abbiamo detto l’isola di ghiaccio è ben lontana dal tenore di vita precedente alla crisi, ma con forza ed orgoglio è riuscita a rialzarsi e ora può guardare al futuro con cauto ottimismo, consapevole che la lezione è stata appresa e che certi errori non saranno ripetuti. Ma cosa ha reso possibile per Reykjavik uscire dalla crisi economica? Perché l’Islanda ce l’ha fatta e l’Europa è invece ancora impantanata nel disastro?
Molte versioni, spesso discordanti tra loro, sono rimbalzate nella rete in questi anni riguardo l’Islanda e quanto accaduto, io credo che sia meglio sentir parlare chi è stato tra i protagonisti della risoluzione della crisi dell’isola di ghiaccio, ovvero il presidente della repubblica Olafur Grimsson, diventato celebre nella rete per aver posto il veto ai due piani di rimborso del debito del conto “Icesave”, un fondo creato da Landisbanki, verso investitori inglesi e olandesi. Questa è un’interessate intervista, rilasciata dal presidente Grimsson a febbraio al sito francese “Rue 89” (di cui qui ho trovato una traduzione in italiano) in cui quello che per molti nella blogosfera è diventato un eroe, ripercorre i passaggi e dice la sua su come l’Islanda è riuscita a oltrepassare la terribile crisi finanziaria che la attanagliava.
di Pascal Riché – Rue89.
Björk non era la sola star islandese in tournée in Francia, questa settimana. Il presidente del paeseÓlafur Ragnar Grímsson, 69 anni, era in visita ufficiale, con l’aureola dei successi islandesi contro la crisi, nonché del ruolo che ha giocato in questa correzione di rotta spettacolare con cui ha deciso, in due riprese, di consultare il popolo via referendum.  Ha incontrato per 35 minuti François Hollande. Si dice che abbiano parlato di tre questioni: «La ripresa economica in Islanda e le lezioni da trarne; la cooperazione economica nell’Artico e l’esperienza islandese in materia di geotermia – che assicura il 90% del riscaldamento degli abitanti – e come potrebbe essere sviluppata in Francia». Il presidente islandese, attualmente al suo quinto mandato, cammina sopra una piccola nuvola. Quattro anni dopo l’esplosione delle banche islandesi, il suo Paese è ripartito più forte della maggior parte degli altri in Europa, e ha appena vinto una battaglia davanti alla giustizia europea. Lo Stato islandese – ha giudicato la corte dell’Associazione europea di libero scambio (EFTA) a fine gennaio, era nel suo diritto quando si è rifiutato di rimborsare i risparmiatori stranieri che avevano piazzato i propri soldi presso le sue banche private.
Rue89: Ha richiamato assieme a François Hollande le lezioni da trarre dalla correzione di rotta islandese. Quali sono?
Ólafur Ragnar Grímsson: Se fate un paragone con quanto è successo in altri paesi dell’Europa, la riuscita esperienza islandese si è avverata in modo diverso su due aspetti fondamentali.
Il primo, consiste nel fatto che noi non abbiamo seguito le politiche ortodosse che da trent’anni in qua si sono imposte in Europa e nel mondo occidentaleNoi abbiamo lasciato che le banche fallissero, non le abbiamo salvate, le abbiamo trattate come le altre imprese. Abbiamo instaurato dei controlli sui cambi. Abbiamo cercato di proteggere lo stato previdenziale, rifiutandoci di applicare l’austerità in modo brutale.
Seconda grande differenza: abbiamo subito preso coscienza del fatto che questa crisi non era solamente economica e finanziaria. Era anche una profonda crisi politica, democratica e perfino giudiziariaCi siamo quindi impegnati in riforme politiche, riforme democratiche, e anche riforme giudiziarie [un procuratore speciale, dotato di una squadra, è stato incaricato di investigare sulle responsabilità della crisi, ndr]. Questo ha permesso alla nazione di affrontare la sfida, in modo più ampio e più globale rispetto alla semplice attuazione di politiche finanziarie o di bilancio.
 LIslanda ha 320mila abitanti. Queste politiche sono esportabili in paesi più grandi, come la Francia?
Innanzitutto, esito sempre nel dare raccomandazioni concrete ad altri paesi, perché ho sentito una caterva di pessime raccomandazioni propinate al mio!
Quel che posso fare, è semplicemente descrivere ciò che l’Islanda ha fatto, così ognuno può trarne le sue proprie lezioni. Ma è chiaro che molte delle scelte che noi abbiamo fatto potrebbero essere fatte in altri paesi. Per esempio, guardarsi bene da un’austerità troppo rigida.
 Quindi avete perseguito una politica di austerità rigidissima…
Senz’altro. Ma uno degli assi delle politiche ortodosse sta nel tagliare aggressivamente le spese sociali. Non è quel che abbiamo fatto. Abbiamo invece protetto i redditi più modesti.
L’ approccio ampio alla crisi – politico e giudiziario – può essere seguito anche in altri paesi oltre all’Islanda. La misura che è impossibile applicare in Francia, così come in altri paesi della zona euro, è evidentemente la svalutazione monetaria.
 Per quanto riguarda il non aver salvato le banche, lIslanda aveva davvero scelta? Sarebbe possibile lasciar affondare le grandi banche europee?
Le nostre banche erano importanti. Pesavano dieci volte la taglia della nostra economia. Io non dico che la dimensione non conti, ma se la si mette in termini di dimensioni, allora chiedetevi: il Portogallo è un paese grande o piccolo?  La Grecia è un paese grande o piccolo?
Se avessimo potuto fare altra cosa piuttosto che lasciare che le nostre banche fallissero, questo è un dibattito ancora aperto. In ogni caso tutto ciò corrispondeva a una scelta. Quelle banche erano private: perché mai delle imprese nel settore bancario dovrebbero essere trattate in modo diverso da altre aziende private di altri settori come le tecnologie informatiche, internet, le compagnie aeree? Queste imprese sono indispensabili alle nostre società, eppure lasciamo che falliscano. Anche le compagnie aeree. Perché mai le banche sono trattate come dei luoghi santi?
 La risposta tradizionale è che il loro fallimento possa trascinarne altri e mettere in ginocchio il sistema finanziario: c’è un rischio “sistemico”.
Sì, questa è l’argomentazione che viene avanzata; eppure badate a cosa è successo in Islanda con il caso IcesaveIl governo britannico e quello dei Paesi Bassi, sostenuti dall’Unione Europea, pretendevano che i contribuenti islandesi rimborsassero i debiti di questa banca privata, anziché lasciare che il liquidatore fosse il responsabile di tali debiti. A quel punto ho fatto fronte a una scelta: era il caso di sottoporre la questione a referendum? Un esercito di esperti e di autorità finanziarie mi dicevano: se voi autorizzate la gente ad esprimersi, isolerete finanziariamente l’Islanda per decenni. Uno scenario catastrofico senza fine… Ero davanti a una scelta fondamentale: da una parte gli interessi della finanza, dall’altra la volontà democratica del popolo. E io mi son detto: la parte più importante della nostra società – e l’ho detto anche ai nostri amici europei – non sono mica i mercati finanziari. È la democrazia, sono i diritti umani, lo Stato di diritto.
Quando siamo di fronte a una profonda crisi, sia quella islandese sia quella europea, perché non ci dovremmo lasciar guidare sulla via da seguire dall’ elemento più importante della nostra società? Ed è quel che ho fatto. Dunque abbiamo indetto due referendum. Nel primo trimestre dopo il referendum, l’economia è ripartita. E in seguito la ripresa è continuata. Ora abbiamo un tasso di crescita annuale del 3%, uno dei più elevati in Europa. Abbiamo un tasso di disoccupazione del 5%, uno dei tassi più bassi. Tutti gli scenari dell’epoca, di un fallimento del sistema, si sono rivelati fasulli. Il mese scorso c’è stato l’epilogo: l’EFTA ci ha dato ragione. Non solo la nostra decisione era giusta, era democratica, ma era anche giuridicamente fondata. I miei amici europei dovrebbero riflettere su tutto questo con uno spirito aperto: come mai erano loro in errore politicamente, economicamente e giuridicamente? L’interesse di porsi questa questione è più importante per loro che non per noi, perché continuano, loro, a lottare contro la crisi applicando a se stessi certi principi e certi argomenti che usavano contro di noi.
Il servizio che può rendere l’Islanda è dunque quello di essere una sorta di laboratorio, che aiuta i Paesi a rivedere le politiche ortodosse fin qui da essi seguite. Io non vado certo a dire alla Francia, la Grecia, la Spagna, il Portogallo o l’Italia: fate così, fate cosàMa la lezione dataci dall’esperienza da questi quattro anni in Islanda è che gli scenari allarmisti, delineati come delle certezze assolute, erano fuori bersaglio.
 LIslanda è diventata un modello, una fonte di speranza per una parte dellopinione pubblica, specie la sinistra anticapitalista. La cosa le fa piacere?
Sarebbe un errore interpretare la nostra esperienza attraverso una vecchia chiave di lettura politicaIn Islanda i partiti di destra e di sinistra sono stati unanimi sulla necessità di proteggere il sistema sociale. Nessuno, né a destra né al centro, ha difeso quelle che voi definireste come “politiche di destra”.
 È la via nordica...
Sì, è la via nordica. E se osservate cosa è accaduto nei Paesi nordici in questi ultimi 25 anni, hanno tutti conosciuto delle crisi bancarie: Norvegia, Finlandia, Svezia, Danimarca e infine Islanda, dove sempre abbiamo un momento di ritardo. La cosa interessante è che tutti i nostri paesi si sono ripigliati relativamente presto.
 Rimpiange di aver incoraggiato lei stesso la crescita della banca negli anni 2000? All’epoca, lei paragonava lIslanda a una nuova Venezia o Firenze?
Fra l’ultimo decennio del XX secolo e i primi anni del XXI, si sono sviluppate imprese farmaceutiche o di ingegneria, tecnologiche, bancarie e hanno procurato ai giovani islandesi istruiti, per la prima volta nella nostra storia, la possibilità di lavorare su scala globale senza dover lasciare il proprio Paese.
Anche le banche facevano parte di questa evoluzione. Se la cavavano bene. Nel 2006 e nel 2007, abbiamo sentito le prime critiche. Io mi sono chiesto a quel punto: cosa dicono mai le agenzie di rating? Redigevano per le banche islandesi un ottimo certificato di salute. Le banche europee e americane facevano tutte affari con le nostre banche e desideravano farne sempre di più!
Le agenzie di rating, le grandi banche, tutti in generale, avevano torto. E anche io. È stata un’esperienza costosa, che il nostro Paese ha pagato pesantemente: abbiamo conosciuto una grave crisi, delle sommosse… Ce ne ricorderemo a lungo. Oggi il pubblico continua ad ascoltare le agenzie di rating. Bisognerebbe chieder loro: se vi siete sbagliate così tanto sulle banche islandesi, perché dovreste avere ragione oggi sul resto?
 Quelle che lei definisce “sommosse”, non fanno forse parte del necessario “approccio politico” alla crisi, da lei descritto un instante fa?
Non la direi in questa maniera. L’Islanda è una delle democrazie più stabili e sicure al mondo, con una coesione sociale solida. E tuttavia, a seguito del fallimento finanziario, la polizia ha dovuto difendere giorno e notte il Parlamento, la Banca Centrale e gli uffici del Primo Ministro… Se una crisi finanziaria può, in un lasso di tempo brevissimo, far precipitare un tale paese in una così profonda crisi politica, sociale e democratica, quali potrebbero essere le sue conseguenze in paesi che abbiano un’esperienza più corta di stabilità democratica? Posso dirvi che durante le prime settimane del 2009, al mio risveglio, il mio cruccio non era quello di sapere se avremmo ritrovato o meno la strada per la crescita, bensì quello di sapere se non avremmo assistito al crollo della nostra comunità politica stabile, solida e democratica.
Ma noi abbiamo avuto la fortuna di poter rispondere a tutte le domande dei manifestanti: il governo è caduto, sono state organizzate delle elezioni, sono state sollevate dall’incarico le direzioni della Banca Centrale e dell’autorità di sorveglianza delle banche, abbiamo istituito una commissione speciale d’inchiesta sulle responsabilità, ecc.
C’è un’idea, diffusa nelle società occidentali, secondo cui i mercati finanziari devono rappresentare la parte sovrana della nostra economia e dovrebbero essere autorizzati a ingrandirsi senza controllo e nella direzione sbagliata, con l’unica responsabilità di fare profitti e svilupparsi… Ebbene, questa visione è pericolosissima. Quel che ha dimostrato l’Islanda è che quando un tale sistema ha un incidente, fa derivare tragiche conseguenze politiche e democratiche.
 In questo approccio politico, un progetto di nuova Costituzione è stato elaborato da unassemblea di cittadini eletti. Sembra che per il Parlamento non sia urgente votarlo prima delle elezioni del 17 aprile. Pensate che questo progetto abortirà?
La Costituzione attuale ha giocato il suo ruolo nella crisi: quello di far tenere delle elezioni e indire dei referendum… Questo non vuol dire che sia perfetta, essa può essere migliorata.
Con la crisi, il bisogno di rinnovare il nostro sistema politico ha trovato una sua espressione. Si è dunque attivato un processo di riforma costituzionale assai innovativo: è stata eletta un’assemblea di cittadini, i cittadini sono stati consultati via internet… ma, secondo me, non hanno avuto abbastanza tempo: appena quattro mesi.
Solo dei superuomini avrebbero potuto realizzare un testo perfetto in soli quattro mesi.
In questi ultimi sei mesi, c’è stato un dibattito in Parlamento, con dei propositi… il Parlamento adotterà forse certe misure, o forse si accorderà su un modo di proseguire il processo, o adotterà una riforma più completa.
Nessuno lo sa.
 La svalutazione ha aiutato la ripresa dell’Islanda. Lidea di raggiungere un giorno l’euro è stata scartata per sempre?
La corona è stata una parte del problema che ha portato alla crisi finanziaria, ma è stata anche una parte della soluzione: la svalutazione ha reso i settori dell’esportazione (pesca, energia, tecnologie…) più competitivi, così come il turismo, certamente.
C’è una cosa di cui non si è ancora preso bene coscienza nei paesi dell’Europa continentale : i Paesi del Nord dellEuropa – Groenlandia, Islanda, Gran Bretagna, Norvegia, Danimarca e Svezia – non hanno adottato leuro, a parte la Finlandia. Nessuno di questi Paesi si è unito alleuro. E comparativamente, questi Paesi si sono comportati meglio, economicamente, durante gli anni successivi alla crisi del 2008, dei paesi della zona euro, eccetto la Germania.
È quindi piuttosto difficile sostenere che l’adesione all’euro sia una condizione indispensabile per il successo economico. Da parte mia, non vedo nessun nuovo argomento che possa giustificare l’adesione dell’Islanda all’euro.
 Banche addio… oppure i giovani islandesi che abbiano fatto studi superiori vi troveranno un impiego?
Le banche, che siano in Islanda o all’estero, sono diventate delle imprese molto tecnologiche, che danno lavoro a numerosi ingegneri, informatici e matematici. Attraggono talenti da settori innovativi, quali le alte tecnologie o le tecnologie dell’informazione.
Dopo la caduta delle banche, questi talenti si sono ritrovati sul mercato del lavoro. In sei mesi, avevano tutti trovato lavoro … E le imprese tecnologiche o di design hanno avuto un rapidissimo sviluppo nel corso degli ultimi tre anni. Centinaia di nuove aziende sono state create. Sono ben lieto di constatare che le giovani generazioni hanno risposto alla crisi in modo molto creativo.
Morale della favola: se volete che la vostra economia sia competitiva nel settore delle tecnologie innovative, il fatto di avere un grosso settore bancario, ancorché capace di notevoli prestazioni, è una cattiva notizia.
E questo è quanto, e a parlare non è qualche complottista paranoico, ma un capo di stato democraticamente eletto. Il presidente Grimsson in questa intervista ha toccato diversi punti caldi e smentito luoghi comuni a raffica. In particolare esprime posizioni scettiche sull’Euro e sull’adesione dell’Islanda all’Unione Europea. E proprio questo argomento, l’adesione all’Unione Europea, è stato l’argomento cardine della campagna elettorale che ha portato alle elezioni di oggi. Dopo la crisi finanziaria l’Islanda sembrava in procinto di aderire all’Unione Europea ma, visto che gli islandesi se la sono cavata benissimo da soli, le pratiche sono state congelate dal governo uscente. Se i sondaggi non sbagliano, alle elezioni odierne i primi due partiti saranno il Partito Progressista e il Partito dell’Indipendenza che probabilmente formeranno una coalizione di governo. Come in Italia insomma, direte voi, beh non esattamente. Perché in Italia i partiti si sono uniti al grido di “Ce lo chiede l’Europa” dietro un oscuro figuro, che quando s’è candidato alla guida del suo partito ha preso meno voti perfino di Rosy Bindi, che nel ’97 scriveva “Morire per Maastricht”. In Islanda invece i due maggiori partiti si uniranno al grido di “Europa? No grazie, qui ce la caviamo da soli!” e come primo atto di governo getteranno in un geyser le trattative con l’idra di Bruxelles. Ah, avercelo noi un Grimsson come capo dello stato al posto di Giorgio “L’URSS ha contribuito alla pace nel mondo” Napolitano.

Margaret Thatcher, una eredità di luci ed ombre

Margaret Thatcher, come molti personaggi della sua levatura, è un personaggio che presenta luci e ombre. La filosofia della Thatcher che vede il mercato come una sorta di divinità non è la mia. Ritengo anzi che questa filosofia abbia sostanzialmente mostrato tutti i suoi limiti con la crisi finanziaria del 2008. Inoltre il sottoscritto è da sempre un feroce filo-irlandese. E a un filo-irlandese la Thatcher non può star simpatica per ovvie ragioni (vedi alla voce Bobby Sands). 
D’altro canto va dato atto alla signora Thatcher d’aver preso in mano un Regno Unito allo sfascio, che prima della sua ascesa era stato costretto a chiedere un “salvataggio” al Fondo Monetario, e aver quantomeno aggiustato la situazione. Quando la signora Thatcher lasciò Downing Street il tasso di disoccupazione era la metà di quello che era nel momento in cui c’era entrata. 
Da questo punto di vista va riconosciuto alla Thatcher d’aver lasciato il Regno Unito in condizioni complessivamente migliori rispetto a quelle in cui l’aveva trovato. D’altro canto però ci sono anche le ombre, tanto liberismo sfrenato ha prodotto la deindustrializzazione del Regno Unito, un’eccessiva terziarizzazione e finaziarizzazione dell’economia. Nel lungo periodo la faccenda ha presentato il conto e oggi il Regno Unito non se la passa proprio benissimo. 
Nonostante i numerosi pro e contro del thatcherismo va dato atto alla Dama di Ferro di essersi comportata da vera statista quando gli interessi del proprio paese sono stati messi a repentaglio. La signora Thatcher, quando è stata chiamata a difendere gli interessi e la sovranità del suo paese, s’è comportata come richiesto a un governante degno di questo nome. Quando la giunta argentina occupò le Falkland lei reagì con pugno di ferro. Quando in Europa si cominciò a parlare di “Unione Monetaria” la signora Thatcher difese la Sterlina e la sovranità monetaria dell’Inghilterra con le unghie e con i denti. 
La difesa della sovranità monetaria del Regno Unito costò caro alla Thatcher. Poche settimane dopo aver pronunciato il discorso che vi propongo, in cui la Thatcher dichiarò fortemente il suo “No! No! No!” all’Unione Monetaria e al federalismo europeo, la Dama di ferro dovette fronteggiare una fronda interna al Partito Conservatore che la depose dopo 11 anni di dominio. 
Si può dire che Margaret Thatcher sia stata la prima vittima dell’Euro. Costretta ad abbandonare la poltrona di primo ministro a causa del suo euroscetticismo. Il tempo è stato magnanimo con l’euroscetticismo della Thatcher. I fatti stanno dando ragione alle fosche previsioni sul destino della moneta unica che la Dama di Ferro mise nero su bianco nella sua autobiografia “Gli anni di Downing Street” pubblicata nel 1993 (1). Inoltre la Dama di Ferro ebbe la soddisfazione di vedere i congiurati che la deposero distrutti politicamente da Tony Blair. La Dama di Ferro potè godere di una dolce vendetta vedendo quel Partito Conservatore che prima l’aveva amata e poi rigettata con disprezzo, distrutto, marginalizzato e costretto a una lunga traversata nel deserto (2).
Se l’eredità politica di Margaret Thatcher è sotto alcuni punti estremamente controversa e criticabile, sull’Unione Monetaria la Dama di Ferro è stata decisamente profetica. Vi propongo una selezione del discorso chiave di Margaret Thatcher sull’Euro, quel “No; No; No” che fece tremare le cancellerie di mezza Europa. Per quel che mi riguarda, e fermo restando le mie divergenze e le mie critiche alla Thatcher e alla sua filosofia di fondo, questo è il discorso che vorrei sentire da un leader. Questo è il discorso che pronuncia uno statista degno di questo nome (3). Capito Prrrrrrrrrodi?

Traduco alcuni punti salienti del discorso
0:38 E’ nostra intenzione mantenere il potere e l’influenza di questo parlamento e non di denudarla dei suoi poteri (verso l’Europa NDA)
1:52 Si la Commissione (Europea NDA) vuole aumentare i suoi poteri, sì, è un organo non eletto e io non voglio che la Commissione aumenti i suoi poteri a scapito di questo Parlamento. Ovvio che divergiamo (Si riferisce al presidente della Commissione Europea, Delors NDA). Il presidente della Commissione Europea, Delors, ha dichiarato a una conferenza stampa che vuole il parlamento europeo diventi l’organo democratico della comunità, vuole che la commissione ne diventi l’organo esecutivo e vuole che il consiglio dei ministri (d’Europa NDA) ne divenga il “senato”. NO! NO! NO! Oh, forse il Partito Laburista darebbe via tutto ciò facilmente. Forse loro sarebbero d’accordo sulla moneta unica e sulla totale abolizione della Sterlina. Forse, essendo totalmente incompetenti in tema di politica monetaria (i Laburisti NDA), sarebbero molto contenti di cedere tutta la responsabilità, come hanno già fatto col Fondo Monetario, a una Banca Centrale. Le cose stanno così, non hanno (i Laburisti) competenza in campo monetario, non hanno competenza in campo economico per cui sì, l’onorevole (Neil Kinnock, leader laburista dell’epoca NDA) sarebbe ben contento di cedere tutto. Qual è il punto? Farsi eleggere in Parlamento solo per dar via la Sterlina e svendere i poteri di questo parlamento all’Europa?
4:13 Io credo che il Parlamento e la Sterlina abbiano servito questo paese, e il resto del mondo, molto bene. Io credo siamo più stabili e influenti con loro, e credo siano un’espressione di sovranità. Questo governo crede nella Sterlina. 
5:39 Ciò che stanno proponendo, con l’Unione Economica e Monetaria, è la preparazione a un’unione federale e noi la rigettiamo completamente. Possiamo raggiungere una grande cooperazione mantenendo la nostra sovranità. 
7:24 Io spero che alle prossime elezioni, le persone che entreranno in parlamento ci entrino per difendere i suoi poteri e le sue responsabilità e non per denudarlo. Abbiamo ceduto alcuni dei suoi poteri alla Comunità (Europea NDA), per quel che mi riguarda ne abbiamo ceduti abbastanza.  
9:23 Quando la proposta Delors per l’Unione Monetaria venne svelata, l’allora ministro dell’economia (cancelliere dello scacchiere nel gergo politico inglese NDA) disse subito che questa non aveva nulla a che fare con la politica monetaria, bensì era una preparazione per un’Unione Federale, un’Europa Federale che avrebbe tolto quasi tutti i poteri agli organi democraticamente eletti per darli ad organi non eletti democraticamente. Credo fermamente che ciò sia vero, ed è per questo che io non voglio avere nulla a che fare con la loro definizione di Unione Monetaria
(1) Consiglio a tutti la lettura del capitolo dedicato alla politica monetaria e alle previsioni sull’Euro. Rimarrete sbalorditi. La Thatcher nel 1993 descrisse ESATTAMENTE le conseguenze dell’Unione Monetaria che avrebbe portato le economie mediterranee ad essere progressivamente strangolate da quelle dell’Europa Settentrionale. La Thatcher usò come esempi di ciò che sarebbe accaduto proprio Germania e Grecia
(2) Credo che nell’attuale esecutivo di Cameron non vi sia nessun membro del governo Thatcher. I ministri che la pugnalarono alle spalle sono ormai finiti nel dimenticatoio della politica. Insomma, dopo le Idi di Novembre, la Thatcher potè godersi la dolce vendetta e vedere annientati i traditori che la deposero. Tanto era impresentabile il Partito Conservatore che dopo la Thatcher questo era chiamato il “Partito Disgustoso” e che gli elettori dello stesso si vergognavano di dichiararsi tali ai sondaggisti producendo l’effetto chiamato “Shy Tory Effect”. 
(3) Rimarco il fatto che la Thatcher prese posizione sull’Unione Monetaria nel 1990. Ovvero prese una posizione rischiosa, che le costò la poltrona, in tempi non sospetti quando l’Euro-isteria collettiva faceva proseliti pure al di la della Manica. Non come un certo puttaniere lombardo nostrano che dopo esser stato primo ministro per ben nove anni si sveglia e si accorge che l’Euro fa schifo solo quando glielo dicono i sondaggi. Questa è la differenza tra uno statista e un quaraquaqua. La Thatcher, con tutte le sue criticità appartiene alla prima categoria, Berlusconi appartiene senza ombra di dubbio alla seconda. 

C’è del buon senso in Germania? Frank Schaeffler "La zona Euro è un club fondato sul ricatto"

Il caso di Cipro mostra: le politiche di salvataggio hanno trasformato l’Europa in un bazar. Se non si cambia, il progetto di integrazione europea è destinato a fallire.

Tutti minacciano tutti. Recentemente ho scritto che l’Irlanda si è trovata nelle condizioni di ricattare la Germania e l’intera zona Euro. In quel caso si trattava di ottenere nuove e piu’ vantaggiose condizioni per le banche irlandesi. Ora la Troika ricatta Cipro con un’offerta da 10 miliardi di Euro: prendere o lasciare. Il governo ha accettato, ma il parlamento invece ha votato contro. Cipro allora ha tentato di migliorare la sua posizione negoziale mettendo sotto scacco la Troika con l’aiuto dei russi.

La BCE ha offerto immediatamente supporto minacciando l’interruzione dei prestiti ELA, con cui per oltre 2 anni nel totale silenzio ha rifinanziato le banche cipriote. Durante questo periodo ha assistito senza muovere dito al deflusso di capitali. Le politiche di salvataggio hanno trasformato l’Eurozona in un club fondato sul mercanteggiamento e il ricatto. 

Dalla costruzione europea esce fumo. Se la politica europea non cambia, presto vedremo uscire anche le fiamme e i salvatori europei resteranno fermi a fissare le rovine fumanti, che un tempo erano il progetto di integrazione europea. In piu’ occasioni ho chiesto e descritto una diversa gestione politica. Voglio spiegare ancora una volta il mio piano C e poi entrare nel dettaglio del caso Cipro.

Abbiamo bisogno –  in termini generali – di un ritorno all’economia di mercato e allo stato di diritto. Vale a dire: lo stato puo’ tollerare che le imprese vadano in bancarotta. Quello che va bene per Schlecker e Opel, deve essere valido anche per le banche. Se il fallimento di Schlecker è stato gestito senza il denaro del contribuente, lo stesso deve accadere anche per il fallimento di ogni banca.

La politica deve concentrarsi sul quadro generale, lo stato deve mettere a disposizione i giudici fallimentari. Le insolvenze sono basate su procedimenti stabiliti dalle leggi. Se ne occupano i curatori fallimentari e i giudici preposti, non una Troika o un governo. L’economia di mercato significa: chi prende rischi ha la possibilità di avere un guadagno. L’economia di mercato significa anche: i rischi possono concretizzarsi. Questo vale sia per gli investitori che per gli obbligazionisti bancari. Lo stesso vale per chi investe in titoli di stato.

Nel caso specifico di Cipro significa che le banche cipriote devono essere trattate in maniera separata rispetto ai problemi dello stato cipriota. La Troika sostiene che il settore bancario cipriota abbia bisogno di 10 miliardi di Euro di ricapitalizzazione. Si riferisce alla sua generalità, ma questo è semplicemente assurdo. Non è il settore bancario ad avere bisogno di denaro, piuttosto alcune banche. In un’economia di mercato non esiste un settore collettivo. Al contrario, ogni impresa agisce in maniera individuale ed è responsabile per se stessa. E questo è vero soprattutto in considerazione della sua struttura di finanziamento.

Se una banca è in difficoltà finanziarie, devono essere coinvolti prima di tutto i diversi gruppi di creditori e azionisti. Questi hanno sottoscritto contratti molto complessi. Dai quali risulta, in caso di insolvenza, in quale grado di priorità si troveranno. Da questi contratti risulta anche la procedura necessaria in caso di insolvenza. Per i creditori e gli azionisti potrebbe anche risultare vantaggioso versare altro denaro. Se ad esempio gli investitori russi o i creditori delle banche cipriote lo ritengono opportuno, potrebbero fare un aumento di capitale. Ci sono già riflessioni in questa direzione.

A volte è necessario aggiungere denaro buono dopo averne perso un po’ con un investimento cattivo. In questo caso i creditori e gli azionisti stringono i denti e incassano la perdita. E’ l’economia di mercato, e nelle banche cipriote dovrebbe funzionare allo stesso modo.

Se la politica lasciasse funzionare l’economia di mercato, allora il destino delle banche non graverebbe sul bilancio dello stato cipriota. In una economia di mercato, i salvataggi bancari sono realizzati senza il denaro dei contribuenti. Se il denaro dei contribuenti è coinvolto, significa: lo stato si immischia nell’economia e interferisce con il funzionamento del mercato. Ne consegue che il problema della banche in crisi è indipendente dal bilancio dello stato. 

Se il problema delle banche fosse gestito in questo modo e se i il loro fallimento fosse lasciato al finanziamento fatto attraverso i mercati, allora i problemi di Cipro sarebbero di gran lunga piu’ piccoli.

Secondo i dati della Troika, saranno 7 i miliardi di Euro destinati al finanziamento del bilancio pubblico e al rimborso dei titoli di stato in scadenza. Cipro nel terzo trimestre del 2012 aveva circa 15 miliardi di debito pubblico, pari all’84% del suo PIL. Supponendo che Cipro fino al proprio risanamento dovrà fare altri 5 miliardi di Euro di debito aggiuntivi, l’onere del debito salirebbe fino al 110 % del PIL.

Il danno per l’Europa è già smisurato . Questi debiti sarebbero sostenibili, soprattuto perché i creditori di Cipro sanno che il paese non intende gettare il denaro nel salvataggio delle proprie banche e che non intende garantire per i debiti bancari. Per gli investitori in titoli pubblici le necessità di finanziamento sarebbero prevedibili, in quanto lo stato non sarebbe costretto a farsi carico degli imponderabili rischi bancari. Nella partita doppia di Cipro, sul lato Avere, ci sarebbero anche i potenziali ricavi dei giacimenti di gas davanti alle sue coste.

La mia tesi: Cipro non ha piu’ accesso al mercato dei capitali perché gli investitori ritengono che dovrà garantire per le sue banche. E nel peggiore dei casi anche Cipro dovrà trovare un accordo negoziale con i suoi creditori. Per i creditori degli stati le cose non dovrebbero essere molto diverse rispetto a quelli delle banche. Ogni investitore si sceglie il proprio debitore, e deve sopportarne le perdite in caso di errore oppure se valuta in maniera sbagliata il merito di credito.

Queste sono le regole fondamentali dell’economia di mercato. Le politiche di salvataggio hanno sostituito queste leggi con un mercanteggiamento politico. Hanno trasformato il semplice eccesso di indebitamento di una banca – negli Stati Uniti dal fallimento di Lehmann il 15 settembre 2008 sono state smantellate 458 banche – in una farsa politica di dimensioni gigantesche.

Tutta l’Europa sta discutendo sul futuro delle banche cipriote. Fino a poco tempo fa nessuno le conosceva e nemmeno c’era bisogno di conoscerle. Per il normale cittadino non avevano alcuna reale importanza. Ma i salvatori europei hanno trasformato in un dramma il destino imprenditoriale di alcune banche estere di medie dimensioni, come se si trattasse di una catastrofe naturale.
Il danno per il progetto di pace europeo già oggi è immenso. Le politiche di salvataggio sono la negazione dell’economia di mercato e dello stato di diritto.
Fran Schaeffler, deputato tedesco della FDP

La minaccia di Vladimir

Quizzone per tutti, quale terribile minaccia di Putin avrà convinto l’inflessibile Merkel a cambiare idea su Cipro?
A-Utilizzare la Germania come campo per i prossimi esperimenti nucleari russi
B-Sputtanare definitivamente la Merkel circa i suoi legami con la DDR 
C-Immettere gas nervino al posto del metano nei gasdotti verso la Germania
D-Riversare polonio allo stato puro nelle falde acquifere tedesche
E-Inventate un po’ voi
Comunque dalla rapina, per ora sventata, abbiamo imparato una cosa. L’Europa e gli euro-invasati sono forti coi deboli e deboli coi forti. Se a lamentarsi è la piccola Grecia non succede nulla, se a lamentarsi è la Federazione Russa allora si può benissimo fare un bel “Piano B”.

A Cipro è tempo di espropri europei

In questo momento l’Italia è alle prese con problemi importanti. Abbiamo eletto i presidenti di Camera e Senato. Alla Camera abbiamo eletto l’oca onusiana Laura Boldrini, proveniente dalla listarella da prefisso telefonico di Vendola. Forse ricorderete la gallina in questione per i suoi exploit sulle politiche migratorie quando occupava la posizione di commissario dell’ONU per i rifugiati, posizione in cui si distinse per inettitudine e faziosità ideologica. Per farla breve, se fosse per quelle come lei, l’Italia dovrebbe importare in toto la popolazione del Maghreb. Dopo l’amante di Togliatti e l’ex vandeana divenuta sado-maso Irene Pivetti, un’altra donna a Montecitorio e come le due che l’han preceduta la signora Boldrini non sembra promettere nulla di buono. Speriamo solamente che La Boldrini segua le orme dei suoi predecessori Fini; Bertinotti; Casini e Pivetti. Ovvero ci auguriamo che la sua fulminea ascesa alla presidenza della Camera sia propedeutica a una altrettanto fulminea uscita di scena.

Ma è a Palazzo Madama che è accaduto il “fattaccio”. L’ex magistrato Piero Grasso, che onde non lasciar ombre sulla sua imparzialità nell’attività togata ha ben pensato di farsi eleggere in parlamento con il PD, è stato eletto a capo della “Camera Alta”. Ma la sorpresa non è la sua elezione, quanto il fatto che è partito il “soccorso rosso” dei grillini. Grasso è stato eletto con una decina di voti in più rispetto a quelli che avrebbe teoricamente dovuto ottenere, voti arrivati presumibilmente dalle fila grilline. Subito si scatena la caccia all’uomo tra gli ortotteri con minaccia di espulsione e/o dimissioni obbligate per i rei confessi. Qualcuno già cede e apertamente ammette di aver fatto da stampella all’odiato “PD meno elle”.

Per gli ortotteri come inizio non c’è male. Dovevano stravolgere tutto e invece il “PD meno elle” se li sta già pappando. Siamo sicuri che molte procure apriranno fascicoli su questi avvenimenti. State certi, vedremo intercettazioni a tappeto, inchieste e avvisi di garanzia. Poco ma sicuro.

La cosiddetta opposizione della “Lista per la salvezza di messer Bunga dalla gattabuia” invece continua a pigolare. Angelino Jolie continua a offrire l’aiuto del “PD più L” per una “Grande Coalizione”. Il comitato personale del puttaniere di Arcore non vede l’ora di fare un bel pappone col PD. Non c’è un minuto da perdere, bisogna salvare il puttaniere di Arcore dalla gattabuia imminente, costi  quel che costi, anche un accordo coi “Komunisti”. D’altronde han governato insieme per un anno e mezzo sotto l’egida di Monti, che vuoi che sia prolungare l’esperienza? E’ per una buona causa, salvare Berlusconi dalla meritata galera. La salvezza di Berlusconi varrà bene una messa. E “Compromesso Storico 2.0” sia. Ma no, Bersani è più tenace di Scalfaro. Al “Compromesso Storico 2.0” lui non ci sta!

Ma mentre siamo affranti da questi tragici problemi nella piccola isola di Cipro sta accadendo qualcosa di vergognoso. I correntisti della piccola isola si sono visti decurtare i loro risparmi dalla sera alla mattina. Motivo? Il solito, “Ce lo chiede l’Europa/la Germania”. Sì, per salvare il governo cipriota dal fallimento, l’Europa/la Germania ha chiesto che venissero prelevati i soldi direttamente dai conti correnti. Prelievo del 10% per i depositi al di sopra dei 100.000 Euro e del 6.75% per tutti gli altri. Una rapina legalizzata che per voracità fa impallidire il mitico prelievo forzoso del 6×1.000 attuato dalla banda Amato-Ciampi nel ’92. Ma la parola a Fabio Lugano che spiega bene cosa è avvenuto a Cipro

L’”Affaire” Cipro.Un suicidio voluto per l’Euro ?


DA DOVE VIENE LA CRISI DEL DEBITO CIPRIOTA.


Vediamo prima di tutto qual’è l’origine del debito dell’Isola di Venere.
Il debito pubblico cipriota, al contrario di quello greco ed italiano, non sarebbe particolarmente elevato: fino al 2011 il debito pubblico era pari a poco più di 12 miliardi di euro, pari al 71% del PIL, con una crescita consistente rispetto al 2010 , (10, 766 miliardi, pari a poco più del 60%), ma lontano dai livelli italiani o greci. La Grecia è proprio all’origine dei problemi ciprioti: l’haircut obbligatorio imposto dall’Unione europea ha messo in crisi il sistema creditizio dell’isola che, da un giorno all’altro, si è trovato sul precipizio, venendo caricato di miliardi di euro di perdite. Le stime ufficiali portano i fondi necessari al salvataggio del sistema creditizio a 10 miliardi di euro. Considerando questi fondi il debito complessivo cipriota sale ad oltre 23 milioni di euro, pari ad oltre il 140 % del PIL. Si tratta di un valore elevato, ma che di per se sarebbe tollerabile, se il settore industriale cipriota non fosse insufficiente e  le maggiori entrate  non provenissero proprio dal settore  finanziario. Quindi la crisi del terziario finanziario mette in crisi proprio la fonte maggiore di reddito per il paese, e questo rende minime le possibilità di rientro dal debito per via ordinaria. Bisogna però considerare che una parte della responsabilità delle perdite cipriote deriva proprio dalle scelte dell’Unione Europea per il salvataggio di un suo membro.


 UN SETTORE FINANZIARIO IPERTROFICO E SOSPETTOIl settore finanziario cipriota è enorme, vantando depositi pari a tre volte il PIL del paese stesso. Questi depositi provengono in parte dell’economia del paese, in sviluppo sino a pochi anni fa grazie a governi “Business friendly” che riuscivano a segnare dei surplus di bilancio, ma in gran parte da depositi provenienti dai paesi balcanici e dalla Russia: i magnati slavi hanno per anni portato i propri soldi al sole del sud, dove era anche facile “Lavare” fondi di provenienza sospetta.


 UNA SOLUZIONE POLITICA E PASTICCIATA Già durante il 2012 il debito pubblico cipriota, comprensivo dei fondi necessari alla ricapitalizzazione del settore bancario, è risultato eccessivo, per cui il governo si è rivolto alla UE ed al FMI per ottenere prestiti ed aiuti necessari al salvataggio del proprio sistema finanziario. Facciamo notare che non si tratta di debiti generati da un settore pubblico deficitario ed ipertrofico, ma da errori  sia del settore finanziario , sia delle politiche europee per il salvataggio greco. 


Purtroppo la richiesta si è scontrata con una rigidità preconcetta dei pezzi grossi dell’ UE, cioè essenzialmente con la Germania. Già nel gennaio 2013 Olli Rehn, il commissario agli affari economici e monetari escludeva la possibilità che fosse concesso un “Haircut”in stile greco ai debiti dell’isola. Alla fine veniva messo a punto un pacchetto per 17 miliardi di euro, di poco superiore al volume del PIL stesso dell’isola, ma nel frattempo l’isola aveva ottenuto un prestito di 2,5 miliardi di euro dalla Federazione Russa, sempre desiderosa di incrementare la propria influenza sul mediterraneo orientale e, in questo caso, forse di aiutare qualche proprio investitore.


In questo clima i poteri europei, cioè la Germania, hanno emesso un aut aut: se Cipro vuole i soldi, necessari, del bailout europeo deve prelevare almeno sei miliardi di euro dai depositi nel proprio sistema bancario. Per i paesi nordici i depositi presso quelle banche sono “Cattivi”, provengono dalla corruzione e dal lavaggio del denaro sporco. Due punti essenziali vengono completamente tralasciati: 


a) che anche aziende e risparmiatori ciprioti seri ed onesti hanno depositato i propri denari sulle banche del proprio paese.


b) che in questo modo si danneggia un principio essenziale della politica economica bancaria degli ultimi 200 anni:  la crisi del sistema finanziario e bancario di un paese può colpire i portatori di azioni e di titoli obbligazionari, ma non deve mai colpire i risparmiatori 


Con riguardo al punto a) ad onor del vero la prima bozza del governo cipriota prevedeva di colpire solo i depositi esteri, ma poi questa prima versione è stata superata perchè non in grado di fornire un gettito considerato sufficiente. Però il problema principale riguarda il punto b): se consideriamo tutta la legislazione bancaria questa è rivolta alla tutela del risparmiatore. Invece in questo caso, deliberatamente, questo viene messo in gioco.  Se la fiducia dei risparmiatori nella salvaguardia dei propri risparmi viene toccata, si aprono le porte alla corsa agli sportelli. che si sta già verificando a Cipro , tramite gli ATM, e che ha spinto il governo locale a dichiarare LUNEDI’ FESTIVITA’ BANCARIA , “Vacanza” che presumibilmente sarà estesa a martedì.


Il problema ora si chiama “Effetto contagio”: in fondo, cosa differenza la crisi degli  istituti di credito spagnoli da quelli ciprioti ? Se il paese iberico dovesse chiedere degli aiuti cosa salvaguarderà i risparmiatori dal non venire tosati ?


Il primo ministro Cipriota ha affermato che , in caso di mancato bailout, il danno per i risparmiatori sarebbe stato ben superiore al 10% di prelievo previsto per i depositi oltre i 100 mila euro ed al 6,75 % per i depositi sotto i 100 mila euro. Però siamo sicuri che il sistema bancario locale resisterà lo stesso a questo colpo ? Quali danni saranno poi portati ai sistemi bancari degli altri paesi del Sud Europa ? Gli analisti dell’Economist e di varie banche, fra cui Societé Generalè, se lo stanno chiedendo e parlano di “Effetto grilletto” per la fine dell’Euro. Un effetto tutto da verificare ed improbabile, ma non impossibile.


 Qual è stata la causa di questo errore ? La Signora Merkel, che non vole dimostrarsi troppo generosa verso i paesi del Sud Europa alla vigilia delle elezioni nazionali. Però se l’Unione Europea e l’Euro non sono basati su un minimo di intelligente ed utilitaristica solidarietà tanto vale sciogliere subito questo mostro monetario burocratico e tornare alle monete nazionali. E parlo di intelligente ed utilitaristica solidarietà perchè,una volta che il contagio bancario partisse, cosa potrebbe fermarlo ai confini del Reno ?


Capito che roba? Ma ovviamente nei nostri giornali sulla faccenda si trovano solo minuscoli trafiletti. Questo cose sono inezie di fronte al pigolare di Alfano, all’ottusità di Bersani e al veloce disgregamento degli ortotteri. Facezie, quisquilie pinzillacchere. Comunque, sarà, ma condivido il consiglio spassionato dell’Imperatrice qui sotto

Cosa mi aspetto da Papa Francesco


Dopo un conclave molto breve il mondo cattolico ha scelto il successore di Benedetto XVI. Per la prima volta nella storia il successore di Pietro proviene dal continente americano, per la precisione da quell’America Latina che da diversi anni è il continente più cattolico del mondo. Ma anche nell’America Latina la Chiesa Cattolica sta vedendo svanire la sua influenza. Non siamo ancora ai livelli di un’Europa ormai de facto a maggioranza agnostica, ma anche in America Latina la Chiesa cattolica sta attraversando una crisi profonda. A partire dagli anni ’80 il Sudamerica ha visto aumentare in maniera esponenziale la percentuale di protestanti. I protestanti, quasi inesistenti fino agli anni ’80 rappresentano oggi circa il 20% della popolazione in Brasile, il 15% in Cile e Colombia il 10% in Venezuela, Ecuador, Uruguay, Bolivia, e Perù e il 5% in Messico, Argentina e Paraguay.

Oltre alla decuplicazione dei protestanti importanti segnali della crisi della Chiesa in America Latina sono stati l’approvazione dei matrimoni omosessuali in Argentina e la legalizzazione dell’aborto in Uruguay. Un Papa dal Sudamerica invertirà il trend?

Di Bergoglio non so praticamente nulla. L’ho sentito nominare solo quando qualche anno fa uscirono indiscrezioni sul conclave che elesse Benedetto XVI. Queste indiscrezioni volevano Bergoglio come il candidato più votato dopo Ratzinger e, sempre stando alle mai confermate indiscrezioni, il cardinale argentino chiese ai propri sostenitori di convergere su Ratzinger in quanto non si sentiva adatto al ruolo di vicario di Cristo. So anche che, come primate d’Argentina, è stato grande avversario del clan dei Kirchner. L’inquilina della “Casa Rosada” si è congratulata per l’elezione di Bergoglio a pontefice, ma credo che la signora sia assai delusa per l’ascesa al soglio pontificio di uno dei suoi più acerrimi nemici.

L’elezione di Bergoglio è un po’ una sorpresa in quanto il cardinale argentino, stavolta, non era considerato tra i favoriti. I “papabili” erano altri, ovvero: il vescovo di Milano, Scola e il vescovo di San Paolo, Scherer, erano considerati i grandi favoriti. In alternativa erano considerati “papabili” il vescovo di New York, Timothy Dolan, il vescovo di Boston, il francescano Sean O’ Malley, il primate d’Ungheria, Peter Erdo, e il prefetto della congregazione per i Vescovi, il canadese Marc Ouellet.

Cosa mi aspetto dal primo pontefice latinoamericano? Personalmente spero che il nuovo capo della cristianità abbia il coraggio di parlare dove altri han taciuto. Benedetto XVI per me è stato una sorta di “Papa del silenzio”. Sulla più grande tematica del nostro tempo, ovvero la crisi economica, Papa Ratzinger è semplicemente “non pervenuto”. Benedetto XVI sulla crisi economica, sull’onnipotenza della finanza, sul disastro della globalizzazione è stato completamente silente. Mi aspetto quindi che Bergoglio sia molto più attivo sul tema.

Venendo da un paese che ha provato sulla propria pelle cosa sia il neoliberismo, da un paese che è stato sbranato dagli avvoltoi della finanza e che è stato distrutto dal Fondo Monetario, mi auguro invece che Bergoglio sul tema parli e faccia sentire chiara la voce della Chiesa. Mi aspetto un Pontefice che tuoni al mondo della finanza e delle banche che la logica del profitto fine a sé stesso è una logica disumana. Mi aspetto un Papa che ricordi chiaramente che la mancanza di etica e morale in campo economico e finanziario è ciò che ci ha portato a questo disastro. Insomma, mi aspetto un Pontefice molto più focalizzato sulla crisi economica che sta distruggendo la classe media che non sui problemi filosofici e teologici. Mi auguro un pontefice che parli e dica la sua su questo disastro economico e ricordi al mondo che senza etica e morale non si va da nessuna parte, anche, anzi soprattutto in campo economico e finanziario.

PS

Faccio mio questo pensiero di un mio amico “L’unico Papa accettabile sarebbe un Papa che dicesse: DRAGHI E’ IL DIAVOLO” 

Habemus Papam

L’argentino di origini piemontesi, Jorge Maria Bergoglio è il 266° successore di Pietro e ha scelto come nome Francesco I. Vista l’origine vien da chiedersi, sarà un Papa peronista? 🙂 
PS
E con questo Giulio Andreotti è arrivato a nove pontefici. Al decimo gli daranno la stellina?

Educazione Siberiana

Regia di Gabriele Salvatores

Produzione: Cattleya

Distribuito da 01

Cast: John Malkovich; Arnas Fedaravicius; Vilius Tumalivicius; Peter Stormare; Eleanor Tomlinson

Sceneggiatura di Gabriele Salvatores; Stefano Rulli; Sandro Petraglia

Costi di Produzione: 30 mln di Euro

1985: area non meglio identificata dell’Unione Sovietica (Transnistria?) un clan di origine siberiana vive esiliato e sopravvive grazie alla criminalità. Il clan dei “Siberiani” è però diverso dagli altri clan, è il più povero, ma allo stesso tempo è il più temuto. Contrariamente ad altre cosche i “Siberiani”, ortodossi devoti, hanno un rigidissimo codice etico e morale. Si ruba solo ciò che serve per il sostentamento della comunità e si ruba solo a coloro che meritano di essere derubati: banchieri; usurai; burocrati; polizia ed esercito sovietico. E soprattutto guai a immischiarsi con il traffico di droga oppure il capo del clan, nonno Kuzya (John Malkovich) te la farà pagare molto cara. I Siberiani non si sporcano le mani con quella schifezza.

E’ in questa società fortemente tradizionalista e legata ai suoi principi etici e morali che crescono Kolyma (Arnas Fedaravicius) e Gagarin (Vilius Tumalivicius). Fin da bambini sono coinvolti nelle scorribande contro l’oppressore sovietico. I due amici per la pelle vengono separati in maniera traumatica, durante un colpo Gagarin viene preso e passa diversi anni in prigione a Mosca.

1995: La vita continua nella piccola comunità. Il comunismo è morto e l’oppressione sovietica non c’è più, pare. Ma al comunismo sembra essersi sostituito un nemico forse ancora peggiore per il clan, il consumismo occidentale. La città, spartita geograficamente tra i clan rivali, è in preda a banchieri, palazzinari e spacciatori di droga. Kolyma è cresciuto e prende lezioni di tatuaggi, che per il clan hanno un significato tribale, dal “maestro” Ink (Peter Stormare). Nel frattempo il rampollo del clan si innamora della bella Xenya (Eleanor Tomlinson), la figlia del dottore mentalmente ritardata. Una ragazza che, come tutti i malati di mente, va difesa con le unghie e con i denti dalla comunità. Come ricorda nonno Kuzya le persone come Xenya, quelli che chiamiamo matti, sono in realtà i prediletti da Dio e guai a chi torce loro un capello. In questo clima torna a casa Gagarin, ma non è più lo stesso. In prigione si è legato al clan rivale del “Seme Nero” dedito al traffico di cocaina e legato all’esercito. Durante l’assenza Gagarin è stato strappato dalla sua terra, ha perso le sue radici, ha smarrito definitivamente l’etica e la morale d’origine. Lo scontro con il clan e con il vecchio amico è inevitabile e mortale.

Gabriele Salvatores torna nelle sale con l’adattamento dell romanzo sedicente autobiografico di Nicolai Lilin. Ora, il film in sè non è particolarmente spettacolare. La trama è abbastanza scontata e fin dal principio è evidente che tra i due amici si arriverà allo scontro finale. Ciò che però trovo prezioso è il messaggio fortemente tradizionalista di quest’opera. In un’epoca in cui il neoliberismo imperante ci impone di buttare al macero la nostra storia e le nostre tradizioni, in un’era in cui il turbo-capitalismo finanziario distrugge e divora popoli in nome del guadagno fine a sè stesso è importante che la “Settima Arte” lanci un grido di allarme.

Il messaggio che Salvatores manda è semplice e chiaro: chi ha radici; tradizioni e li conserva ha di conseguenza saldi principi etici e morali. Chi invece abbandona le proprie radici è perduto e preda della cupidigia e della brama di denaro ad ogni costo. Se dal punto di vista della sceneggiatura forse il film ha qualche pecca, e non presenta particolari colpi di scena, il messaggio di fondo passa in maniera chiara. E’ un messaggio semplice, ma forte e di cui in un’epoca come l’attuale c’è un grande bisogno.

Voto: 7 1/2