A caccia di partite iva

Il governo a caccia di soldi vuole stangare le partite Iva. Nella delega fiscale spunta l’ipotesi di triplicare il forfait per i lavoratori autonomi con ricavi sotto i 30mila euro. E dal 2016 più tasse per tutti di Gian Maria De Francesco

Roma – E meno male che il governo pensa ai giovani! Se l’interesse dell’esecutivo di Matteo Renzi fosse rivolto ai «professionisti della tartina», forse non rischierebbe di creare un danno concreto alle attività professionali e imprenditoriali dei ragazzi. Su questo tipo di imprese, infatti, potrebbe abbattersi una stangata fiscale che triplicherebbe il prelievo applicato fino ad oggi. Un altro macigno che si abbatterebbe sul sistema economico l’anno prossimo e che potrebbe essere seguito nel triennio 2016-2018 da un aumento dell’Iva e delle altre imposte indirette (rispettivamente per 12,4-17,8-21,4 miliardi) in caso di mancati risparmi, deprimendo il Pil a fine periodo dello 0,7 per cento.

Ora, però, è a rischio il «regime dei minimi», ossia l’aliquota unica semplificata riservata alle partite Iva «giovani» sia in senso anagrafico che di iscrizione alla Camera di Commercio. Nella travagliata estate 2011, nel tourbillon di tasse imposto dall’Europa, il governo Berlusconi riuscì a varare un nuovo sistema di tassazione forfettario al 5% per le nuove imprese e per gli under 35 sotto i 30mila euro annui di ricavi (e i 15mila euro di acquisti) che esonerava dal versamento dell’Iva e dell’Ires e, soprattutto, dall’applicabilità degli studi di settore. Un vero e proprio «salvagente» per giovani professionisti, disoccupati che hanno deciso di mettersi in proprio e, soprattutto, per le piccole autofficine. Un successo che in tre anni ha visto, secondo le stime più aggiornate, oltre 700mila aderenti.

La delega fiscale, che il Parlamento ha affidato al governo nel periodo di passaggio i governo Letta e Renzi, prevede, tra l’altro, la modifica del sistema. In teoria, con l’intento di estenderne la platea ampliandola anche a coloro che registrano ricavi fino a 55mila euro. Con una piccola variante: saranno introdotti tre scaglioni tra i 25mila e i 55mila euro con l’aliquota minima fissata al 15%, cioè il triplo di quanto previsto finora.

Gli ultimi dati disponibili relativi alle dichiarazioni dei redditi 2012 presentate l’anno scorso evidenziano 442.353 aderenti per un’imposta complessiva di circa 171 milioni di euro. Sarebbe riduttivo e impreciso affermare che con il decreto attuativo del governo gli introiti dell’erario salirebbero a 513 milioni anche se l’ordine di grandezza dovrebbe essere più o meno quello. È molto più significativo portare un esempio concreto: un’impresa con 25mila euro di ricavi e 12mila euro di costi paga l’imposta del 5% (anziché l’aliquota minima Irpef del 23%) sui 13mila euro di reddito e quindi 650 euro che lasciano al titolare 12.350 euro, ovvero mille euro al mese. Se l’aliquota salirà al 15% il prelievo diventerà di 1.950 euro (ossia 56 euro in meno del regime tradizionale: 23% meno la detrazione sui redditi da lavoro autonomo).

Il vero disincentivo all’adesione, però, sarebbe rappresentato dall’Iva. In regime dei minimi, non essendovi l’obbligo della compilazione dei registri, l’imposta sul valore aggiunto è totalmente indetraibile: motivo in più per aderire al regime ordinario e sfruttare questa possibilità. Al contrario, le aziende con ricavi compresi nell’area 30-55mila euro e redditi superiori ai 30mila euro otterranno un vantaggio potendo usufruire di un’aliquota agevolata che probabilmente sarà inferiore agli attuali scaglioni Irpef che vanno dal 27 al 38 per cento. Acta, l’associazione dei contribuenti del terziario, ritiene che l’ipotesi allo studio «penalizzi coloro che hanno deciso di puntare sull’auto-impiego». Arrabbiarsi, però, potrebbe non servire a nulla.

Ebola in europa. Rischio mare nostrum

Si moltiplicano gli allarmi per il possibile arrivo, pandemico perchè il primo caso di contagio già è segnalato in Spagna, in europa dell’Ebola.
E mentre persino i sauditi chiudono La Mecca agli arrivi dei pellegrini dalle zone infette e limitrofe, noi continuiamo con la scellerata azione di mare nostrum, portando in Italia torme di africani in fuga ANCHE dagli stati infetti.
Sulla nostra tomba sarà scritto: morti per una epidemia che potevano evitare, ma furono troppo buoni.
Probabilmente il nostro è l’unico caso al mondo in cui si utilizzano le Forze Armate per aprire le porte agli stranieri, anzichè per difendere i confini della Patria e la Sicurezza dei cittadini.
In altri tempi le epidemie portavano anche reazioni violente a difesa del territorio.
Ma chi ha ideato e chi sostiene mare nostrum sembra non comprendere la responsabilità che si assume nel continuare una simile, scellerata azione, sia perchè contraria alla sicurezza del Popolo Italiano, ma anche perchè potrebbe indirizzare, proprio verso gli immigrati, la rabbia dei primi casi di Ebola che dovessero manifestarsi tra noi.
E la responsabilità sarà tutta, TUTTA, di chi sostiene mare nostrum.

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Revisione di spesa? Chi l’ha vista?

Spending review, nulla di fatto. “In 5 anni spesa dello Stato salirà di 40 miliardi”. Un’analisi del centro studi Unimpresa sulla nota di aggiornamento del Def evidenzia che i tagli saranno “impalpabili”. Tra 2013 e 2018 le uscite della pubblica amministrazione per pensioni, stipendi, consumi intermedi e spese correnti aumenteranno. Unica eccezione gli interessi sul debito, che caleranno di 4,3 miliardi

Altro che tagli al bilancio pubblico. Nei prossimi cinque anni la spesa della pubblica amministrazione crescerà complessivamente di 40 miliardi di euro. Le uscite dello Stato italiano saliranno costantemente ogni anno, passando dagli 827 miliardi del 2013 ai quasi 870 miliardi del 2018. Lo sostiene un’analisi del Centro studi di Unimpresa, secondo cui aumenteranno i consumi intermedi (+8,3 miliardi), la spesa per le pensioni (+28,1 miliardi) e quella per gli stipendi pubblici (+1,3 miliardi) ma anche tutte le altre spese correnti (+45,5 miliardi). Unica eccezione le uscite per interessi pagati su Bot e Btp, che nel quinquennio (ipotizzando che i tassi rimangano bassi) caleranno di 4,3 miliardi. Al contrario saranno sostanzialmente fermi gli investimenti in infrastrutture (+489 milioni). L’analisi dell’associazione, basata sulla Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza approvata il 30 settembre dal Consiglio dei ministri guidato da Matteo Renzi, parla di effetti della spending review “impalpabili”. 

Dal 2014 al 2018, stando alle tabelle inserite nel documento, la spesa pubblica italiana risulta dunque in continua progressione. Quest’anno si attesterà a 835,3 miliardi, 8,1 in più rispetto agli 827,1 del 2013. Nel 2015 arriverà a 833,1 miliardi, nel 2016 a 847,02 e nel 2017 a 853,7 miliardi. Fino a toccare, nel 2018, quota 867,9 miliardi. Complessivamente, nell’arco di cinque anni dalle casse dello Stato usciranno 40,7 miliardi in più. Da rilevare, in particolare, che sono in salita di 8,3 miliardi i consumi intermedi, vale a dire le uscite di ordinaria amministrazione che avrebbero dovuto essere oggetto di corpose sforbiciate con le varie operazioni di spending review varate negli ultimi anni. L’ultima delle quali, portata avanti da Carlo Cottarelli, si è però esaurita con il benservito al commissario e, evidentemente, con un nulla di fatto sul fronte del contenimento della spesa. In controtendenza, ma solo fino al 2015, i consumi intermedi, che quest’anno si attesteranno a 128,4 miliardi, 2,2 in meno rispetto ai 130,6 dello scorso anno, e saranno ancora in lieve calo di 346 milioni nel 2015 quando arriveranno a 128,07 miliardi. Nei tre anni successivi però ripartirà la corsa: 130,2 miliardi nel 2016 (+2,1 miliardi), 133,1 miliardi nel 2017 (+2,8) e 139,02 miliardi nel 2018, pari a 5,9 in più rispetto all’anno prima e 11 in più rispetto all’anno in corso.

Avanti tutta (senza maggioranza) con le fiducie…

Jobs act, Renzi sfida la minoranza Pd: il governo autorizza a chiedere fiducia. Il consiglio dei ministri autorizza il ministro Boschi a “blindare” la riforma del lavoro. Il bersaniano D’Attore: “Errore, ma al Senato sarà sì”. In precedenza la sinistra del partito si era schierata contro questa ipotesi. Fassina aveva detto: “Questa scelta avrebbe conseguenze politiche”. Napoli: “Noi di Forza Italia voteremo contro”

Il Consiglio dei ministri ha autorizzato il ministro Maria Elena Boschi a porre la questione di fiducia sul Jobs Act. Lo si apprende da fonti di governo. In giornata molti esponenti della sinistra del Pd avevano criticato questa ipotesi. Tra questi Stefano Fassina: “Avrebbe conseguenze politiche” aveva dichiarato. E se qualcuno nei giorni scorsi aveva detto che il presidente Matteo Renzi era obbligato a scegliere tra una parte del suo partito e il Nuovo Centrodestra, questa potrebbe essere la diapositiva di una scelta. Cosa sta succedendo sta nelle parole del deputato di Forza Italia Osvaldo Napoli: “Il presidente Renzi ha deciso di sfidare il suo partito, o di fingere di sfidarlo. Porre la questione di fiducia su una delega tanto ampia quanto vaga, al netto del contenuto dell’emendamento del governo, è un problema che riguarda Renzi e il Pd. Forza Italia non può che votare contro la fiducia”. Per il momento, tuttavia, di “conseguenze politiche” nemmeno l’ombra: la fiducia sul Jobs act, dichiara il bersaniano Alfredo D’Attorre (tra coloro che nella direzione Pd ha votato no), è “una scelta sbagliata, un segnale di insicurezza del governo. Sarebbe giusto consentire un confronto di merito al Senato ma è chiaro che prevarrà la responsabilità di non far cadere il governo”. Di “passaggio obbligato” parla invece il renziano Andrea Marcucci: “La fiducia è un passaggio obbligato. Il jobs act è una priorità, il Parlamento deve approvare la riforma al più presto per fornire al Governo Renzi gli strumenti per cambiare il mercato del lavoro”. Il più duro resta Fassina: “Le conseguenze politiche della fiducia sul jobs act sono molto gravi innanzitutto per il Parlamento; il governo lo costringe a dargli una delega in bianco, è un problema istituzionale molto grave che merita l’attenzione del Presidente della Repubblica” afferma al Gr1 Rai.

Mattero Renzi, riferiscono fonti di governo, punta a ottenere l’ok del Senato sulla riforma del lavoro entro mercoledì, quando si svolgerà a Milano il vertice europeo sull’occupazione. Nel testo del maxiemendamento da presentare martedì 7 ottobre non dovrebbe esserci quella parte dove viene garantito il reintegro per i licenziamenti disciplinari. Nel merito però il governo non ha ancora formalizzato le sue scelte. L’esecutivo sta mettendo a punto il maxi-emendamento, che non è stato deciso ancora di presentare e sul quale, eventualmente, sarà posta la fiducia che il Consiglio dei ministri ha autorizzato. La fiducia, nel caso in cui il governo optasse per questa soluzione, sarà richiesta dall’esecutivo direttamente in aula al Senato. La delicatezza della decisione sta nel fatto che nell’assemblea di Palazzo Madama i numeri sono sempre una questione da tenere sott’occhio, tanto più che – secondo i calcoli dei giornali di questi ultimi giorni – i “dissidenti” (a parole per il momento) dentro al Pd sarebbero molti di più di quelli che si erano fatti avanti sulle riforme istituzionali: si parla anche di una trentina di senatori. Ovviamente, però, è tutto sulla carta. Gianni Cuperlo, uno dei leader della sinistra democratica, è la fotografia della cautela: “Prima vediamo il testo”. Anche se fino all’ultimo ha lanciato appelli perché il governo non ponesse la fiducia. D’altra parte ricorda il vice ministro all’Economia, Enrico Morando, che ha sempre rappresentato l’ala destra del Pci e poi nel Pds, Ds e Pd, riflette: “La posizione che ho difeso in questi anni è stata quasi sempre di minoranza, non mi sono mai stancato di difenderla ma non mi sono mai sognato di dire che in Parlamento avrei votato in modo diverso da quanto decideva sullo stesso argomento la maggioranza”.

A prescindere dal merito la volontà di Renzi è fare presto. Ne è prova il fatto che il confronto con le parti sociali si consumerà tutto in un giorno. Alle 8 il governo incontrerà i segretari dei sindacati Susanna Camusso (che ha ribadito il parallelo tra il capo del governo e Margaret Thatcher), Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti e il rappresentante dell’Ugl Geremia Mancini. Al vertice ci sarà anche il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Alle 9 sarà già il turno delle associazioni dei datori di lavoro: Confindustria, Rete Imprese Italia e Alleanza delle cooperative italiane (che riunisce coop “rosse” e “bianche” e il cui ex presidente è proprio Poletti). Alle 10 sarà la volta dei rappresentanti sindacali delle forze dell’ordine che nelle settimane scorse avevano minacciato lo sciopero.

E il decisionismo di Renzi pare piacere agli italiani, che preferiscono che la riforma del lavoro proceda anche in mancanza di accordo con la parte sindacale. Il sondaggio che Ipr Marketing, diretto da Antonio Noto, ha effettuato per conto del Tg3, evidenzia infatti che quasi la metà degli intervistati (48%) è a favore di una approvazione decisa, anche senza cercare accordi con i sindacati negli incontri previsti, mentre un terzo degli italiani (36%) preferisce ipotizzare un possibile compromesso.

Buonotte Suonatori!





Ecco un’altra efficace metafora di questo nostro disgraziato Paese alla deriva. Dopo i treni che non arrivano a destinazione, c’è l’orchestra che non suona. E allora… buonanotte suonatori. Va in scena il fallimento e la sconfitta in musica. Qualcuno obbietterà: con tutto quello che non funziona, gli orchestrali che non suonano e il Gran Maestro che se ne va, sono il meno. E invece no, sono il più, se l’unico simbolo di italianità rimasta in circolazione che è Riccardo Muti getta anche lui la spugna. Dalla musica senza Maestro, alla disfatta in musica.

Quando Muti asserisce che “manca la serenità necessaria per lavorare”, significa solo che è rimasto vittima per la seconda volta dopo la Scala (che ha arrecato l’avvicendamento di Barenboim), di una felliniana “prova d’orchestra”, il film-simbolo dell’Italia del caos, dove cantano e strombazzano troppi galli, ma proprio per questo non si fa mai giorno. O meglio, non si fa mai musica armoniosa, ma solo stecche e dissonanze. Ovviamente il Maestro sta già trovando paesi che lo apprezzano come merita e che vogliono ingaggiarlo (Austria in testa, Metropolitan di NY, Chicago Symphony Orchestra) .

Ma noi, non solo perdiamo un grande Direttore, ma corriamo seriamente il rischio di mandare in vacca l’ultimo presidio artistico e culturale per il quale siamo ancora ammirati e stimati nel mondo: i teatri dell’Opera e il Melodramma italiano. La tecnica è sempre la stessa: si mandano avanti i soliti sindacalisti ignoranti, ottusi e prezzolati a fomentare rivolte imbecilli, a fare irruzioni durante le esecuzioni orchestrali (alcuni di loro fecero irruzione nel camerino del Maestro durante le prove di “Manon Lescaut”). Poi si fa marcire il tutto dall’interno. Una volta mandati in decomposizione i teatri dell’Opera, ecco che si comincia a parlare di licenziamento in blocco e di “esternalizzazione “degli orchestrali (i quali affidandosi ai sindacalisti hanno mostrato di essere campioni di “tafazzismo”), di unificazione del Polo artistico, e bla, bla, bla…. Insomma per farla breve, le Mani dello Straniero sui teatri italiani. Che significa quel pessimo neologismo di “esternalizzazione”?
Significa che l’Opera di Roma non avrà più un vero Direttore musicale, né un’Orchestra stabile, né un Coro e dovrà, di volta in volta, contrattare o racimolare penosamente quel che c’è sulla piazza. Altra sorte seguiranno man mano, La Fenice di Venezia, il San Carlo di Napoli, il Petruzzelli di Bari, il Carlo Felice di Genova. 

E’  proprio vero che per i fessi (parlo degli orchestrali) non c’è Paradiso!

Ignazio Marino, il sindaco più inetto e incompetente che Roma abbia mai avuto, ha messo a disposizione il Circo Massimo per quelle cariatidi dei Rolling Stones, dichiarandosi ammirato dall’energia della band, e facendo apologia all’uso di droghe pesanti. Ma che vogliamo aspettarci da questo eutanasista Dottor Mortis che ha avuto il coraggio di proporre alla cittadinanza, il suo demenziale: “Adotta un extracomunitario”  in cambio di 30 denari? 
Franceschini ministro della Cultura, finge di porgere solidarietà a Muti, ma va ricordato che durante la gestione del  suo  attuale Ministero, sotto la gestione di Sandro Bondi, era tra quelli che per una trave caduta a Pompei richiedeva “dimissioni” a viva voce.
Che si dovrebbe chiedere adesso a uno come lui. a fronte di tutto questo disastro? 


Fellini in Prova d’orchestra non “aveva previsto tutto”, come ha scritto una cronista di Repubblica. Si è limitato a fare la nitida fotografia di un’Italia che dal suo film  datato 1979, non solo non è mai cambiata, ma è addirittura peggiorata e capitolata.
Un’ultima nota alla grande Ida Magli, diplomatasi al Conservatorio di Santa Cecilia e perciò fine intenditrice di musica. Ecco cosa scrive nel suo ultimo libro “Difendere l’Italia” (BUR) , a proposito di Riccardo Muti e del suo prezioso volumetto apologetico dal titolo “Verdi, l’Italiano”:
Il titolo riassume, come meglio non potrebbe, il pensiero del maestro Muti e rivela al tempo stesso quanta “italianità” ci sia in colui che ama fino a questo punto la musica di Verdi, perché è la musica la creazione specifica degli Italiani, l’incancellabile dono che gli Italiani hanno consegnato al mondo”.

No, non ci sarà per Muti un laticlavio né altra carica onorifica parlamentare come da Lei auspicato, cara prof.ssa Magli! Né tanto meno, La Scala verrà diretta da un Italiano di chiara fama.
Pertanto, più che alla marcia trionfale dell’Aida, siamo ormai alla Messa di Requiem.

Orchestrali  davanti al teatro dell’Opera dopo aver ricevuto lettere di licenziamento


da Prova d’Orchestra di Felllini   https://www.youtube.com/watch?v=To3CLb4X78c
La Forza del destino di Verdi eseguita da Muti

Zecche e pederasti aggrediscono i Cattolici a Bologna.

Il Movimento “Sentinelle in Piedi” è un organizzazione spontanea, diffusa in tutta Italia, aconfessionale ma con molti Cattolici, che organizza delle Veglie in tutte le piazze, legalmente autorizzate, dove i partecipanti restano in piedi, con in mano un libro, alcuni con la Bibbia o il Vangelo, e passano il tempo stabilito leggendo. Testimoniando così la loro contrarietà ai matrimoni per omosessuali. Già in passato c’erano state contromanifestazioni violente, ma ieri a Bologna si è passato il segno. Numerosissimi attivisti dei centri sociali, più qualche checca isterica associata a lesbiche inguardabili hanno aggredito, sotto lo sguardo impassibile delle Forze dell’ Ordine, con sputi, calci e pugni i pacifici partecipanti, tra cui molte donne, impedendo a molti cittadini bolognesi di entrare nella piazza. 
Vi immaginate se fosse accaduto il contrario ? 







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Un’alleanza per il futuro

Il 23 novembre l’Emilia Romagna andrà al voto anticipato per il rinnovo del consiglio regionale e del presidente dopo le dimissioni di Errani indotte dalle solite inchieste dei magistrati.
I comunisti hanno svolto il loro solito circo, questa volta con una partecipazione irrisoria, scegliendo quale candidato alla presidenze il solito burocrate di partito, incolore e fedele al segretario nazionale.
Le circostanze sarebbero state favorevoli per tentare l’impossibile, cioè vincere.
Purtroppo le opposizioni sono divise e il Centro Destra è scosso dalle intemerate della signorina Pascale con la (non credibile ma,soprattutto, non gradita) svolta gaia di Berlusconi e dell’ inopinato ed esiziale (per Forza Italia ma anche per tutto il Centro Destra) sostegno che il Cavaliere continua a fornire al bulletto fiorentino.
Così, come già abbiamo avuto modo di scrivere, non possiamo che guardare con speranza e con fiducia ai due partiti di Centro Destra sicuramente alternativi e in opposizione alla sinistra ed alle leggi devastanti che questa propone in campo fiscale, morale, istituzionale.
Lega e Fratelli d’Italia diventano quindi i punti di riferimento anche per chi, come me, concettualmente continua a considerarsi un elettore di Forza Nuova, ma la politica è l’arte del possibile.
E il possibile potrebbe avverarsi in Emilia Romagna dove Lega e Fratelli d’Italia sembra abbiano costretto ad un ripensamento Forza Italia (sono convinto che i dirigenti locali e soprattutto un politico giovane e capace come Bignami non avessero bisogno di spinte ma solo di sostegno) che pare abbia scaricato definitivamente gli alfaniani che saranno così costretti a correre con un’improbabile alleanza con i neodemocristi di Casini, nella consapevolezza per tutti gli elettori di Centro Destra che quel voto non solo non potrà essere alternativo alla sinistra, ma anzi, qualora riuscissero ad ottenere seggi, sarebbero solo stampelle per la giunta rossa.
Ma se si riformasse l’alleanza tra Forza Italia, Lega e Fratell’ d’Italia in Emilia Romagna potrebbe essere un valido laboratorio per la futura alleanza nazionale, spurgata dai collaborazionisti centristi di Alfano e dagli inaffidabili uomini di Casini.
Potrà esserlo se romperanno gli indugi e, superando ogni tabù, facessero una campagna elettorale politicamente scorretta, in cui porre al centro la politica fiscale , quella immigrazionista e di sicurezza e quella morale.
Quindi una campagna che dica come l’eventuale giunta di Centro Destra ridurrebbe fino alla cancellazione l’addizionale irpef regionale, tagliando in parallelo la spesa pubblica e facendo pagare i servizi per quello che costano, con penalizzazioni se non fossero erogati in tempi certi e brevissimi.
Una campagna che dica chiaramente che in Regione non vogliamo ospitare immigrati, clandestini o profughi che siano e che tutti gli immobili (case) e lavori vedranno titolo di preferenza per i residenti, Italiani di cittadinanza e di nazionalità.
Una campagna che, strettamente collegata alla precedente, veda di individuare i clandestini e proceda al loro allontanamento dal nostro territorio.
Una campagna di sicurezza che usi il pugno di ferro contro tutte le violazioni della proprietà privata, cominciando dalle occupazioni illegittime di immobili e dalla interruzione dei pubblici servizi e della libertà di circolazionequando vengono svolte manifestazioni in pieno orario e giornate lavorative.
Infine una campagna che cancelli tutti i provvedimenti tesi a minare l’Istituzione della Famiglia che è unicamente quella composta da un Uomo e da un Donna.
Leggo che Forza Italia sarebbe orientata a candidare un “esponente della società civile”.
Spesso questa espressione, tipicamente di sinistra, significa un signore senza voti suoi, ma con pessime idee ecumeniche e buoniste che non sarebbe mai in grado di guidare Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia contro il candidato che perpetuerebbe il dominio comunista e delle coop, da bravo funzionario e burocrate di parte.
Una scelta del genere sarebbe sbagliatissima.
Personalmente avrei preferito un accordo per sostenere il candidato grillino nel nome dell’alternativa e magari poteva anche funzionare, ma poiché quella è fantapolitica, vorrei un candidato che sappia interpretare, dare corpo al sentimento profondo della Gente di Destra, caricandola al punto da preferire il voto alla scampagnata, risvegliandone la rabbia manifestandola nella sua campagna elettorale, per poi tenere alta, indipendentemente dall’esito del voto, la tensione per proseguire avendo come traguardo la vittoria alle politiche.
Un candidato “forte”, non uno “di bandiera”, un candidato che, in prospettiva, per età e capacità possa essere anche la guida del Centro Destra in una regione difficile.

Qui può cominciare la riscossa del Centro Destra, nella consapevolezza del fallimento imminente della politica cinguettante, tutta “chiacchiere e distintivo” di Renzi, il nemico da battere oggi e finchè sarà a Palazzo Chigi e segretario del pci/pds/ds/pd.

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House of cards

Qualche giorno fa ho letto che Renzi avrebbe suggerito la serie americana House of Cards come surrogato della vecchia scuola di politica.
Ho visto tutta la prima stagione e in questi giorni ho iniziato a guardare la seconda.
Come sceneggiato, mi piace.
Elevata all’ennesima potenza è la perfidia, la disonestà, gli inganni che già conoscemmo negli anni ottanta e portati sul piccolo schermo da Dallas con il famoso Larry Hagman (J.R. Ewing), applicati alla competizione politica.
Il protagonista che per ora è divenuto “solo” il vicepresidente degli Stati Uniti da “frusta” dei democratici alla Camera dei Rappresentanti, inizia meditando vendetta perchè il presidente non lo ha scelto come Segretario di Stato.
Con l’inganno circuisce una reporter rampante e la usa per rovinare chi gli ha “soffiato” il posto e per montare un complicato gioco per portare alle dimissioni il vicepresidente e rimpiazzarlo.
Come in effetti avviene.
La sostituzione del vicepresidente televisive ricorda molto da vicino la staffetta tra Letta e Renzi, dopo il famoso “Enrico stai sereno”.
Nello sceneggiato, peraltro, il vicepresidente esce contento, Renzi è stato molto più perfido del suo mito televisivo interpretato da Kevin Spacey.
Ma non è questo il punto, bensì la credibilità di un presidente del consiglio – se fosse vero che ha consigliato di imparare a fare politica con simili esempi – che sostituisce alle vecchie scuole di partito, noiose finchè si vuole, ma dove si imparavano le teorie politiche ed economiche, per realizzare un progetto politico di ampio respiro, nella convinzione di realizzare il bene comune, con una perversa azione fondata sull’inganno e limitata al tornaconto personale.
Lo stesso ideatore dello sceneggiato ha dichiarato che non lo ha realizzato per insegnare a fare politica.
Purtroppo l’azione “politica” di Renzi, nell’assenza totale di fondamenta ideali, sembra proprio la realizzazione pratica dell’ “insegnamento” televisivo.
Nello sceneggiato, verso la fine della prima stagione, il protagonista uccide anche un deputato che non gli torna più utile.
E la fa franca.
Dovremo aspettarci anche quello ?

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Il TFR in busta paga è una fregatura

Nel disperato tentativo di apparire quello che elargisce denaro, Renzi vorrebbe mettere in busta paga il TFR.
Il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) è quella retribuzione differita che ogni mese le aziende accantonano per i dipendenti e che verrà erogato al momento della cessazione del rapporto di lavoro.
Una volta era utilizzato come “tesoretto” per una serena vecchiaia o per comprare la casa o estinguere il mutuo.
Oggi, in molti settori, viene utilizzato per incrementare la pensione complementare e consentire di arrotondare la pensione obbligatoria, sempre più ridotta.
Perchè metterlo in busta paga è una fregatura ?
1) Le aziende, che spesso non hanno neppure i soldi per pagare le tasse, dovrebbero sborsare materialmente ingenti somme, mentre adesso le trattengono effettuando solo i relativi accantonamenti.
Tutti possono comprendere quanto verrebbe a costare ad una azienda erogare tutto e subito, invece di trattenere e registrare come accantonamento e, semmai, pagare il TFR a quelle singole unità che cessano il rapporto lavorativo, gradualmente.
2) Il lavoratore ottiene sì un importo superiore in busta paga, ma rinuncia al “tesoretto” di fine carriera.
E’ come drogarlo oggi, per obbligarlo a stringere la cinghia domani, quando, per ragioni di età, ne avrebbe maggiore necessità.
3) Accreditare in busta paga oggi il TFR significherebbe colpirlo con l’aliquota fiscale marginale più alta mentre adesso il rendimento è tassato all’11% e quando viene erogato a fine rapporto l’aliquota è tra il 20 e il 25%.
4) In sostanza Renzi, mettendo il TFR in busta paga, non solo spinge le persone a spendere oggi quella riserva che servirebbe a tutti domani, ma incassa oggi, risorse  di cui lo stato dovrà fare a meno domani.
Le tasse sul TFR in busta paga, infatti, incrementerebbero da subito gli introiti fiscali e non dubitiamo che Renzi troverebbe il modo, nella sua incompetente megalomania, di spendere e spandere, come è nel dna della sinistra.
In sostanza, il TFR in busta paga indebolisce sia i lavoratori che lo stato, spostando sulle future generazioni il peso di un debito pubblico che Renzi non ha la capacità di ridurre.
L’unica politica economica che invece sarebbe perseguibile, non è usare i soldi già dei lavoratori per drogarne gli stipendi, ma ridurre le tasse, tagliando la spesa.
Ma questo Renzi, con tutte le promesse che ha fatto e continua a fare, non sarà mai in grado di realizzare.

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Marchionne e il tfr

Qualcuno faccia tacere questo ladro, approfittatore e sfruttatore. Per lui e per la sua fallimentare azienda, hanno sempre pagato i contribuenti italiani.
Tfr in busta paga, Marchionne sta con Renzi: “Costoso per aziende, ma giusto”. “Bisogna smetterla di dire no, costi quel costi e anche a Fiat, credo che la misura del governo vada nella direzione giusta – ha detto l’ad Fiat al Salone dell’Auto di Parigi – l’intenzione è quella di creare le condizioni per un rilancio della domanda”. L’articolo 18? “Qualcosa dovremo pure farla”. Poi la stoccata a Diego Della Valle, che lo aveva definito “una sòla”: “Detto da uno scarparo è un complimento”

Sergio Marchionne consolida l’asse con Matteo Renzi. “Bisogna smetterla di dire no, costi quel costi e anche a Fiat, credo che la misura del governo vada nella direzione giusta“. Dal Salone dell’Auto di Parigi l’ad Fiat-Chrysler ha risposto così a chi gli chiedeva di esprimere un parere sull’ipotesi del tfr in busta paga avanzata dal premier Renzi. Marchionne ha ammesso un impatto “significativo” per i bilanci delle imprese, soprattutto per le pmi, ma “credo che l’intenzione del presidente sia quella di creare le condizioni per un rilancio della domanda, e questo tipo di misure vanno bene”. Un altro assist arriva sul tema delle modifiche all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori annunciate dal premier: “Abbiamo sentito tanto da tutti, non posso aggiungere nulla, che si debba aggiornare il sistema lo dicono tutti, qualcosa dovremo pure farla”.

Al Salone francese per presentare la nuova creatura del Lingotto, la 500X, Marchionne parla del presente e del futuro dell’azienda: “I target del 2014 sono confermati, certamente non cambio i target in conferenza stampa, aspettiamo il cda di fine ottobre” e “non è necessario alcun aumento di capitale“. Il mercato comincia a far intravedere segno di miglioramento, ma l’amministratore delegato rimane cauto: “E’ un segnale positivo, ma non so se siano basi solide per fare ripartire il mercato italiano ed europeo. Continuo ad avere dei dubbi. E’ comunque un mercato non in condizioni floride, riflette le condizioni dell’economica. Sono contento dei risultati buoni ma voglio vedere quali siano le prospettive del 2015. Non so se ha ragione Ghosn (ad di Renault-Nissan, ndr) quando stima un incremento del 3-4%. Io non lo vedo”. A che gli domanda  un parere sulle parole del patron di Tod’s, Diego Della Valle, che lo ha definito una sòla”, l’ad risponde: “Infastidito? No, scherziamo? Se l’avesse detto qualunque altro sì, ma se da uno scarparo questo è un complimento: la suola è una parte integrante di una scarpa”.

Sulla testa di Fiat pende la spada di Damocle costituita dalla procedura aperta dall’Antitrust europeo per i presunti aiuti di Stato garantiti dal Lussemburgo a Fiat Finance and Trade, società controllata che si occupa dei servizi di tesoreria del gruppo torinese in Europa: “Queste cose sono tutte cavolate – risponde Marchionne – in Lussemburgo abbiamo un’azienda nel gruppo che raccoglie i fondi per finanziare tutte le nostre attività europee. Il numero che rimane in Lussemburgo – ha aggiunto – è minimo e li si paga il 30 per cento di tasse, non è un paradiso fiscale”. “Tutto questo casino che è venuto fuori per noi è solo imbarazzante, non so da dove sia uscito ma è solo un mal di testa che dobbiamo risolvere e non gioverà né a loro né a noi”, ha concluso l’ad. In mattinata il Fiat aveva preso posizione sulla questione con una nota: “Il processo di tax ruling relativo a Fiat Finance in Lussemburgo è “legittimo” – si legge – e, “in ogni caso il potenziale impatto finanziario sul gruppo non è significativo“. ”La società  – aggiunge la nota – non ha mai chiesto qualsivoglia esenzione o facilitazione fiscale in connessione con il ruling”.

L’atro fronte aperto per Sergio Marchionne sul piano aziendale è quello della Ferrari: Ho preso un impegno e lo porterò avanti – ha detto l’ad, che assumerà anche la presidenza del Cavallino rampante da metà ottobre al posto di Luca Cordero di Montezemolo – qui a Parigi Luca presenta una vettura straordinaria. Quello che non va bene, e anche Luca è d’accordo, è la gestione sportiva. E come ho già detto questa cosa mi dà un fastidio enorme“.