Il ricostituente del Centro Destra

Ieri una illuminante e piacevole intervista a Matteo Salvini su Libero.
In sostanza il Matteo  Giusto annuncia l’intenzione di restituire forza al Centro Destra, andando oltre gli attuali partiti, fondandolo sulle idee, non più su una persona o su una sigla.
Mi sembra un’ottima iniziativa.
Se, poi, le idee sono:
– fuori dall’euro
– fuori i clandestini dall’Italia e respingimento dei nuovi arrivi, senza ius soli;
– sostegno alla Famiglia Tradizionale senza rincorrere i capricci degli omosessuali;
– riduzione delle tasse e taglio della spesa pubblica,
allora non posso che dichiararmi completamente d’accordo e considerare sempre più favorevolmente il Matteo Giusto come Leader dell’intero Centro Destra.
Le sue parole rappresentano infatti un poderoso ricostituente, proprio nel momento in cui Grillo è costretto a spararle sempre più grosse, scoprendo tutta la sua inconsistenza e il Matteo Sbagliato continua a proporre uno tsunami di parole che coprono il vuoto assoluto e, spesso, la solita politica dannosa e becera della sinistra fondata sulle tasse e sull’assecondare le peggiori pulsioni di qualche minoranza rumorosa.
Le idee che propone Salvini sono anche le mie e credo rappresentino gran parte dell’elettorato del Centro Destra.
Agli altri non resta che concorrere sul piano delle idee oppure scegliere il suicidio di contestare a Salvini il diritto a rappresentare in tal modo la nostra area.
Se diranno no a Salvini perchè è Salvini, perchè è della Lega, perderanno i voti degli elettori che, sempre più aderiranno al soggetto politico che espone le idee del Centro Destra.
Se diranno no a Salvini perchè considerano quelle idee razziste, omofobe et similia, allora non prenderanno più i voti degli elettori del Centro Destra perchè quelle idee sono le nostre e chi le contrasta è inequivocabilmente dall’altra parte della barricata.

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Alcune mistificazioni sulla questione giovanile

Ho trovato un articolo de La Stampa (giornale della Fiat) dal titolo “Meglio usare che possedere, i trentenni cambiano i consumi” che detta gli stilemi su come dovrebbero essere, vivere e lavorare i nuovi giovani delle generazione del millennio detti Millennials, ovvero quelli che si trovano ad attraversare l’attuale crisi. Un capolavoro di luogofinanziarismi a base di termini in Inglese, che trasuda boria e  altezzosità nei confronti di chi non si adegua a questo andazzo basato sul nomadismo lavorativo, modello Ryanair.  Una bigia  tristezza e mestizia, una totale mancanza di fantasia, di creatività, in un modello di appiattimento globalista. Avrete capito che la campagna contro i bamboccioni (copyright Padoa-Schioppa – FMI) , contro  i choosy (copyright Elsa Fornero – Banca Mondiale), o  i mammoni che vogliono lavorare dietro casa (Ex Ministra dell’Interno Cancellieri) e via insultando, doveva mirare alla costruzione  di monadi isolate e assai poco comunicanti (nonostante il pc) come quelli che vedete in fotografia,  giovani che ravanano e smanettano in Internet per trovare il volo più a buon prezzo, il  vestito più a buon prezzo, i mobiletti Ikea a buon prezzo da scomporre e ricomporre a seconda del capriccio della casa del momento, e via precarizzandosi a vita. Un tempo la weltanschuung era tra l‘Essere e l‘Avere. Ora è tra l‘Usare e il Possedere. Ovviamente a vantaggio del primo verbo. 
Come d’abitudine, si distinguono  i luridi lecchini pennivendoli della solita stampaccia che invece di denunciare la barbonizzazione mondialista con corollario high tech di questi poveri sventurati ragazzi, si mettono a indorare questa merdaccia (mi si passi il vocabolo) pensando di creare giovani più “trendy”. Buona lettura! Il corsivo in verde è mio.

Per capirli davvero, bisogna darsi appuntamento alle tre di notte, a Bergamo Orio al Serio o qualunque altro aeroporto da compagnie low cost (poveretti!) . Lì, tra le corsie vuote del check-in, in mezzo a luci e rumori perpetui, mentre il personale pulisce il pavimento e svuota i cestini, ne troverete tanti (tutti fatti con lo stampino, ovvio! è chiaro che là in mezzo, non potrà mai  scaturire un Benvenuto Cellini)

Giovani adulti, al massimo trentenni o poco oltre, curvi su un sedile scomodo, abbracciati a un trolley, sdraiati a terra dentro un sacco a pelo ( a questo punto, meglio gli hippies che almeno avevano lo sfondo della natura)  . A volte attrezzati di mascherina paraocchi o cuffie isola-orecchie (autismo e schizofrenia autorizzate) . Sempre e comunque pronti a far ciò che mai ai loro padri sarebbe saltato in mente: dormire in aeroporto (per dormire in aeroporto, occorre avere un padre e una famiglia alle spalle; in caso contrario si diventa  in fretta dei barboni  dell’Idroscalo peggio di quelli cantati da Jannacci ). Quasi un rito, certamente il simbolo di una generazione. Quella dei cosiddetti «Millennials», o «Generazione Y», i trentenni, quelli, insomma nati dal 1980 in poi. (ecco come funziona la macchina della propaganda mondialista: basta un nome, un’etichetta, veicolata da un grande giornale e…oplà:  si è pronti ad accettare l’inaccettabile)

Non a caso, per chiamarli spesso si è ricorso a un’altra etichetta, quella di «Generazione Ryanair»(e cioè, la peggior compagnia di volo del Pianeta. L’ho provata una sola volta per evitarla per sempre: hostess rincoglionite che non sanno una parola di nessun altra lingua, se non l’Inglese, disguidi a non finire coi bagagli). C’entrano gli orari – mattutini e infausti – dei voli low cost. Ma c’è molto di più. C’è una nuova filosofia di consumo, la necessità e la voglia di fare esperienze senza spendere un euro più del necessario, la concretezza di chi è diventato grande al tempo della crisi, la capacità e la voglia di risparmiare, ogni volta che si può (più che altro si è obbligati a farlo, quindi non è una libera opzione).

Le notti in aeroporto sono solo un esempio. Il principio vale e si vede in mille altre situazioni. Ed è uno schema che non passerà, destinato a rimanere e a cambiare tutto, in materia di consumi.
A suggerirlo è un’inchiesta del settimanale economico «Forbes» (ahhh, e te pareva!) che lo dice senza mezzi termini: «I Millennials stanno cambiando per sempre il modo di usare i soldi» (vengono democraticamente indotti a farlo. Piaccia o non piaccia). Pragmatici fino (quasi) alla spilorceria, i venti-trentenni di oggi badano al sodo. Puntano a usare più che a possedere. (Non possono fare diversamente, visto che attraversano la crisi  che tutto tritura, divora e desertifica ) Comprano un vestito o scelgono un viaggio guardando prima di tutto il prezzo, a volte passando ore a cercare la soluzione più intelligente ed economica. Si affidano alla tecnologia e a Internet per trovare l’offerta o la strategia giusta, e anche per gestire i propri risparmi. (insomma si fanno venire le occhiaie nello smanettare non stop su Internet per poter andare a nozze coi fichi secchi in tutti gli ambiti della vita)
Secondo una ricerca di Accenture, negli Stati Uniti è già il 94 per cento dei 18-29enni a usare i servizi online delle banche, mentre il 39 per cento di loro è disposto ad affidarsi a una banca senza filiali, tutta virtuale (per fregarti meglio,bimbo mio!) Ancor più importante: il 66 per cento di questi giovani adulti spende sempre secondo un budget prefissato, con criterio e parsimonia, mentre a farlo è solo il 36 per cento degli over 55.
Come detto, sono dati che riguardano i Millennials americani. Ma – con la dovuta prudenza – si possono applicare un po’ a tutto l’Occidente, Italia inclusa. I numeri aiutano anche a spiegare il successo della «sharing economy» (* ), l’economia collaborativa di chi divide una casa in affitto, viaggia con BlaBlaCar e simili (car sharing), usa le bici pubbliche (bike sharing), lavora in spazi condivisi (coworking), o finanzia i propri progetti con la colletta virtuale (crowdfunding) (economia della condivisione? è la solita sbobba comunista in salsa bankster)


È – si capisce – un mondo molto anglofono e molto online. Ma guai a vederci una rivoluzione solo tecnologica. La metamorfosi si vede infatti nel mondo reale almeno quanto su Internet. È così che si vendono sempre meno vestiti di marca e i negozi come H&M e Zara – mondi tutt’altro che digitali – sono sempre affollati. (queste sì che sono boutiques di alta moda!)


E così è nata la ribellione ai taxi tradizionali e si è diffuso Uber («Se si può pagare meno, che importa la licenza?», pensa il Millennial-tipo). E poi c’è il pellegrinaggio all’Ikea, diventato un altro rito simbolo, da coppiette che arredano una casa – magari in affitto – secondo il loro gusto e impulso del momento. Per qualche anno e non per l’eternità, con mobili destinati a durare quanto serve e pronti ad essere cambiati in un attimo, se cambiano le esigenze o non piacciono più.Quando la generazione Y diventerà grande cambierà idea? Viaggerà in prima classe e comprerà di marca? Sarà più consumista e meno sparagnina? Difficile dirlo, ma nei dati ci sono tutti gli indizi per credere che questo non succederà. Nel 2020 i Millennials saranno già un quarto della popolazione italiana e il 36 per cento di quella degli Stati Uniti, il Paese da cui tutto il cambiamento è partito. A quell’altezza, lo capiremo meglio. E se, come diceva «Forbes», il nuovo modo di usare il denaro è destinato a rimanere, saranno gli altri – governi, banche, aziende – a doversi adattare. (Forbes: un vero distillato di saggezza! Un Arbiter elegantiarum).



(*) Sulla Sharing Economy “Sharing come filosofia di vita

4 Novembre, Festa degli Italiani

Una settimana dopo il 28 ottobre, arriviamo al 4 novembre, altra data che mi piace ricordare e che rappresenta un passaggio essenziale per la Storia Patria.
Un’altra ricorrenza che non è più celebrata con il giorno di Festa, risultando “spostata” alla prima domenica di novembre.
Una autentica bestemmia nei confronti della Patria, una blasfemia operata da quanti, oggi, sbandierano la loro millantata italianità assieme ad un Tricolore e ad un Inno Nazionale che hanno sempre rifiutato.
E, nei fatti, lasciando da due anni i nostri Marò nelle mani dei sequestratori indiani, continuano ad offendere.
Se, dunque, il 28 ottobre diventa attuale per il suo indissolubile legame con le prime leggi di tutela del lavoro e dei lavoratori, il 4 novembre rappresenta l’unica, vera data possibile per una Festa Nazionale, riducendo ai soli altoatesini gli unici a non sentirvisi rappresentati.
Anche se l’Italia di oggi preferisce date … partigiane come il 25 aprile e il 2 giugno, il 4 novembre, essendo la ricorrenza dell’unica Vittoria delle Armi Italiane in una guerra plurale (perchè in confronti individuali o ristretti abbiamo vinto anche altre due guerre di Indipendenza contro l’Austria per merito degli Alleati: la Francia di Napoleone III e la Prussia di Bismarck), la Vittoria del 1918 fu una vittoria tutta Italiana, non essendovi stato alcun contributo fattivo da parte degli alleati di allora.
Fu una vittoria che, per la prima e unica volta (se escludiamo i campionati del mondo di calcio …) ha unito nella sofferenza e nella gioia tutta l’Italia.
Le precedenti guerre di Indipendenza, infatti, furono una questione essenzialmente del Nord, come nel Nord fu combattuta la guerra fratricida del 1943-1945 , più che altro a rimorchio dei rispettivi alleati.
Nella Grande Guerra, invece, migliaia di Italiani del Sud combatterono per il confine Nord e per riportare in Italia Trento e Trieste (e con il pensiero rivolto anche a Fiume, Istria e Dalmazia che erano e restano nel nostro cuore come parte integrante della Nazione Italiana e, sono convito, prima o poi torneranno a farne parte anche giuridicamente).
Una data, quindi, il 4 novembre da ricordare come unica, vera Festa Nazionale e che, in quanto tale, meriterebbe di essere ripristinata al posto di due celebrazioni che dividono gli Italiani e che non potranno mai essere quella Festa Nazionale riconosciuta e condivisa che a noi manca.




ANNI PRECEDENTI:

4 novembre 2005 4 novembre Festa Nazionale

4 novembre 2009 Non passa lo straniero
4 novembre 2010 4 novembre nella memoria

4 novembre 2013 Festa della Vittoria

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La rivincita della Destra

Credo siano in pochi a ricordare il 1964 ed io stesso non posso certo affermare di averne memoria, compiendo solo 8 anni e che mi rimane impresso più per lo scudetto del Bologna vinto, dopo la vicenda del presunto doping, nello spareggio di Roma del 7 giugno, che per altri eventi di cui puro ho traccia, come l’elezione di Saragat alla presidenza della repubblica dopo una interminabile serie di votazioni in diretta televisiva (rigorosamente in bianco e nero).
Ma quell’anno si svolsero anche le elezioni presidenziali negli Stati Uniti dove LBJ travolse Barry Goldwater, campione della Destra.
Il risultato non diede adito a dubbi e i democratici conquistarono il Congresso a piene mani.
I Repubblicani sembravano allo sbando.
Eppure da quella sconfitta nacque il successo degli anni settanta e ottanta.
Dopo quella sconfitta i Repubblicani vinsero la Casa Bianca sette volte contro i cinque dei democratici, conquistando anche la maggioranza al Congresso o in un suo ramo.
La reazione dei Repubblicani permise loro una rivincita cui mai avrebbero pensato dopo il lungo regno democratico dei Roosevelt e Truman.
In Italia la sconfitta patita alle europee dal Centro Destra può essere la chiave di volta per una rivincita che sia ben più corposa dei Governi di Berlusconi.
Renzi dimostra tutta la sua evanescenza, con un governo di basso profilo, chiacchiere a non finire, ma nei fatti un peggioramento delle condizioni di vita degli Italiani.
Di tutti gli Italiani, inclusi quelli che si ostinano stolidamente a votarlo ed a concedergli fiducia.
Il debito pubblico, ereditato dal consociativismo dc-pci-psi, è un fardello che se Berlusconi ha contenuto, se, con una politica da taglieggiatori, Monti e Letta hanno contenuto, Renzi sta bellamente appesantendo, spendendo troppo e aumentando le tasse.
E’ un gioco destinato al fallimento.
E’ da vedere se prima o dopo la ripresa internazionale.
Sì, perchè l’unica carta che può giocare Renzi non dipende da lui, bensì da una ripresa internazionale, che prima o poi arriverà e che trascinerà anche l’Italia, coprendo, ancora una volta, i nostri difetti.
Prima o poi.
Ma il Centro Destra non deve affidarsi solo alla buona sorte, ma deve reagire come fecero i Repubblicani dopo il 1964.
Bene la ricerca di una intesa tra Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.
Bene anche un padre nobile come Silvio Berlusconi, al quale dobbiamo essere grati per gli ultimi venti anni, ma che sta subendo le ripercussioni delle aggressioni ricevute, unitamente alle pulsioni senili che lo rendono prigioniero di una signorina napoletana con idee bislacche sui principi che informano l’elettorato di Centro Destra.
Tocca allora agli elettori, cominciando dalle elezioni di novembre in Emilia Romagna, dare forza alla parte migliore del Centro Destra.
Il voto in regione, in questa regione, non serve per dare un presidente alternativo alla solita giunta comunista (quelli hanno una base che, come ha detto Salvini, voterebbe anche un posacenere) ma serve per dare una svolta al Centro Destra.
Un successo di Lega e Fratelli d’Italia significherebbe un segnale molto forte sulla volontà dell’elettorato e di quella che, ritengo, sia ancora una maggioranza che Berlusconi chiama “moderata”, ma che mi piace definire “conservatrice”.
Una maggioranza nella quale cerca di attingere Renzi con iniziative attrattive come la polemica con i sindacati, ma che Renzi non può interpretare quando aumenta le tasse, propone lo ius soli o le unioni omosessuali, conferma l’adesione all’euro.
Una battaglia su questi temi, ancorchè non strettamente locali, può creare i presupposti per una rivincita annunciata, che ci sarà comunque, ma che può arrivare prima di quanto si possa pensare, evitando i danni di un prolungato cinguettio renziano.

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Nè Mare nostrum, nè Triton

Da ieri è iniziata l’operazione Triton, sotto l’egida di Frontex, che, secondo Alfano, dovrebbe rimpiazzare Mare Nostrum.
Alfano è subito smentito, visto che la nuova operazione svolgerà la sua attività entro 30 miglia dalle coste italiane ed è stato chiaramente detto che l’Italia sarà “obbligata” a prestare ugualmente soccorso, come prima.
Così come i clandestini recuperati da Triton, saranno portati sul nostro territorio.
Allora si dica chiaramente che vogliono perpetuare l’invasione, da contenere in una terra cuscinetto: l’Italia.
Per questo nè Mare Nostrum, nè Triton, essendo ambedue strumenti che violano la nostra Identità, la nostra Sovranità e la nostra Integrità.
L’unica risposta valida era e resta il respingimento.

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Se il riposo non è più eterno

A parte le solite mascherate all’americana di zucche, streghe, spiriti e fantasmi, di dolcetti o scherzetti e altre mediocrità affini,  le due festività di Ognissanti e dei Morti ci danno l’opportunità di meditare non solo sulla caducità della vita, ma anche sugli spazi cimiteriali a disposizione degli estinti. La durata dell’uso dei terreni nei quali vengono interrati i morti, diventa sempre più breve (di solito, una media di 10 anni) ;   dopodiché, la cara salma trasloca. 
Eh no, non c’è requiem manco da morti, cosa credevate!? Il morto frutta anche e soprattutto da morto, perché a discrezione delle varie amministrazioni, scade la concessione e bisogna rinnovare l’impegno con il comune. Impegno pagante e sonante, tanto per cambiare.
E’ di questi giorni la notizia di una mia amica che già in difficoltà economica è stata richiamata dall’amministrazione comunale per il rinnovo di una tomba di famiglia della sua povera nonna: 1800 euro. Che fare? Pagare o gettarla nelle fosse comuni? 
 Ma anche un rinnovo in una semplice cassettina ossaria ha il suo prezzo che varia dalle 750 alle 800 euro. Se i parenti del caro estinto non acconsentono alla nuova disposizione, allora non restano che le fosse comuni.

Ma ecco che dagli Usa vengono in soccorso le holdings internazionali con il franchising della cremazione, sostenute dagli ambienti massonici, certamente meno cara, e reclamizzata con uno slogan agghiacciante: la purezza del ricordo.
La purezza del ricordo esiste se c’è qualcosa di tangibile e concreto da ricordare. Tant’è vero che i congiunti degli estinti cremati tengono una loro fotografia accanto all’urna cineraria. E cioè un oggetto concreto. Non si rendono conto però che portarsi a casa le ceneri secondo la consuetudine americana, significa sottrarre il ricordo dell’estinto anche a chi l’ha conosciuto in vita. I nostri cari, non appartengono solo a noi, ma anche ad amici che li hanno conosciuti e amati da vivi.
Ho già dedicato a questo argomento, certamente non allegro, ma che fa parte del ciclo biologico in tutte le sue fasi, un post sul Giardino delle Esperidi con gli ottimi commenti di Pseudosauro. La storia della nostra civiltà, arte e cultura,  trae origini dall’arte funeraria. Il culto dei morti si perde nella notte dei tempi (dagli Egizi, agli Etruschi, ai Greci ai Romani, passando per numerose altre civiltà e culture) e posso solo fare riferimenti episodici di una materia che richiederebbe molto più tempo e spazio di questo post e pertanto rimando al citato blog.

Le ceneri in un’urna, non possono essere una consolazione per chi resta. La pratica della cremazione crea uno sostanziale spartiacque fra il nomade senza fissa dimora che si rassegna alla corrente della vita e lo stanziale che organizza il suo mondo consolidando le sue certezze, nella vita come nella morte che ne è il suo naturale epilogo, e che pertanto predilige l’inumazione.

Non ci sono più spazi nei nostri cimiteri sempre più sovraffollati (sia dei piccoli centri che in quelli delle grandi città) ed è questa la vera ragione (oltre a quella economica) che sospinge ad adottare la cremazione, pratica già in uso in alcune civiltà pagane in prevalenza nomadi.
Curiosamente, però i cimiteri delle coste sicule in cui sbarcano gli stranieri clandestini, sono pieni di tombe vere interrate, magari senza nome o con nomi fittizi. In quei famosi  giorni del naufragio dei clandestini dello scorso anno,  il ministro dell’Interno, a proposito dei  200 morti di Lampedusa parlò di voler dare loro “degna sepoltura”. Perché non di “degna cremazione”? Non è un caso…
Avrei voluto vedere la  faccia di pennivendoli, scribacchini, politici, amministratori e altre autorità se i morti di Lampedusa dello scorso anno fossero stati “cremati”, perché considerata pratica più igienica. Avrebbero con ogni probabilità, agitato lo spettro dei soliti forni crematori di hitleriana memoria a danno dei poveri “migranti”, ululando al “razzismo”.
E allora,  perché mai la pratica della cremazione  viene  invece  insistentemente indotta e consigliata a noi autoctoni? Sarebbe interessante saperlo…
Ecco che allora si affaccia un dubbio, forse un assillo: quello della sistematica cancellazione delle nostre radici. Accelerare le cremazioni (certamente più a buon prezzo rispetto all’inumazione), significa anche questo: non devono esserci più tracce del nostro transito terrestre, che vanno invece, quanto prima, sostituite con altre.

Intanto a sfrattarci dai nostri cimiteri dei  villaggi natii dove un tempo erano interrati i nostri antenati in un ciclo di rassicurante continuità, ci pensa già il caro- posto-tomba imposto  da sindaci e amministratori sempre più avidi e vampireschi. E’ una crudele selezione economica che ci indurrà a cremazioni collettive: ovvero all’impurità del vivere  e del morire senza ricordi, senza vestigia, senza testimonianze, sprofondando nell’abisso dell’immediato come animali da zoo.

In Liguria e in Provenza è consuetudine inumare i morti in cimiteri fuori borgo su spianate o colline prospicienti il mare. Qui i defunti sprofondati nel regno delle Ombre, godono per paradosso, della luce del sole che nasce e che muore al crepuscolo, incendiando l’orizzonte. Sono esposti ai venti, alla salsedine e al fragore delle onde. Chissà se li rivedremo ancora, se leggeremo ancora nomi italiani nelle epigrafi e se potremo portarvi un fiore.
Questa, la posizione della chiesa ortodossa sulla cremazione. La chiesa cattolica, come è noto, ormai si è adeguata a tale pratica e ne ha dato l’assenso. 

Viva la Prof !

Sono subito insorte le associazioni omolatre e omosessuali.
All’Insegnante (mai come in questo caso realmente tale e meritevole della maiuscola) sono state chieste “spiegazioni“, probabilmente dagli stessi che berciano ogni due per tre sulla “libertà di insegnamento”.
Perchè non riconoscono questa libertà quando si parla di omosessualità in modo critico?
Perchè se un insegnante parlasse della “normalità” dell’omosessuale nessuno alza la voce e se, invece, quando una ha il coraggio di esprimere ciò che in tanti pensiamo, si scatena la censura e la voglia di sanzioni ?
Perchè gli omosessuali possono blaterare con le loro pretese e a chi vi si oppone non viene garantita analoga libertà di espressione ?
Perchè, anzi, si vorrebbe approvare una legge che calpesta la libertà di opinione per sanzionare i cosiddetti “omofobi” ?
Domande con una unica risposta.
Quando si espongono idee che additano l’omosessualità come un male, non solo si esercita un legittimo diritto di opinione, ma si mette anche il dito sulla piaga di chi non è evidentemente convinto delle SUE opinioni e, nel dubbio, non vuole che lo si dica perchè non vuole essere posto davanti ad una riflessione che gli imporrebbe la coscienza.
Ognuno di noi ha il diritto di esprimere le idee che ritiene più giuste e rappresentative della sua cultura, delle sue esperienze, della sua conoscenza, ma non ha mai il diritto di impedire ad altri di esprimere idee contrarie.
La Prof di Moncalieri ha esercitato un duplice diritto che le deve essere riconosciuto e garantito: libertà di opinione e libertà di insegnamento.



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Acquisti oculati

Nei giorni scorsi mi sono anch’io piegato alla modernità acquistando un tablet.
Dopo lunghe riflessioni, ricerche in internet, domande ai colleghi più giovani che da tempo ne possedevano e tre visite in un negozio specializzato da cui vado ogni volta che devo fare un acquisto tecnologico, ho deciso.
Mi sono così recato per la quarta volta in quel negozio, tranquillizzando subito il commesso che temeva un altro terzo grado tipo il Giampiero Albertini del Carosello “Gli incontentabili” di alcuni anni fa, ed ho proceduto all’acquisto.
Non ha importanza cosa abbia acquistato, ma cosa NON ho acquistato.
Ancora una volta NON ho acquistato un prodotto Apple.
E dopo le esternazioni del signor Tim Cox, suo amministratore delegato, che ha dichiarato come ritenga la sua omosessualità un dono di Dio (?!?!?!?) sono felicissimo di NON aver dato i miei soldi alla società di quel tale.

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