La (fasulla) abolizione del cnel

Il Cnel è vivo e vegeto. Il 31 marzo Renzi prometteva: “L’abolizione del Cnel è solo l’antipasto”. Peccato che il carrozzone sia ancora lì di Sergio Rame

Lo scorso 31 marzo, fresco di nomina a presidente del Consiglio, Matteo Renzi prometteva: “L’abolizione del Cnel è l’antipasto della semplificazione della pubblica amministrazione che arriverà nelle prossime settimane”. Gli italiani stanno ancora aspettando l’antipasto. E, con buone probabilità, rimarranno a bocca asciutta. Perché il carrozzone è ancora lì, a Villa Lubin, nel parco romano di Villa Borghese: vivo e vegeto. Nessuno lo tocca. Buen ritiro per dirigenti sindacali in pensione, pagati profumatamente dai contribuenti.

Dall’annuncio di Renzi sono passati ben otto mesi. E il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, presieduto dall’ex ministro Antonio Marzano, è stato puntualmente infilato tra gli enti pubblici da finanziare nel 2015. Certo, la legge di Stabilità ne ha imposto una considerevole decurtazione, ma di abolizione manco a parlarne. In realtà, anche per quanto riguarda la dieta dimagrante il tutto è piuttosto fumoso. La manovra, che dovrà avere il via libera di Montecitorio nelle prossime ore, taglia genericamente 16 milioni di euro ai vari organismi istituzionali, Cnel compreso. Come spiega Tino Oldani su ItaliaOggi, il Cnel riceve dalle casse pubbliche quasi 20 milioni di euro. Di questi tre servono a pagare lo stipendio del presidente (217mila euro), l’indennità fissa dei 64 consiglieri (25mila euro all’anno a testa) e i rimborsi per i viaggi e le trasferte all’estero (1,2 milioni di euro all’anno). Altri 7 milioni di euro vengono impiegati per pagare gli 80 dipendenti del carrozzone. I restanti 9 milioni, infine, vengono stanziati per finanziare studi e consulenze che, in quanto organo costituzionale, il Cnel dovrebbe utilizzare per incidere in parlamento. Peccato che, in cinquant’anni di duro lavoro, sono stati presentati appena quattordici disegni di legge, circa uno ogni tre o quattro anni. Di questi nessuno è mai stato approvato.

A difesa di Renzi va detto che la soppressione del Cnel è un’operazione tutt’altro che facile. Essendo un ente previsto dalla Costituzione, per chiuderlo serve una legge costituzionale che richiede ben quattro passaggi in parlamento. Renzi l’ha incardinata nella riforma del Senato che dall’8 agosto, quando ha incassato il primo via libera, è al palo. Fermo lì. Mancano, insomma, altri tre passaggi. E con l’aria di elezioni anticipate che tira il Cnel potrebbe avere ancora vita molto lunga.

Il vero scandalo del carrozzone di Villa Lubin non è solo il costo a carico dei contribuenti. Se si va a spulciare i nomi dei 64 consiglieri, si scopre che sono stati tutti (o quasi) nominati da Cgil, Cisl e Uil. Un esempio su tutti è Raffaele Vanni, classe 1992 e fondatore ed ex segretario della Uil. Per ben 54 anni è stato consigliere al Cnel con l’incarico di responsabile per il Sud. Vi è rimasto fino al 2012 quando il numero dei consiglieri è stato ridotto da 121 a 64. “Il Cnel imbottito di ex sindacalisti e i record di Raffaele Vanni – spiega Oldani – sono solo un assaggio della capacità dei dirigenti sindacali di garantirsi un futuro roseo, quasi sempre a spese dei contibuenti”. Nel libro Da qui all’eternità Sergio Rizzo racconta decine di casi di buen ritiro per ex dirigenti sindacali. Con tanto di nomi, cognomi e prebende. Se Renzi dovesse mai riuscire ad abolire il Cnel, metterebbe a segno il primo, vero colpo all’egemonia incontrastata di Cgil, Cisl e Uil.

Radical chic

Il “radical” pensa al prossimo soltanto se viene da lontano. La sinistra pretende di essere superiore moralmente alla destra in quanto altruista verso lo sconosciuto e lo straniero. Ma la solidarietà astratta dimentica chi è vicino di Marcello Veneziani

C’ è un punto cruciale su cui la sinistra ha costruito la sua pretesa superiorità morale, etica e sociale rispetto alla destra. Parlo di ogni sinistra, comunista o liberal, socialdemocratica, cristiana o radical, compreso quel residuo di sinistra in via di liquidazione che boccheggia nel presente. E parlo di ogni destra, liberale o conservatrice, reazionaria o popolare, tradizionale e perfino fascista. Quel punto basilare è il prendersi cura dell’umanità, il famoso I care, la fratellanza o la generosità verso i più deboli, i poveri e gli oppressi. In una parola la solidarietà. Quell’asse regge la pretesa di ogni sinistra a ergersi su un trespolo di superiorità, una cattedra morale o giudiziaria, e da lì giudicare il mondo, gli altri e gli avversari. Il sottinteso è che la sinistra sia mossa da un ideale, un valore – la fratellanza, la filantropia, l’amore per l’altro, la solidarietà, trasposizione sociale della carità – e la destra invece sia mossa sempre e solo da un interesse, se liberale, o da un istinto, se radicale. La prima è per definizione altruista, aperta, la seconda egoista o al più familista, comunque cinica, chiusa.

A questa «utopia necessaria» e benefica, Stefano Rodotà ha dedicato un libro, Solidarietà (Laterza, pagg. 141 euro 14) elogiato dalle «anime belle» della sinistra. Troneggia una tesi che già affiorava ne Le due fonti della morale e della religione di Bergson: la vera solidarietà sta nell’amare il lontano, lo sconosciuto, lo straniero. In realtà c’è un altro modo di concepire il legame sociale, solidale e comunitario che non è indicato da Rodotà. È il legame affettivo che parte dal più caro e si fonda sulla prossimità. L’amore stesso è fondato sulla predilezione: la persona amata non è intercambiabile con un’altra, non si può amare dello stesso amore chi è caro e famigliare e chi è remoto e ignoto. Non si potrà mai chiedere a una persona di amare di più chi non conosce o è straniero rispetto a sua madre o suo figlio. Non si potrà mai pretendere che si senta più fratello dello sconosciuto rispetto a suo fratello: non si può capovolgere una legge di natura, biologica e affettiva, carnale e spirituale. Su quella legge naturale ha retto ogni consorzio umano e si traduce in legame d’amore e famigliare, legame civico, sociale e nazionale. Posso essere aperto all’umanità e ben disposto verso ogni uomo, ma a partire da chi mi è più vicino, da chi appartiene alla mia vita, con cui condivido il pane (compagno, cum-panis ), la provenienza e la storia. Perché dovrei giudicare egoistica questa preferenza, o cinica la morale che ne consegue? Amare chi ti è caro e vicino non è chiudersi al mondo in una forma deplorevole di egoismo, ma è la prima e più autentica apertura agli altri nella vita reale.

Su quei legami reggono le prime fondamentali comunità, le famiglie, quell’energia anima l’amore tra due persone, quella fonte dà coesione alle patrie e le altre forme di comunità, inclusa la confraternita, fino alla colleganza di lavoro. L’errore o la mistificazione che si compie al riguardo per sancire la superiorità morale dei solidali cosmici, è paragonare un valore universale a una degenerazione del principio opposto: non si confronta l’amore verso lo straniero con l’amore a partire da chi ti è più caro, ma la fratellanza all’egoismo, l’amore per l’umanità al cinismo. Sarebbe facile a questo punto compiere la simmetrica operazione e paragonare l’amore per chi ti è vicino al disprezzo, l’odio o l’indifferenza verso il prossimo dietro l’alibi e l’impostura della filantropia universale. Due spiriti acuti e profondi come Leopardi e Dostoevskij criticarono il cosmopolitismo filantropico sottolineando che l’amore per l’umanità o per lo straniero di solito si sposa all’insofferenza o all’indifferenza verso chi ti è concretamente vicino, familiare o compatriota. Ovvero nel nome di un amore astratto, utopico e solo mentale, si nega e si rinnega l’amore reale, quotidiano per le persone a noi più prossime. Nell’amore per l’umanità si spezzano i legami reali e si opta per un individualismo planetario: il single sradicato che abbraccia il mondo intero.

L’utopia che muove la fratellanza universale è il principio egualitario, ossia la convinzione che tutti gli uomini siano uguali non solo in ordine ai diritti e ai doveri ma anche sul piano degli affetti. Anzi, in questa prospettiva merita più attenzione e più cura chi ci è più estraneo. Non solo si respinge il principio del merito secondo cui ognuno riceve secondo le sue capacità e le sue opere, e si sostituisce col principio del bisogno secondo cui ognuno riceve in base alle sue necessità; ma si sostituisce la priorità su cui si fonda l’amore (la persona amata, la famiglia, gli amici, i compatrioti o i consociati) con la priorità assegnata agli stranieri. Da qui il passaggio dal legame comunitario che unisce le società al principio di accoglienza che apre al suo esterno. In questo caso la coesione sociale sarebbe fondata sull’adesione allo stesso principio: ci unisce l’idea di accogliere lo straniero e formare con lui una società aperta e universale.

Questa disputa ideologica è tutt’altro che riservata ai circoli intellettuali perché è piuttosto la traduzione culturale di un tema cruciale di massa nella nostra epoca. Si fronteggiano nella vita di ogni giorno due visioni del mondo: quella di chi affronta l’universale a partire dal particolare e quella di chi affronta il particolare a partire dall’universale. Il primo può dirsi principio d’identità fondato sulla realtà, il secondo è un principio di alterità fondato sull’utopia, come dicono gli stessi assertori, Rodotà incluso. La solidarietà può esprimersi in realtà in due modi: quello di chi privilegia lo straniero e si fonda sul principio di accoglienza, e quello di chi parte da chi è più vicino e fonda il principio di comunità. È la sfida del nostro tempo: comunità o universalismo, anche se taluni pensano nella loro utopia che si possa fondare una comunità su basi universalistiche, una specie di comunità sconfinata che coincide con l’umanità, secondo il vecchio progetto cosmopolitico illuminista. In realtà l’unico sciagurato tentativo di tradurre nel reale questa utopia egualitaria e universalista è stato il comunismo e sappiamo gli esiti catastrofici. Ora il tentativo è ridurre questa utopia politica a prescrizione morale, preservando i diritti individuali. Così l’accoglienza solidale diventa la base del moralismo radical, ultima spiaggia della sinistra egualitaria. L’utopia del mondo migliore dichiara guerra al mondo reale, alla vita e alla natura, sacrificando l’uomo concreto all’umanità. E ribattezza questa guerra contro la realtà come solidarietà all’umanità…

Io Credo in Dio, e nella Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana.

Mi sa che tra poco aboliranno l’ Avvento.
Già, perchè bisogna CREDERE che Gesù è VERO DIO e VERO UOMO.
Che è venuto come UNICO DIO a completare il Vecchio Testamento.
E che se abbiamo in comune con i soli Ebrei questo Credo di partenza, NULLA abbiamo con altre divinità, siano Odino, Khrisna, Allah, Giove, Zoroastro e Pincopallo. Che l’ eccesso di ecumenismo porta ad una resa incondizionata a chi pretende sottomissione piuttosto che Amore. 
Bisogna CREDERE che il Cattolicesimo sia l’ UNICA VERA Religione, e che i Nostri Fratelli Ortodossi debbano tornare nella UNICA Chiesa, dove li aspettiamo con AMORE disposto al PERDONO. 
Dunque, perchè annunciare al Mondo che questo è un passaggio, verso la VITA VERA, e che ogni patteggiamento col Mondo è patteggiare col diavolo, Signore di questo Mondo ? Perchè annunciare la Buona Novella ?
Perchè annunciare l’ Avvento ???

Troppe tasse sono illegittime

Renzi sostiene di aver diminuito le tasse.
I miei conti e le scadenze che mi aspettano a dicembre dicono esattamente il contrario.
Bene fa Forza Italia a ricominciare a manifestare contro le tasse:non è mai troppo tardi.
Come non è mai troppo tardi per abbattere il presuntoso parolaio del Granducato.
Le tasse saranno la sua Waterloo, come lo sono state per Prodi, D’alema,  Amato, Monti e Letta.

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Troppe chiacchiere

Leggo di una alluvione di incontri, convegni, mentre il parolaio fiorentino continua a fare turismo lasciando le sue torrenziali e vuote parole in ogni angolo d’Italia, come i cani marcano il loro territorio quando li portiamo a spasso.
Io vorrei invece che si agisse intervenendo sui veri problemi che sono l’invasione immigratoria,  la conseguente criminalità e i costi per mantenere uno stato inefficiente e tiranno.
Altro che fisco amico!
Il comune di Bologna ha già deciso di aumentare dell’1 per mille la tassazione sulla prima casa nel 2015 e altri seguiranno.
La domanda che mi pongo è sempre la stessa: fino a quando sopporteremo tutto questo senza reagire ?

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State buoni, se potete

Fitto, dopo aver giustamente contestato l’inginocchiatoio a Renzi, adesso contesta anche l’investitura di Salvini a goleador del Centro Destra.
Gasparri e la Santanchè (in tante altre dichiarazioni condivisibili) attaccano Giorgia Meloni.
Leggo una dichiarazione di Bignami, neoeletto di Forza Italia in regione Emilia Romagna, con una valanga di preferenze, proveniente dall’Msi, che da un lato chiede a Roma (Berlusconi) di evitare di invitare a cena il signor Guadagno perchè si perdono solo voti e dall’altra non vuole Salvini leader.
A quanto pare l’unico che non si è montato la testa sembra proprio Salvini che conferma la necessità di coalizione, lo sbarco della Lega al sud, il veto ad Alfano ma non alle tante brave persone dell’Ncd e, soprattutto, non si esalta per la qualifica di “goleador” e dichiara che, comunque, manca ancora la squadra.
Dichiarazioni non solo da Leader, ma anche da persona di spessore.
Perchè lo stile e la qualità di una persona si evidenziano in due, opposte circostanze.
Quando si perde e quando si vince.
E Salvini riesce a gestire anche la vittoria, dopo aver risollevato la Lega da una situazione preagonica.
Adesso tocca ai Gasparri, alle Santanchè, ai Fitto, ai Bignami, metterci del loro per aiutare Salvini e tutto il Centro Destra.
Insieme.

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TEMPO DI GUERRA, TEMPO DI POESIA.

Le opere dei grandi poeti sono come fiumi carsici che, sepolti sotto strati di studio scolastico, lasciati vivacchiare come silenti ruscelli nel letto di polverosi scaffali o nei lontani meandri della memoria, di colpo, in particolari momenti storici, emergono dall’oblio con poderosa energia, rivelando tutta la loro carica profetica e scintillando di forza come brillanti asce di guerra appena dissotterrate e già tese verso il sole, quasi a volerlo sfidare.

Di solito i momenti storici nei quali i grandi Poeti fanno sentire la loro poderosa voce, nostalgica e profetica al tempo stesso, sono momenti di crisi, di guerra o di inarrestabili fermenti sociali, un po’ come fu per il “Và pensiero” di verdiana memoria.

Oggi più che mai è attuale, direi terribilmente attuale, questa bellissima canzone del Petrarca, la n° 28 del “Canzoniere”, della quale vi propongo la parte centrale. Anche il lettore meno propenso alla poesia non potrà non avvertire, al di là dell’elegante sobrietà del linguaggio, un avvertimento minaccioso, gravido di un coraggio denso di calma e proprio per questo più temibile. L’avvertimento è rivolto all’intero mondo islamico, che soltanto osi pensare di mettersi in guerra contro l’Europa, sopratutto con quella del Nord.

La separazione tra i due mondi è, si noti bene, razziale prima ancora che culturale: il “ghiaccio” e le “gelate nevi” hanno prodotto un solco invalicabile tra la gente del Nord, “a cui il morir non dole” e “Turchi, Arabi e Caldei”, più sotto definiti “popolo ignudo, paventoso e lento”. Petrarca sembra aver intuito, secoli prima di Darwin, che la separazione in razze della specie umana è avvenuta grazie alla pressione selettiva operata dalle fredde terre nordiche, a favore di una razza più forte, ardita e intelligente.

E l’accenno al modo codardo di combattere di questa gente che “…tutti colpi suoi commette al vento” non ricorda forse la vigliaccheria insita negli attentati terroristici, che caratterizzano la Jihad dei nostri tempi?

Ma è sopratutto nelle tre righe finali che il Petrarca assurge ad una visione profetica davvero singolare, allorché ci impone di “…squarciare il velo ch’è stato avolto intorno agli occhi nostri”.

Come non avvertire qui un richiamo al velo del Politically Correct, che ci ha impedito di vedere per tanti, troppi anni, la minaccia dell’immigrazione islamica che si stava concretizzando sotto i nostri occhi?

Quel Politically Correct che ci potrebbe persino impedire di leggere a scuola questa stessa poesia del Petrarca che oggi propongo?

Come non cogliere in queste poche righe l’incitazione ad essere pronti a prendere le armi, anche a rischio della propria vita, pronunciata da un poeta di solito carico di morbosa malinconia (“L’illustre malato”, come lo definì il De Sanctis”)?

Ma non è forse tipico dei depressi e dei “malati nell’anima” il trovare vampate di energia che nessun fisico palestrato, di quelli che vanno tanto di moda oggi, sarebbe in grado di produrre?

La stessa energia che, qualche secolo dopo, con parole di vibrante bellicosità, avrebbe espresso l’altro “illustre malato”, il Leopardi, nella sua ode “All’Italia”.

Ma fermiamoci pure a Petrarca: c’è tutta una storia, in queste poche righe, che forse aspetta ancora di essere raccontata.

Chissà, magari dai nostri figli e dai nostri nipoti…

Buona lettura!

 

 

XXVIII

 

Canzone

 

Una parte del mondo è che si giace

mai sempre in ghiaccio ed in gelate nevi,

tutta lontana dal camin del sole, (1)

là sotto i giorni nubilosi e brevi,

nemica natural mente di pace,

nasce una gente a cui il morir non dole.

Questa se, più devota che non sòle,

col tedesco furor la spada cigne, (2)

Turchi, Arabi e Caldei

con tutti quei che speran nelli Dei

di qua dal mar che fa l’onde sanguigne, (3)

quanto sian da prezzar, conoscer dèi:

popolo ignudo, paventoso e lento,

che ferro mai non strigne,

ma tutti colpi suoi commette al vento. (4)

 

Dunque ora è ‘l tempo da ritrarre il collo

dal giogo antico, e da squarciare il velo

ch’è stato avolto intorno agli occhi nostri;”

 

 

  1. Un parte del mondo…del sole”: L’Europa settentrionale.

  2. cigne”: cinge.

  3. Il Mar Rosso.

  4. Ma affida al vento tutti i suoi colpi, cioè combatte da lontano, con le frecce.

 

Francesco Petrarca: Canzoniere

(Garzanti Editore)

note di Piero Cudini

La polizia fiscale del pd

Il Pd costituisce la polizia fiscale: siamo tutti spiati. Lo Stato di polizia fiscale vagheggiato da Vincenzo Visco, ex ministro dell’Economia e spauracchio di tutti i contribuenti, sta per diventare realtà di Gian Maria De Francesco

Lo Stato di polizia fiscale vagheggiato da Vincenzo Visco, ex ministro dell’Economia e spauracchio di tutti i contribuenti, sta per diventare realtà. Ieri la commissione Bilancio della Camera ha approvato un emendamento del piddino Marco Causi che consente all’Agenzia delle Entrate di utilizzare appieno le banche dati del fisco «per le analisi del rischio di evasione» senza concentrarsi sulle liste selezionate, ovvero solo sui contribuenti a maggior rischio, così come previsto dal decreto Salva Italia. Le informazioni raccolte dall’Agenzia delle Entrate attraverso le banche dati, si legge nella proposta di modifica, verranno utilizzate per la definizione della giacenza media nei conti correnti bancari e postali ai fini della determinazione Isee (l’indice che consente di ottenere sgravi su prestazioni e servizi sociali, ndr). La misura viene prevista sia come semplificazione degli adempimenti richiesti ai contribuenti sia come verifica dei dati dichiarati.

I discepoli di Visco, che costituiscono l’ossatura del gabinetto economico di Renzi, hanno raggiunto l’obiettivo tanto agognato sin dal 2006. A quell’epoca era stato, infatti, predisposto il super-sistema della Sogei che consentiva di incrociare i dati di tutte le agenzie pubbliche (Entrate, Territorio, Dogane, eccetera) relativi a un unico contribuente. Con Monti si completò l’intelaiatura dell’opera estendendo il controllo anche ai conti correnti bancari (entro il 31 marzo di ogni anno le banche inviano al Fisco la movimentazione dell’anno precedente), ma limitandone l’utilizzo ai potenziali evasori. «Contro l’evasione basta l’incrocio delle banche dati», disse Renzi. Detto fatto: eliminati gli scontrini fiscali e aggiustati gli studi di settore, ora arriva pure il giro di vite sulle banche dati. E Visco gongola.

Al danno per i cittadini si aggiunge pure la beffa. Anche i candidati o eletti alle cariche pubbliche, vale a dire i politici, potranno detrarre i finanziamenti ai partiti, considerati «erogazioni liberali». Si tratta di un beneficio tutto a favore della casta. La nuova legge sul finanziamento conferma le maxidetrazioni del 26% per il cittadino che finanzia un partito. Il discorso è diverso per i politici: che, eletti o candidati, ricevono spesso richieste di contributi obbligatori dalla casa madre (in virtù del taglio del contributo pubblico). Onorevoli e consiglieri si sono fatti lo sconto per fare bella figura e pagare un po’ meno tasse. A spese nostre. Intanto, il governo ha deciso di porre la questione di fiducia sul ddl Stabilità in modo da chiudere la partita a Montecitorio per domenica. Si supererà quota 30 con il Jobs Act e la Stabilità al Senato. Alla faccia della democrazia parlamentare.

Tra gli emendamenti approvati ieri anche il taglio alle pensioni d’oro dal 2015. Grand commis, medici, baroni universitari – ultra65enni e ancora in servizio – riceveranno trattamenti calcolati con le regole in vigore prima dell’introduzione della riforma Fornero. Tra le altre modifiche approvate anche il dimezzamento dei tagli ai patronati (da 150 a 75 milioni), mille euro di buoni acquisto per le mamme con almeno 4 figli (e Isee di 8.500 euro) e 100 milioni per gli asili. Le notifiche di atti giudiziari sotto i 1.033 euro diventano a pagamento. Di chi è la colpa? Di un’inchiesta di Report sugli sprechi . Ma le spese di giustizia non erano già comprese nella fiscalità generale?

Sui derivati e sui favori alle banche

La commissione Finanze di Montecitorio farà la “radiografia della situazione” dei contratti derivati del settore pubblico e non. Nel frattempo però esce indenne la norma della legge di Stabilità che rende Morgan Stanley, Jp Morgan e Deutsche Bank “creditori privilegiati” dello Stato italiano

I contratti derivati finiscono al centro di un’indagine parlamentare. Ma nel frattempo i buoi sono scappati, nel senso che è uscita indenne dal passaggio in commissione alla Camera la norma, contenuta nella legge di Stabilità, che introduce la possibilità per le banche d’affari con cui il Tesoro ha in essere derivati per 160 miliardi di ottenere depositi di garanzia che li tutelino in caso di default dell’Italia. Il presidente della commissione Finanze di Montecitorio, Daniele Capezzone (FI), ha fatto sapere che “con il consenso di tutti i gruppi presenti” la commissione “ha deliberato l’avvio di una indagine conoscitiva sull’utilizzo degli strumenti finanziari derivati, nel settore pubblico e non”. Nell’arco di quattro mesi saranno sentiti rappresentanti del ministero dell’Economia, della Corte dei conti, della Cassa depositi e prestiti, della Consob, di Banca d’Italia, della conferenza delle Regioni e dell’Anci, oltre che l’Associazione bancaria italiana, esponenti “delle principali banche e intermediari finanziari”, esperti e studiosi della materia. Obiettivo, “arrivare a un rapporto finale che offra un monitoraggio, una vera e propria radiografia della reale situazione esistente in Italia rispetto ai derivati”, spiega Capezzone.

L’iniziativa, sollecitata dal deputato di Sinistra ecologia e libertà Giovanni Paglia, arriva però dopo che l’articolo 33 della Stabilità sugli “accordi di garanzia in relazione alle operazioni in strumenti derivati” ha superato l’esame della commissione Bilancio della Camera. La norma, caldeggiata dal Tesoro e in particolare dalla responsabile della direzione Debito pubblico Maria Cannata, comporta che Morgan Stanley, Jp Morgan, Deutsche Bank e le altre banche con cui negli anni novanta lo Stato ha sottoscritto derivati diventino creditori privilegiati dell’Italia. Vale a dire che in caso di crisi del debito verranno rimborsati per primi, mentre gli altri, compresi i piccoli risparmiatori italiani, dovranno mettersi in fila.

Paglia, nella lettera a Capezzone, ha chiesto che vengano “acquisiti altri elementi di valutazione, con particolare riguardo al profilo di possibile maggior rischio insito nell’assunzione dello Stato di eventuali garanzie, data anche l’incertezza sulle prospettive macro e di finanza pubblica”. Umberto Cherubini, docente di Finanza matematica e gestione dei rischi finanziari a Bologna, su lavoce.info ha stimato un costo potenziale “per il bilancio dei contribuenti italiani” variabile tra 440 milioni e oltre 1 miliardo di euro.

Il Giorno del Ringraziamento

Oggi, quarto giovedì di novembre, negli Stati Uniti si celebra il Giorno del Ringraziamento.
La leggenda vuole che i Padri Pellegrini giunti in America sulla Mayflower, fossero stremati e, pur portando semi e animali, rischiassero di morire di stenti e freddo se i Pellerossa non li avessero aiutati, indicato quali semi coltivare e quali animali allevare e, quindi, realizzare un raccolto sufficiente a passare l’inverno 1621-1622.
Sappiamo poi il tipo di ringraziamento che i nuovi arrivati porsero ai Pellerossa per creare la Grande Nazione degli Stati Uniti (da sei anni alquanto in decadenza).
Non vorrei che fra un centinaio di anni, in Italia, altri figli di nuovi arrivati che nulla hanno a che spartire con questa Nazione, celebrassero il loro giorno del ringraziamento, ricordando quei visi pallidi (eufemismo) che nel secondo decennio del XXI secolo si svenarono per andarli a prendere, dare loro vitto, alloggio, priorità, immunità, giustificazioni per i comportamenti poco integrati, fino a che questi ultimi arrivati non sopraffecero gli Antichi Proprietari di quella terra chiamata Italia.
La Storia dovrebbe essere maestra e insegnarci ad evitare gli errori commessi in passato da chi ci ha preceduto.
La lezione americana non è stata imparata dai Sudafricani.
Noi Italiani sapremo recepirla e provvedere di conseguenza per salvare non tanto noi (che ci salviamo comunque per ragioni anagrafiche), quanto i nostri figli e nipoti ?

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