Angelino Jolie, Triton, Mare nostrum e la ue ci riscarica ancora

Alfano: “Con Triton stop a Mare Nostrum”. Ma l’Ue non si sostituirà a Italia. Il ministro: “L’Ue presidierà le frontiere esterne”. In realtà si tratta di missioni completamente diverse, sia come mandato che come area di copertura di Fabrizio De Feo

È una sorta di dialogo a distanza tra sordi, una commedia dell’assurdo, una infinita partita di ping pong che va avanti da mesi, senza mai arrivare alla conclusione. Per l’ennesima volta Angelino Alfano, alla conferenza stampa finale del consiglio dei ministri dell’Interno Ue, annuncia: «Con l’inizio dell’operazione europea Triton si conclude Mare Nostrum».

«Non avremo due linee di difesa delle nostre frontiere», dice il ministro dell’Interno. «É stata accolta la nostra richiesta che l’Ue presidi le frontiere esterne». In realtà si tratta di missioni completamente diverse, sia come mandato che come area di copertura. Non a caso soltanto due giorni fa Cecilia Malmstrom, Commissario Ue agli Affari Interni, aveva piantato l’ennesimo paletto. «È chiaro che l’operazione Triton non sostituirà Mare Nostrum. Il futuro di Mare Nostrum rimane in ogni caso una decisione italiana». E non era stata certo la prima volta, visto che andando a ritroso la commissaria svedese era stata costretta a ripetere lo stesso concetto il 5 settembre; il 3 settembre; il 9 luglio e il 30 giugno di quest’anno. Un infinito gioco di annunci italiani e sconfessioni europee che dimostra come l’annunciata volontà di chiudere l’operazione Mare Nostrum a ottobre non dipende dall’Unione Europea ma è una scelta che spetta unicamente al governo Renzi.

L’Ue ha comunicato in maniera chiara che non potrà mai mettere in campo una operazione di quel tipo, né potrà sostenerla finanziariamente. Tanto più che di recente è filtrato sulla stampa italiana un rapporto di Frontex che mette sotto accusa l’impostazione stessa di Mare Nostrum. Il motivo? La presenza delle navi italiane vicino la costa libica incoraggia i migranti e gli scafisti che sanno di poter contare su questo appoggio. Un approccio critico che oggi è stato messo nero su bianco dal ministro dell’Interno tedesco. «Guardiamo con preoccupazione ai flussi migratori, ed è una questione che ha a che fare con l’Europa. Mare Nostrum è stato uno strumento di emergenza e si è trasformato in un ponte verso l’Europa. Le mafie stanno guadagnando migliaia di milioni di euro» ha detto il tedesco Thomas de Maizière al suo ingresso al Consiglio Ue. De Maizière allo stesso tempo evidenzia come «la ripartizione dei richiedenti asilo in Ue sia squilibrata» e aggiunge: «Il minimo che si può chiedere è che all’arrivo ciascun migrante sia registrato, gli vengano prese le impronte digitali. Questo non è chiedere troppo».

L’idea di fondo degli esperti Ue è quella di una missione che si sviluppi in un’area di competenza che vada 30 miglia oltre le acque territoriali italiane, in sostanza si fermi alla frontiere «europee» di Schengen. E Triton, come stavolta ammette anche Alfano «provvederà solo al controllo delle frontiere e non a quella attività di ricerca e salvataggio che era la caratteristica dell’operazione italiana». Insomma nelle pieghe delle sue dichiarazioni anche il nostro ministro dell’Interno ammette che non ci sarà un reale passaggio di testimone e che si tratta di missioni diverse. La scelta di chiudere Mare Nostrum spetterà, come detto, esclusivamente al governo italiano, anche perché Frontex per sua natura si occupa di prevenzione e contrasto non di soccorso in mare. Il problema è trovare i finanziamenti per l’operazione Triton che avrà un budget di quasi 3 milioni di euro al mese. Finora Germania, Francia e Spagna hanno promesso la loro adesione. Bisognerà vedere se gli altri Paesi decideranno di mettere davvero mano al portafoglio. Fermo restando che il punto dirimente per l’Italia resta la modifica del Trattato di Dublino, ovvero quell’accordo che fa ricadere tutto il peso dell’immigrazione sul Paese di primo arrivo. E lascia l’Italia sistematicamente sola di fronte all’emergenza sbarchi.

I semplici cittadini che difendono fonzarelli di pontassieve

Pagina a pagamento sul Corriere della Sera: “Noi sosteniamo Renzi”. L’avviso è firmato da un gruppo di “semplici italiani” che “si identificano con la sua volontà di non mollare”. Ecco chi sono i firmatari di Angelo Scarano

Una pagina a pagamento è stata pubblicata dal Corriere della Sera. Titolo? “Noi sosteniamo Matteo Renzi”. L’avviso è firmato da un gruppo di “semplici italiani” che appoggiano il governo. “Il nostro Paese sta vivendo una delle sue più difficili stagioni. L’indeterminatezza delle scelte, il continuo rinvio delle decisioni, il declino dei suoi valori popolari hanno portato l’Italia sul limite di un baratro che potrebbe avere conseguenze ben più drammatiche di quanto visto fin qui. A questa urgenza sta cercando di rispondere Matteo Renzi con un governo creato con la decisione e il cipiglio di una volontà giovanile che non cerca sconti né per sé né per le scelte da affrontare. È comprensibile che questa azione trovi ostacoli, critiche e anche attriti. Ma non è accettabile che si lasci il suo sforzo privo dell’appoggio dei cittadini che si identificano con la sua volontà di non mollare, di battersi e di cercare un futuro per l’Italia e per i suoi giovani. Noi, semplici italiani, con questo piccolo gesto intendiamo rompere il muro di silenzio che ha avvolto il Presidente del Consiglio dopo i duri attacchi di questi giorni. Noi, come tanti altri, desideriamo andare avanti. Insieme a chi ci crede. Matteo Renzi sta cercando di farlo. Noi siamo con lui”, si legge.

In realtà, come ha ricostruito Andrea Giacobino sul suo blog, i firmatari non sono proprio semplici cittadini. Infatti, c’è Alberto Milla, fiorentino di nascita e già fondatore della banca Euromobiliare ai tempi di Carlo De Benedetti, di cui oggi è vicepresidente, presiede anche Equita Sim, una delle società di intermediazione regine a Piazza Affari guidata da Francesco Perilli. Poi c’è Anna Cristina du Chene de Vere, presidente della finanziaria Ida e vicepresidente di Publitransport, società leader nella pubblicità guidata dai fratelli Fabrizio e Federico. E ancora: c’è Antonio Perricone: “sarà il Perricone amministratore delegato di Amber Capital, società di gestione nel cui board c’è persino Carlo De Benedetti, o il Perricone già in Rcs e oggi presidente di Ntv, operatore ferroviario privato lanciato da Luca Cordero di Montezemolo, Diego Della Valle e Intesa, oggi in grave tensione finanziaria?”, si chiede Giacobino. Poi c’è Clarice Pecori Giraldi: fiorentina, nume tutelare in Italia della grande società internazionale di aste Christie’s. Non manca Federico Schlesinger, un top manager di Intesa Sanpaolo. Poi c’è Federico Lalatta Costerbosa (socio anche del sito Linkiesta.it), Gerolamo Caccia Dominioni (ex amministrato delegato di Benetton) e Vannozza Guicciardini, autorevole membro del FAI.

Nottetempo, il massacro sul Lavoro

Stanotte, come i ladri, sono riusciti a far passare il massacro del Jobs Act, che oramai ironicamente chiamano Giobbacchete, o Giobatta:  165 sì contro 111 no al Senato.  Già il fatto che si sia dovuto impiegare un termine inglese per dire Legge sul Lavoro la dice lunga sulla taroccata che toccherà all’Italia. Il Giobatta piace agli Usa e ad Obama (è in arrivo il TTIP) , piace alla Merkel, piace a quell’ominicchio di Hollande, piace a quella faccia da kapò di Schulz che parla di “governo fantastico”, piace a quella testuggine marina di Barroso,  piace al FMI. E se piace a tutti costoro, significa che per gli Italiani è una solenne fregatura. Qui i contenuti.  Vi si parla di “voucher” all’americana (buoni per chi lavora occasionalmente),  di indennizzo al posto di reintegro e di tante altre bellurie che potrete leggere al link.
La gatta che andò di fretta fece i gattini ciechi e Renzi aveva fretta, troppa fretta di incassare la fiducia. Doveva farsi bello con queste brutte facce della Ue sopraggiunte a Milano per il “vertice europeo sul lavoro”. Perché mai tutti a Milano? Avevano paura che qualcosa andasse storto. Che la pecora più importante di questo mattatoio di falsari detta Ue, l’Italia, non ce la facesse. E poi non dimentichiamo: c’è in ballo la Nato economica del TTIP e del TISE.
E’ stato un successo per Renzi e il renzismo sempre così adrenalinico e di corsa? Non direi…
Un uomo come Giuliano Poletti (vecchio comunista delle Coop Rosse) insignito e assurto a Ministro del Lavoro, è stato contestato con il lancio delle monetine (i fatidici 30 centesimi che stanno per i 30 denari di Giuda). Mentre a Grasso è toccata una sorte più intellettuale: il lancio dei libri, versione più aggiornata del lancio di calamai del parlamento negli anni del dopoguerra. Il lanciatore era un leghista. Era visibilmente seccato e teso il bullo fiorentino, il quale parla di “sceneggiate” che stancano gli Italiani – che lui più che di preoccupazione, pensa all’ “occupazione”. A giudicare da quanto pubblicato stamattina nei vari giornali, la sua riforma sul lavoro, di occupazione vera ne contempla ben poca. E del resto se davvero avesse rilanciato l’industria, la piccola e media impresa, i commerci e l’artigianato, il terziario ecc non avremmo sentito la Merkel approvare e dire che si tratta di “un passo importante”.
Lo scolaretto Matteo, ha fatto i suoi compiti a casa e la Frau gli dà il buffetto. C’è poi il giallo sull’eliminazione dell’art. 18. C’è o non c’è nel Giobatta? il Giobatta è una scatola vuota e truffaldina, e se c’è non si vede. Mentre se si vede vuol dire che c’è, proprio come direbbe Lapalisse. Sta di fatto che ieri la stampa era schizofrenica sull’argomento: “non c’è l’art. 18”. “Anzi… no c’è”. In realtà il Jobs Act contempla ben di peggio: la modifica in senso peggiorativo di quel poco di norme statutarie contemplate. 
La verità è che grazie al Pulcinella del Colle, ci ritroviamo un arrogante non eletto come primo ministro, con la sua corte di nominati. Che il parlamento è stato ridotto a una burla e che non conta più nulla. Che questo governo va avanti solo a colpi di fiducia (la ventiquattresima in poco tempo) e che la democrazia (termine del quale si riempiono tutti quanti la bocca) è diventata blindatura, a causa dei suoi continui sequestri. Hanno ritoccato e manomesso la costituzione col Fiscal Compact, hanno strappato lo statuto dei Lavoratori (certamente obsoleto, ma non da buttar tutto alle ortiche, semmai da migliorare). E ora fanno strame di quel poco di normative che vanno ancora nel senso di garanzia per chi dovrebbe lavorare.

Interno di capannone industriale dismesso

Patetico Landini della Fiom che minaccia l’occupazione delle fabbriche. Sì, ma quali? E dov’è finita la produzione manifatturiera?

Si faccia un giro in Lombardia, in Piemonte, nel Triveneto, in Emilia-Romagna e vedrà coi suoi stessi occhi uno scenario da  incubo, modello Detroit: una sequela di capannoni vuoti e dismessi dall’aspetto spettrale infestati di erbacce, vetri rotti, pietraglia e rovi. C’è da farsi venire i brividi solo a guardare tutto quel che abbiamo perduto nel giro di pochi anni! 
E comunque, a scanso di malintesi, se quella cariatide di Landini, avesse per davvero la forza di trascinare in questi capanni vuoti la maggioranza degli Italiani disoccupati, licenziati e precari,  anche e solo quale gesto meramente simbolico, ovviamente ne sarei felice. Ma il fatto è che le marce di protesta della Fiom a Milano, mentre si tiene il vertice Ue sul lavoro (quale?), le fanno quelle  poche categorie che un lavoro ce l’hanno già.

Esterno di capannone industriale dismesso

Altro post sull’argomento: Lavoratooori?!? PRRRR!

Dico no a Forza Italia formato Pascale

Ho spesso apprezzato l’azione politica di Maurizio Gasparri e mi ha sorpreso la sua scelta di rompere il sodalizio con La Russa e restare in Forza Italia.
Ieri ho letto che dopo le incaute dichiarazioni della signorina Pascale e dell’on. Carfagna contro Alfano per la circolare che cerca di imporre il rispetto della legge in materia di trascrizione dei matrimoni, Gasparri ha espresso la sua chiara e condivisibile posizione con alcuni cinguettii.
A sostegno (una tantum) di Alfano, oggetto di una aggressione intollerante, che cerca di imporre il rispetto della legge per cui l’unico matrimonio è tra un Uomo e una Donna.
E per cercare di aprire gli occhi delle due dame napoletane, segnalando la perdita di consensi che Forza Italia in formato Pascale registra.
Ieri pomeriggio sono passato acanto al banchetto di propaganda di Bignami e se avessi visto il giovane e capace consigliere regionale gli avrei detto di averlo votato in passato e che sarei disponibilissimo a votarlo in futuro, purchè non sia candidato nel partito della signorina Pascale.

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L’fmi ordina: tagliare le pensioni…

Fondo monetario: “Italia non ha futuro radioso né sereno. Tagliare le pensioni”. Presentando il rapporto del Fmi sul nostro Paese il direttore esecutivo Andrea Montanino ha detto che “la crescita potenziale dell’Italia di fatto crolla per gli anni futuri, siamo inchiodati allo 0,5%”. Kenneth Kang, capo missione dell’istituzione di Washington, ha poi avvertito che restiamo “vulnerabili” sui mercati” e ha tornato a chiedere di ridurre la spesa previdenziale per contenere le uscite dello Stato

“L’Italia, nelle condizioni attuali, non è un Paese per cui si possa assicurare un futuro radioso, o quantomeno sereno”. A fare la cupa previsione è Andrea Montanino, direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale, che ha presentato alla Luiss di Roma il country report sul nostro paese. “La crescita potenziale dell’Italia di fatto crolla per gli anni futuri, siamo inchiodati allo 0,5%”. Il Fondo, nel suo World economic outlook diffuso martedì, stima per l’Italia una contrazione del pil 2014 dello 0,2% (contro lo 0,3% del precedente report, risalente a luglio) e un +0,8% nel 2015. Per l’Italia, così come per l’Europa in generale, ha detto poi Montanino, “è il momento di aprire seriamente un mercato dei capitali”. Negli Stati Uniti, ha ricordato, il private equity (cioè gli investimenti in società non quotate da parte di fondi specializzati) è nove volte più sviluppato che nella Ue. La diagnosi, dunque, è che ”siamo banco-centrici”. E su questo fronte “bisogna fare di più”. Anche perché “le banche italiane hanno fatto progressi nel rafforzare i bilanci, ma devono affrontare sfide e venti contrari ciclici” ed “essere pronte a soddisfare la domanda quando l’economia di riprenderà”.

Il capo missione per l’Italia dell’istituzione di Washington, Kenneth Kang, ha poi avvertito che il piano di riforme dell’Italia “è audace e ambizioso, ma bisogna agire in fretta per implementarlo”. Infatti “il debito pubblico (che quest’anno secondo il Fondo raggiungerà il picco del 136,7% del Pil per poi iniziare una lenta discesa, ndr) è sostenibile, ma il Paese resta vulnerabile sui mercati”. In questo quadro, per rilanciare la crescita “bisogna ridurre le tasse sul lavoro, fare investimenti pubblici e rendere la revisione della spesa parte integrante del budget”. Per esempio, ha ribadito Kang, “la spesa pensionistica è troppo alta e un taglio della spesa pubblica deve passare per un taglio della spesa previdenziale”. Il Fondo, d’altronde, già a metà settembre ha esortato il governo di Matteo Renzi a intervenire con le forbici sulle maggiori voci di uscita del bilancio pubblico, a partire proprio dalle pensioni e senza dimenticare la sanità.

Il Fondo mercoledì ha anche presentato il Fiscal monitor, il rapporto sull’evoluzione dei conti pubblici dei diversi Paesi. Per quanto riguarda l’Italia, il documento calcola che il rapporto tra deficit e Pil si attesterà al 3% nel 2014 per poi calare al 2,3% l’anno prossimo. Le proiezioni sono state migliorate rispettivamente di 0,3 e 0,5 punti percentuali. Il Fondo precisa che le stime non includono la legge di Stabilità per l’anno prossimo, che il governo varerà il 15 ottobre, ma comprendono gli effetti sui conti pubblici del bonus Irpef da 80 euro e le correzioni dovute alla revisione delle previsioni di crescita.

Il documento affronta poi il problema di come rilanciare la crescita nell’Eurozona e in Giappone, aree che restano a rischio stagnazione mentre gli Usa sono ripartiti a pieno ritmo. C’è bisogno, spiega il Fondo, di una politica monetaria accomodante (e da questo punto di vista l’acquisto di Abs da parte della Bce è un “buon passo nella giusta direzione”). Ma servono anche, ribadisce l’istituzione guidata da Christine Lagarde, le “solite” riforme. Tra cui misure “mirate” per far sì che le persone anziane partecipino di più al mercato del lavoro. “L’evidenza dimostra che l’aumento dell’età pensionabile non necessariamente porta a un aumento della partecipazione della forza lavoro”, scrive il Fmi. Di qui la proposta di riforme “complementari”, che potrebbero “includere regole per il pensionamento anticipato, razionalizzando i benefici, e l’adozione di altri incentivi finanziari, insieme però a politiche che aumentino la domanda per coloro che intendono posticipare il pensionamento”. Questi interventi vanno però affiancati a una “riduzione delle imposte sul lavoro” che si concentri “su gruppi specifici, come i lavoratori poco qualificati o giovani, per i quali il problema della disoccupazione può essere più grave”.

Ce n’è poi anche per il sistema bancario: gli istituti, si legge nel rapporto, “devono rivedere il loro modello di business ed essere pronte ad agganciare la domanda di credito”. La politica “può aiutare questa trasformazione strutturale che consentirà di migliorare la redditività e sostenere l’economia tramite i finanziamenti. Questo è importante soprattutto in Ue, dove le banche giocano un ruolo importante nel finanziare la ripresa”.

L’evoluzione della società dev’essere un ritorno all’Ottocento?

art18

Insomma che quando si tratta di peggiorarci le condizioni ci dicono di guardare le altre nazioni, distorcendo comunque la realtà dei fatti. Mai una volta, che, se davvero così fosse – che noi abbiamo più diritti degli altri lavoratori – i nostri governanti ne siano lieti, considerato che l’evoluzione della società, per quello che mi riguarda, non può essere un ritorno all’Ottocento.

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Forza Tavecchio !

Leggo che la uefa ha squalificato il presidente della FGCI Tavecchio per ben sei mesi per l’espressione “razzista” sugli Optì Pobbà.
Probabilmente hanno paura che uno come Tavecchio faccia risorgere la nazionale Italiana, come ha dimostrato di voler fare ingaggiando, con un contratto innovativo, il miglior tecnico sulla piazza.
La squalifica comminata non può che rendermi un convinto sostenitore di Tavecchio e indurmi a ritenere che la guerra per la Libertà di Opinione, contro coloro che vorrebbero ingabbiarci nei loro schemi, proibendo parole, simboli, gestualità, canzoni, cori, sia appena iniziata.
E sarà senza esclusione di colpi.

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Il neofascismo del Pd

Non avrai altro jeans all’infuori di me di Rosanna Spadini

Che l’Italia sia avviata verso un destino economico di terzomondizzazione è sotto gli occhi di tutti, anche se molti sembrano ancora non volerci credere, altri cercano di minimizzare il problema. Grazie agli ultimi tre governi divenuti tali perché euro/guidati direttamente dalla Troika e artefici di razzie sociali praticate direttamente sulla carne viva dei cittadini,  le condizioni del “Bel Paese” sono sempre più drammatiche. Due italiani su tre infatti  ritengono che la Ue abbia danneggiato fortemente l’economia italiana (tranne Beppe Severgnini, schierato quasi quotidianamente in assetto di guerra eurista su 8½). Il tutto è avvenuto grazie al partito più collaborazionista d’Europa, il Pd, che non solo ha concesso la sovranità monetaria ad una banca straniera privata, senza chiedere il consenso agli italiani, ma di conseguenza anche la sovranità economica ed ora è sul punto di cedere anche quella politica, dietro richiesta del Gran Maestro dell’Ordine dei Templari, Mario Draghi (nomen omen).

Come i fascisti di ieri collaboravano con l’alleato nazista per la deportazione dei vagoni stipati di ebrei, che partiti dalla stazione centrale di Milano arrivavano ad Auschwitz, i fascisti di oggi, che hanno votato in massa il Pd alle ultime elezioni europee, hanno dato il loro consenso ai loro politici di riferimento, gerarchi dell’ideologia neoliberista, agguerriti sostenitori dell’euro e dell’Europa, che hanno firmato tutti i trattati (Maastricht 1993 e Lisbona 2007), hanno introdotto il Fiscal Compact e il conseguente Pareggio di bilancio in Costituzione nel 2012, vincoli di austerità che hanno massacrato l’economia italiana e minano alle radici un possibile ripresa economica. I neofascisti di oggi non si sono accorti di niente? Non hanno capito che il Pd è un partito che collabora con lo straniero? Che sta svendendo l’Italia allo straniero, riducendo sul lastrico migliaia di famiglie, precarizzando a vita il lavoro dei giovani, smantellando i diritti democratici, abbattendo l’art.18 come fosse il grimaldello che servirà a demolire definitivamente lo Statuto dei lavoratori e i Contratti collettivi di lavoro, quando l’Italia è il paese che ha la differenziazione dei contratti atipici più selvaggia d’Europa.

Il Pd si caratterizza infatti come un partito di ispirazione nazionalista, come il Partito Nazionale Fascista (dove la nazione stavolta è l’Europa), autoritario (governa deputati semplicemente nominati, non eletti con le preferenze elettorali, quindi facilmente manipolabili),  totalitario (domina tutti i mezzi d’informazione, perché il Pdmenoelle in questo momento è succube del Pdpiùelle).  Tale  partito, sostenuto dalle forze conservatrici quali Confindustria, (come il Pnf era sostenuto da industriali e agrari)  è bensì molto  reazionario e  populista, e sul piano sociale tende a incrementare la discriminazione della società in classi, anzi sostanzialmente in due sole classi, l’1% di ricchi versus il 99% dei nuovi proletari, dopo aver smantellato la piccola e media borghesia. 

Mentre il Partito Fascista aveva lanciato una violenta offensiva squadrista contro i sindacati e i partiti di ispirazione socialista, causando numerose vittime, nella sostanziale indifferenza delle forze dell’ordine, anche il Pd ha premeditato da anni la strategia della dissoluzione dei sindacati, rendendoli complici del massacro sociale, concordato attraverso la concertazione. Ora i sindacati sono assolutamente impotenti di fronte alla demolizione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, ultimo baluardo a garanzia della certezza del lavoro, e non avranno dunque alcun potere contro le famigerate controriforme renziane.  I sindacati infatti stanno vivendo una crisi storica senza precedenti, incapaci di impedire la dissoluzione della piena occupazione,  sicura e indeterminata, inadeguati nel difendere la concezione del lavoro inteso come “diritto” e non come “favore”, in questo consiste la gravità storica del momento.

Un solo partito, appoggiato dai poteri sovranazionali che contano, sta gestendo il doloroso travaglio di una morente “democrazia liberale” verso una “oligarchia plutocratica”, rappresentata dagli ultimi tre governi e dal prossimo commissariamento della Troika. Un partito che si autodefinisce “democratico”, ma che di democratico non ha più niente, perché asservito direttamente all’interesse delle lobbies finanziarie euro atlantiche e della destra repubblicana Usa. Il Partito “Democratico” sta infatti  progettando tragiche pseudoriforme, che mirano alla costruzione di una società governata da oligarchie finanziarie, che poco si interessano di diritti, redditi, lavoro, cultura, previdenza, benessere sociale. Il nuovo modello economico imposto non mira assolutamente alla realizzazione della crescita economica, ma alla conquista di un bacino socio-economico da sfruttare attraverso tassi, interessi, mutui, balzelli medievali, che ricordano appunto il sistema verticistico feudale, dove un’oligarchia aristocratica guerriera parassitaria governava su tutta la società con l’aiuto del potere finanziario e usuraio.

Una sorta dunque di usurocrazia del potere finanziario, che attraverso l’imposizione di una moneta unica, ha demolito la sovranità monetaria, quella economica, ed ora sta demolendo definitivamente quella politica (Mario Draghi: “Gli stati cedano sovranità”).  Ma se l’elettorato piddino, quello che ha creduto per lungo tempo cecamente ai mantra fideistici della propria parte, ha ora disertato  le ultime primarie per la regione Emilia Romagna (hanno votato appena 55mila elettori, su circa 75mila iscritti), forse comincia ad avere qualche dubbio sulle numerose bufale che gli ha raccontato il suo partito affaristico liberista, forse comincia a capire che stiamo vivendo una tragedia di portata storica, di cui il Pd è diretto responsabile? L’elettorato del Pd dunque non sa che il neoliberismo economico autoreferenziale, adottato dall’establishment mainstream europeo e di conseguenza italiano, punta proprio all’eclissi dell’intervento statale, con particolare riguardo alle  liberalizzazioni e privatizzazioni (che favorirebbero il capitale privato),  e che l’adozione delle politiche di austerity non hanno fatto che peggiorare i conti pubblici, aumentando il debito nazionale e deprimendo il Pil, con l’innesto di una tragica recessione?

Tragicamente miopi  o peggio ancora criminose, appaiono infatti le scelte politiche del Pd, che stanno producendo la deindustrializzazione del paese, la strage della piccole e medie imprese (fiore all’occhiello economico dell’Italia fino a 8 anni fa), l’emigrazione all’estero di capitali, imprese e cervelli, la svendita di beni pubblici, gioielli tecnologici di stato come Finmeccanica, Eni, Enel. Ma le colpe attingono profonde  radici nel passato. Dopo la fine del sistema di Bretton Woods 1971, Francia e Germania Ovest, iniziarono a spingere per la creazione di un sistema a cambi fissi tra i Paesi del vecchio continente.

“Agli inizi del 1978 inizia ad essere progettato il Sistema Monetario Europeo. All’interno del PCI vi sono posizioni diverse, ma in sostanza il partito esprime ben presto la propria netta adesione ad un sistema europeo che porti a cambi fissi tra le valute. Lo stesso fa la CGIL di Lama, nonostante siano chiare le conseguenze per i lavoratori che tale scelta comporta. Appare da subito chiaro che se un gruppo di Stati rinuncia alla flessibilità del cambio valutario, e quindi alla possibilità di operare svalutazioni/rivalutazioni, senza introdurre  meccanismi di riequilibrio fra le economie in surplus e quelle in deficit strutturale, gli oneri dei necessari “aggiustamenti” ricadono tutti sui lavoratori degli Stati più deboli, chiamati ad accettare minori diritti, maggiore fatica e diminuzione del salario, al fine di tentare il recupero della competitività perduta in favore degli Stati più forti (si noti che la “virtù” degli Stati forti consiste molto spesso nella loro maggior capacità, rispetto ai partner più deboli, di mantenere bassa l’inflazione contenendo i salari e comprimendo la domanda interna, esattamente come fa ora la Germania). Tutto ciò era già perfettamente chiaro a tutti i principali attori politici che discutevano l’eventuale adesione dell’Italia allo SME.” (M.Badiale, F.Tringali, “La trappola dell’euro”)

Quindi era perfettamente chiaro da più di 30 anni che il vincolo esterno avrebbe provocato disastri, sia nel PCI che nella CGIL, è inutile che i loro diretti discendenti ora sgranino gli occhi basiti (Landini), facciano i contestatori fuori tempo massimo (Cremaschi), o gli oppositori interni al partito (Fassina). È inutile che fingano “Sturm und Drang” per l’art.18 (tsunami della precarizzazione), per il Jobs Act (controriforma dei mini jobs), per il Tfr in busta paga (risparmi fiscali per lo stato e strage per le Pmi). Quando  poi nel 1981 avvenne il “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia, il fatto privò il nostro Paese della possibilità di finanziarsi il debito e mantenere bassi i tassi d’interesse, consegnandolo totalmente al mercato per cercare finanziamenti.

Insomma i ceti dirigenti italiani ed europei si avviavano sulla strada dell’attacco totale ai lavoratori, ai diritti conquistati, allo stato sociale, al settore pubblico dell’economia. Il PCI e la CGIL si trovarono quindi di fronte ad un bivio storico: difendere gli interessi dei ceti medi e popolari assumendo posizioni nettamente contrarie al processo di unificazione europeo (che vedeva proprio nello SME il suo fulcro), e avviare così uno scontro molto duro (e dagli esiti imprevedibili) con i ceti dominanti, oppure accettare supinamente le scelte dei ceti dominanti stessi, accantonando le condizioni poste al tempo della discussione sull’ingresso dell’Italia nello SME e proponendosi come forze di governo “responsabili” ed “europeiste”. Sappiamo bene quale strada hanno scelto. (M.Badiale, F.Tringali, “La trappola dell’euro”)

Di chi è la colpa? Crisi delle ideologie dunque, o egemonia assoluta dell’unica ideologia neoliberista dominante? Forse l’unica ideologia oggi esistente ha avuto la meglio proprio perché le altre hanno abdicato ai propri valori in nome dell’unico valore ammissibile nella società liquida, cioè il dio denaro. “Non avrai altro jeans al di fuori di me”, diceva un famoso slogan degli anni ’70, rabbiosamente sprezzato da Pier Paolo Pasolini, perché allegoria di un genocidio che stava avvenendo sotto la presbiopia degli italiani, allora sedotti per la prima volta dalla nuova cultura yankee dei Jesus Jeans: la fine della civiltà contadina e l’inizio di una nuova era fascisto consumistica.

Una nuova era che ha segnato il passaggio dal capitalismo della fine del ‘900 al neocapitalismo finanziario e globale dei giorni nostri, in cui è avvenuta una mutazione genetica  della specie umana occidentale, e soprattutto della classe dirigente al potere.  È  nata infatti una nuova specie di casta politica, reversibile, double face, convertibile, cabriolet, buona per tutte le stagioni, destra e sinistra si confondono a tal punto che non sono assolutamente più identificabili. Per di più si è realizzato anche un processo di spersonalizzazione del capitalismo finanziario, che simile ad una piovra  assetata di sangue, come fosse uscito dal più orribile degli horror movie, sta divorando proprio la borghesia, classe sociale che è stata per secoli la sua diretta espressione sociale, favorendo solo la sua versione finanziaria, per cui ci troviamo finanzieri/premier (Monti), come nel medioevo governavano i vescovi/conti. La finanza usuraia, unica ideologia dominante, dopo avere per secoli appoggiato tutti i poteri esistenti e operanti nella società, ha oggi sostituito quei poteri stessi, riducendoli ad effimeri oggetti di vassallaggio (chiesa, politica, borghesia).

Infine dunque anche  l’ “homo politicus” contemporaneo ha subito una sorta di metamorfosi, sottoposto a clonazione spersonalizzante, si è mutato in una “nuova forma di vita” docile e camaleontica, liquida e malleabile,  arrendevole e conciliante, che ripropone attraverso una sintesi esplosiva l’essenza più profonda del totalitarismo globalizzato. Leitmotiv dunque del nuovo capitalismo finanziario?  Dell’epoca più fascistizzata della storia dell’umanità? Dove il fascismo è diventato cibo quotidiano, ideologia partorita dalla stessa cultura occidentale, spalmata quotidianamente sui teleschermi tv, espressione adorante dell’unico slogan tollerabile: “Euro, non avrai altro dio al di fuori di me”.

Ciao, Papà, sono nove anni…

Nove anni fa, oggi, Festa della Madonna del Rosario, alla bella età di 98 anni ed in pieno possesso delle facoltà mentali, andava a raggiungere (spero) in Purgatorio Benito Mussolini e Giorgio Almirante, quel Fascistone di Mio Padre. 
Chi ha voglia, reciti qualche prece, che qualche peccatuccio ce l’ha. Non così grave come per quel Frate Cappuccino che una volta gli negò l’ Assoluzione perché Fascista (cambiò Chiesa e l’ ottenne…). Qualcuno di voi ricorderà questo particolare… 
A Lui debbo molto, ma soprattutto il fatto che per me la parola Fascista non è sinonimo di violento (come ho visto,purtroppo, anche in questi giorni, come commenti alle violenze subite dalle SiP), ma di Integrità Morale ed Onestà. E Fedeltà alla Parola, Lui che pagò con l’ Epurazione il fatto di non aver tradito.
Anzi, Mio Padre durante il Ventennio fu spesso critico o si disinteressò di politica. Ma, come mi insegnò, dopo il 25 aprile, vedendo riciclarsi tante Camicie nere in Rosse, divenne veramente Fascistone. Ciao, Papà !

Sulla Russia

“L’embargo sulla Russia mi farà licenziare cinquanta dipendenti”. L’imprenditore-stilista di alta moda Angelo Marani lancia il grido d’allarme: “Così ci tiriamo la zappa sui piedi ma il governo non capisce” di Andrea Zambrano

Correggio (Reggio Emilia) – Le prime a subirne i dolorosi effetti sono state le aziende agroalimentari, che hanno visto chiudersi le porte in faccia. Adesso nella black list chiamata embargo potrebbero finire anche le eccellenze del manifatturiero made in Italy. Il tessile, alta moda in primis , sta già facendo i conti con le prime proiezioni negative in termini di vendite. Con la guerra tra Russia e Ucraina e l’embargo imposto da Mosca le nostre aziende sanno che in ballo c’è la stessa sopravvivenza. Lo sa bene Angelo Marani, l’imprenditore tessile correggese che con la sua casa di moda ha toccato i vertici con creazioni di fascia alta ispirate all’arte contemporanea per le quali i russi impazziscono.

Marani, a che punto è la notte? «Noi italiani ci tiriamo la zappa sui piedi: Putin è il nostro miglior cliente, ma l’Ue non vuole accorgersene».

Quali sarebbero le conseguenze di un embargo verso i nostri prodotti? «Ho un fatturato di 20 milioni, 88 dipendenti interni e circa 300 in indotto tra fornitori e ricamatori, che lavorano solo per noi. La mia azienda è sana, ma le vendite 2015 si stanno assestando su un -10%, lo scorso anno eravamo su +25%. Se l’embargo fosse attuato saremo costretti a far partire la cassa integrazione per 50 operai o peggio ancora i licenziamenti».

Eppure dovrebbe essere evitato. «Non è quello che ci riferiscono i nostri buyers russi, i quali ci hanno già prospettato questo rischio come concreto. La prospettiva di un embargo è concreta, anche se ad oggi non stiamo ragionando di tagli».

Pensa che il problema non sia Putin? «Putin fa i suoi interessi, siamo noi che da dieci anni non facciamo politiche di sostegno per il nostro export . Io faccio tutto a Correggio, siamo tra i pochi rimasti ad avere una produzione verticale tutta interna. Sono passato indenne attraverso la crisi perché ho un prodotto di fascia alta. Ma il governo non si occupa dell’eccellenza del manifatturiero. La moda ha un saldo attivo nella bilancia dei pagamenti di 20 miliardi di euro. Scontiamo le politiche espansionistiche della Germania che sta facendo di tutto per mortificarci».

Come? «Con decisioni che spingono l’Ue a prendere iniziative tutte sfavorevoli al nostro manifatturiero».

Con quali ricadute? «La Germania non punta sulla tracciabilità dei prodotti, invece il nostro prodotto è realizzato e finito in Italia con elevati standard di sicurezza. Ma questo alla Germania non interessa perché non hanno un manifatturiero competitivo come il nostro».

Certo che con un euro così forte… «Infatti la Germania non fa nulla per abbassarne il valore. Sanno di poterselo permettere. In questo modo ad essere iper competitivi sono i cinesi. Ma se esporto in Cina devo preparare una montagna di incartamenti. La Cina però non lo fa. Per importare la Cina pretende quelle regole che a lei non vengono chieste per esportare».

La Regione Veneto ha avviato trattative parallele con i russi per frenare il blocco nell’agroalimentare. «Il governo deve andare in questa direzione, sapendo che noi abbiamo ottime ragioni sul piatto. Tutta la moda è prodotta in Italia: che cosa accadrebbe se mettessimo l’embargo ai marchi che sfilano nelle capitali della moda nel mondo?».