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Anche lui beve l’amaro calice dell’impegno politico !

L’accusa di familismo nella selezione della classe dirigente e nella scelta dei candidati da far concorrere alle elezioni piomba su Antonio Di Pietro e la sua Italia dei Valori. Ancora una volta. Cristiano Di Pietro, figlio dell’ex pm di Mani Pulite, sarà candidato alle prossime elezioni Regionali molisane che si terranno ad ottobre. Tanto basta per alimentare lo spettro del favoritismo e della assenza di meritocrazia nelle persone da proporre ai cittadini come loro rappresentanti.
L’INCHIESTA SUGLI APPALTI– Più che altro si tratta del riemergere di ferite mai del tutto sanate che qualche anno fa avevano squarciato quell’idea di rigore etico e morale che Di Pietro senior voleva caratterizzasse nel tempo il suo movimento politico. Il patatrac avvenne nel gennaio 2009. Fu infatti un avviso di garanzia a carico di Cristiano, allora consigliere comunale a Montenero di Bisaccia e provinciale a Campobasso, a segnare uno spartiacque tra l’intransigenza legalista sbandierata dall’onorevole di Montenero di Bisaccia e un partito alle prese sul territorio con diversi casi di abdicazione al malcostume politico che attanaglia il bel Paese da tempo immemore. L’inchiesta che colpì il Di Pietro junior era quella sugli appalti pubblici nella città di Napoli. Le carte in mano ai magistrati parlavano di intercettazioni di telefonate nelle quali Cristiano raccomandava suoi amici all’ ex provveditore alle Opere pubbliche di Campania MoliseMario Mautone, arrestato nell’ambito della stessa inchiesta nel dicembre 2008.
L’IMBARAZZO DEL PARTITO – In realtà, il caso Cristiano-Idv era emerso ben prima della iscrizione nel registro degli indagati. La vicenda aveva generato non poco imbarazzo tra Di Pietro e seguaci, e non poco sollievo tra gli esponenti del centrodestra, che vedevano vicina la possibilità di acquisire facili argomentazioni per attaccare l’avversario inflessibile in tema di legalità. Alla notizia del coinvolgimento di Cristiano mentre il giustizialista Di Pietro si veeva costretto a chiudersi in difesa (“Ribadiamo la nostra fiducia nella magistratura, anche e soprattutto verso quella che dovesse indagare qualche volta su qualcuno di noi…”), qualche rappresentante del suo partito lo incalzava, lanciando un allarme. “La collocazione di Cristiano oggi nuoce alla politica del padre, perciò lui stesso dovrebbe ragionarci sopra e fare un passo indietro, per puro senso di opportunità”, diceva ad esempio il senatore Idv Pancho Pardiinvitando Di Pietro jr alle dimissioni. Lo stesso faceva il giornalista-amico Marco Travaglio(“Cristiano dovrebbe lanciare un segnale, far capire che ha capito che certe cose non sono reato ma non si fanno”). La maggioranza berlusconiana, intanto, si godeva lo show. “Se Cristiano resta in campo, avremo un argomento da usare contro suo padre per i prossimi 10 anni”, faceva sapere il capogruppo Pdl al Senato Maurizio Gasparri.
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